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Botsuraku, eclissi del capitalismo   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #165 di 557 |
Ripropongo il mio articolo su economia ed eclissi del capitalismo pubblicato dal
sito Nipponico.com.

Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/b/botsuraku.php



Botsuraku. L'eclissi del capitalismo
di Cristiano Martorella

1 dicembre 2002. Botsuraku in giapponese significa caduta, rovina, declino,
eclissi. Però l'eclissi di cui parliamo qui non è l'eclissi del sole, ma
l'eclissi metaforica di una stella altrettanto importante per lo sviluppo umano:
il capitalismo (shihonshugi). L'espressione che abbiamo coniato, "eclissi del
capitalismo", può apparire esagerata eppure si considererà alla fine quanto sia
opportuna.
La crisi economica che attanaglia il Giappone, la seconda potenza economica, da
un decennio a partire dal 1993, non è stata mai considerata con la dovuta
serietà. I detrattori del modello nipponico hanno sempre esultato indicando
questa crisi come la conferma delle loro teorie sull'arretratezza strutturale
della società giapponese. Mentre questi analisti si compiacevano delle sventure
altrui, sono stati inaspettatamente colpiti da sciagura, morte e terrore. Il
simbolo dell'orgoglio economico americano veniva sbriciolato dall'atto orribile
del fondamentalismo islamico. I soliti opinionisti dediti al riciclaggio delle
idee altrui hanno rispolverato le tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle
civiltà(1). E così ci siamo ritrovati in un gioco delle parti che divideva il
mondo in buoni e cattivi. Ciò ha surrettiziamente nascosto le cause degli eventi
e trasformato i discorsi in esercizi di retorica e ideologia(2). I movimenti no
global (o secondo altra definizione new global) hanno sposato la bandiera degli
oppressi e puntato il dito contro le disuguaglianze cercando di sostenere la
necessità di un cambiamento dell'ordine mondiale. La produzione intellettuale di
questi movimenti è sorprendente per quantità(3), e sicuramente più convincente
dei sostenitori del liberismo economico (ciò è facilitato dal contesto sociale
estremamente degradato). Eppure la qualità di questi lavori non è così elevata
come si crede. Una mente acuta come quella di Alessandro Baricco si è subito
accorta delle debolezze intellettuali dei no global, nonostante non si presenti
come un oppositore del movimento(4). La teoria dei no global si fonda sul
riconoscimento della sperequazione. I ricchi diventano sempre più ricchi a
scapito dei poveri. Perciò propongono un'economia etica che tenga in
considerazione i princìpi di equità sociale. Purtroppo i no global non hanno
nessuna ricetta per il capitalismo e le loro proposte mancano di una solida
comprensione della realtà economica. Molte delle analisi dei no global sono
pregiudiziali e non considerano importanti aspetti dell'economia. Essi pensano
di eliminare le storture del capitalismo che considerano come la causa del
disagio sociale. Ciò che indicano come il colpevole, ossia il capitalismo, è in
verità la vittima della storia economica. Il capitalismo non potrebbe essere il
nemico perché il capitalismo è un soggetto attualmente in agonia. Quello che
stiamo vivendo è il periodo più duro per le aziende che devono sostenere la
concorrenza internazionale, la crisi demografica e la diminuzione dei consumi,
l'innovazione tecnologica, la scarsità di finanziamenti, e tutto ciò in un
contesto di continua instabilità interna ed esterna. La causa autentica di
questi eventi è da imputare all'eclissi del capitalismo, alla sua incapacità di
creare benessere. Ma per capire l'eclissi del capitalismo e le sue conseguenze
bisogna accettare innanzitutto quest'idea. L'eclissi del capitalismo esiste ed è
reale. Bisogna abbandonare l'idea che il male sia il capitalismo e che esso sia
forte e in salute. Al contrario, le distorsioni del capitalismo sono l'indizio
della sua agonia.
Ritorniamo dunque alla crisi economica giapponese e vediamo che cosa rappresenti
per noi. L'aspetto più interessante che riguarda l'economia giapponese è quello
esoterico. Infatti difficilmente troverete degli economisti che siano d'accordo
