GIOVANI GIAPPONESI E ITALIANI
Per decenni abbiamo assistito al dibattito sui mali della società giapponese.
Insigni studiosi hanno pubblicato ponderosi saggi sulla gioventù giapponese
accusata dei peggiori crimini, indicando sempre la causa dei fenomeni
nell'organizzazione sociale giapponese. Dagli otaku agli hikikomori, dall'ijime
allo enjo kosai, tutto era riportato al contesto della supposta anormalità
giapponese. In questi ultimi anni, con una ondata di crimini e violenze degli
adolescenti italiani, abbiamo finalmente scoperto di essere uguali al Giappone.
Il Giappone non è un caso limite, il Giappone è la realtà di un mondo in cui
viviamo e facciamo parte anche noi. Forse qualcuno un giorno si sveglierà dal
torpore dogmatico in cui siamo immersi, e vedrà diversamente il mondo. Allora
potremo finalmente affrontare i problemi che ora continuiamo a negare e
nascondere, attribuendoli agli altri.
In proposito ripropongo il mio articolo Wakamono pubblicato dalla rivista
"LG Argomenti" che ribadiva gli errori compiuti dai sostenitori di questa
polemica contro i giovani.
Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/w/wakamono.php
Cristiano Martorella, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese,
in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 1, gennaio-marzo 2003, pp. 67-71.
Wakamono
I paradossi della cultura giovanile giapponese
di Cristiano Martorella
Dopo alcuni interventi che hanno suscitato roventi polemiche, torniamo
sull'argomento della cultura giovanile giapponese per occuparcene in modo più
approfondito e dettagliato.
A dispetto della presunta occidentalizzazione della gioventù nipponica, soltanto
recentemente si è scoperto quanto siano originali e creativi i giovani
giapponesi (wakamono significa appunto giovane). Invece di considerare il
fenomeno per quello che realmente è, ossia la normale ricerca di un'identità da
parte dei giovani, molti opinionisti e studiosi hanno cominciato a descrivere la
cultura giovanile giapponese con termini inquietanti e appoggiandosi alla
documentazione inattendibile della stampa scandalistica. L'immagine decadente
della gioventù giapponese si è diffusa così rapidamente, e senza controllo, da
divenire un luogo comune anche della stampa che si definisce scientifica. Ed è
questo un caso molto interessante da studiare, per capire i reali meccanismi
dell'informazione mass-mediologica. Fra i tanti articoli italiani spicca in
questo senso l'intervento di Michele Scozzai.
"Collezionano biancheria femminile usata [...] e divorano fumetti manga,
storie d'amore, di sesso e di violenza disegnate con eccezionale realismo.
Comunicano via computer, si drogano di immagini (da quelle innocenti di Goldrake
o Lupin III alla più spinta delle pellicole pornografiche) e delle quattro mura
del piccolo monolocale dove vivono hanno fatto i confini del loro mondo. Eccoli
gli otaku, un esercito di giapponesi stanchi, ribelli, figli del consumismo,
"maniaci di una cybercultura masturbatoria".(1)
La correlazione fra gioventù contemporanea giapponese e sesso, fumetti,
masturbazione e prostituzione è ormai una costante in tutte le pubblicazioni,
anche scientifiche, sull'argomento. Ma indagini sociologiche approfondite e
serie che forniscano dati accertabili e metodi della ricerca non sono mai state
pubblicate. E perfino in Giappone, le ipotesi di sociologi come Okonogi non sono
andate oltre le supposizioni e le proposte di interpretazione dei fenomeni(2).
Al contrario, c'è stato chi ha puntato l'attenzione sulla crescente
disinformazione intorno al Giappone contemporaneo.
"Negli ultimi anni il Giappone è tornato a stupire il mondo occidentale,
ma questa volta dando l'impressione, ormai generalizzata, di un paese in forte
crisi, non solo economica, ma di identità. Confermando, secondo alcuni, le tesi
che vedevano nel Giappone un paese solo apparentemente potente, ma
essenzialmente fragile, e nei giapponesi un popolo senza più identità e
motivazioni diffuse e credibili. Alcuni fatti calamitosi [...] hanno contribuito
a rafforzare l'idea di un Giappone fragile, e nello stesso tempo di un luogo
inquietante, una sorta di laboratorio della postmodernità e delle sue crepe. A
fronte di queste premesse, emergeva con chiarezza, affrontando l'oggetto
"otaku", di valutare il peso e l'influenza, sulla nostra indagine, di queste
immagini distorte, immagini e suggestioni di cui non potremo in ogni caso
liberarci fino a quando non avremo, per il Giappone, un interesse
eterodiretto."(3)
Le parole giuste e corrette di Griner e Furnari non hanno però avuto ascolto.
