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Giapponoide   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #134 di 569 |
Segnalo la scheda Giapponoide tratta dal sito Nipponico.com al seguente
indirizzo:

http://www.nipponico.com/dizionario/g/giapponoide.php




Giapponoide

Gli epiteti diffamatori usati nei confronti dei giapponesi sono numerosi. Forse
il più noto è "jap", coniato dagli americani durante la guerra del Pacifico
(1941-1945) e molto usato nel dopoguerra. Anche "sporco muso giallo" ha avuto
una discreta diffusione. Alle donne giapponesi sono stati poi affibbiati vari
appellativi dispregiativi, tra cui ricordiamo il famoso "yellow cab" degli anni
'80.
Negli ultimi anni, però, il razzismo degli occidentali ha conosciuto un
autentico revival e un grande accanimento verso il popolo giapponese.
Nell'ultimo periodo non sono mai mancati libri e articoli discriminatori che
ravvivassero un linguaggio offensivo contro un popolo che aveva la colpa
d'essere semplicemente diverso da noi e non "diverso" (un diverso precostituito
secondo i nostri pregiudizi).
Renata Pisu ha dato una mano nell'accrescere il numero degli appellativi
dispregiativi nei confronti dei giapponesi con la diffusione di un nuovo
vocabolo: giapponoide. I lettori de L'Espresso apprendevano così il nuovo
termine:


Questa tendenza giapponese alla tecnologizzazione prima dell'universo
mondo e poi anche del sé, suscita in Occidente, reazioni contrastanti: si va
dall'ammirazione invidiosa alla condanna derisoria, si imbastiscono discorsi
critici su quello che alcuni studiosi, nello stesso Giappone, chiamano il
"tecno-orientalismo", nuova disciplina che tende a vedere nel giapponese un
Diverso. E per questo si è coniato il termine Giapponoide, ossia il giapponese
come robot.
Scrive Alessandro Gomarasca: "Il Giapponoide incarna una lunga tradizione
di paura e insieme di fascinazione razzista: una tradizione il cui immaginario
si sta ricodificando sull'idea di Altro Automizzato". Prima l'Altro era il
Selvaggio, più o meno buono, ora sono questi giapponesi pre-moderni e
post-moderni allo stesso tempo, i cui prodotti koden a noi piacciono tanto e li
usiamo convinti che non intaccheranno mai il nostro "umanesimo": noi, mai e poi
mai ci chiuderemmo per anni e anni nella nostra cameretta. E camminiamo, così
sul filo del rasoio. Il tecno-orientalismo apre scenari di mutazioni globali.(1)



Renata Pisu sbaglia nel citare Gomarasca, che parla di "Giappanoide" e non
"Giapponoide"(2). Al di là del fatto che non si possono cambiare le citazioni,
non c'è motivo per preferire una traduzione all'altra. Renata Pisu voleva essere
più fedele all'italiano: giapponese + androide = giapponoide. Ma anche la
traduzione di Gomarasca è valida, si tratta di una "traduzione a calco" che
mantiene l'assonanza con l'originale japanoid. Comunque, Gomarasca afferma che i
giapponesi, con la loro pretesa di essere diversi, si dimostrano razzisti.
Niente di nuovo, è il consueto linguaggio apocalittico che rimanda all'idea del
pericolo dell'invasione gialla.
Contro queste teorie si è scagliato da tempo il nipponista Cristiano Martorella
che, con una serie di articoli e saggi, ha denunciato la totale mancanza di
scientificità di molti studi ostili al Giappone.


[...] si tratta di affermazioni basate sul senso comune. Ma condividere
una credenza non significa conoscere la verità. Per questo motivo i filosofi
amano distinguere doxa (opinione) ed epistéme (scienza). L'aggravante è
costituita dallo spaccio illegale di opinioni come verità scientifiche.
Purtroppo appare con gravità la mancanza di un adeguato controllo delle
istituzioni scientifiche sulle affermazioni di personalità che si presentano
come paladini della scienza.(3)