e presentino uno stesso quadro dello sviluppo economico del Giappone,
specialmente se recente(5). In Giappone hanno proliferato numerosissime sette
buddhiste, altrettanto vale per le scuole economiche. E il paragone con la
religione non finisce qui. Alcuni presupposti degli economisti si basano su
autentici atti di fede, e il loro linguaggio esoterico è compreso soltanto dagli
adepti. L'affermazione, ad esempio, che la ripresa economica è dietro l'angolo è
soltanto un atto di fede che presume la visione salvifica del libero mercato. La
scienza del concreto, l'economia (letteralmente amministrazione della casa, dal
greco oikonomía), è divenuta l'ultima e più seguita setta religiosa. Però il
Giappone non ci interessa come caso strampalato, piuttosto come la punta di
diamante del capitalismo internazionale. Il Giappone non va deriso o
commiserato, poiché il Giappone è il nostro futuro. La crisi che si è presentata
nel 1993 non era un fenomeno singolare, piuttosto l'inizio di un evento
mondiale: l'eclissi del capitalismo.
Negli anni '80 il Giappone aveva portato a maturazione il capitalismo fino a
raggiungere livelli ineguagliati di ricchezza. Lo sviluppo industriale nipponico
aveva oscurato la potenza statunitense. Al massimo della sua fortuna il Giappone
conosceva negli anni '90 una dura recessione. Perché? Molte motivazioni sono
state avanzate, la prima e più accreditata è la bolla speculativa. Oggi,
comunque, possiamo meglio capire questi fenomeni e afferrare il senso storico
degli eventi. Lo sviluppo economico del Giappone era fondato su basi solide: un
apparato industriale avanzato, tecnologicamente concorrenziale (se non
addirittura senza concorrenti) e una forza lavoro ordinata, organizzata e
disciplinata. Che cos'è che non funziona? La risposta può essere fornita
soltanto se sappiamo che cos'è il capitalismo(6).
Il capitalismo è quel sistema che ha come obiettivo la valorizzazione del
capitale tramite un'attività produttiva o commerciale che crei profitto. In
questo sistema ha un ruolo fondamentale e cruciale la moneta che permette la
rotazione del capitale, ovvero il passaggio dall'investimento di denaro in un
bene che produca altro denaro (secondo lo schema D-M-D'). Pertanto il processo
di produzione deve essere organizzato in modo da rendere massimo il profitto e
minimo il costo. Se non si realizzasse un profitto l'investimento di capitale
non avrebbe senso. Ma come ha origine questo aumento di valore del capitale
investito? Esso avviene tramite il lavoro, come intuito da David Ricardo.
Secondo Ricardo il lavoro crea un valore aggiunto. Dunque la merce incorpora il
lavoro e il valore del lavoro. David Ricardo addirittura pone il lavoro come
punto di partenza: la misura del valore non può che essere il lavoro contenuto
nelle merci. La moneta d'altronde nasce dalla divisione sociale del lavoro
(specializzazione delle attività produttive) e con la nascita dello scambio
(libero mercato). La teoria della moneta di David Ricardo ci permette di capire
che cosa si nasconda dietro il velo della moneta. La moneta non è altro che una
convenzione sostenuta dal sistema sociale del lavoro. Ciò ci permette di
sbarazzarci delle suggestioni che suggeriscono una visione della finanza come
astrazione. La superficie convenzionale della moneta non deve far dimenticare
che il suo valore è fornito dal lavoro. L'altro aspetto essenziale è costituito
dal mercato che rende possibile il sistema economico e finanziario. Però il
mercato è una funzione dell'organizzazione sociale ed è garantito soltanto
dall'esistenza di una complessa e articolata società. L'antropologia ha
sviluppato molte intuizioni degli economisti per considerare le differenti
relazioni umane: reciprocità, redistribuzione e scambio. Marshall Sahlins,
partendo dalla teoria di Karl Polanyi, sostenne tre tipi di reciprocità
(generalizzata, bilanciata e negativa). La reciprocità generalizzata nasce da un
rapporto istituzionale (per esempio i doveri familiari, il dono, l'ospitalità).
La reciprocità bilanciata riguarda scambi simultanei di beni della stessa
categoria. La reciprocità negativa è costituita da uno scambio finalizzato ad
