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Lo zen da cuore a cuore   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #141 di 559 |
Lo zen da cuore a cuore

La rivista "Diogene Filosofare Oggi" ha rinnovato le sue pagine web ed ha un
nuovo indirizzo internet. Segnalo quindi il mio articolo sullo zen intitolato
"Filosofare da cuore a cuore" al nuovo indirizzo che è il seguente:



http://www.diogenemagazine.com/index.php?option=com_content&task=view&id=127&Ite\
mid=31



Home page della rivista:

http://www.diogenemagazine.com/


Riferimento bibliografico:

Cristiano Martorella, Filosofare da cuore a cuore, in "Diogene Filosofare Oggi",
n.4, anno 2, giugno-agosto 2006, pp,12-13.




Filosofare da cuore a cuore

E' zen non ciò che si fa ma come si fa

di Cristiano Martorella



La parola zen deriva dal cinese ch'an, a sua volta adattamento dal sanscrito
dhyana e del pali jhana. Con questo termine si indica semplicemente la
meditazione, ma ha assunto anche il significato di un tipo di buddhismo
giapponese dal nome della setta omonima. La leggenda narra che il primo
patriarca dello zen fu Kashyapa. Durante un'assemblea Buddha rimase
misteriosamente silenzioso guardando semplicemente un fiore che teneva in mano.
Poi rivolse lo sguardo ai discepoli. Nessuno lo comprese tranne Kashyapa che gli
sorrise. Buddha ricambiò il sorriso e questa fu l'illuminazione del suo allievo.
La leggenda indica chiaramente le caratteristiche del buddhismo zen che si
concentra sul fenomeno dell'esperienza dell'illuminazione. Lo strumento per
raggiungere l'illuminazione è la meditazione. La meditazione è, secondo Taisen
Deshimaru, la condizione originale del corpo e della mente liberati dai
condizionamenti. Quanto ciò sia facile da dire e difficile da applicare è ben
noto a chi pratica lo zen che è sicuramente una scuola buddhista dalla
disciplina severa e austera, e tuttavia affascinante per gli occidentali. Motivo
di tanto interesse è dovuto anche all'influenza che lo zen ha avuto sulle arti
giapponesi. Dal teatro (no) alla calligrafia (shodo), dall'arte della
disposizione dei fiori (ikebana) alla cerimonia del tè (chanoyu), dal tiro con
l'arco (kyudo) alla scherma (kendo), ogni arte giapponese sembra permeata dai
princìpi dello zen. La ragione è da ritrovare nella flessibilità amorfa della
pratica zen. In effetti non è zen ciò che si fa, ma come si fa. A questo punto è
necessario un passo indietro per approfondire alcuni aspetti del buddhismo e
comprendere cosa si intenda per pratica zen.

Il dilemma della condizione umana è nell'essere afflitti da tormenti e
tribolazioni generati da una mente incapace di restare tranquilla. La soluzione
non è nell'attitudine del pensiero, nelle idee, che più spesso sono la causa del
dilemma, e nemmeno in una condizione fisica che ignora il malessere mentale. C'è
bisogno di una pratica che sappia risolvere il conflitto fra la mente e la
realtà, il pensiero e il corpo, l'individuo e l'ambiente, la vita e la morte,
insomma la soluzione di ogni dualismo. Infine ecco l'illuminazione immediata
secondo l'insegnamento dello zen. L'illuminazione è l'esperienza della
percezione dell'identità delle contraddizioni. Il dualismo è soltanto un'idea
della mente, la realtà è l'unità dei fenomeni dell'universo. Chi riconosce il
carattere illusorio del conflitto si emancipa dai ceppi che impediscono alla
mente di vedere il carattere autentico del quotidiano. La mente
dell'illuminazione (bodaishin) è la mente che vive in accordo con la realtà del
sé e delle cose, libera da attaccamenti e condizionamenti. Il metodo per
sviluppare la mente dell'illuminazione è la via di Buddha (butsudo) senza
spirito di profitto (mushotoku). Concretamente ciò si può realizzare in diversi
modi, e infatti sono diverse le tecniche usate dalle scuole zen. La setta Rinzai
adotta lo zen della meditazione sulle parole (kanna zen) attraverso i koan,
paradossi logici, mentre la setta Soto applica lo zen dell'illuminazione
silenziosa (mokusho zen) tramite lo zazen, il restare seduti. Lo zazen è una
pratica enigmatica nella sua semplicità e banalità, la quale consiste nello
stare seduti in quiete senza tensione e senza torpore. Questa semplice
condizione, se guidata dalla consapevolezza del corretto insegnamento buddhista,
porta all'unità inscindibile di corpo e mente (shinjin ichinyo) e alla
liberazione della mente che non si attacca e fissa ai pensieri, ma accetta il
cambiamento del reale. Lo zen è dunque la realizzazione della mente originale,
mentre il resto è vaneggiamento mondano e illusorio.

