Entra
Nuovo su Yahoo! Gruppi? Registrati
madeinnippon · Made in Nippon - S.P.Q.J.?.?.?
? Già Iscritto? Entra su Yahoo!

Suggerimenti

Lo sapevi che...
Puoi cercare nel gruppo tutti i messaggi inviati.

Messaggi

  Messaggi Aiuto
Avanzata
Koujou, la chimerica fabbrica del samurai   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #172 di 571 |
Koujou, la chimerica fabbrica del samurai

Ripropongo il mio articolo su economia e fabbrica nella storia giapponese
pubblicato dal sito Nipponico.com. L'articolo è molto polemico al riguardo di
alcune interpretazioni che tendono a semplificare eccessivamente lo sviluppo
economico giapponese, alimentando parecchie confusioni e ignoranze in proposito.

Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/k/koujou.php





Koujou, la chimerica fabbrica del samurai
di Cristiano Martorella

4 novembre 2001. Fra i diversi tentativi di descrivere l'apparato
industriale giapponese e il suo modello economico, va ricordato il suggerimento
proposto da alcuni studiosi di accostare la figura del manager nipponico
all'antico samurai.
Questa fascinazione si è rapidamente diffusa, senza nessun preventivo
controllo, tanto da coinvolgere sia studiosi sia giornalisti e opinionisti,
arrivando ad essere un'idea molto comune.
L'accostamento della figura del samurai e dell'imprenditore è avvenuto in
modo astratto e dilettantesco, tanto da provocare confusioni ed equivoci su due
piani diversi e importanti. Il primo piano riguarda lo studio dell'economia,
sfalsato da questo modello, il secondo quello della sociologia che rischia di
rifiutare quei tratti culturali realmente esistenti a causa del rigetto di
questo modello.
Prima di approfondire questo tema, vale la pena segnalare alcune opere che
hanno risentito del modello riduzionista del samurai.

Francesco Gatti, profondo conoscitore della storia giapponese, ha scritto
un discreto saggio intitolato La fabbrica dei samurai. Non soltanto il titolo
suggeriva la possibilità di identificare il samurai e l'industrializzazione, ma
gran parte del saggio suggeriva che le gerarchie del Giappone moderno fossero
un'eredità dell'epoca feudale.
Ciò è soltanto in parte vero. Il rischio di un riduzionismo di questo
modello avviene nella mancanza di una comprensione complessiva dei fenomeni di
interiorizzazione dei valori e della dinamica sociale. In parole semplici,
l'idea che i samurai si fossero riciclati come imprenditori era affascinante, ma
non spiegava come ciò fosse accaduto. Appellarsi alla "cultura" non era
sufficiente, anzi indicava la necessità di spiegare come fosse stata prodotta la
cultura (sia quella della classe dominante, sia quella popolare).
Insomma, il samurai non era più una figura storica (con la Pax Tokugawa
aveva perso il suo ruolo di combattente fin dal XVII secolo), ma era divenuto il
soggetto di un'idealizzazione. Questo non significa che si sia ridotta la sua
importanza, anzi si può dire proprio il contrario.
L'idealizzazione del samurai fu usata un po' da tutti in Giappone (classe
dirigente, ceti popolari, scrittori, etc.) divenendo un elemento
dell'immaginario molto potente. Un personaggio che affollava non soltanto le
tradizionali opere del teatro kabuki, ma anche i modernissimi cinema, le serie
televisive, perfino anime e manga.

Gli studi sociologici sul Giappone, profondamente viziati da impostazioni
ideologiche, hanno risentito di questo potere immaginifico, ciascuno a suo modo.
Per Karel van Wolferen, autore di Nelle mani del Giappone, la mentalità
del samurai si manifesta nel Giappone moderno mai adeguatamente sviluppato
democraticamente e tenacemente ancorato all'ideologia feudale. I pregiudizi di
Wolferen partono dallo stereotipo del samurai che definisce l'economia
giapponese come economia di guerra e di conquista (da cui l'eloquente titolo del
libro).
Opinionisti e giornalisti sentivano avallato questo mito del samurai
tecnologico al vertice del potere di una casta di burocrati e industriali. E ciò
giustificava qualsiasi rappresentazione dell'uomo giapponese, a volte
schiavo-robot, altre volte guerriero spietato della finanza.
La stampa di tutto il mondo si è alimentata di questo mito. Emblematico
l'articolo di Shere Hite intitolato Siamo ancora samurai:

"Orrendi omuncoli con i vestiti da duro: ecco come appaiono in televisione
gli uomini d'affari giapponesi. Per non parlare degli scandali legati a famosi
personaggi invischiati in casi di corruzione, manager troppo vicini al governo
per operare in modo leale, uomini, uomini e ancora uomini."

Lasciando da parte queste note pittoresche, come si può verificare la
correttezza della teoria del samurai-manager? Cerchiamo innanzitutto di
esplicitarla. Quel che si crede è l'esistenza di un codice etico del samurai
adottato nella società industriale: rigida gerarchia, inflessibile ubbidienza al
dovere e spirito di sacrificio.
Questi elementi non sono però sufficienti a descrivere l'economia giapponese.
Najita Tetsuo osserva l'impaccio e il carattere maldestro di questa
formulazione, arrivando a ridicolizzarla:

"[...] tanto che anche gli occidentali sono stati indotti a credere che il
bushidou sia la base delle pratiche tecnologiche e imprenditoriali giapponesi."

