Chounin, commercio e cultura
Ripropongo il mio articolo su economia e commercianti pubblicato dal sito
Nipponico.com.
Articolo tratto da www.nipponico.com
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Chounin, commercio e cultura
L'importanza dei commercianti nella cultura ed economia giapponese
di Cristiano Martorella
20 luglio 2003. Il ruolo svolto dai commercianti (chounin) nel Giappone
premoderno e moderno ha avuto la giusta attenzione da parte della saggistica.
Purtroppo l'immagine comune e superficiale che si ha del Giappone è fossilizzata
sulla rappresentazione del guerriero samurai, offuscando gli altri protagonisti
della storia. Si può però rimediare facilmente a tale falsa impressione
ricordando quanto è stato evidenziato dagli studiosi più avveduti.
Sono due i punti da rimarcare per una corretta conoscenza della storia economica
giapponese: 1) la dinamica e mobilità sociale fra le classi; 2) il processo di
sviluppo capitalistico avvenuto dal basso in modo spontaneo.
La mobilità sociale del Giappone premoderno è stata così elevata quanto
dimenticata. Eppure fu questo fenomeno che causò le trasformazioni della
struttura economica e sociale del paese. Questa trasformazione avvenne in modo
incontrollabile da parte del potere politico shogunale che non seppe adeguarsi e
si ritrovò ad assistere all'ascesa della borghesia mercantile (chounin). Gli
shougun dell'era Tokugawa ebbero un atteggiamento ambivalente nei confronti
della borghesia. A livello ideologico la condannarono sostenendo la validità dei
princìpi neoconfuciani e rilanciando le scuole di pensiero conservatrici
(Sushigaku, Shouheikou, etc.). Anche ciò produsse però l'effetto contrario
perché il neoconfucianesimo giapponese favorì la razionalizzazione negli studi
che furono poi alla base della rangaku (scienza occidentale). A livello pratico
i Tokugawa gettarono le fondamenta dello sviluppo urbano tanto da creare a Edo,
poi Tokyo, il modello metropolitano. Bisogna comunque sottolineare che senza
l'unificazione politica del Giappone operata dai Tokugawa, non sarebbe stato
possibile lo sviluppo capitalistico e il superamento del modello rurale. Lo
storico Yamamura Kouzou(1) ha chiarito con dovizia e precisione come lo sviluppo
economico del Giappone dell'epoca Meiji (1868-1912) fu un processo spontaneo
nato dal basso per merito della borghesia prosperata nel periodo Edo
(1600-1867). Risulta così falsa la tesi che sostiene la modernizzazione
dell'economia giapponese condotta dall'alto dalle autorità governative, o
peggio, indotta dalla penetrazione degli occidentali. Già Edwin Reischauer(2)
aveva notato come il feudalesimo giapponese avesse caratteristiche molto simili
a quello europeo, e sappiamo quanto questo genere di organizzazione sociale, che
favoriva la formazione di centri urbani, fosse importante per creare le
condizioni per l'avvio del capitalismo mercantile. Perciò lo sviluppo
capitalistico giapponese fu assolutamente autoctono e non indotto dall'esterno.
Sorprende che ancora oggi vi sia qualcuno che sostenga la tesi dell'introduzione
dall'esterno del modello capitalistico negando di fatto che i giapponesi siano
gli artefici della propria storia. Si tratta comunque di una tesi con forti
influenze ideologiche che presuppone il primato del sistema occidentale nella
sua unicità. Così non è, ed è bene ribadirlo.
