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Bukkyou, ermeneutica del buddhismo   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #135 di 580 |
Bukkyou, ermeneutica del buddhismo

Ripropongo il mio articolo sulla filosofia e la storia del buddhismo in Giappone
pubblicato dal sito Nipponico.com.


Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/b/bukkyou.php






Bukkyou. Ermeneutica del buddhismo
di Cristiano Martorella

28 ottobre 2002. Nella lingua giapponese buddhismo si dice bukkyou,
letteralmente "insegnamento di Buddha". Il primo kanji è butsu (letto hotoke
nella pronuncia kun yomi) e significa Buddha. Il secondo è kyou (nella pronuncia
on yomi), lo stesso del verbo oshieru (insegnare). Bukkyou è un vocabolo della
lingua moderna, e sostituisce due parole del giapponese antico: buppou (la
dottrina buddhista) e butsudou (la pratica religiosa buddhista).
Il buddhismo ebbe origine in India nel VI secolo a.C. ad opera di Siddharta
Gautama della famiglia Shakya, nato a Kapilavastu nel Nepal verso il 565 circa,
figlio del raja Shuddhodana e Maya. Siddharta sposò Yashodhara ed ebbe un
figlio, Rahula. Verso i trent'anni lasciò la vita mondana per dedicarsi
all'ascetismo, ma rimase deluso degli insegnamenti dei maestri religiosi e della
pratica yoga.
L'insoddisfazione lo portò a mettere in dubbio l'utilità della vita ascetica.
Durante un digiuno, il dio Indra gli mostrò un liuto con tre corde. La prima era
troppo poco tirata e non vibrava. L'altra era troppo tesa e si spezzava. Solo la
corda tesa correttamente emetteva un suono piacevole. Questa è la dottrina della
"via di mezzo" (madhyama pratipad). Soltanto sottraendosi dagli estremi si può
giungere alla liberazione. Compreso ciò, Buddha abbandonò il digiuno e l'ascesi,
riprendendo a rifocillarsi e curando il corpo e l'igiene. Vagando in una notte
di plenilunio nella foresta di Uruvela (l'attuale Bodh Gaya) si fermò sotto un
albero di Ficus religiosa. Lì pervenne all'illuminazione (bodhi).
Buddha riconobbe la catena causale o produzione condizionata (pratitya
samutpada, in giapponese engi) composta da 12 nessi causali.
1.. Ignoranza
2.. Azione
3.. Inclinazione
4.. Coscienza
5.. Organismo
6.. Sensi
7.. Contatti
8.. Percezioni
9.. Desiderio
10.. Attaccamento
11.. Esistenza
12.. Nascita e morte
L'ignoranza (in giapponese antico mumyou, in sanscrito avidya) è la condizione
di partenza. L'esistenza delle creature è fondata sull'ignoranza che frammenta
l'unità del reale in soggetti e oggetti. Sulla base dell'ignoranza si
determinano le impressioni che influenzano l'azione. Ogni azione, il karma, ne
genera un'altra. Sempre sulla base delle impressioni sorge la coscienza
individuale, cioè l'illusione di costituire un'entità specifica. Così un centro
individuale finisce per attribuirsi un corpo, un organismo. Una volta
consapevoli di avere un corpo, si hanno esperienze correlate ai sensi. Esse
entrano in relazione con le cose attraverso il contatto. L'incontro fra i sensi
e gli oggetti fornisce come risultato la percezione. A questo punto le cose
vengono desiderate, e ci si attacca ad esse. Si crede che vi sia un prima e un
dopo, che ci sia l'esistenza e quindi la nascita.
La catena causale produce il samsara, ossia il ciclo della morte e della
nascita, che non va inteso soltanto come la serie di reincarnazioni, ma
soprattutto come il ciclo della nascita del desiderio e della sofferenza.
Infatti il desiderio provoca l'attaccamento alle cose terrene, ma essendo ogni
cosa impermanente e transitoria, ciò provoca anche la sofferenza. Si finisce per
desiderare qualche altra cosa, però ciò non costituisce la soluzione. Ecco
dunque il ciclo prodotto dalla catena causale.
Buddha propone di spezzare questa catena che è innanzitutto un inganno provocato
dall'ignoranza, tramite l'apprendimento delle Quattro Nobili Verità (arya
satyani).
1.. L'esistenza della sofferenza.
2.. L'origine della sofferenza. La sofferenza è provocata dall'attaccamento.
3.. L'annientamento della sofferenza. La liberazione dall'attaccamento che
provoca la sofferenza è possibile.
4.. La via che annienta la sofferenza. La via che conduce alla liberazione è
l'Ottuplice Sentiero.
La semplicità delle Quattro Nobili Verità è disarmante. Ed è questa semplicità
che raggiunge il cuore dei fedeli.

