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Burujoa, la borghesia giapponese   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #154 di 557 |
Burujoa, la borghesia giapponese

Ripropongo il mio articolo su economia e borghesia pubblicato dal sito
Nipponico.com. L'articolo mette in evidenza l'arbitrio di alcune interpretazioni
storiografiche e i molti equivoci intorno agli studi della storia giapponese.



Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/b/burujoa.php






Burujoa, la borghesia giapponese
Storiografia, ideologia e interpretazione
di Cristiano Martorella

24 luglio 2005. La parola giapponese burujoa è un gairaigo (termine d'origine
straniera) derivata dal francese bourgeios e introdotto attraverso la saggistica
socialista all'inizio del Novecento(1). Nella storiografia occidentale la
borghesia giapponese è stata vittima di fraintendimenti e dissimulazioni che
ancora oggi fanno sentire il loro peso. Addirittura la classe media
(chuusankaikyuu) sembra sparita dai libri di storia per dare spazio a valorosi,
quanto mai mitici, samurai. Per ripulire la narrazione degli eventi dalle
mistificazioni che affliggono la storiografia, bisogna comprendere innanzitutto
il pregiudizio ideologico che vizia ogni considerazione. L'idea di fondo è che
il Giappone potesse imitare l'Occidente, pur senza possederne le strutture
sociali, soltanto se ciò fosse stato imposto dai politici dall'alto. Insomma,
questo è il teorema dello sviluppo dall'alto propugnato dalle classi politiche
che ignora completamente la borghesia giapponese e la sua storia. Questo teorema
risulta estremamente fuorviante quando applicato alla storia dell'economia del
Giappone. Economia che non è nata dalla mente dei politici, come vorrebbero far
credere alcuni manuali scolastici, ma è il risultato dell'opera di milioni di
lavoratori, del loro ingegno e del loro spirito imprenditoriale. Al contrario,
dal 1925 al 1945, la classe dirigente ha ritardato lo sviluppo dell'economia del
Giappone concentrando le risorse sull'industria pesante e militare, cercando di
ottenere le fonti di approvvigionamento attraverso le conquiste coloniali al
posto del commercio, trascinando il paese in guerre impossibili da vincere. Dal
1993 al 2001 è stata la classe dirigente che ha preso provvedimenti tali da
inasprire la crisi economica, aumentando il debito pubblico e peggiorando i
debiti delle banche, oltre a rendersi protagonista di scandali per corruzione.
Attribuire meriti a politici capaci di ogni ignominia richiede uno sforzo di
immaginazione davvero disumano. Eppure la storiografia ufficiale abbonda di
simili voli della fantasia. Il caso più famoso e significativo è rappresentato
da Franco Mazzei, autorevole storico e docente dell'Università di Napoli. Nel
XII volume de La storia(2) edito dal quotidiano "La Repubblica", egli ripresenta
la consueta teoria dello sviluppo dall'alto attraverso il confucianesimo
aristocratico, rigettando l'importanza del ruolo svolto dalla borghesia
mercantile (chounin). Franco Mazzei nega il ruolo predominante della borghesia
commerciale nello sviluppo capitalistico, insistendo sulla funzione dirigistica
del governo Meiji, considerato il vero ispiratore della rivoluzione borghese e
principale artefice del decollo dell'economia del Giappone nel XIX secolo(3).
In effetti manca da parte di Franco Mazzei la discussione delle differenti
teorie, propendendo a favore della tesi dello sviluppo dall'alto soltanto in
base a una preferenza personale. La quantità degli studi contro la teoria dello
sviluppo giapponese diretto dall'alto è però enorme, e mina la credibilità di
molti storici tuttora ancorati a vetuste narrazioni e interpretazioni fittizie.
Sicuramente il più fiero oppositore alla concezione della rivoluzione borghese
guidata dal governo è stato Claudio Zanier, autore di un volume fondamentale(4)
che mostra e smonta gli errori dei colleghi. Eppure il suo lavoro, come tanti
altri, è stato occultato e dimenticato perché troppo scomodo.
Claudio Zanier ricorda le importanti riforme politiche ed economiche avvenute
durante il periodo Edo (1600-1867) che furono una efficiente opera di
razionalizzazione(5). I governi Tokugawa, molto prima della riforma Meiji,
avviarono un processo che permise la formazione di una struttura sociale
borghese e del capitalismo mercantilista. Le riforme fondamentali dell'epoca Edo
furono la formazione di un catasto nazionale, la riforma fiscale e il disarmo
dei contadini. Inoltre si attuarono le condizioni per far prosperare l'economia
di mercato attraverso due secoli di pace continua e il commercio. Questo
processo si sviluppò spontaneamente perché non era affatto intenzione dei
governanti Tokugawa di favorire la borghesia e gettare le basi per la nascita
del capitalismo, forma economica completamente ignota ed estranea alla mentalità
degli shougun. Eppure fu proprio in queste condizioni che la borghesia
giapponese trovò l'ambiente adatto allo sviluppo. Ciò che si verificò, per molti
versi, era in contrasto con le intenzioni dei Tokugawa. Essi si adoperarono per
la netta divisione in quattro classi (shimin) costituite da guerrieri,
contadini, artigiani e commercianti (shi, nou, kou, shou). Tuttavia l'epoca Edo
conobbe una notevole mobilità sociale, e la crescente importanza e influenza dei
chounin (commercianti) convinse molti samurai a cambiare classe, scegliendo la
vita del mondo degli affari. Caso emblematico fu Mitsui Takatoshi (1622-1694),
fondatore dei negozi Mitsui, famoso per essere stato tra i primi a rinunciare al
rango di samurai per diventare commerciante. Sicuramente rappresentò l'evento
più importante, ma non era un caso isolato, al contrario era abbastanza
frequente.
Questa mobilità sociale insieme al dinamismo dei commercianti che costituirono
un'autentica cultura (Genroku bunka) alimentata da attori di teatro, musicisti,
poeti e scrittori, fornisce la negazione assoluta dell'idea dello sviluppo
dall'alto. Soprattutto è l'affermazione del valore e del ruolo della borghesia
mercantile giapponese, divenuta poi borghesia imprenditoriale nel XIX secolo.
L'economia del Giappone dell'epoca Edo (1600-1867) attuò l'accumulazione di
capitali e risorse necessari al decollo (take off) dello sviluppo nei secoli
successivi. Ovviamente furono i commercianti ad essere protagonisti in questa
fase. Piuttosto fu nell'era Meiji (1868-1912) che si evidenziarono le debolezze
dell'economia del Giappone causate da una cronica mancanza di capitali. Questo
problema del capitalismo senza capitale, era provocato anche dall'indebolimento
della borghesia a favore dell'esercito, autentico antagonista e avversario del
capitalismo, sostenitore e difensore della concezione rurale della società. La
produzione fu concentrata a fini militari, e il commercio limitato escludendo i
manufatti inutilizzabili per il conflitto. L'indebolimento della borghesia
favorì l'accentramento di potere e la formazione di cricche economiche che
impedirono il libero mercato e la concorrenza. Le guerre nascosero la
distorsione dell'economia del Giappone, favorendo nello stesso tempo i discorsi
di chi sosteneva l'unità nazionale per il conseguimento degli obiettivi
militari. Da questa anomalia il Giappone uscì grazie a una radicale sconfitta
che eliminò l'esercito e le sue pretese di controllo sulla società. Nelle
condizioni di equilibrio e libero commercio del dopoguerra, la borghesia
giapponese ebbe la possibilità di incentivare una sana attività imprenditoriale,
contribuendo alla straordinaria crescita del Giappone, economia ormai liberata
dai ceppi dell'isolamento e delle costrizioni militariste.
Questa lettura fa emergere quanto sia pericoloso sostenere l'idea di uno
sviluppo guidato dall'alto dalla classe dirigente politica che è stata, in
realtà, l'artefice delle distorsioni e disgrazie del Giappone. Mentre l'artefice
della crescita economica, la classe media (chuusankaikyuu) o borghesia media,
viene ignorata dalla storiografia.
Un'interpretazione altrettanto fittizia è quella di Vittorio Volpi(6) che
sostiene l'esistenza di una crisi di identità del Giappone. Però a quale
identità si riferisce Vittorio Volpi? Al Giappone dei samurai e delle geisha?
Questa interpretazione del Giappone tradizionale non tiene presente
dell'esistenza di una classe borghese fin dall'epoca Edo, ignorando
completamente la storia. Credere che la cultura giapponese sia soltanto una
cultura aristocratica è un errore madornale. Incredibile è che ancora in tanti
continuino a sostenerlo.

