Ripropongo il mio articolo sulla cultura e storia giapponese pubblicato dal sito
Nipponico.com.
Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/b/bunkastoria.php
Bunka, la cultura giapponese nella storia
Scontro di civiltà fra dogmatismo e relativismo
di Cristiano Martorella
31 ottobre 2005. Il Giappone viene visto secondo le nostre idee e ciò che ci
aspettiamo. Questa affermazione ovvia, e in un certo senso banale, diviene
dirompente quando applicata alla storiografia e alla concezione che abbiamo
della cultura giapponese. Avere uno schema di riferimento con il quale valutare
i fatti è un aspetto cognitivo necessario che diventa però viziato e fittizio se
questo schema non cambia mai e non è capace di adattarsi alla realtà empirica.
Avere sempre le stesse idee è sintomo di rigidità e fissazione, ossia dogmatismo
ignorante. Inoltre lo schema stereotipato piega la realtà ai suoi scopi
strumentali, nascondendo i fatti storici, insomma falsando la narrazione degli
eventi e diffondendo la menzogna. Ciò non è affatto ovvio, e non può essere
trascurato. Ecco spiegata la motivazione di questo saggio che vuole far
chiarezza sulla questione dell'interpretazione della cultura giapponese e la
ricostruzione storica degli eventi.
In giapponese cultura si dice bunka. La parola è composta da due kanji, bun che
significa frase, in senso allargato anche letteratura, e ka (kasuru nella forma
verbale) che significa cambiamento. Il termine è simile concettualmente all'idea
di civiltà (civilization) elaborata in Occidente, e indicante una cultura come
le vicende di una civiltà narrate da una storia scritta. Questo concetto è però
diverso dalla prospettiva antropologica che qui di seguito vedremo.
Il concetto di cultura e il relativismo
Il concetto antropologico di cultura è necessario per svolgere un discorso serio
sulla società giapponese. Altrimenti sarebbe inficiata ogni analisi scientifica
della questione, così da rendere impossibile uno studio complessivo e ragionato
dei fatti storici.
Secondo Herbert Spencer (1820-1903) la cultura è l'insieme di usanze che abbiano
lo scopo di soddisfare i bisogni, permettano l'adattamento e trasmettano le
esperienze assicurando integrazione sociale e sopravvivenza della specie umana.
Lewis Henry Morgan (1818-1881), autore di Ancient Society (1877), definisce la
cultura come il risultato del grado di organizzazione fra sistemi di parentela,
condizione economica e istituzioni politiche.
Edward Burnett Tylor (1832-1917) fornisce la definizione più esauriente del
concetto di cultura in Primitive Culture (1871). La cultura è tutto quel
complesso che comprende la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il
diritto, il costume e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in
quanto membro di una società.
Secondo Alfred Reginald Radcliffe-Brown (1881-1955) la cultura ha la funzione di
unire i singoli esseri umani in strutture sociali, cioè in sistemi stabili di
gruppi che determinano e regolano le reciproche relazioni fra individui e che
provvedano a creare un adattamento esterno nei confronti dell'ambiente fisico e
un adattamento interno fra i componenti individuali o i gruppi, così da
consentire una vita sociale ordinata.
Bronislaw Malinowski (1884-1942) intende la cultura come un vasto apparato
costituito da tutti i costumi, gli oggetti materiali, le idee, le credenze che
adempiano alle funzioni necessarie per soddisfare i bisogni umani.
Franz Boas (1858-1942) ritiene la cultura un insieme di elementi diversi, fra
loro coordinati, che costituiscono un complesso di tratti linguistici, tecnici,
sociali (idee, valori, istituzioni, riti e culti) organizzati in un'unità
integrata. Il maggiore contributo di Franz Boas fu comunque la critica al
determinismo economico. Egli sostenne che le invenzioni, l'ordine sociale, la
vita intellettuale e sociale possono svilupparsi indipendentemente fra loro.
Possono esserci culture materiali estremamente povere che hanno
un'organizzazione sociale molto complessa, e viceversa particolari tecniche o
tecnologie non implicano sviluppo sociale. Inoltre l'influenza dell'ambiente e
lo sfruttamento delle risorse è imprevedibile perché la cultura tende a imporre
le proprie usanze.