"Questo è il dolore. Questa è l'origine del dolore. Questo è
l'annientamento del dolore. Questa è la via che porta all'annientamento del
dolore."(Sutta Pitaka, Majjhima Nikaya, 10)

L'Ottuplice Sentiero (astanga marga) è una dottrina etico-comportamentale che
considera simultaneamente la conoscenza e la prassi. Secondo il buddhismo è
grazie alla consapevolezza e alla corretta considerazione del reale che si può
raggiungere la liberazione dalla sofferenza. Ma il comportamento stesso
dell'uomo influenza il suo modo di sentire. Perciò conoscenza e comportamento,
scienza e prassi, sono reciprocamente legate l'una all'altra. Anche l'Ottuplice
Sentiero è estremamente semplice nell'enunciazione.
1.. Retta visione
2.. Retto pensiero
3.. Retta parola
4.. Retta azione
5.. Retta condotta di vita
6.. Retto sforzo
7.. Retta presenza di spirito
8.. Retta pratica della meditazione
Il buddhismo propone una innovativa considerazione della vita religiosa che
mette da parte il ritualismo e il catechismo. Riscoprire l'autentica natura
dell'uomo e del cosmo significa capire il senso della vita. Per far ciò il
buddhismo abbandona le rappresentazioni della religione, e tramite un'indagine
psichica risveglia l'essere divino che è nell'uomo. Quando si comprende di far
parte dell'intero cosmo e di condividerne il destino, si scorge come la vita e
la morte siano soltanto illusione.
Il buddhismo giunse in Giappone nel VI secolo attraverso i contatti con la
Corea. L'introduzione del buddhismo coinvolse innanzitutto gli strati colti e
aristocratici della popolazione. Infatti il buddhismo cominciò a far proseliti
proprio nella corte imperiale. Il sovrano del regno coreano di Paekche (in
giapponese Kudara) inviò nel 552 alla corte di Yamato una statua d'oro e bronzo
di Buddha, alcuni sutra e una lettera in cui celebrava i meriti della dottrina
buddhista. L'imperatore Kinmei (539-571) si mostrò interessato al nuovo culto.
Però non mancarono resistenze, in particolare le famiglie Mononobe e Nakatomi,
addetti ai culti ufficiali shintoisti. La famiglia dei Soga appoggiò invece il
Buddhismo. Si arrivò addirittura a un conflitto e all'incendio di una pagoda a
Toyo'ura. Ma nel 587 il capo della fazione anti-buddhista, Mononobe no Moriya,
fu definitivamente sconfitto. Nello stesso anno si combatteva una battaglia sul
monte Shigi presso Nara che segnava la vittoria dei Soga. Così Soga no Umako
fece costruire un tempio chiamato Houkouji ad Asuka, completato nel 596, e lo
Houryuuji nel 607. La corte imperiale si convertì al buddhismo e cominciò a
modificare il governo e la struttura dello stato. All'imperatore Kinmei
succedette il figlio Bidatsu (571-585), e poi salì sul trono Youmei (585-587).
Quest'ultimo morì dopo solo due anni, ma prima di spirare si era convertito al
buddhismo. Il potere passò a Sushun (587-592) che fu fatto assassinare da Soga
no Umako. Il regno fu consegnato a Suiko (592-628), vedova di Bidatsu.
L'imperatrice svolse un importantissimo ruolo per la diffusione del buddhismo.
Questo periodo viene chiamato epoca Asuka (538-710) e vide il fiorire delle arti
e delle scienze favorite appunto dal buddhismo. Un bonzo coreano, Kanroku,
introdusse l'astronomia, la geografia, il calendario, e il bonzo Donchou insegnò
a fabbricare carta e inchiostro intorno al 610.
Attraverso il buddhismo giunse l'arte ellenistica del Gandhara, specialmente la
statuaria. Qui si può cogliere come già nel VII secolo fosse avviato uno
straordinario fenomeno di sincretismo fra cultura indoeuropea e giapponese, una