Note

1. La traduzione del Manifesto Comunista (Kyousantou sengen) apparve nel 1904,
ad opera di Sakai Toshihiko e Koutoku Shuusui. La parola francese bourgeois
deriva a sua volta da bourg (borgo), così come la parola giapponese chounin
(commerciante) da chou (quartiere).
2. Cfr. Franco Mazzei. Le riforme Meiji in Giappone, in La storia, vol. XII,
par. XII, La Biblioteca di Repubblica, UTET, Torino e De Agostini Editore,
Novara, 2004, pp. 509-541.
3. Ibidem, pp. 540-541.
4. Cfr. Claudio Zanier. 1975. Accumulazione e sviluppo economico in Giappone.
Einaudi, Torino.
5. Ibidem, p. 55.
6. Cfr. Vittorio Volpi. 2002. Giappone. L'identità perduta. Sperling & Kupfer,
Milano.

Bibliografia

Ike, Nobutaka. The Development of Capitalism in Japan, in "Pacific Affairs",
vol. XXII, 1949.
Martorella, Cristiano. 2002. Il concetto giapponese di economia: le implicazioni
sociologiche e metodologiche. Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone.
Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia.
Miyamoto, Mataji. The Merchants of Osaka, in "Osaka Economic Papers", vol. VII,
n. 1, 1958.
Molteni, Corrado. 2004. Debito pubblico e politiche economiche, in Il Giappone
che cambia. Atti del XXVII convegno di studi sul Giappone. Cartotecnica
Veneziana Editrice, Venezia.
Smith, Thomas. 1959. The Agrarian Origins of Modern Japan. Stanford University
Press, Stanford.
Smith, Thomas. 1955. Political Change and Industrial Development in Japan.
Stanford University Press, Stanford.
Takahashi, Masao. 1967. Modern Japanese Economy since the Meiji Restoration.
KBS, Tokyo.
Takekoshi, Yosaburou. 1930. The Economic Aspects of the History of the
Civilization of Japan. Allen and Unwin, London.
Volpi, Vittorio. 2002. Giappone. L'identità perduta. Sperling & Kupfer, Milano.
Zanier, Claudio. 1975. Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Einaudi,
Torino.






[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Mer 16 Apr 2008 6:19 am

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