Ulteriore passo in avanti nella concezione antropologica di cultura è compiuto
da Alfred Kroeber (1876-1960) nel volume The Superorganic (1917). Kroeber
definisce la cultura come un fenomeno complesso che possiede prerogative proprie
e si costituisce al di sopra del biologico e dell'organico, così da essere
regolata da leggi indipendenti. Il determinismo culturale di Kroeber fu alla
base dello sviluppo del relativismo culturale, e dell'enunciazione del principio
secondo il quale la storia è un prodotto culturale.
Secondo Ruth Fulton Benedict (1887-1948) gli appartenenti a una determinata
società sono caratterizzati da una cultura specifica indirizzata verso un
modello o configurazione culturale (cultural pattern) coordinata dall'azione
integrativa di uno schema generale predominante tipico della cultura stessa.
Questo schema è indipendente da eredità biologiche o da componenti razziali come
i processi di trasmissione culturale hanno ampiamente dimostrato. In tutto il
mondo le civiltà hanno saputo far propria la cultura di genti d'altri popoli
senza difficoltà.
Melville Herskovits (1895-1963) fu il paladino del relativismo culturale. Egli
sosteneva che esisteva una specificità di ogni cultura. Secondo Herskovits i
molteplici aspetti della cultura (sistemi di produzione, distribuzione dei beni,
forme di organizzazione sociale e politica, valori, religione, tecniche e arti)
sono presenti in ogni gruppo umano, ma assumono presso ogni popolazione
caratteri specifici.
Il relativismo culturale non è una corrente di pensiero, ma la premessa che
rende possibile lo studio antropologico ed etnologico. La necessità e
l'importanza del relativismo culturale, che dal punto di vista storico è
l'antitesi del razzismo e dell'ideologia della "superiorità dell'uomo
bianco"(1), ha una motivazione scientifica. Una cultura può essere studiata
soltanto se si ammette e riconosce l'esistenza e la validità dei valori
all'interno di quel sistema sociale. Il relativismo culturale esige infatti che
ogni elemento del comportamento sociale sia visto in rapporto alla cultura di
cui fa parte, assumendo che ogni elemento corrisponda a un significato e un
valore nel sistema di riferimento. Questa importante conquista scientifica è
stata messa in dubbio dall'ideologia dei sistemi politici occidentali all'inizio
del XXI secolo. Affermando in modo acritico la superiorità della cultura
occidentale, rappresentata dalla supremazia statunitense, i teorici del
conflitto di civiltà hanno sostenuto la pericolosità del relativismo culturale.
Esibendo una ignoranza straordinaria, questi autori hanno occultato una verità
essenziale: il relativismo culturale è uno dei principi fondamentali della
civiltà occidentale e della moderna scienza oggettiva e imparziale libera da
dogmi. Dal punto di vista storico, sono state le idee illuministe della società
borghese europea del XVIII secolo ad affermare l'universalità della ragione e il
relativismo delle culture (Voltaire fu l'alfiere di questa prospettiva).
L'universalismo della scienza e dei valori liberali non soltanto non è in
contraddizione con il relativismo culturale, ma ne è anzi il fondamento.
Dopo questa lunga premessa metodologica ed epistemologica possiamo tornare alla
storia del Giappone. L'analisi del concetto di cultura ci serve adesso per
respingere alcune tesi sul Giappone contemporaneo presentate come studi
innovativi, mentre in realtà contengono notevoli falsificazioni e stereotipi
ingannevoli. Ci riferiamo, in particolare, alle numerose pubblicazioni della
sociologa Sharon Kinsella. Come abbiamo visto in precedenza, la cultura è
qualcosa che costituisce il collante della società, unendo i membri e i gruppi
in un consesso sociale. La cultura unisce gli individui e crea integrazione, ciò
rappresenta il suo tratto costitutivo(2). Invece Sharon Kinsella definisce la
cultura pop giapponese come qualcosa che divide i giovani dagli adulti, ed entra
in collisione con la cultura tradizionale. Kinsella però non spiega mai perché
questa cultura emergente non comporta radicali cambiamenti nella società
giapponese, e non soppianti del tutto la cultura giapponese tradizionale.