Così sono continuati i resoconti pittoreschi che fornivano immagini sempre più
distorte della gioventù giapponese. L'argomento coinvolgeva testate
giornalistiche importanti e di ampia diffusione. Il caso interessava perfino la
rivista "L'Espresso" che vi dedicava un reportage ovviamente con i consueti toni
catastrofici.
"E' un problema che sta assumendo proporzioni sempre più allarmanti, al
punto che un istituto di ricerche fra i più quotati, su incarico del governo, ha
svolto un'indagine approfondita sull'estensione e sulle probabili cause del
fenomeno che, in giapponese, si chiama "hikikomori" e che significa "ritiro". Ne
risulta che sul milione di giovani che hanno scelto la reclusione, l'80 per
cento sono maschi, che il 41 per cento trascorre in isolamento assoluto o
parziale - rifiutando, per esempio, di parlare o di aver qualsiasi contatto
sociale - un periodo che va dai sei mesi ai dieci anni e più, che alcuni (ma non
è stata accertata la percentuale) soffrono di depressione, di agorafobia e di
schizofrenia, mentre altri, forse la maggioranza, non presentano nessun sintomo
evidente di disturbi neurologici o psichiatrici. Quanto alle cause del
"hikikomori", si avanzano spiegazioni sociologiche e psicologiche di ogni
genere, ma mai, concordano gli esperti, si sarebbe immaginato che il complesso
di Peter Pan, largamente diffuso negli anni Ottanta, e che si manifestava con il
rifiuto degli adolescenti di diventare adulti, si sarebbe evoluto fino ad
assumere questa forma estrema di auto-reclusione."(4)
Si può osservare come non venga fornito alcun nome circa l'istituto di ricerche,
gli studiosi e gli psicologi che avrebbero condotto questo studio, rendendo
praticamente privo di valore scientifico e di credibilità l'articolo e i dati
presentati. Se non è possibile una verifica delle fonti, viene vanificata ogni
correttezza e precisione delle ricerche. Ma l'interesse della giornalista era
rivolto a colpire il lettore con un'immagine impressionante della gioventù
giapponese. E basta poco per trovare le presunte cause della degenerazione della
gioventù: l'eccessivo sviluppo tecnologico.
"In Giappone è opinione diffusa che se non ci fossero a disposizione tutti
questi marchingegni, i ragazzi non se ne starebbero rinchiusi da soli,
cullandosi nella convinzione che la loro interfaccia è l'universo intero, che la
tecnologia è il loro autentico sistema nervoso al quale sono collegati mediante
un complesso di apparati. Secondo la maggior parte degli psicologi che si
interrogano - assieme a sociologi e cibernetici - sulle cause del "hikikomori",
si è andata creando una simbiosi totale tra corpo e meccanismi elettronici che
ha portato a una forma inedita di autismo: l'autismo tecnologico."(5)
Non è affatto vero che in Giappone sarebbe diffusa l'opinione che la tecnologia
travierebbe i giovani. Soltanto qualche esaltato luddista può sostenere che la
macchina minaccia l'uomo. Piuttosto è la perdita del senso della vita umana che
rende distorto il rapporto con la tecnologia, così come indicava Martin
Heidegger(6). Gli studiosi giapponesi ritengono invece che la cultura nipponica
abbia assunto la tecnologia occidentale adattandola alla propria storia e
tradizione. Questa è la posizione assunta anche da Ueda Atsushi che ribadisce
l'importanza della specificità culturale giapponese(7). L'interpretazione
dell'impatto della tecnologia sulle giovani generazioni giapponesi non è affatto
univoca come vorrebbero farci credere i giornalisti. L'economista Oomae Ken'ichi
suggerisce le possibilità di queste nuove generazioni all'interno di un'economia
liberista (il modello economico che si è affermato a livello planetario).
"La generazione di "Shonen Jump", che oggi è tra i trenta e i quaranta
anni, è fondamentalmente diversa da qualsiasi generazione precedente ("Shonen
Jump" vendeva 6 milioni di copie alla settimana. Questa generazione è nota per
la sua incapacità di pensare con la stessa logicità e consequenzialità della
generazione immediatamente precedente: idee e pensieri saltano da una scena
all'altra, senza transizioni, come succede ai giovani occidentali cresciuti
davanti a MTV). E' una generazione etichettata come "più debole". Si dice che
coloro che ne fanno parte non abbiano la stessa resistenza delle generazioni
precedenti, non avendo dovuto attraversare le stesse difficoltà dei genitori e
dei nonni. E non hanno neanche la stessa fantasia e la stessa motivazione della
generazione successiva, quella dei "ragazzi Nintendo". Sono una generazione
perduta, e incarnano uno dei motivi alla base del ristagno dell'economia
giapponese, rappresentando la porzione più consistente della popolazione attiva.