Come si è mostrato in precedenza, il samurai era una figura piuttosto
idealizzata già nel Giappone del XVII secolo. Purtroppo la reale natura del
samurai è coperta da queste incrostazioni ideologiche.
Rappresentato da molti come uomo pronto a morire in ogni momento, il samurai
perdeva ogni connotazione umana. E nella società industriale, i cui processi
portavano a una forte alienazione, cosa c'era di più aderente al modello
tecnologico di un uomo snaturato?
Queste interpretazioni si poggiavano su una falsa rappresentazione del samurai.
In particolare era stato frainteso il senso del bushidou, il codice morale del
guerriero. Yamamoto Tsunetomo, autore dello Hagakure, non era stato letto con
attenzione, e nemmeno Nitobe Inazou.
Il samurai non era un rozzo guerriero privo di sensibilità pronto a sacrificare
la vita in nome del dovere, e nient'altro. Questa era una semplificazione
estrema. Lo Hagakure aveva costituito una riformulazione del buddhismo e del
confucianesimo funzionale alla società feudale giapponese. Ma per giungere a
tanto bisognava che questa formulazione fosse condivisibile, insomma, che
giungesse nell'animo delle persone (usando un termine sociologico, che fosse un
valore interiorizzato).
Perciò il bushidou non è soltanto quel codice fondato sulla gerarchia e il
dovere come si crede. L'insegnamento zen era stato applicato come trascendimento
dell'individualità (l'io è un'illusione), ma l'eliminazione dell'io non
significava "disumanità", piuttosto il riconoscimento dell'uomo come progetto di
vita, l'innalzamento degli ideali al di sopra di ogni meschinità mondana.
Tutto è illusione tranne la consapevolezza di questa natura illusoria, tutto è
effimero tranne l'ideale del Buddha, e il satori può essere conosciuto soltanto
provandolo. La dimensione estetica costituiva la base dell'etica del samurai,
tanto che sarebbe più sensato parlare di estetica invece di etica.
Qui intendiamo per estetica non soltanto una rappresentazione artistica, ma la
dimensione della psiche che si fonda sul sentimento (in giapponese il kimochi).
Si può quindi definire il samurai come un'opera d'arte vivente (così come la
geisha per altri versi).

Detto ciò si può tornare al tema dell'economia. La fabbrica giapponese (koujou)
non rispecchia affatto la rappresentazione stereotipata del samurai. Il samurai
non è il modello a cui si ispirano i manager, piuttosto sono stati i samurai e i
manager ad aver avuto entrambi come punto di riferimento la cultura giapponese.
Ma l'applicazione di questi tratti culturali all'economia ha modalità differenti
secondo il contesto e l'interazione di altre variabili.
La concezione del processo di miglioramento (kaizen) delle fabbriche giapponesi
è sicuramente un frutto della mentalità giapponese. Nel capitalismo occidentale
la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è
concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del
processo di produzione). Il capitalismo giapponese pone la produzione come
obiettivo e considera la qualità una variabile interna al processo di
fabbricazione (e non un effetto).
Le differenze concrete fra le strutture e le operazioni della fabbrica
giapponese (koujou) e della fabbrica occidentale (factory) sono state ben
descritte da Richard Schonberger, Oono Taiichi, Fujimoto Takahirou, Ishikawa
Kaoru, Taguchi Gen'ichi, Tanaka Minoru e altri.
Differenze riscontrabili nello scorrimento nella linea di montaggio, nelle
cabine di saldatura, nell'uso di kanban (cartellini), del just-in-time, etc.
Queste differenze materiali spostano il discorso della diversità culturale al
livello fisico, così che risulta molto difficile negare ciò che invece, a
livello astratto, era facile dubitare.
Fra gli anni '80 e '90, il modello giapponese di fabbrica fu imitato anche in
Occidente, con risultati considerevoli. Ma l'adozione della chimerica fabbrica
dei samurai non ha significato la trasformazione degli occidentali in feroci
guerrieri armati di katana.
Così come i giapponesi non sono divenuti occidentali adottando la tecnologia
occidentale, nella stessa maniera gli occidentali non sono diventati giapponesi
imitando le tecniche produttive giapponesi.
Questo dovrebbe far riflettere sui modelli sociologici ed economici e prestare
più attenzione al loro uso.

Bibliografia

Gatti, Francesco. 2000. La fabbrica dei samurai. Paravia, Torino.
Hite, Shere. Siamo ancora samurai. "D" de La Repubblica, 28 settembre 1999.
Najita, Tetsuo. On Culture and Technology in Postmodern Japan. The South
Atlantic Quarterly, vol. 87, n. 3, Summer 1988.
Nitobe, Inazou. 1998. Bushidou. Koudansha, Tokyo.
Schonberger, Richard. 1982. Japanese Manufacturing Techniques. The Free Press,
New York.
Yamamoto, Tsunetomo. Hagakure. Iwanami Shoten, Tokyo.
Wolferen, Karel. 1990. Nelle mani del Giappone. Sperling & Kupfer, Milano.
Taguchi, Gen'ichi. 1980. Off-line Quality Control. Central Japan Quality Control
Association, Nagoya.









[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Mer 30 Apr 2008 6:10 am

amenouzume@...
Invia email Invia email

Inoltra Messaggio #172 di 571 |
Espandi messaggi Autore Disponi per data

Koujou, la chimerica fabbrica del samurai Ripropongo il mio articolo su economia e fabbrica nella storia giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com....
Cristiano Martorella
amenouzume@...
Invia email
30 Apr 2008
6:02 am
Avanzata

Copyright ? 2009 Yahoo! Tutti i diritti riservati.
La Tua Privacy - Testo aggiornato - Condizioni generali di utilizzo del servizio - Linee guida - Aiuto

?