L'errore di Sharon Kinsella è costituito dalla contrapposizione tout court di
cultura pop e cultura tradizionale giapponese. In effetti la cultura pop
giapponese assorbe e rielabora tantissimi motivi e tratti della cultura
tradizionale. Purtroppo Sharon Kinsella non può ammetterlo perché il suo schema
presuppone un'antitesi pregiudiziale fra cultura pop e cultura tradizionale,
essendo per lei espressioni ideologiche di due tendenze politiche contrapposte,
ovvero rivoluzionari e conservatori. Questo schema è troppo semplicistico
riducendo e banalizzando ogni analisi della cultura pop giapponese. Si rende
allora necessario uno studio storico davvero obbligatorio per una comprensione
effettiva degli eventi.
Storia del movimento giovanile
La nascita dei movimenti giovanili in Giappone avviene in un contesto
internazionale senza il quale non avrebbero senso e sarebbero svuotati dei loro
significati e valori storici. Si può cominciare a parlare di movimenti giovanili
inquadrando i fenomeni di inizio Novecento, quando la modernizzazione dell'era
Taishou (1912-1926) iniziò a diffondere mode e consuetudini inusuali per la
tradizione giapponese. Per distinguere questi fenomeni da altri processi di
sviluppo storico, ci sono alcuni fattori peculiari da considerare: la diffusione
dei mezzi di comunicazione di massa, la libera espressione di idee e opinioni,
l'urbanizzazione e i cambiamenti nello stile di vita metropolitano. Senza questi
elementi, fra di loro interdipendenti, e la loro analisi dettagliata, non si può
comprendere effettivamente il fenomeno frettolosamente indicato con l'etichetta
di movimento giovanile.
Il momento di formazione di queste condizioni avviene nella cosiddetta
democrazia Taishou, la quale coincide con lo sviluppo della società di massa in
Giappone. La capitale Tokyo fu il modello della moderna urbanizzazione. Nel 1920
le case dotate di illuminazione elettrica erano già 6.424.000, e ciò favorì
anche la diffusione della radio. I trasporti erano capaci di funzionare
efficientemente con un servizio di tram che si sviluppava lungo le arterie più
trafficate. I nuovi quartieri di Asakusa e Kabukichou ospitavano locali per
l'intrattenimento e il divertimento, sale da ballo, cabaret, caffè e cinema, in
grado di importare e seguire le mode provenienti dall'estero. Il cinema arrivò
prestissimo in Giappone. Il Kinetoscopio Edison venne mostrato a Kobe nel 1896,
mentre l'anno successivo fu girato un film a Tokyo, Osaka e Kyoto. Il successo
delle sale cinematografiche è accompagnato dalla nascita delle grandi majors e
compagnie giapponesi, come la Nikkatsu nel 1912, la Shouchiku nel 1920 e la
Touhou nel1935. Nel 1927 si contavano in Giappone ben 1226 sale cinematografiche
con 164 milioni di biglietti venduti nello stesso anno. I giornali e i periodici
conobbero un vero boom di vendite, soprattutto per merito delle nuove tecniche
di stampa, la grafica innovativa, i contenuti avvincenti e la libertà di
espressione allora vigente. Inoltre i giornali furono un importantissimo
strumento politico a favore di movimenti e partiti liberali. I due quotidiani
principali, Asahi Shinbun e Mainichi, avevano tirature giornaliere nettamente
superiori al milione di copie.
In questo clima di cambiamento si inserirono le nuove generazioni che raccolsero
la sfida dei tempi cogliendo anche i vantaggi degli agi offerti dalla modernità.
I simboli della gioventù degli anni Venti del Novecento furono la moga e il
mobo, vocaboli con cui i giapponesi indicavano i giovani alla moda. Moga è
infatti la contrazione di modern girl (modan gaaru nella trascrizione
giapponese), mentre mobo è l'abbreviazione di modern boy. La moga è perciò la
versione nipponica della flapper occidentale, una ragazza che si veste secondo
la moda, parla usando un gergo giovanile e infarcito di vocaboli stranieri, e ha
un comportamento non convenzionale. La moga era indipendente ed emancipata, e
oltre a seguire le tendenze dell'abbigliamento e del divertimento, sosteneva
implicitamente i modi di pensare e le idee democratiche. I movimenti giovanili
dell'era Taishou (1912-1926) approfittarono delle condizioni generali di
benessere e crescita economica, spingendo il processo di modernizzazione e
favorendo la penetrazione di nuove consuetudini. Purtroppo ciò ebbe una
brevissima durata, e si esaurì verso la fine dell'era Taishou, quando nel 1925
fu approvata la repressiva legge per il mantenimento dell'ordine pubblico (Chian
ijihou) e nel 1932 si instaurò un governo militare. Testimonianze delle
aspirazioni di questi movimenti giovanili sono rimaste negli scritti di
narratori come Mushanokouji Saneatsu (1885-1976) e Arishima Takeo (1878-1923).