Caratteristica dello zen è l'importanza attribuita al metodo dell'insegnamento
detto "da cuore a cuore" (ishindenshin) che è simboleggiato dall'illuminazione
di Kashyapa. Il vero insegnamento di Buddha non è una conoscenza concettuale
trasmissibile tramite le parole, piuttosto è l'intuizione del reale aspetto di
tutti i fenomeni e la visione (kensho) dell'autentico sé. Questa intuizione non
può avvenire e nemmeno essere trasmessa attraverso i pensieri, bensì può essere
indotta soltanto con l'apertura della mente alla ricezione e al raggiungimento
dell'illuminazione immediata. D'altronde la stessa definizione di illuminazione
immediata rimanda etimologicamente a qualcosa che non è mediato. Da un punto di
vista filosofico occidentale ciò rappresenterebbe un ostacolo rilevante.
Trasmettere un insegnamento senza l'ausilio del pensiero è inconcepibile.
Tuttavia per il buddhismo zen ogni pensiero è illusorio perché è di parte,
relativo, particolare, finito, insomma non conosce l'assoluto. Meglio allora
liberarsi di questo pensiero restando seduti in silenzio. Drastico ed efficace.
Così è lo zen, austero e severo, irremovibile dalla necessità di estirpare
l'errore dalla mente umana. Così come Bodhidharma che rimase seduto in
meditazione per nove anni rivolto al muro.

Il carattere non speculativo dello zen spiega la sua penetrazione nelle arti
giapponesi. Lo zen è pratica continua e applicazione costante in ogni aspetto
della vita. L'arte ha inteso sommamente questo interesse per la vita svincolata
da condizionamenti e costrizioni, e perciò l'ha esaltato in massimo grado. Non è
nemmeno trascurabile il fatto storico ossia che i maestri dello zen più
importanti siano stati giapponesi come Dogen, Keizan, Ikkyu, Hakuin, Bankei e
Deshimaru. Per questi motivi si può affermare che il tratto caratteristico della
cultura giapponese è tipicamente buddhista e zen, a differenza della Cina
profondamente e orgogliosamente confuciana. Il Giappone è perciò il paese
attualmente più vicino all'insegnamento dello zen.

In conclusione, a che serve allora lo zen? A niente. Lo scopo dello zen è
liberare la vita da scopi artificiosi e innaturali rivelandone il suo autentico
potenziale. Lo zen si presenta sempre come contraddittorio e inafferrabile
perché non accetta appunto qualsiasi genere di manipolazione e
strumentalizzazione. Ogni volta che si tenta di fissare la mente a qualcosa,
immediatamente lo zen lo nega. Se ci si rivolge alla negazione, nega anche
quest'ultima. La verità non è in qualcosa, la verità è in tutto. La mente
offuscata è capace soltanto di discriminare e distinguere, viceversa la mente
illuminata è capace di comprendere e compenetrare. Per questo motivo la mente
dello zen è più vicina alla mente di un bambino che gioca, ed è lontanissima
dalla mente di chi è convinto delle opinioni e tronfio delle certezze. Dogen
affermava che tenendo la mano aperta in un deserto passerà tutta la sabbia
trasportata dal vento, mentre tenendo la mano chiusa si stringeranno pochi
granelli. Lo zen insegna a concepire le opportunità e rifiutare il possesso di
ciò che può divenire un ostacolo per la vita. Un esempio della mente ingannevole
è fornito dall'immagine della scimmia che si agita e tormenta perché non riesce
ad afferrare il riflesso della luna nell'acqua. Quante volte la mente umana si
comporta così, tormentandosi e agitandosi nel tentativo di possedere qualcosa?
Una domanda senza soluzione è sufficiente a gettare nell'angoscia e nelle
tribolazioni. Pur essendo evidente la dannosità di un simile atteggiamento, non
si riesce ad evitarlo. La mente non è addestrata a rifiutare la tentazione delle
cattive abitudini. La pratica dello zen consiste nello sforzo supremo di
imparare a guidare la mente, e non farsi trascinare e controllare dalla mente
ingannata e ingannevole. Si comincia osservando la mente e imparando a
conoscerla. Quando ciò è avvenuto, la mente non è più un avversario che si
scontra con la realtà, ma un compagno di viaggio. Sconcertante, eppure lo zen è
semplicemente questo.





Bibliografia


L. V. Arena, Storia del buddhismo Ch'an, Mondadori, Milano, 1992.

A. Watts, Beat zen e altri saggi, Arcana, Milano 1978.

T. Deshimaru, Autobiografia di un monaco zen, Mondadori, Milano, 1995.

F.T. Guareschi (a cura di), Guida allo zen, De Vecchi Editore, Milano, 1994.

S. Hisamatsu, La pienezza del nulla, Il Melangolo, Genova, 1993.

T. Hoover, La cultura zen, Mondadori, Milano, 1981.

C. Lamparelli, Il libro delle 399 meditazioni zen, Mondadori, Milano,

G. La Rosa, Dizionario delle religioni orientali, Garzanti, Milano, 1993.

C. Martorella, Affinità fra il buddhismo zen e la filosofia di Wittgenstein, in
Quaderni Asiatici, n.61, marzo 2003.

C. Martorella, Il pluralismo del doppio, in LG Argomenti, n.3, anno XXXVIII,
luglio-settembre 2002.

G. Pasqualotto, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente,
Marsilio, Venezia, 1992.

S. Suzuki, Mente zen, mente di principiante, Astrolabio, Roma, 1977.






Articolo pubblicato dalla rivista "Diogene Filofare Oggi". Cfr. Cristiano
Martorella, Filosofare da cuore a cuore, in "Diogene Filosofare Oggi", n.4, anno
2, giugno-agosto 2006, pp,12-13.




[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Ven 1 Feb 2008 8:15 am

amenouzume@...
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Cristiano Martorella
amenouzume@...
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1 Feb 2008
8:11 am
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