Ripropongo il mio articolo sul liberalismo giapponese pubblicato dal sito
Nipponico.com.
Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/j/jiyuushugi.php
Jiyuushugi. Il liberalismo illuminista giapponese
di Cristiano Martorella
8 aprile 2002. La parola jiyuushugi è composta da jiyuu (libertà) e shugi
(principio), dunque una traduzione letterale di liberalismo. La corrispondenza
non è solo nella parola, ma anche nei concetti.
Nonostante ciò l'argomento del liberalismo giapponese è decisamente ignorato
dagli occidentali che si compiacciono di una serie di stereotipi orientati a
fornire un'immagine autoritaria della società e politica giapponese. Questo
desiderio di cristallizzare la vita giapponese in una rappresentazione astrusa
si ribella quando si presenta un quadro storico che contraddice qualsiasi dogma
preconcetto. Allora si esclude la riflessione e l'analisi dei fatti appellandosi
alla specificità culturale. Ma l'uso di questo argomento è mal posto, poiché
invece di favorire un confronto lo esclude a priori invocando
l'incommensurabilità. Soltanto un uso rigido e strumentale della logica
dualistica occidentale può fornire supporto all'idea che qualcosa di diverso
debba essere necessariamente sempre opposto e contrario. Viceversa, la logica
orientale, come quella del filosofo Nishida Kitarou, partendo dal principio di
realtà che presenta le cose come relazioni e non come opposti, afferma
l'identità dei contrari (mujunteki douitsu) dissolvendo la contrapposizione.
Questa premessa ci permette di comprendere come i giapponesi possano concepire
la propria società come fusione (yuugou) di istituti e tecniche occidentali con
sentimenti e tradizioni autoctone. Al contrario di quanto si pensa, ciò non è
considerato contraddittorio e conflittuale, ma come un naturale processo di
miglioramento (shinpo).
Il liberalismo è uno degli elementi fondamentali che sono entrati a far parte
della cultura giapponese. Un elemento che è decisamente ignorato per favorire
quell'immagine stereotipata di cui si è parlato prima.
Nella seconda metà del XVIII secolo gli studiosi giapponesi delle scienze
occidentali, detti rangakusha, non si limitarono alle discipline tecniche
(medicina, botanica, fisica, astronomia, etc.) ma estesero i loro interessi
anche alle istituzioni e alle idee politiche. Il rapporto privilegiato con
l'Olanda, paese che si distingueva per la tolleranza e la garanzia delle
libertà, facilitò l'acquisizione di tali conoscenze. In seguito ci si rivolse
alla Gran Bretagna, assunta come modello principale (ma è anche la patria del
liberalismo, il paese di John Locke e David Hume).
Nella prima metà del XIX secolo nuovi studiosi sostennero il rinnovamento del
pensiero politico giapponese. Fra questi spiccarono Takano Chouei (1804-1850),
Watanabe Kazan (1793-1841), Sakuma Shouzan (1811-1864) e Ooshio Heihachirou
(1794-1837), quest'ultimo capeggiò perfino un'insurrezione ad Osaka nel 1837. In
questa fase le idee politiche liberali erano limitate a una élite di
intellettuali e non avevano vasta diffusione. I contadini (noumin) erano
impegnati in rivolte e richieste dell'abbassamento delle tasse, i mercanti
(chounin) vedevano accrescere il loro potere economico e culturale ma senza
possibilità d'influenza politica, i guerrieri (bushi) tentarono di inserirsi nel
nuovo ordine sociale come amministratori. Ma la necessità di un nuovo ordine
sociale spingeva alla ricerca di innovative soluzioni che si stavano
effettivamente presentando, anche se ancora timidamente.
Yamagata Bantou (1748-1821), autore di Yume no shiro, sostenne in modo originale
il relativismo culturale e l'ateismo.
"Ogni dottrina predomina in certi luoghi ed è caratteristica di paesi
diversi. [...] Fondamentalmente non esistono leggi stabili nel mondo." (Yume no
shiro, epilogo e 2,23)
Egli riconobbe che sebbene ogni paese fosse in possesso di leggi, non esistevano
né leggi naturali né leggi universali, né punizioni divine né premi divini. Si
può confrontare questa posizione a quella contemporanea di Voltaire esposta in
Micromega e Candido, oppure di Jonathan Swift ne I viaggi di Gulliver, o anche
di David Hume nel Trattato sulla natura umana. Questi pensatori, come Yamagata
Bantou, separavano l'etica dalla religione riportandola nell'arbitrio umano e
nella sua sfera di libertà. La libertà della persona era l'unico principio
universale che potesse essere sostenuto. Inoltre condannavano severamente la
superstizione. Così scriveva Yamagata Bantou:
Jigoku nashi
gokuraku mo nashi
ware mo nashi
tada aru mono wa
hito to banbutsu.
Kami hotoke
bakemono mo nashi
yo no naka ni
kimyou fushigi no
koto wa nao nashi.
Né inferno né paradiso né io,
tutto quanto esiste è l'uomo
e la moltitudine delle cose.
Né dei né Buddha né mostri,
tanto meno a questo mondo cose
strane e misteriose.
Ma se il liberalismo era ancora a un livello primordiale e rudimentale nella
generazione dei rangakusha, esso divenne un tema centrale e fondamentale dopo la
riforma Meiji (Meiji ishin, 1868). Studiosi giapponesi si recarono in Europa e
riportarono con sé le idee politiche che animavano il vecchio continente.