La repressione esercitata nel periodo di guerra dal 1931 al 1945, dall'incidente
manciuriano (Manshuu jihen, 18 settembre 1931) alla guerra sino-giapponese
(Nitchuu sensou, 1937-1945) e la guerra del Pacifico (Taiheiyou sensou,
1941-1945), fu durissima e colpì tutti. Non mancarono però le reazioni al
militarismo autoritario anche da parte dei giovani in forme diverse. I movimenti
di sinistra potevano fare ben poco essendo stati decimati i membri del Partito
Socialista Giapponese (Nihon Shakaitou) dichiarato illegale nel 1907, e
perseguitati tutti gli intellettuali che mostravano simpatia e interesse per il
marxismo (come nel caso clamoroso di Takigawa Yukitoki dell'Università di
Kyoto). Invece una reazione vi fu da parte dei movimenti religiosi. Nel 1919
Senou Girou fondò il Gruppo Giovanile Nichirenista (Nichirenshugi seinendan) e
nel 1931 la Lega Giovanile Neobuddhista (Shinkou bukkyou seinen doumei).
Questi movimenti giovanili, guidati da Senou Girou (1889-1961), giungeranno
presto alla conclusione della necessità del disarmo, del pacifismo e
dell'internazionalismo. I giovani attivisti buddhisti, pur rifiutando l'uso
della violenza e lo scontro di classe, si opponevano strenuamente alla politica
militarista e autoritaria con gli strumenti della stampa, delle conferenze
pubbliche e del proselitismo. Senza giri di parole, commentando l'ascesa al
potere di Hitler nel 1933, Senou Girou affermò che l'umanità di sarebbe salvata
solo quando il fascismo fosse caduto. I giovani buddhisti durante le loro
assemblee denunciarono esplicitamente l'ideologia xenofoba e i crimini del
nazismo. Ma dichiararono anche la necessità di un cambiamento del capitalismo
considerato un sistema disumano per lo sfruttamento. Senou Girou fu subito
arrestato e condannato a cinque anni di reclusione per le sue idee pacifiste.
Anche altri movimenti di ispirazione buddhista subirono la medesima sorte. Nel
1943 Toda Jousei (1900-1958) fu arrestato insieme al maestro Makiguchi
Tsunesaburou (1871-1944), il filosofo fondatore della Souka Kyouiku Gakkai
(Società educativa per la creazione di valore). Quando verrà rilasciato nel
1945, Toda riprenderà il lavoro svolto con gli studenti spostando l'impegno
educativo a una maggiore attività politica. Sotto l'influenza di questo
movimento nascerà nel 1964 il partito d'ispirazione buddhista Koumeitou.
La situazione dopo il 1947, quando divenne effettiva la nuova costituzione, era
però completamente cambiata. Il Partito Comunista (Kyousantou) era rinato ed
aveva assunto forza e vigore grazie alla situazione internazionale che vedeva
l'Unione Sovietica fronteggiare alla pari gli Stati Uniti. In Giappone
l'antiamericanismo sarà un elemento costitutivo dei movimenti giovanili sia di
estrema destra sia di sinistra, fino a giungere ai nostri tempi praticamente
invariato. Ciò costituisce un motivo per cui è impossibile distinguere ed
etichettare sotto un'unica connotazione i movimenti giovanili giapponesi. La
storia della politica giapponese è caratterizzata da sfumature spesso più
significative dei colori ideologici rosso e nero.
Dopo questa avvertenza possiamo comunque individuare, a scopo esemplificativo,
l'attività dei movimenti giovanili ispirati all'estrema sinistra, comunista o
anarchica, che segnarono violentemente la storia del Giappone dal 1950 al 1968.