Altra caratteristica importante della storia nipponica fu la forte mobilità
sociale dal XVI secolo in poi, ovvero il passaggio a classi diverse dal proprio
lignaggio e la commistione dei diversi strati sociali che provocava
trasformazione, progresso ed evoluzione culturale ed economica. Risulta infatti
chiaro e ben evidente che l'immobilità sociale sia antitetica a un sistema
capitalistico basato sul libero mercato. Il grande rimescolamento sociale del
XVI secolo fece coniare agli storici giapponesi l'espressione ge koku jou (il
basso vince l'alto), un'espressione molto efficace ricordata anche
dall'orientalista Thomas Cleary. La mescolanza fra le classi avvenne secondo due
direzioni. Prima della separazione di contadini e guerrieri operata da Toyotomi
Hideyoshi nel 1588 e chiamata heinou bunri, c'era una commistione fra samurai di
campagna (goushi) e contadini armati. Un fenomeno ricordato da Kurosawa Akira
nel film I sette samurai (Shichinin no samurai, 1954) col personaggio di
Kikuchiyou interpretato da Mifune Toshirou. Aspetto ironico della faccenda è che
la divisione fu operata da Toyotomi Hideyoshi, uomo di umili origini contadine
che era asceso al potere per meriti militari acquisendo il titolo di daijou
daijin (ministro), e la nobiltà tramite il sistema dell'adozione (youshi).
L'altro movimento molto più ampio fu quello che avvenne dopo l'organizzazione
del XVII secolo con la separazione in quattro classi (shinoukoushou). Gli uomini
di città, ossia i mercanti e la borghesia, furono chiamati chounin. Il potere
shogunale cercò di mantenere forzatamente la separazione fra le classi così da
garantire il governo della popolazione che non poteva formare un fronte compatto
e ribellarsi. Il declino dei Tokugawa fu provocato dall'impossibilità di
mantenere questa immobilità sociale. Infatti i samurai si mischiarono ai chounin
godendo dei vantaggi della vita urbana e molti di essi cambiarono classe
divenendo chounin. I samurai che non cambiarono classe ebbero comunque forti
contatti con i borghesi, e come i rounin, samurai senza padrone, vivevano in
mezzo a loro. I lavori svolti dai rounin per sopravvivere, come l'insegnamento
delle lettere e delle arti, provocarono una diffusione molto vasta della cultura
non più riservata a una sola classe. Gli stessi chounin si recavano a teatro per
assistere alle storie che vedevano come protagonisti i samurai. Lo spostamento
dell'impiego dell'arte dall'aristocrazia alla borghesia è un fenomeno avvenuto
anche in Europa nel XIX secolo dopo le trasformazioni sociali avviate dalla
rivoluzione francese. In Giappone ciò accadde molto prima, nel XVII secolo del
periodo Edo. A ciò si aggiungeva, ed è l'aspetto più importante, la formazione
di un tessuto urbano altamente produttivo e con caratteristiche borghesi
nettamente marcate. Ciò significa che l'economia dell'epoca si fondava sulla
produzione di beni con elevato valore aggiunto, un tratto caratteristico delle
società capitalistiche. Tuttavia restava ancora arretrato il sistema monetario,
in parte basato sul riso e su diseguali monete d'oro, argento, rame e ferro con
cambi vari e disomogenei. Perciò dobbiamo attendere il periodo Meiji per vedere
uno sviluppo completo del capitalismo. Comunque la coincidenza nel tessuto
urbano del sistema produttivo (economia) e del mondo dell'arte (cultura) nel
Giappone del periodo Edo è un aspetto estremamente significativo. Soprattutto
indica la forza del rapporto cultura/economia nella storia giapponese. Passiamo
a ricordare quanto la cultura della borghesia (chounin bunka) fosse dominante
nonostante l'avversione dell'ideologia delle autorità governative. La cultura
Genroku (1688-1704) fu rappresentata dalla letteratura del Kamigata e dai nomi
di Ihara Saikaku, Matsuo Bashou e Chikamatsu Monzaemon. Nato da una famiglia di
commercianti di Osaka, Ihara Saikaku divenne celebre per le sue opere di
eccezionale realismo. Nella serie di racconti intitolati Nippon eitaigura (Il
magazzino eterno del Giappone, 1688), egli narra le vicende di persone
arricchite o impoverite. Ihara Saikaku ammette in modo spudorato e sincero
l'attitudine dei chounin con la seguente frase: Yo ni zeni hodo omoshiroki mono
wa nashi (In questo mondo non c'è niente di più interessante dei soldi).
