Ripropongo il mio articolo sulla questione otaku pubblicato dal sito
Nipponico.com. L'articolo è sicuramente utile per rispondere alle tante
polemiche che ancora sono alimentate contro gli appassionati di fumetti e
animazione giapponese, e più in generale, della cultura giapponese, considerati
come una pericolosa devianza.
Articolo tratto da Nipponico.com all'indirizzo:
http://www.nipponico.com/dizionario/o/otakkuru.php
Otakkuru
Pazzi per i fumetti
di Cristiano Martorella
3 marzo 2005. Otakkuru è un neologismo giapponese coniato unendo la parola otaku
e il verbo kuruu. Un'altra forma di otakkuru è anche otakuru, a volte usato
perfino come verbo, inoltre c'è l'espressione otakuppoi, usato come aggettivo,
tutte con valenze simili. Otaku è l'appassionato in maniera un po' fissata di
qualcosa, specialmente inerente manga e anime, mentre kuruu è il verbo
impazzire. Quindi otakkuru significherebbe otaku pazzo, indicando quei rari casi
patologici di fissazione e perdita di distinzione fra la fiction e la realtà.
L'espressione nasce dalla necessità di distinguere l'otaku innocuo dall'otaku
malato. Infatti la parola otaku, inizialmente usata soltanto con senso negativo
e dispregiativo, ha assunto anche in Giappone un significato positivo. Per
merito di artisti come Nara Yoshitomo o Murakami Takashi si è introdotto anche
il concetto di cultura otaku per definire le nuove tendenze dell'arte
contemporanea giapponese.
Una breve ricostruzione storica è indubbiamente utile prima di qualsiasi
considerazione critica. Il termine otaku significa genericamente fissato,
utilizzando la parola casa (taku) per indicare chi si chiudeva in camera per
dedicarsi fanaticamente a un hobby (collezionismo, modellismo, cinema, fumetto,
etc.). Poi la parola otaku fu usata per indicare particolarmente gli
appassionati di fumetto e animazione. Questo utilizzo del termine fu merito del
giornalista Nakamori Akio che nel 1983 pubblicò con successo un articolo
intitolato Otaku no kenkyuu (Studio dell'otaku) nella rivista "Manga Burikko",
concentrando l'attenzione sulla figura dell'otaku. Così si ebbe una grande
diffusione della parola finché un episodio di cronaca nera determinò una nuova e
più negativa visione dell'otaku considerandolo un maniaco. Nel 1989 Miyazaki
Tsutomu seviziò e uccise orribilmente quattro bambine. La polizia ritrovò
nell'appartamento del maniaco un immenso deposito di videocassette
pornografiche. Soprattutto ciò che impressionò gli investigatori fu il
comportamento psicotico di Miyazaki Tsutomu che filmando gli omicidi con una
videocamera ricostruì nel montaggio i film che collezionava. Egli non era in
grado di distinguere la realtà dalla fiction. I giornali misero in evidenza la
frequentazione del Comiketto (Comics Market), il più importante raduno di otaku,
da parte di Miyazaki Tsutomu, e lo identificarono così con la figura dell'otaku.
Le esagerazioni della stampa scandalistica portarono a considerare tutti gli
otaku come maniaci potenzialmente pericolosi. Così manga e anime, da sempre
abbondanti di contenuti erotici, furono messi sotto accusa. In particolare i
generi bishoujo ed hentai, apparentemente riconducibili alle peggiori
perversioni sessuali, e i doujinshi, fumetti amatoriali e parodie a sfondo
erotico. Col tempo queste associazioni fra otaku e maniaci si rivelarono
indebite e infondate. Era evidente che i criminali non avevano bisogno di
ispirarsi a manga e anime per commettere i loro misfatti. D'altronde i casi di
otaku coinvolti in crimini erano statisticamente irrilevanti, tanto da escludere
una diretta correlazione di manga e anime con i comportamenti criminali. Eppure
l'idea dell'otaku maniaco è ancora resistente al passare del tempo, nonostante
ciò il significato della parola otaku ha assunto anche in Giappone delle valenze
positive.
Murakami Takashi è stato l'artista che maggiormente ha difeso gli otaku
appassionati di fumetto e animazione(1). Egli obiettò che il disprezzo per le
forme popolari delle espressioni artistiche degli otaku mostrava platealmente il
rifiuto e l'incomprensione ipocrita e perbenista. Egli fece propri gli eccessi
di quelle forme d'arte e coniò il termine poku unendo le parole pop e otaku, e
quindi inventò la poku culture. Fra le opere di Murakami Takashi, ricordiamo
Hiropon che rappresenta la figura più vicina all'hentai. Hiropon è l'immagine di
una ragazza in stile manga con due immensi seni che spruzzano latte.