Gli scontri fra gli studenti e la polizia, avvenuti in quest'arco di tempo,
avevano motivi storici precisi. Nel 1950 era scoppiata la guerra di Corea, e gli
americani usavano il Giappone per le loro basi militari, i rifornimenti e la
logistica. Il Giappone era diventato, senza alcuna consultazione democratica, un
supporto vitale per la continuazione della guerra condotta dagli americani. Il
malcontento popolare fu forte e si diffuse nella stampa e perfino nel cinema.
Dopo la firma del trattato di sicurezza nippo-americano nel giorno 8 settembre
1951, si ebbero scontri violenti fra studenti e polizia. L'anno successivo,
durante la Festa dei lavoratori (1 maggio 1952), vi fu uno scontro sanguinoso
fra polizia e manifestanti di sinistra, con morti, feriti e danneggiamento delle
strutture americane. Nel 1954 il disprezzo per la politica americana raggiunse
un nuovo apice a causa dell'esperimento atomico di Bikini (1 marzo 1954) che
contaminò un innocuo e ignaro peschereccio giapponese. Le proteste della
popolazione si fecero sentire con violenza. Nello stesso anno veniva
ripristinata un'organizzazione centrale di polizia con capacità repressive e
antisommossa più forti. La presenza militare americana, sempre più disapprovata,
divenne intollerabile quando il 30 gennaio 1957, una contadina giapponese fu
uccisa da un soldato americano. Le agitazioni ripresero con rinnovata forza. La
massima intensità delle rivolte fu raggiunta nel 1960, quando era programmata la
visita in Giappone del Presidente degli Stati Uniti, Dwight David Eisenhower. La
protesta degli studenti, avanguardia dei movimenti di sinistra, insieme al resto
della popolazione, furono talmente forti da far dichiarare alla polizia di non
poter assicurare l'incolumità dell'ospite e costringere a cancellare la visita.
Gli studenti, in diverse occasioni, occuparono le università chiedendo modifiche
sostanziali all'ordinamento politico con una maggiore partecipazione della
popolazione e la realizzazione di una democrazia diretta. A volte le richieste
nascevano dall'esigenza più semplice di contrastare uno sfruttamento esagerato
dei giovani. Ad esempio, nel 1968 gli studenti di medicina dell'Università di
Tokyo si ribellarono perché i laureati erano costretti a lavorare gratis per un
anno al servizio del personale più anziano.
Le organizzazioni studentesche di questo periodo erano molte. La prima ad essere
fondata fu la Kyouto Gakusei Renmei (Federazione degli studenti di Kyoto).
Enorme fu invece la formazione di 300.000 studenti di 145 università che diede
vita allo Zengakuren (Federazione delle associazioni autonome degli studenti).
Lo Zengakuren fu sempre molto combattivo e adottò una piattaforma programmatica
basata sulla lotta all'autoritarismo. Altre organizzazioni furono il
Kakukyoudou, ispirata a ideali comunisti, il Marugakudou e lo Shagakudou. Infine
c'era l'organizzazione giovanile del Partito Comunista, chiamata Minsei (Lega
democratica della gioventù).
Gli scontri e le lotte degli studenti fecero emergere i problemi politici che la
classe dirigente voleva occultare. Particolarmente importanti furono le
manifestazioni di Sasebo, Marita e Okinawa. Emblematico il caso di Sasebo. Nel
gennaio 1968 a Sasebo, nei pressi di Nagasaki, vi fu la costruzione di una base
militare degli Stati Uniti. Il porto ospitò la portaerei nucleare CVN 65
Enterprise. La visita fu ostacolata dagli studenti appoggiati dalla popolazione
locale. I consensi al movimento di lotta antiamericano aumentarono quando si
scoprì che la baia di Sasebo aveva subito un notevole aumento della
radioattività presente nelle acque. Gli studenti misero anche sotto pressione
gli accademici delle università. Per esempio, Hayashi Kentarou dell'Università
di Tokyo fu sottoposto a un pesante interrogatorio pubblico, e altri docenti
della Nihon Daigaku furono costretti ad ammettere la loro negligenza e
corruzione. Tutte le università giapponesi furono coinvolte dalle proteste dei
movimenti giovanili. La contestazione coinvolse la Keiou Daigaku nel 1965 e la
Waseda nel 1966. Le proteste furono purtroppo soffocate nel sangue, e il
movimento studentesco fu bloccato quando nel 1968 aveva raggiunto una violenza
inaudita e spesso incontrollabile. A Tokyo si ebbero due manifestazioni molto
forti, la prima alla stazione di Shinjuku il 22 ottobre, l'altra contro
l'amministrazione della Difesa a Roppongi. Il governo di Satou Eisaku usò mezzi
drastici emanando leggi speciali che legalizzava la polizia ad eseguire
perquisizioni nelle università, rafforzava i poteri dell'amministrazione
scolastica, e fissava il controllo governativo sull'insegnamento e i piani di
studio. Così l'utopia di cambiare la società giapponese sognata dalla sinistra
giovanile subiva una drastica fermata nel 1968, dopo un ventennio di lotte
ininterrotte.