Il razzismo ha sempre tentato di dare un'aura di scientificità ai pregiudizi e
soprattutto ha sempre evitato il confronto con le opinioni altrui. Anche in
questo caso la formulazione di giapponoide ha il carattere assertivo (privo di
verifica e discussione). Perciò Cristiano Martorella accusa gli autori di questi
scritti di assoluta mancanza di scientificità.
Ma dove nasce il termine che Renata Pisu sembra spacciare come novità?
Tatsumi Takayuki, professore di Letteratura americana alla Keiou Daigaku e
grande esperto di fantascienza, utilizza la parola "Japanoid" per descrivere
quel soggetto post-cyberpunk presente nelle opere di William Gibson, Mark
Jacobson, Murakami Haruki e Tsukamoto Shin'ya, regista di "Tetsuo". Ma
probabilmente è Ueno Toshiya, professore associato alla Chuubu Daigaku, a
coniare il termine "Japanoid" dalla contrazione di "Japanese Android". Ueno
notava come la band di techno-pop tedesco "Kraftwerk" utilizzò, negli anni '70,
movimenti ispirati ai robot nei propri concerti, prendendo a modello gli uomini
d'affari giapponesi che venivano in Europa(4). Spesso i giapponesi vengono presi
in giro per questi loro "automatismi". Ueno ci ricorda che Freud stabilisce una
precisa relazione tra movimenti meccanici e comicità. L'immagine dell'automa
viene utilizzata in genere per descrivere le minoranze sfruttate. Secondo David
Morley e Kevin Robins "gli stereotipi occidentali vedono il giapponese come un
sub-umano, come se non avessero sentimenti, emozioni, umanità(5). Orientalismo e
xenofobia vanno a braccetto in quello che Ueno chiama "specchio della
presunzione culturale":


Gli stereotipi nascono quando delle opposizioni binarie - cultura e
barbarie, moderno e pre-moderno, etc. - vengono proiettate sulle aree
geografiche dell'Occidente e del non-Occidente. L'Oriente esiste solo in quanto
l'Occidente ha bisogno di esso, perché mette a fuoco cosa è l'Occidente.(6)



Sakai Naoki aggiunge:


L'Oriente non ha niente di comune al suo interno [...] Il principio di
identità sta al di fuori di esso [...] l'Oriente è ciò che non fa parte e viene
oggettivato dall'Occidente nel suo progresso storico. Da fuori l'Oriente è un
ombra dell'Occidente.(7)



Ueno conclude che, se l'Oriente è stato inventato dall'Occidente, allora il
tecno-orientalismo frutto dell'avanzato sviluppo tecnologico giapponese è stato
inventato dalla stampa capitalista, che proietta il proprio futuro sul Giappone
di oggi.
L'Occidente è attratto da questa prospettiva, ma ne è anche geloso fino a
sfociare nel pregiudizio. Morley e Slavoj Zizek arrivano a paragonare questo
fenomeno all'anti-semitismo.
Con lo sviluppo del capitalismo giapponese, il tecno-orientalismo amplifica
questo complesso, trasferendo sul Giappone l'invidia e il disprezzo
dell'Occidente verso le altre culture. Il paragonare il giapponese al robot è
soltanto uno dei tanti vecchi luoghi comuni che affollano l'immaginario degli
occidentali. Secondo Ueno lo stereotipo del "Japanoid", il giapponese del
futuro, non esiste propriamente né dentro né fuori dal Giappone. Il
tecno-orientalismo è "uno specchio semi-trasparente o a doppio senso":


[...] attraverso questo specchio e il suo apparato culturale, gli
occidentali e gli altri fraintendono o non riconoscono una cultura giapponese
sempre illusoria mentre allo stesso tempo guardano a se stessi; è anche il
meccanismo attraverso cui i giapponesi fraintendono se stessi, usando ciò che
hanno compreso gli occidentali come un mezzo per spiegare se stessi. Al
contrario dello specchio di Lacan, qui non esiste una soluzione al processo di
disconoscimento, attraverso cui possa essere identificato il Giappone
"reale".(8)



Gomarasca parla esplicitamente di tecno-orientalismo per due pagine e in questo
poco spazio vuole criticare le ricerche di Morley/Robins e Ueno. Ueno, infatti,
dice il contrario di Gomarasca, ma quest'ultimo si basa soltanto su un'analisi
degli anime, seppur dettagliata. E' vero, le serie animate mostrano in alcuni
casi un rapporto contraddittorio con la tecnologia, del tutto simile a quello
esperito in Occidente, ma la società giapponese esprime le stesse idee nella
vita di tutti i giorni?
Ad esempio, Samuel-Fuyumi Namioka, critico d'arte, afferma:


Oggi gli artisti giapponesi lavorano tutti [...] sul rapporto con la
macchina, nei confronti della quale non sentono barriere.(9)