fusione (yuugou) che sarebbe avvenuta su scala più vasta e profonda nel XIX
secolo. Queste affinità fra la cultura europea e giapponese non vanno
dimenticate e bisogna sottolinearne le origini storiche.
Il principe Umayado, conosciuto con il nome di Shoutoku Taishi, il "principe
delle sante virtù", fu il più attivo artefice della diffusione del buddhismo nel
periodo Asuka. Shoutoku Taishi partecipò alla battaglia del monte Shigi come
alleato di Soga no Umako. A lui viene attribuita la Costituzione in diciassette
articoli (Juushichikajou kenpou). Questo documento ispirato al buddhismo
rappresenta una rottura con la vecchia struttura sociale, e una organizzazione
nazionale dello stato intorno alla figura dell'imperatore. Si rimproverano le
divisioni e le lotte fra i clan e si esorta alla collaborazione e all'armonia
per il progresso del paese.
Negli anni seguenti prosperarono molte sette buddhiste, alcune parecchio diverse
fra loro. La setta Tendai, di origine cinese, fu introdotta dal monaco Saichou
(767-822). Essa affermava l'autorità del Sutra del Loto (Hokekyou) e la natura
umana di Buddha, ma allo stesso tempo Buddha era considerato come forma umana
dello spirito universale. L'essenza del Buddha (busshou) sarebbe latente in ogni
cosa. La setta Shingon fondata da Kuukai (774-835) aveva elementi mistici e
tendeva a rendere il buddhismo esoterico. Erano praticati gli incantesimi, i
mudra (posizioni delle mani) e le meditazioni sui mandala (disegni mistici).
Queste forme giapponesi del buddhismo cercarono di integrare e inglobare lo
shintoismo, il culto autoctono. La prima soluzione dottrinale fu quella di
considerare gli dei shintoisti (kami) come manifestazioni locali dei Buddha e
Bodhisattva. Questa teoria fu chiamata honji suijakusetsu poiché si credeva che
i kami fossero tracce del Buddha. Kuukai gettò anche le basi per il Ryoubu
shintou (lo shintou dal duplice aspetto) che riprendeva questa teoria. Accadde
così che per dieci secoli (ossia fino al 1868) si erigessero pagode buddhiste
accanto ai templi shintoisti, i sacerdoti buddhisti servissero anche nei templi
shintoisti, e i sutra fossero riposti nei templi shintoisti. Questo sincretismo
di buddhismo e shintoismo è chiamato shinbutsu shuugou oppure shinbutsu konkou.
Altra importante setta fu quella fondata da Nichiren Daishounin (1222-1284)
chiamata appunto Nichirenshuu (setta di Nichiren). Lo scopo di Nichiren era
combattere la decadenza del buddhismo recuperandone gli autentici valori. Ad
esempio, Nichiren criticava la superficialità della scuola Tendai. Secondo
Nichiren, quando essi affermano che tutti gli esseri sono originariamente dei
Buddha, si finisce per fermarsi nel torpore e nell'inattività compiacendosi di
ciò. Si rischia di abbandonare la pratica e adattarsi alla realtà. La celebre
frase "shiki soku ze kuu" (la forma è il vuoto, ossia i fenomeni sono l'essenza)
viene attentamente analizzata. I fenomeni sono l'essenza non significa
esattamente un'identità perché il vocabolo soku non significa essere uguale, ma
vi è un dinamismo, un movimento, un'espansione vitale. La vera essenza dei
fenomeni è quella vista da Buddha, ed è diversa da quella vista dagli uomini
ordinari ingannati dall'illusione.
L'aspirazione di rinnovamento del buddhismo fu portata avanti dallo zen che si
pone nella stessa condizione del cristianesimo protestante rispetto al
cattolicesimo, ovvero nell'avvio di una profonda riforma. Lo zen fu introdotto