Comunque i movimenti giovanili giapponesi non si ispiravano soltanto
all'ideologia della sinistra. Altre tendenze si rivolgevano a nazionalismo,
trasgressione e sentimentalismo. Altre ancora a una forma di ribellione che
invocava una rottura col passato e tentativi di autonomia. Il cinema e la
letteratura fornirono, e continuano a fornire, un'ottima rappresentazione di
queste tendenze giovanili, ovviamente in un modo contraddittorio e privo di
criteri storici tipici dell'espressione artistica.
A partire dalla metà degli anni Cinquanta, una sorta di pre-nouvelle vague aveva
visto la luce ispirata dalla corrente letteraria cosiddetta del Taiyouzoku
(generazione o tribù del sole), lanciata dallo scrittore Ishihara Shintarou. Era
la risposta giapponese alla moda dei ribelli di Hollywood, tipo Marlon Brando o
James Dean. I nuovi eroi erano fannulloni che sprecavano le proprie energie
facendo follie e guardando il sole in faccia mentre facevano l'amore, e ciò
poteva sconvolgere una società giapponese ancora relativamente tradizionale e
perbenista. La Nikkatsu fu la prima a lanciare questo genere di film del
Taiyouzoku, con la pellicola Taiyou no kisetsu (La stagione del sole, 1956) di
Furukawa Takumi. Decine di film dello stesso genere uscirono nello stesso
periodo. Kurutta kajitsu (Passioni giovanili, 1956) di Nakahira Yasushi fu
recensito positivamente anche da Truffaut. La casa cinematografica Daiei
produsse lo scandaloso Shokei no heya (Camera di tortura, 1956) di Ichikawa Kon,
interpretato da Wakao Ayako. Anche Kinoshita Keisuke partecipò alla moda della
gioventù delinquente con Taiyou to bara (Il sole e la rosa, 1956). In tutti i
casi, questa moda diede vita a una serie di film in cui affioravano i desideri
fisici di una gioventù senza punti di riferimento che voleva dimenticarsi i
tempi cupi del dopoguerra. Il movimento giovanile del Taiyouzoku sembrava essere
per sua intrinseca natura estremamente effimero. Ooshima Nagisa girò nel 1960 un
film intitolato Taiyou no hakaba (Il cimitero del sole, 1960), nella sordida
ambientazione di un quartiere degradato di Osaka, che indicava la fine del
movimento. Il successivo film di Ooshima Nagisa fu ancora più controverso. Nihon
no yoru to kiri (Notte e nebbia del Giappone) era un film apertamente politico,
incentrato sul contestato rinnovo del trattato di sicurezza nippo-americano e
critico anche nei confronti del Partito Comunista Giapponese. La provocazione
non fu consentita, e dopo quattro giorni il film fu ritirato dalle sale dalla
stessa Shouchiku.
