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Kisei kanwa, la deregulatione   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #156 di 557 |
Ripropongo il mio articolo su economia e riforme pubblicato dal sito
Nipponico.com.

Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/k/kiseikanwa.php


Kisei kanwa, la deregulation
Liberismo e libero mercato nell'economia giapponese
di Cristiano Martorella

20 dicembre 2002. Deregulation si dice in giapponese kisei kanwa. Un altro modo
per dire deregulation è kisei teppai. C'è una leggera differenza fra le due
espressioni. Kisei significa regolamentazione. Kanwa è un'attenuazione, mentre
teppai è un'abolizione. Dunque i giapponesi preferiscono tradurre deregulation
con kisei kanwa che ha il senso di una diminuzione delle regole, così come nel
significato originale del termine deregulation (deregolamentazione).
Prima di trattare l'argomento in questione è necessaria una premessa. La società
e l'economia giapponese hanno una propria specificità che si è realizzata
attraverso il particolare sviluppo storico e culturale del paese. Tuttavia
questa specificità non impedisce di inquadrare il Giappone in un contesto
internazionale secondo le tematiche universali della politica e della
sociologia. D'altronde il contrasto fra particolarità e universalità è un
problema filosofico ancora dibattuto. Eppure nessuno studioso serio metterebbe
in dubbio l'efficacia del metodo comparativo. La comparazione è uno strumento
storiografico che serve a cogliere corrispondenze e differenze specifiche(1). Fu
lo storico Noro Eitarou (1900-1934), autore di Nihon shihonshugi hattatsushi
(Storia dello sviluppo del capitalismo giapponese) che dimostrò l'utilità del
taglio comparativo capace di trattare i fenomeni giapponesi facendo uso di un
linguaggio universale. E non possiamo dimenticare che il più autorevole
sociologo, Max Weber (1864-1920), fu un tenace sostenitore nonché teorico e
utilizzatore del metodo comparativo. Secondo Weber la spiegazione causale dei
fenomeni culturali concerne la relazione individuale fra fenomeni storici e non
la sussunzione di questi dentro un sistema di leggi generali, come avviene
invece per le scienze naturali. Così si salva il carattere oggettivo e
scientifico dell'indagine senza precludere la possibilità di stabilire relazione
esplicative tra i fenomeni storici. Dunque non c'è motivo di dubitare della
validità del metodo storico comparativo.
Il liberismo è la teoria economica che sostiene il vantaggio personale come
unico e autentico stimolo per l'uomo ad operare in economia. Pertanto il sistema
economico più consono sarebbe la libertà d'impresa o libera iniziativa. A
livello macroeconomico il liberismo si esprime eliminando il protezionismo, le
barriere doganali, i vincoli amministrativi, gli ostacoli tariffari, e favorendo
viceversa il libero mercato. Inoltre sostiene la lotta contro i monopoli in
favore della libera concorrenza.
Al liberismo possono essere associati i nomi di importanti economisti: Adam
Smith, David Ricardo, William Jevons, Carl Menger, Vilfredo Pareto, Friedrich
August Hayek, Milton Friedman e Maurice Allais.
Negli anni '80 del XX secolo la dottrina liberista ebbe due eccezionali
interpreti nel presidente statunitense Ronald Reagan e nel premier britannico
Margaret Thatcher. Essi operarono su vasta scala e in modo intensivo proclamando
la fiducia nel libero mercato. Margaret Thatcher smantellò lo stato
assistenzialista (welfare state) che era causa di un forte indebitamento
pubblico. La politica economica di Reagan chiamata "reaganomics" era fondata
sulla diminuzione della pressione fiscale sulle imprese per favorire gli
investimenti dei privati.
La deregulation (deregolamentazione) è una politica mirante alla trasformazione
delle regole alle quali debbono sottostare le imprese in modo da renderle più
libere di agire e rinforzare così la loro concorrenzialità. La deregulation
fornisce anche la possibilità alle imprese private di entrare in settori
precedentemente controllati dallo stato (per esempio i trasporti, le
telecomunicazioni, i servizi pubblici).
Il premier Koizumi Jun'ichirou, eletto nel 2001, fu il primo politico giapponese
a includere nel suo programma riforme liberiste che includevano una deregulation
del mercato del lavoro. Ciò sollevò le preoccupazioni di un ampio strato della
popolazione ormai abituata al posto fisso. Gli economisti giapponesi si
pronunciarono senza riserve sulla questione della deregulation. Secondo Oomae
Ken'ichi il Giappone ha un debito pubblico insostenibile. Per superare questa
impasse sarebbe necessario un batan (colpo). Bisognerebbe eliminare le banche e
gli istituti finanziari in condizioni disastrate e accettare un elevato tasso di
disoccupazione.