Intanto il fenomeno otaku non poteva più dirsi limitato all'arcipelago
nipponico. Già nel 1996 gli otaku erano definiti multietnici e presenti a
livello mondiale(2) in un articolo della rivista "Sushi", fra i primi esempi
italiani di fanzine per otaku. Però il successo internazionale di anime e manga
trascinava con sé le stesse problematiche nate in Giappone alcuni anni prima. Si
è addirittura coniato il termine Wapanese (Western Japanese) per indicare gli
occidentali appassionati di tutto ciò che è giapponese, dallo stile di vita
all'arte, dal cinema alla musica, dalle arti marziali ai cartoni animati.
Ovviamente questi aspetti assolutamente innocui furono interpretati da molti,
forse troppi, con inquietudine e sospetto. Si tentò allora di operare una
differenziazione fra otaku italiani e otaku giapponesi tramite distinzioni che
però erano difficilmente sostenibili considerando la sostanziale identità del
fenomeno. Il termine otaku restava ambiguo e il significato dipendeva
esclusivamente dall'uso che ne faceva chi lo utilizzava.
Nel 2000 Michele Scozzai pubblicava su "Focus", rivista di divulgazione
scientifica, un intervento che rispolverava i vecchi stereotipi sugli otaku,
concentrandosi sui contenuti erotici di manga e anime, sul presunto isolamento
dei consumatori di questi prodotti, e sul pericolo potenziale delle tribù
metropolitane di otaku. In effetti l'espressione otakuzoku (tribù otaku) fu
molto diffusa proprio in Giappone per caratterizzare ulteriormente gli otaku.
L'idea di tribù ricorda forme comunitarie arcaiche fondate su sentimenti
condivisi e forti legami emotivi. La rappresentazione, anche se volutamente
sprezzante, è indicativa dei caratteri autentici degli otaku. Gli otaku traggono
spunto dalla cultura tradizionale giapponese, mutuandone forme e aspetti, e
recuperando una sensibilità primordiale offuscata dalla modernità del modello
americano.
L'otaku mostro, chiamato otakkuru o otakuru, sembra invece la rappresentazione
deformata di una irrazionalità incomprensibile e deviante. La nascita e l'uso
del termine otakkuru sembra però essere dettata più da motivi comici e ironici,
piuttosto che da intenti di seriosa condanna. Infatti Nagai Gou ha fatto ampio
uso della parola otakkuru, in un episodio del manga Cutie Honey(3) per indicare
un folle dinamitardo pazzamente innamorato della sua eroina televisiva
preferita. L'episodio si conclude con l'intervento vittorioso di Cutie Honey, la
più coraggiosa kawaikochan dei fumetti giapponesi.
Dobbiamo credere che saranno gli stessi anime e manga a salvarci dalla follia
degli otaku? Con un po' di ironia la risposta è affermativa. L'otakkuru è uno
spauracchio, una minaccia fantasmagorica dell'immaginazione paurosa. I manga e
gli anime non hanno mai prodotto personalità criminali. Se si dovesse usare la
stessa logica distorta, i registi di Hollywood dovrebbero essere condannati per
istigazione all'omicidio considerando le trame dei film americani. Ciò non è
possibile, quindi gli stessi criteri di giudizio usati per il cinema americano
vanno adottati per l'animazione giapponese, altrimenti assisteremmo a una
discriminazione intollerabile.
Siamo sicuri che i pazzi siano gli otakkuru? Qualche volta leggendo ciò che i
giornalisti scrivono a riguardo della società giapponese, in particolare circa
manga e anime, nasce il dubbio che si debbano coniare molti altri vocaboli come
otakkuru per altri generi di eccessi ed esagerazioni. Comunque le preoccupazioni
sono inutili. Se si è un otakkuru, un otaku pazzo, si può sempre sperare di
farsi curare da Tatase Ruko, l'infermiera più sexy della storia dei manga(4).
Ciò che non è serio va trattato senza serietà.
Note
1. Fra le tante e importanti manifestazioni che hanno ospitato le opere di
Murakami Takashi, va ricordata l'esposizione alla Fondation Cartier di Parigi
nell'ottobre 2002.
2. Cfr. Martorella, Cristiano. La rivoluzione invisibile, in "Sushi", anno II,
n. 3, ottobre 1996, p. 64.
3. Cfr. Nagai, Gou. 2004. Cutie Honey '21. D/visual, Tokyo, p. 90. Il testo
recita così: "Ah, quell'otakkuru!!", "Che cos'è un otakkuru?", "Un otaku fuori
di testa!", "Ah, da kuruu di impazzire?".
4. Ci riferiamo al personaggio di Tatase Ruko inventato da Inui Haruka
(pseudonimo di Nakasono Toshifumi) e protagonista del fumetto Ogenki Clinic
(traduzione italiana La clinica dell'amore, News Market, Roma 1993; edizione
originale Ogenki Kurinikku, Akita Shoten, Tokyo 1987).
Bibliografia
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Morikawa, Kaichirou. 2003. Learning from Akihabara. The Birth of a Personapolis.
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Scozzai, Michele. La strana tribù del Giappone, in "Focus", n. 95, settembre
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