Gli eventi degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta mostrarono chiaramente il
rapporto problematico con gli Stati Uniti. Da una parte la cultura giapponese,
in particolare giovanile, assorbiva le mode americane (vestiti, pettinature,
musica e cinema), dall'altra parte lo stesso interesse per la cultura
occidentale alimentava l'antiamericanismo. Infatti i movimenti giovanili
americani erano hipster e beat, ossia i più duri contestatori dello american
style of life. I giapponesi accolsero così tutte le forme di antiamericanismo
nate in Occidente, e le assimilarono all'antiamericanismo della cultura
tradizionale molto critica nei confronti degli eccessi della modernità. Questo
periodo di contestazione si conclude negli anni Settanta grazie a una
controriforma delle istituzioni politiche che furono capaci di paralizzare
qualsiasi organizzazione del dissenso. Negli anni Ottanta fece la sua comparsa
la cultura otaku (otaku no bunka) accompagnata da una serie di fenomeni
difficilmente interpretabili (moratoriamu ningen, hikikomori, enjo kousai,
rorikon). La cultura otaku divenne un oggetto di studio per sociologi e
antropologi, e più spesso occasione per speculazioni prive di fondamento
scientifico. Comunque l'idea che si fornì del movimento otaku fu quella di una
forma di contestazione non ideologica (cioè non ispirata a movimenti politici di
sinistra o di destra) e una rottura con lo stile di vita convenzionale. Molti
giovani sembravano riconoscersi nel modo di vita disordinato e caotico degli
otaku, con scopi differenti dalle altre generazioni. Anche se non formavano un
movimento compatto e omogeneo, i giovani giapponesi assomigliavano sempre più
agli otaku. Posto di lavoro precario, disinteresse per il matrimonio e la
famiglia, disinibizione e sperimentazione di nuove pratiche sessuali, scopi di
vita apparentemente futili ed effimeri. La letteratura dava forma e
rappresentazione a questa gioventù grazie ai romanzi di autori e autrici come
Murakami Ryuu, Yamada Eimi, Ogawa Youko, Matsuura Rieko, Yu Miri e Kanehara
Hitomi. Così la cultura otaku, e il movimento giovanile, entrava a far parte
perfino di un mondo accademico che non aveva mai ricercato. Dunque in nessun
modo si può dire che la cultura giovanile giapponese sia antitetica alla cultura
giapponese tout court. Essa fa pienamente parte della storia del Giappone,
nonostante le contraddizioni e le traversie. Ciò costituisce la complessità
empirica della cultura giapponese che non è un continuum lineare, piuttosto un
insieme di variabili mutevoli in stretta relazione. Si tratta comunque di
relazioni che formano un corpo diversificato ma unitario, un insieme ben
definito e identificabile.
Studiare la storia giapponese significa avere un'idea chiara e completa della
cultura del paese senza separare la cultura tradizionale dalla cultura
emergente. Al contrario bisogna possedere un quadro specifico della società
giapponese senza semplificazioni limitative e parziali. La cultura, è necessario
ricordarlo sempre, è un complesso articolato, e ciò vale sia per la cultura
giapponese sia per la cultura di altri paesi. Per questi motivi cogenti è
insostenibile la tesi dello scontro di civiltà che vede le culture come entità
monolitiche in conflitto fra loro. Capacità di assimilazione e cambiamento sono
invece le caratteristiche delle culture. Ecco la lezione della storia e cultura
giapponese.
Note
1. Il pensiero di Franz Boas fu perseguitato dai nazisti. I suoi libri, come The
Mind of Primitive Man (1911), furono bruciati nei roghi allestiti dai fanatici
sostenitori del partito nazional-socialista tedesco.
2. Recentemente si è anche abusato degli studi dell'arabo Edward Said per
rigettare frettolosamente la storiografia sulla civiltà giapponese, in modo da
evitare qualsiasi confronto con i nipponisti e invalidare la ricerca
scientifica. Si è cercato di sostenere che ogni studio sulla società giapponese
fosse una semplice rappresentazione letteraria, e soprattutto si è contestata
l'unità culturale nipponica frantumandola in decine di subculture ancora più
astratte della cultura originaria. Se visto sotto un certo punto, ciò risulta
molto buffo. Edward Said cita la Cina e il Giappone per far notare la confusione
che avviene in orientalistica utilizzando le stesse idee per civiltà
estremamente differenti, mentre i suoi incauti imitatori compiono lo stesso
errore applicando gli stessi concetti a realtà diverse. Edward Said aveva
ampiamente messo in evidenza queste differenze e la specificità del Giappone in
un suo articolo. Cfr. Said, Edward. Un arabo a Tokyo, in AA.VV. 1996. Sol
levante. Internazionale, Roma, pp.69-72. L'articolo era apparso inizialmente sul
quotidiano "Al-Hayat" del 10 luglio 1995.
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