Shakubuku
L'arte per eliminare la fede falsa e ingannevole
di Cristiano Martorella
Una particolare forma di confutazione delle false credenze religiose esiste
nella tradizione del proselitismo buddhista giapponese. Questa straordinaria
arte dello scuotimento delle coscienze, letteralmente shakubuku, non si è ancora
estinta ed è sempre pronta a riapparire nei momenti di confusione e pericolo.
Quel momento è adesso.
Il buddhismo non è una fede qualsiasi fondata su astratte credenze
soprannaturali, ma una pratica religiosa basata su un insegnamento razionale
(dharma), e la verifica di esso tramite l'esperienza. Per questo motivo la
verità assoluta è estranea alla pratica religiosa buddhista. I pregiudizi e i
dogmi sono gli autentici nemici della saggezza, essi vanno perciò denunciati,
respinti e rinnegati attraverso l'arte dello shakubuku. La fede cieca è la
calamità autentica che perseguita l'umanità, ed è l'origine di ogni male nella
forma consuetudinaria dell'ignoranza. Questa prospettiva è trasversale alla
maggioranza delle scuole buddhiste che esortano i seguaci a non coltivare una
fede cieca e ottusa. Ascoltiamo in proposito le parole del Dalai Lama Tenzin
Gyatso, massimo rappresentante del buddhismo tibetano, intervistato da
Jean-Claude Carrière.
"Contrariamente alla quasi totalità delle religioni, soprattutto delle
religioni monoteistiche, costruite su una fede che non sollecita il
ragionamento, sovente chiamata cieca, il buddhismo si concentra sui fenomeni che
possiamo vedere, toccare e comprendere. [...] La fede, o il credo, hanno nel
buddhismo un posto limitato. Il fondatore stesso ci ha rimandato senza ambiguità
alla nostra verifica personale, e il suo insegnamento ci invita sempre a venire
a vedere. Lungi dal bendarci gli occhi ordinandoci di credere, si sforza al
contrario di eliminare in noi ogni punto oscuro, di aguzzare, di allungare il
nostro sguardo. La fede non comincia che nel momento in cui la vista si
arresta." [Cfr. Dalai Lama, La compassione e la purezza, Rizzoli, Milano, 1995,
p.90]
Il difetto delle religioni monoteiste è nell'aver basato la pratica religiosa in
credenze soprannaturali come la resurrezione o la vita ultraterrena che non sono
verificabili nel nostro mondo. Queste credenze sono al di fuori della nostra
esperienza e non ci servono nel momento in cui viviamo, ma soltanto dopo la
morte. Eppure è proprio la morte il fattore comune di tutti gli esseri viventi,
e questo tipo di credenze non fanno altro che negarla eliminando l'unico
elemento reale e sicuro che unisce gli esseri umani.
Anche nel buddhismo zen, e perfino nelle diverse scuole ispirate al
nichirenismo, il momento della verifica è fondamentale. Thomas Merton si
concentra su questo punto in modo particolare e approfondito in un suo testo
dedicato allo zen.
"La caratteristica principale dello zen è che respinge tutte queste
elaborazioni sistematiche per tornare, per quanto è possibile, al puro fondo
inespresso e inspiegato dell'esperienza diretta. Esperienza diretta di che cosa?
Della vita. Che cosa significa che io esisto, che io vivo? Chi è questo io che
esiste e vive? Qual è la differenza tra un'autentica e un'illusoria
consapevolezza dell'io che esiste e vive? Quali sono e non sono i fatti
fondamentali dell'esistenza?" [Cfr. Thomas Merton, Lo zen e gli uccelli rapaci,
Garzanti, Milano, 1999, p.44]
Le religioni monoteistiche ci parlano sempre di Dio e mai dell'uomo che è
ridotto a un oggetto manufatto del creatore. L'uomo è paragonato a una pecora
(l'esempio più diffuso nella Bibbia) incapace di governarsi da solo,
continuamente bisognoso della guida del pastore. Queste religioni non sviluppano
le capacità dell'uomo, al contrario le imprigionano e le atrofizzano. Perciò
Buddha incominciò la sua predicazione negando tutte le categorie spirituali del
suo tempo, e lo stesso devono fare i seguaci buddhisti della nostra epoca che si
trovano dinanzi a una accozzaglia di superstizioni paurose create per spaventare
e dominare gli esseri umani. La paura è soltanto un sentimento spesso privo di
un contenuto reale. Se esistesse un Dio capace di punirci, perché non viene a
farlo ogni giorno ma aspetta soltanto il momento della nostra morte? La vita non
può essere paralizzata dalla paura, bisogna andare oltre. Questo è lo scopo di
ogni buddhista, indipendentemente dalla scuola di appartenenza. La liberazione
non appartiene alla facoltà di Dio, bensì ad ogni uomo e donna nella sua natura
semplice e fondamentale di essere umano. La confutazione della fede falsa e
ingannevole è il primo passo necessario.
Ritornando alla pratica del buddhismo zen, in che cosa si distingue dalle altre
religioni? Lo zen ricerca un'esperienza diretta con la realtà senza mediazione
della parola. Thomas Merton lo chiarisce puntualmente.
"L'obiettivo dello zen non è di fare dichiarazioni inoppugnabili
sull'esperienza, ma di giungere a una diretta presa di contatto con la realtà
senza la mediazione logica della parola." [Cfr. Thomas Merton, Lo zen e gli
uccelli rapaci, Garzanti, Milano, 1999, p.45]
Il buddhismo sospende ogni discussione sulle questioni ingiudicabili come
l'esistenza di Dio e la vita ultraterrena perché semplicemente al di fuori della
nostra esperienza. I dogmi e le interminabili disquisizioni metafisiche non
appartengono al buddhismo. Esso si concentra su ciò che semplicemente abbiamo
davanti e spesso cerchiamo di non vedere occultandolo con credenze teologiche.
Squarciare questo velo di ignoranza e illusione è la missione principale del
buddhismo così come fu formulata dallo stesso fondatore storico Shakyamuni. Ogni
altra cosa è futile e irrilevante.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]