Non siamo così convinti che gli anime, benché in parte significativi rispetto
alla società giapponese, possano da soli sostituire una buona ricerca
sociologica tra la gente reale. Gli anime sono prodotti da e per gente reale, ma
non sono uno specchio perfetto della realtà. Lo stesso vale per manga e altri
media.
Se gli anime mettono in luce un rapporto problematico tra la tecnologia e
l'uomo, in qualche modo gli autori lo avranno anche percepito, ma non si può
sostenere che i giapponesi sono di quell'idea solamente perché gli anime dicono
quello.
Gomarasca, inoltre, sembra partire dall'idea che la mancanza di figure cyber
positive nell'immaginario giapponese sia un sintomo di tale contraddizione, ma
essere contro il cyber non vuol dire essere contro l'uso della tecnologia.
Sarà il caso di guardarsi attorno ancora un po'.

Note

1. Pisu, Renata. Samurai robot, in "L'Espresso", anno XLVIII, n. 29, 18 luglio
2002, p. 116.
2. Si consulti Pisu, Renata. 2001. Alle radici del sole. Sperling & Kupfer,
Milano. Il libro contiene, oltre a una quantità notevole di pregiudizi, numerosi
errori linguistici che riguardano le parole giapponesi. Renata Pisu è ormai
diventata celebre per i suoi errori linguistici spesso esilaranti, come nel caso
di moshi moshi, "pronto" al telefono, letto da Pisu come mushi mushi, ossia
"insetto insetto". Cfr. Pisu, Renata. L'impero dei gesti, in "D de La
Repubblica", n. 267, 11 settembre 2001. L'articolo de "L'Espresso" riporta anche
la parola kawaii (carino) scritta erroneamente kawai (p. 114). Per la citazione
di Gomarasca, cfr. Gomarasca, Alessandro. 2001. La bambola e il robottone.
Einaudi, Torino, p. 262.
3. Martorella, Cristiano. Per una geometria di libertà e allegria, in
Pellitteri, Marco. 2002. Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica
dell'effimero fra pedagogia e globalizzazione. Seam, Roma, p. 169.
4. Cfr. Ueno, Toshiya. Japanimation and Techno-Orientalism. DocBox n. 9,
Yamagata International Documentary Film Festival.
5. Cfr. Morley, David e Robins, Kevin. 1995. "Techno-Orientalism: Japan Panic",
in Spaces of Identity: Global Media, Electronic Landscapes and Cultural
Boundaries. Routledge, London.
6. Ueno, op. cit.
7. Sakai, Naoki. Modernity and its Critique, in "South Atlantic Quarterly",
Summer 1988.
8. Ueno, op. cit.
9. Pistolini, Stefano. Stregati dal pop levante. L'Espresso, 18 ottobre 2001.

Bibliografia

Gomarasca, Alessandro (a cura di). 2001. La bambola e il robottone. Einaudi,
Torino.
Iwabuchi, Kouichi. Complicit exoticism: Japan and its other, in "Continuum: The
Australian Journal of Media & Culture", vol. 8, n. 2, 1994.
Martorella, Cristiano. Per una geometria di libertà e allegria, in Pellitteri,
Marco. 2002. Anatomia di Pokemon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra
pedagogia e globalizzazione. Seam, Roma.
Morley, David e Robins, Kevin. 1995. "Techno-Orientalism: Japan Panic", in
Spaces of Identity: Global Media, Electronic Landscapes and Cultural Boundaries.
Routledge, London.
Morley, David e Robins, Kevin. 1992. Techno-Orientalism: Futures, Foreigners and
Phobias, in "New Formations", n. 16, Spring 1992.
Pistolini, Stefano. Stregati dal pop levante. L'Espresso, 18 ottobre 2001.
Pisu, Renata. Samurai robot, in "L'Espresso", anno XLVIII, n. 29, 18 luglio
2002.
Said, Edward W. 1999. Orientalismo. Feltrinelli, Milano.
Sakai, Naoki. Modernity and its Critique, in "South Atlantic Quarterly", Summer
1988.
Tatsumi, Takayuki. Full Metal Apache: Shinya Tsukamoto's Tetsuo Diptych, or The
Impact of American Narratives upon the Japanese Representation of Cyborgian
Identity, in "The Japanese Journal of American Studies", n. 7, settembre 1996.
Ueno, Toshiya. Japanimation and Techno-Orientalism: Japan as the Sub-Empire of
Signs, in "Documentary Box", n. 9, 31 dicembre 1996.



[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Mar 25 Dic 2007 7:53 am

amenouzume@...
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7:29 am
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