in Giappone da Eisai (1141-1215), un monaco della setta Tendai che aveva
studiato in Cina. Eisai fece ritorno in Giappone nel 1191 e fondò la setta
Rinzai. L'altra principale scuola zen fu la setta Soutou fondata da Dougen nel
1227. Lo zen poneva la meditazione come mezzo indispensabile per
l'illuminazione. Infatti lo zen si richiamava alla tradizione dell'illuminazione
immediata, ossia all'esperienza di Buddha che rifiutando tutti gli insegnamenti
dei suoi maestri vi giunse soltanto tramite i suoi mezzi e la pratica della
meditazione. Dunque un esercizio continuo per eliminare gli inganni del pensiero
speculativo attraverso lo zazen oppure i kouan.
Nel XX secolo lo zen giapponese giunse in Occidente grazie ai maestri Suzuki
Daisetsu (1870-1966), Deshimaru Taisen (1914-1984) e Hisamatsu Shin'ichi
(1889-1981). Nel 1983 il monaco italiano Fausto Guareschi avviò in Italia la
tradizione zen. Nel 1984 venne fondato il monastero Fudenji presso Salsomaggiore
che si rifà alla scuola Soutou.
L'influenza dello zen nei confronti della filosofia europea fu intensa. Martin
Heidegger ebbe numerosi allievi giapponesi, e frequenti conversazioni con i
filosofi nipponici (ricordiamo quella con Tezuka Tomio pubblicata con il titolo
Da un colloquio nell'ascolto del linguaggio). Secondo Tezuka Tomio la
distinzione di non-sensibile e sensibile, fra la parola e l'oggetto della parola
(Sinn und Bedeutung) sarebbe esclusivamente occidentale. Una distinzione che si
poggia sulla supposta esistenza dell'io. Fu Cartesio a convincere gli europei
che l'io poteva essere considerato come il fondamento del reale poiché la sua
esistenza era indubitabile. Ma lo zen critica radicalmente l'esistenza dell'io.
L'io non è altro che una costruzione psichica e sociale (Buddha l'aveva scoperto
con lo studio della produzione condizionata dei 12 nessi causali, come si è
visto in precedenza). L'io non ha una realtà ontologica. Il solo mondo reale è
quello dato dai sensi e dall'esperienza. La ragione non può scavalcare le cose
come stanno senza generare uno scompenso. Purtroppo ciò avviene con una
frequenza impressionante poiché gli occidentali considerano la parola più
importante dei fatti. La filosofia americana ha addirittura realizzato il
"linguistic turn", ossia la svolta linguistica che pone come oggetto di studio
il linguaggio escludendo il mondo. Questa filosofia malata non ha alcuna
possibilità di rispondere ai bisogni dell'uomo, ma fornisce soltanto un supporto
retorico per giustificare la correttezza formale degli enunciati sullo status
quo.
Ecco il motivo di tanto successo del buddhismo in Occidente. Il buddhismo è
religione e non è religione, è filosofia e non è filosofia, è psicologia e non è
psicologia, è dottrina e non è dottrina, è disciplina e non è disciplina. Il
carattere incondizionato del buddhismo è la sua intrinseca forza ed essenza: la
libertà e l'eternità oltre le categorie del tempo e dello spazio. La liberazione
che fornisce il buddhismo non è una salvezza oltre questo mondo. Non è la
ricerca di uno scopo per la vita, ma è la vita stessa posta come scopo, ossia il
riconoscimento della natura autentica dell'esistenza.

Bibliografia

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Saviani, Carlo. 1998. L'Oriente di Heidegger. Il Melangolo, Genova.






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Sab 29 Dic 2007 7:53 am

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29 Dic 2007
7:29 am
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