L'aspetto che stiamo sottolineando è la coincidenza di cultura ed economia che
traevano la propria forza dallo stesso tessuto sociale. Si pensi a Ejima Kiseki
(1667-1736), un mercante che divenne scrittore, oppure un intellettuale
poliedrico come Hiraga Gennai (1728-1779) che fu rounin, ceramista, botanico,
inventore e scrittore. Costoro, con le dovute differenze di estrazione sociale,
vivevano però nello stesso mondo e condividevano la stessa vita urbana
dell'epoca. La drammaturgia e la narrativa erano finanziati dai ricchi chounin.
Come nel caso di Ejima Kiseki, gli editori (per questo scrittore fu
Hachimonjiya) erano enormi librerie che sovvenzionavano gli autori. Il sistema
produttivo prosperava grazie alla creatività dei cittadini borghesi e
l'espansione capitalistica era avviata da tale spirale virtuosa in cui chi
produceva era anche consumatore (ciò è completamente diverso dal sistema rurale
dove l'aristocrazia era parassitaria). La nascita dell'economia giapponese
avvenne dal basso e in modo spontaneo. Così fu per la cultura, tanto che si può
dire che la cultura pop giapponese più diffusa fu quella dell'epoca Edo, se
vogliamo usare una terminologia attuale e di moda. E' bene ricordare che questa
idea della nascita della cultura pop nell'epoca Edo è stata proposta
dall'architetto Ueda Atsushi. L'autorevole storico Yamamura Kouzou, spiega in
modo molto chiaro il concetto della nascita dal basso dell'economia e cultura
giapponese.
"E' fuori dubbio che il Giappone sia un paese moderno e che faccia parte
dell'Asia: la conclusione evidente è che esso dovette modernizzarsi secondo
proprie modalità. Un kimono in fibra sintetica richiama alla mente tanto
l'abbigliamento di un samurai quanto l'architettura di un impianto chimico
gigantesco e molto complesso: non è per questo necessario chiamarlo un tailleur,
né definire magia occidentale un processo chimico. Al pari di un kimono di
rayon, l'economia giapponese è un prodotto dell'industrializzazione, ma la
modernizzazione che l'ha accompagnata non ha occidentalizzato il paese sino al
punto da cancellare completamente il retaggio peculiare della sua storia e della
sua cultura. Se questo è il motivo principale del fascino che la storia
economica del Giappone esercita su di noi, va aggiunto che la capacità di
divenire moderno senza perdere il senso della propria eredità nazionale è in fin
dei conti il segreto del successo industriale dell'arcipelago."(3)
Nonostante sia evidente a tutti, il pregiudizio che i giapponesi abbiano copiato
dagli occidentali, sia le strutture sociali sia le tecniche, è difficile da
estirpare. Ammettere che il modello occidentale di civiltà non è l'unico e il
migliore è ancora troppo difficile o addirittura un tabù(4). Così si impedisce
la comprensione della storia economica.
Note
1. Cfr. Yamamura, Kouzou. 1980. L'industrializzazione del Giappone. Impresa,
proprietà, gestione. Storia Economica Cambridge. Vol. VII. Giulio Einaudi,
Torino.
2. Cfr. Reischauer, Edwin. 1994. Storia del Giappone dalle origini ai giorni
nostri. Bompiani, Milano, p. 44.
3. Yamamura, Kouzou. 1980. L'industrializzazione del Giappone. Impresa,
proprietà, gestione. Storia Economica Cambridge. Vol. VII. Giulio Einaudi,
Torino, p. 321.
4. In proposito ha ricevuto apprezzamento da parte degli economisti la denuncia
di questo tabù da abbattere presente in Martorella, Cristiano. Il concetto
giapponese di economia. XXV Convegno di studi sul Giappone, Venezia, 6 ottobre
2001.
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