Nakae Choumin (1847-1901) apprese il cinese e il francese, fu l'interprete
dell'inviato Léon Roche e fece parte della missione Iwakura del 1871
trascorrendo due anni e mezzo in Francia. Divenne editorialista pubblicando sul
"Touyou jiyuu shinbun" (Libero Oriente), sullo "Shinonome shinbun" (L'Aurora) e
sul "Rikken jiyuu shinbun" (Libertà costituzionale). Nakae Choumin riteneva che
i moderni valori politici e sociali del liberalismo fossero universali e
trascendessero le diversità culturali. Egli tradusse il Contratto sociale di
Jean-Jacques Rousseau esaltandone il valore. Dichiarò di averlo tradotto perché
affermava apertamente che la gente aveva dei diritti, e Rousseau era l'autore
più importante nel dibattito sui diritti civili.
"Rousseau era nel vero quando affermava che l'uomo privo di libertà e
diritti non è un uomo. [...] Un governo dispotico, diceva Montesquieu, è quello
che abbatte l'albero per cogliere il frutto. Come è vero! Se si considerano le
cose da questo punto di vista, la soppressione dei diritti civili da parte dei
governanti è esasperante." (Nakae Choumin, "Touyou jiyuu shinbun", n. 1, 18
marzo 1881)
Autentico paladino del liberalismo giapponese fu Fukuzawa Yukichi (1834-1901).
Anche Fukuzawa si recò all'estero (nel 1860, 1862 e 1867) convincendosi della
necessità di aprire il Giappone al sapere e al sistema educativo occidentale.
Pubblicò nel 1866 il Seiyou jijou (Lo stato delle cose in Occidente) che ebbe
notevole successo, e nel 1872 il Gakumon no susume (Incoraggiamento al sapere).
Nel 1873 fondò con Nishi Amane e Mori Arinori la Meirokusha (Società del sesto
anno Meiji) e la rivista "Meiroku zasshi". A partire dal 1882 pubblicò un suo
quotidiano intitolato "Jiji shinpou" (Notizie dei tempi). Gli articoli delle
riviste e giornali curati da Fukuzawa trattavano temi di politica, economia,
legge ed educazione, contenevano sferzanti critiche al governo e alle
istituzioni, difendevano la libertà di stampa.
I valori sostenuti da Fukuzawa Yukichi erano la libertà individuale,
l'uguaglianza tra gli uomini, la parità tra gli stati, la civiltà e
l'istruzione. In particolare, riprendendo la lezione di John Locke, egli
esaltava il ruolo della libertà individuale nella costituzione dello stato. Nel
suo Gakumon no susume, egli esordisce affermando:
"Si dice che il cielo non crei alcun uomo al di sopra di un altro, e
nessun uomo al di sotto di un altro."
Il principio della libertà individuale è quindi indispensabile secondo Fukuzawa
come fondamento della società e dello stato democratico.
"Colui che non si batte per la propria libertà, non si sentirà mai del
tutto coinvolto per quella del suo paese. [...] Colui che non è in grado di
avere la sua indipendenza nel proprio paese non potrà mai difendere i propri
diritti e quelli del suo paese [...] "
Parole che inseriscono Fukuzawa Yukichi fra i pensatori liberali più sinceri e
autentici del XIX secolo.
Per concludere, una semplice osservazione. Il liberalismo occidentale è definito
come un movimento politico e culturale a sostegno della libertà individuale, del
riconoscimento dei diritti della persona e dell'uguaglianza di fronte alla
legge. Si può affermare, senza alcun dubbio e dopo quanto considerato, che il
liberalismo era presente anche in Giappone già nel XIX secolo. Il liberalismo fu
una scelta spontanea e volontaria degli intellettuali giapponesi. La
penetrazione del liberalismo fu più modesta nei ceti popolari, ma non si può
negare che avvenne anche se in tempi lunghi. La tesi della democrazia come dono
delle nazioni occidentali al Giappone è dunque insostenibile. Al contrario, la
comunanza dell'eredità liberale dovrebbe far rigettare quel desiderio di
distinguere le sorti del popolo giapponese dalle nostre. Il liberalismo è
autentico quando afferma l'universalità dei diritti umani. Nessuna diversità
culturale può costituire una scusante per negare gli interessi comuni
dell'umanità.
Bibliografia
AA.VV. 1958. Nihon zenshi. Daigaku Shuppankai, Tokyo.
AA.VV. 1960. Nihon no rekishi. Yomiuri Shinbunsha, Tokyo.
AA.VV. 1967. Nihon no rekishi. Chuuou Kouron Sha, Tokyo.
Beasley, William Gerald. 1975. Storia del Giappone moderno. Einaudi, Torino.
Beonio Brocchieri, Paolo. 1996. Storia del Giappone. Arnoldo Mondadori, Milano.
Collotti Pischel, Enrica (a cura di). 1999. Capire il Giappone. Franco Angeli,
Milano.
Corradini, Piero. 1999. Il Giappone e la sua storia. Bulzoni Editore, Roma.
Katou, Shuuichi. 1996. Storia della letteratura giapponese. Marsilio, Venezia.
Kerr, Alex. 1999. Il Giappone e la gloria. Feltrinelli, Milano.
Reischauer, Edwin. 1998. Storia del Giappone. Bompiani, Milano.
Sansom, George Bailey. 1963. A History of Japan. Stanford University Press,
Stanford.
Takeshita, Toshiaki. 1996. Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico. Clueb,
Bologna.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]