Al contrario i "ragazzi Nintendo" della generazione successiva, oggi tra i venti
e trent'anni, hanno molte più speranze. I giochi di ruolo (in sigla RPG) con cui
sono cresciuti li hanno plasmati in modo inconfondibile. Tentano tutte le strade
possibili; sono flessibili e molto più creativi di qualsiasi generazione
precedente. Il loro problema è uno solo: quando si trovano in difficoltà
reagiscono come se la vita fosse un gioco elettronico, cioè premendo il tasto
"Reset". Cercano un nuovo lavoro, una nuova città, una nuova carriera. "Fine
partita. Ricomincia". Sono pieni di immaginazione ed entusiasmo per il tipo di
azione in cui "si spara senza mirare". E proprio queste apparenti carenze li
rendono molto più efficaci, come cittadini del nuovo continente."(8)
A questo punto risulta interessante fare un passo indietro e chiedersi il perché
di tanta attenzione nei confronti della gioventù giapponese da parte della
stampa italiana. Soprattutto è sorprendente la rappresentazione pittoresca dei
caratteri mostruosi. Ed è questa mostruosità, che potremmo definire con il
termine freak, a colpire l'immaginazione. Il mostro, il diverso è il tema che
emerge prepotentemente.
Ma questo topos che i romantici avevano ben studiato (si pensi alla creatura di
Mary Shelley e al gobbo di Victor Hugo) ha aspetti più profondi di quelli
maldestramente evidenziati dai giornalisti. I romantici ci hanno insegnato che
siamo noi a creare i mostri, a isolarli rendendoli asociali, separati e diversi.
Autori come Edogawa Ranpo hanno messo in luce in quale modo il mostro tragga la
sua forza da una società borghese corrotta (con altri toni vi era riuscito anche
Luigi Pirandello). I mostri sono indispensabili in una società razionalizzante e
burocratica che occulta continuamente la vera natura umana. Il mostro è il
condensato di tutto ciò che è incomprensibile, istintivo, vitale e soprattutto
libero. Il mostro soffre nell'isolamento in cui è gettato dal consorzio umano
che stabilisce a priori i ruoli e le mansioni degli individui. E non può far
altro che esprimere la sua identità e diversità tramite la distruzione della
società che l'ha condannato. In ogni caso il mostro sarà sempre vincente perché
avrà affermato la sua identità al di sopra dell'omologazione comunitaria.
Per quanto riguarda la gioventù giapponese, è completamente mancata un'indagine
sociologica seria che valutasse e ponderasse le istanze dei giovani. Non si è
andati oltre la pittoresca descrizione della mostruosità presunta.
Paradossalmente i manga ritraggono la realtà giovanile giapponese meglio dei
malsani saggi sociologici che si stanno pubblicando. L'unico modo per
comprendere le kawaikochan (le graziose ragazze giapponesi) è avvicinarsi ai
loro sentimenti, e i manga sono capaci di ciò, molto meglio delle fredde
tassonomie e delle false ricostruzioni storiche. Ricordiamoci cosa ci accomuna
tutti, noi e i giapponesi: siamo esseri umani. I desideri, le aspirazioni, le
speranze e le illusioni fanno parte del nostro animo. Sono i sentimenti che
motivano i comportamenti umani, e non certo le dogmatiche e schematiche
definizioni di una supposta economia dello scambio. Le kawaikochan sono mosse da
desideri che, seppure nella loro ingenuità, hanno dignità e ragione di rispetto.
L'amicizia come valore, il piacere come arricchimento delle esperienze, il
dolore come conoscenza della realtà, la consapevolezza di poter sbagliare e
illudersi. Se ci fossimo fermati a riflettere sulle emozioni delle kawaikochan
avremmo veramente compreso il loro mondo invece di fornire una banale
rappresentazione viziata da un cumulo di assurdi stereotipi.
Note
1. Scozzai, Michele. La strana tribù del Giappone, in "Focus", n. 95, settembre
2000, p. 66.
2. Cfr. Okonogi, Keigo. 1981. Moratoriamu ningen no jidai. Chuuou Kouron Sha,
Tokyo.
3. Griner, Massimiliano e Furnari, Rosa Isabella. 1999. Otaku. I giovani perduti
del Sol Levante. Castelvecchi, Roma, p. 17.
4. Pisu, Renata. Samurai robot, in "L'Espresso, anno XLVIII, n. 29, 18 luglio
2002, p. 115.
5. Ibidem.
6. Cfr. Heidegger, Martin. 1976. Saggi e discorsi, Mursia, Milano.
7. Cfr. Ueda, Atsushi. 1996. Electric Geisha. Tra cultura pop e tradizione in
Giappone. Feltrinelli, Milano.
8. Oomae, Ken'ichi. 2001. Il continente invisibile. Oltre la fine degli
stati-nazione: quattro imperativi strategici nell'era della Rete e della
globalizzazione. Fazi Editore, Roma, pp. 350-351.
Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/w/wakamono.php
Cristiano Martorella, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese,
in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 1, gennaio-marzo 2003, pp. 67-71.
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