ottenere un utile (per esempio un baratto vantaggioso). La reciprocità avviene
fra istituzioni simmetriche. La redistribuzione è invece un movimento di beni in
condizione di dissimmetria istituzionale. Il flusso avviene verso oppure da un
centro. La redistribuzione è per esempio il sistema di tassazione (con un
ministero delle finanze posto al centro). Lo scambio è invece un movimento di
beni all'interno di un mercato autoregolato fra soggetti diversi. Se nella
reciprocità c'è una simmetria, e nella redistribuzione una centralità, invece
nello scambio i soggetti sono liberi. Lo scambio di mercato tende a massimizzare
i vantaggi secondo un'ipotesi avanzata da Adam Smith (teoria della propensione
allo scambio utilitario) e ripresa con forza dalla scuola dei marginalisti. Karl
Polanyi ritenne che l'area istituzionale che comprende gli scambi collegati al
commercio, il mercato e la moneta, sia un sistema composto da una terna di parti
connesse e inscindibili. Essa viene definita "triade catallattica" riprendendo
una definizione dell'economista Richard Wathely. Ciò ci deve far considerare
l'importanza delle istituzioni che sottendono il mercato, il quale non è affatto
qualcosa di spontaneo. Il mercato, infatti, solo a partire dal XIX secolo e
grazie alla rivoluzione industriale viene scorporato (disembedded) dalla società
e diviene autoregolato. Questa è l'epoca della nascita del capitalismo (in
precedenza si poteva osservare un capitalismo mercantilista, una forma
primordiale del capitalismo). Negli anni '80 del XX secolo si afferma la
dottrina iper-liberista che pone dei limiti al controllo degli stati che perdono
definitivamente ogni dominio della vita sociale ormai sottoposta alle esigenze
dell'economia(7).
Anche l'economia giapponese, sull'onda della competizione con gli Stati Uniti,
si converte al liberismo. L'idea di una società giapponese unita e compatta è in
realtà un mito che non tiene presente l'evoluzione storica del paese. Si tratta
di una visione sostenuta dall'astrazione di un presunto spirito neoconfuciano.
Eppure le altre influenze culturali (shintoismo e buddhismo in primo luogo)
ebbero una prevalenza ben maggiore del confucianesimo spesso osteggiato da
pensatori come Motoori Norinaga (sua è l'espressione spregiativa "karagokoro",
ossia mentalità cinese). La tendenza giapponese degli anni '90 a sposare le tesi
dell'economia liberista è segnalata, a volte denunciata, dai due fronti opposti
della sinistra socialdemocratica e della destra liberaldemocratica. In
particolare il premier Koizumi Jun'ichirou si è distinto per la sua convinzione
nella necessità di varare riforme liberiste. Però sono soprattutto gli
economisti giapponesi a indicare questa svolta del Giappone. Oomae Ken'ichi,
convinto assertore del liberismo ha spronato il suo paese ad adottare
cambiamenti a favore del libero mercato. Autore di numerosi testi sulla
ristrutturazione dell'economia giapponese è Noguchi Yukio, attento osservatore
delle prospettive delle nuove tecnologie. Opposta la posizione di Itou Makoto
che denuncia i mali comportati dall'adesione del Giappone alla politica
economica liberista(8). Constatata l'autentica condizione dell'economia
giapponese (si considerino anche le privatizzazioni e l'eliminazione delle
barriere protezionistiche) si può riconoscere che la crisi giapponese non è
imputabile ai difetti del modello giapponese, piuttosto è l'eclissi del
capitalismo che è stato portato in Giappone nella fase più avanzata. In
conclusione il Giappone è l'orizzonte dell'eclissi del capitalismo, un fenomeno
che coinvolgerà l'intero mondo.
Che cos'è che rende possibile l'eclissi del capitalismo? La questione merita un
approccio tecnico che è possibile grazie all'imponente quantità di studi di
economisti, storici e sociologi. Perché tale risposta non è stata fornita
finora? La divisione, spesso politica, delle differenti scuole economiche ha
impedito di mettere insieme i pezzi di questo puzzle.
Cerchiamo di presentare un quadro sintetico, ma completo, delle ragioni
dell'eclissi del capitalismo. Due sono le motivazioni fondamentali della svolta
storica dell'economia mondiale:


- l'esaurimento dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto;
- il prezzo non più collegato al valore.

Il calo del saggio di profitto è una scoperta di Karl Marx rifiutata dalle altre
scuole. Qui la presentiamo in una formulazione che prescinde dalla teoria del
plusvalore e utilizza la terminologia dell'economia classica.

s = Gt / (Cc + Cv)

dove: s = saggio di profitto, Gt = profitto totale, Cc = capitale costante, Cv =
capitale variabile.

Il saggio di profitto s esprime il rendimento dell'investimento ed è definito
nell'economia classica dal rapporto tra il profitto totale e il costo totale (Gt
/ Ct). Il capitale costante Cc è la spesa in investimenti costanti come
macchinari, materiali, energia, etc. Il capitale variabile Cv è il salario per i
lavoratori. La scomposizione del costo totale Ct in capitale costante Cc e
capitale variabile Cv permette di desumere che il saggio di profitto è
inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale (q = Cc /
Cv). Eseguiamo i passaggi:

s = Gt / (Cc + Cv)
s = (Gt / Cv) / ((Cc + Cv) / Cv)
s = (Gt / Cv) / (1 + q)

Dunque il saggio di profitto diminuisce all'aumentare della composizione
organica del capitale. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto
è la condanna per esaurimento del capitalismo. Infatti l'espansione e l'aumento
del capitale comporta la diminuzione del rendimento di un investimento. Poiché
il capitalismo ricerca un investimento che crei profitto, questa tendenza si
rivela fatale. L'investimento non è possibile se non è vantaggioso. Il
capitalismo crea le condizioni perché ciò, paradossalmente, non avvenga. Gli
investimenti sono sempre meno redditizi. Ovviamente il capitalismo non è entrato
in crisi grazie ai fattori antagonisti alla caduta del saggio di profitto:
1.. ritmi di lavoro più veloci e maggiore efficienza;
2.. diminuzione dei costi del lavoro;
3.. diminuzione dei costi dei macchinari e delle materie prime;
4.. utilizzo della manodopera in modo massiccio;
5.. commercio vantaggioso con l'estero.
Come indica anche Joseph Schumpeter è soprattutto la tecnologia a fornire un
eccezionale mezzo per attuare i punti 1, 2 e 3. Lo sviluppo industriale è
infatti la storia del progresso tecnologico che ha permesso di superare le fasi
di stasi del capitalismo.
Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia sono diminuiti i costi di
produzione e i costi delle materie prime. Eppure è stata la stessa
globalizzazione ad esaurire gli effetti positivi dei fattori antagonisti al calo
del saggio di profitto. La globalizzazione ha eliminato la diversità e ciò ha
comportato il crollo dei meccanismi alla base dello scambio utilitario (il
fondamento del libero mercato). La disposizione a vedere il mondo in un'unica
maniera ha inaridito le capacità intellettuali e l'indagine scientifica. Gli
scienziati sono stati asserviti alle esigenze aziendali e hanno abbandonato la
ricerca pura e le invenzioni alternative. I fattori antagonisti al calo del
saggio di profitto sono drasticamente indeboliti. Dunque trarre profitto tramite
il lavoro e la produzione è nell'economia contemporanea più difficile.
Tuttavia è la seconda motivazione dell'eclissi del capitalismo a spiegarci come
sia possibile ancora il profitto. Il prezzo non è collegato più al valore.
Questa scoperta è merito dell'economista Oomae Ken'ichi(9). Ed è abbastanza
facile constatarlo. Il prezzo di un software non dipende dal lavoro occorso per
produrlo. Ciò contraddice la teoria di David Ricardo e Karl Marx sul lavoro e la
moneta. Semplicemente si è passati da una società industriale fondata sul lavoro
a una società dei servizi fondata sull'informazione. Però la scoperta di Oomae
costituisce anche una condanna definitiva del capitalismo. Ora la formula D-M-D'
non è valida perché il prezzo non è più stabilito da meccanismi automatici
dettati dall'organizzazione del lavoro. Così la rotazione del capitale non è più
la forza propulsiva del capitalismo.
L'eclissi del capitalismo non significa la fine dell'economia, piuttosto una
diversa e nuova economia. Questa economia sfrutterà le conoscenze per
l'acquisizione di vantaggi commerciali e finanziari. L'informazione diverrà
merce e il prodotto più prezioso e ricercato.
I no global hanno in parte ragione e in parte torto. Sono nel giusto nel
denunciare le storture del capitalismo che sono sintomi evidenti del suo
declino. Ed è sensato ammettere che il mondo che conosciamo debba essere
cambiato per rispondere alle esigenze dell'umanità. Sbagliano quando pretendono
di trovare soluzioni politiche ai problemi economici scavalcando gli studi
scientifici. Sbagliano ponendo la volontà al di sopra della conoscenza e
ritenendo che il capitalismo sarà sconfitto dalla moltitudine ribelle. Il
capitalismo è una forma economica e sarà abbattuto soltanto da un'altra forma
economica. E in verità questo sta già accadendo.