"Inoltre il governo giapponese dovrebbe ammettere la necessità di entrare
in un lungo tunnel. Deregolamentando l'economia e lasciandosi catapultare nel
tunnel, il Giappone potrebbe dare impulso alla produzione di nuova ricchezza.
[...] Perché il piano funzioni bisogna che il governo accetti l'idea di un
aumento della disoccupazione fino a un tasso del 7-8% (forse anche con punte di
oltre il 10%), che crea mobilità nel mercato del lavoro. [...] In tutta onestà,
la nostra famosa rete di sicurezza per i dipendenti garantisce troppa sicurezza,
al punto che nessuno si muove."(2)

Questa posizione a favore della deregulation ha trovato numerosi oppositori in
Giappone, in particolare gli economisti Tachibanaki Toshiaki e Itou Makoto che
hanno indicato nella svolta liberista giapponese la causa delle crescenti
disuguaglianze economiche e del disagio sociale.

"In ogni modo, attraverso questo processo di riforma economica e di
ristrutturazione politica che ha l'obiettivo di creare un mercato sempre più
competitivo all'interno di un sistema neoliberista, la società giapponese sta
rafforzando la sua natura capitalistica di paese dipendente dalla grande
impresa: una nazione che, per realizzare questi obiettivi, tende a opprimere le
masse di lavoratori, combinando un mercato del lavoro sempre più competitivo a
un sindacato sempre più debole. E se è vero che nei periodi di grande crescita
il Giappone ha mostrato una tendenza verso un sistema di eguaglianza sociale
economica, è anche vero che la tendenza si è invertita spostandosi verso un
modello sempre più sperequato a vantaggio della popolazione ricca, della grande
impresa, delle grandi banche più importanti e delle altre istituzioni
finanziarie. In una ricerca statistica del 1998 Tachibanaki rivelava che
l'indice di disuguaglianza nella distribuzione del reddito in Giappone era
cresciuto rapidamente tra gli anni '80 e '90, e aveva superato sorprendentemente
quello degli Stati Uniti. Questa trasformazione sociale del Giappone verso una
crescita delle disuguaglianze sarà controproducente per la ripresa economica,
anche se può essere considerato il risultato paradossale della riuscita
ristrutturazione di un'economia capitalistica di mercato competitiva."(3)

Itou Makoto fornisce una interpretazione opposta al punto di vista di Oomae
Ken'ichi, ma è importante notare come egli riconosca l'esistenza della
deregulation in Giappone. Entrambi gli autori descrivono la tendenza
dell'economia giapponese al liberismo, ma mentre Itou Makoto la condanna, Oomae
Ken'ichi l'incoraggia. Un altro economista favorevole alla deregulation e al
liberismo è Noguchi Yukio. Egli è un convinto assertore della necessità di
riforme economiche eliminando l'impiego a vita, i salari in relazione
all'anzianità di servizio e tutte quelle protezioni che impediscono la
competizione. Dal punto di vista finanziario Noguchi critica la finanza pubblica
centralizzata imperniata sulle imposte indirette e la protezione dei settori a
bassa produttività. Insomma, egli propone la ricetta neoliberista di Reagan e
Thatcher: chi non è in grado di sostenere la concorrenza deve fallire ed essere
espulso dal mercato. Ogni tipo di assistenzialismo è eliminato. Noguchi Yukio è
anche favorevole alla globalizzazione che considera un'occasione per competere
sul libero mercato internazionale.
Non è facile destreggiarsi fra i diversi sostenitori delle teorie economiche. In
questo senso sono utili le considerazioni di Sasaki Tadao che condanna la
scellerata politica monetaria degli anni '90.

"All'origine dell'inasprimento della crisi è il fallimento delle politiche
economiche, ma è stata la ricetta monetarista che ha portato al restringimento
dei cordoni della spesa pubblica, al rialzo delle tasse sui consumi di due punti
percentuali nel 1997 [...] Burocrati ed economisti della corrente maggioritaria,
nel periodo successivo allo scoppio della bolla nel 1990, ignorarono l'opinione
che fossero necessarie riparazioni di grande portata per i bad loans [prestiti
inesigibili, ndr] a causa del carattere della crisi, determinata dal crollo dei
prezzi delle attività finanziarie, e sostennero che fosse sufficiente proseguire
la deregolamentazione mantenendo politiche di stimolo congiunturali operanti
sugli aspetti di flusso dell'economia. L'idea che l'avvicinamento a un mercato
ideale porti al rafforzamento dell'economia giapponese non è altro che ideologia
dogmatica."(4)

Sasaki Tadao individua il nocciolo della questione. La fiducia nel libero
mercato sembra un atto di fede piuttosto che la propensione razionale allo
scambio utilitario (dottrina del liberismo di Adam Smith). Se la teoria
liberista pone come condizione imprescindibile la libera concorrenza, possiamo
porre lo stesso liberismo nel mercato delle idee economiche. Il fallimento delle
politiche liberiste e della deregulation comporterà inevitabilmente il loro
abbandono, altrimenti sarà il loro successo a decretarne la validità.

Note

1. Cfr. Hintze, Otto. 1990. Storia, sociologia, istituzioni. Introduzione di
Giuseppe Di Costanzo. Morano Editore, Napoli, p. 8.
2. Oomae, Ken'ichi. 2001. Il continente invisibile. Fazi Editore, Roma, p. 260.
3. Itou, Makoto. La crisi giapponese, in "La rivista del manifesto", n. 19,
luglio-agosto 2001.
4. Cfr. Collotti Pischel, Enrica (a cura di). 1999. Capire il Giappone. Franco
Angeli, Milano, p. 345.

Bibliografia

Drucker, Peter. 1993. La società post-capitalistica. Sperling & Kupfer, Milano.
Hammer, Michael e Champy, James. 1994. Ripensare l'azienda. Sperling & Kupfer,
Milano.
Jenkins, Clive e Sherman, Barrie. 1979. The Collapse of Work. Eyre Methuen,
London.
Itou, Makoto. 2000. The World Economic Crisis and Japanese Capitalism.
Macmillan, London.
Rifkin, Jeremy. 2002. La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale
e l'avvento dell'era post-mercato. Arnoldo Mondadori, Milano.
Tachibanaki, Toshiaki. 1998. Nihon no keizai kakusa. Iwanami shoten, Tokyo.
Takahashi, Makoto. Toyota breaks new ground with cost-cutting system, in "The
Nikkei Weekly", 23 settembre 2002, p. 10.
Noguchi, Yukio. 1995. Senkyuuhyakuyonjuunen taisei. Touyou Keizai Shinpousha,
Tokyo.
Oomae, Ken'ichi. Il continente invisibile. Oltre la fine degli stati-nazione:
quattro imperativi strategici nell'era della Rete e della globalizzazione. Fazi
Editore, Roma.
Oomae, Ken'ichi. 1991. Il mondo senza confini: lezione di management nella nuova
logica del mercato globale. Il Sole 24 Ore, Milano.







[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Gio 17 Apr 2008 5:56 am

amenouzume@...
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Cristiano Martorella
amenouzume@...
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17 Apr 2008
5:48 am
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