Note

1. Cfr. Huntington, Samuel. 1997. Lo scontro di civiltà e la ricostruzione
dell'ordine mondiale. Garzanti, Milano.
2. Eugenio Scalfari dalle pagine de "La Repubblica" ha definito gli articoli di
Oriana Fallaci come un esercizio di retorica. Per l'opera della scrittrice cfr.
Fallaci, Oriana. 2001. La rabbia e l'orgoglio. Rizzoli, Milano.
3. Ricordiamo alcuni libri: Hardt, Michael e Negri, Antonio. 2002. Impero. Il
nuovo ordine della globalizzazione. Rizzoli, Milano; Klein, Naomi. 2001. No
logo. Economia globale e nuova contestazione. Baldini & Castoldi, Milano.
4. Cfr. Baricco, Alessandro. 2002. Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e
sul mondo che verrà. Feltrinelli, Milano, p. 50 e p. 59.
5. Per fortuna c'è qualcuno che ha il coraggio di riconoscere questa condizione:
Cfr. Glosserman, Brad. Il fattore Koizumi non basta più, in "Limes", n. 3, 2002,
pp. 115-122. In particolare, "[...] sulle cause che hanno condotto a questa
situazione c'è disaccordo" (p. 121).
6. Molti analisti hanno sostenuto che l'economia giapponese peccasse di rigidità
e hanno suggerito una forte iniezione di liberismo. In realtà, fin dagli anni
'80 si era applicata in Giappone la ricetta liberista, peggiorando soltanto le
condizioni sociali. Cfr. Itou, Makoto. La crisi giapponese, in "La rivista del
manifesto", n. 19, luglio-agosto 2001.
7. Cfr. Oomae, Ken'ichi. 1996. La fine dello stato-nazione. L'emergere delle
economie regionali. Baldini & Castoldi, Milano.
8. Itou Makoto fornisce un'ampia e attendibile documentazione per sostenere le
sue tesi. Cfr. Itou, Makoto. 2000. The World Economic Crisis and Japanese
Capitalism. Macmillan, London.
9. Cfr. Oomae, Ken'ichi. 2001. Il continente invisibile. Fazi Editore, Roma, p.
330.

Bibliografia

Galbraith, John Kenneth. 1959. La società opulenta. Edizioni di Comunità,
Milano.
Giddens, Anthony. 1983. Sociologia. Un'introduzione critica. Il Mulino, Bologna.
Marx, Karl. 1970. Per una critica dell'economia politica. Editori Riuniti, Roma.
Menger, Carl. 1976. Principi di economia politica. UTET, Torino.
Noguchi, Yukio. 1995. Senkyuuhyakuyonjuunen taisei. Touyou Keizai Shinpousha,
Tokyo.
Oomae, Ken'ichi. 2001. Il continente invisibile. Fazi Editore, Roma.
Polanyi, Karl. 1974. La grande trasformazione. Einaudi, Torino.
Polanyi, Karl. 1980. Economie primitive arcaiche e moderne. Einaudi, Torino.
Ricardo, David. 1954. Principi dell'economia politica e delle imposte. UTET,
Torino.
Rifkin, Jeremy. 1997. La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale
e l'avvento dell'era post-mercato. Baldini & Castoldi, Milano.
Sahlins, Marshall. 1980. L'economia dell'età della pietra. Bompiani, Milano.
Sakakibara, Eisuke. 1990. Japan Beyond Capitalism. Keizai Inc., Tokyo.
Schumpeter, Joseph. 1977. Il processo capitalistico. Bollati Boringhieri,
Torino.
Schumpeter, Joseph. 1990. Storia dell'analisi economica. Bollati Boringhieri,
Torino.
Sibilla, Paolo. 1996. Introduzione all'antropologia economica. UTET, Torino.
Tachibanaki, Toshiaki. 1998. Nihon no keizai kakusa. Iwanami shoten, Tokyo.




[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Gio 24 Apr 2008 6:30 am

amenouzume@...
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Cristiano Martorella
amenouzume@...
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24 Apr 2008
6:22 am
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