Yuugou, modello economico giapponese
Ripropongo il mio articolo sui rapporti fra l'economia e la cultura
giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com.
Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/y/yuugou.php
L'articolo rielabora il saggio pubblicato negli Atti AISTUGIA del 2001.
Cfr. Cristiano Martorella, Il concetto giapponese di economia: le
implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV Convegno di Studi
sul Giappone (Venezia 4-6 ottobre 2001), vol.2, Cartotecnica Veneziana
Editrice, Venezia, 2002, pp.393-401.
Yuugou, un modello per l'economia giapponese
Saggio sociologico sull'economia e la struttura sociale
di Cristiano Martorella
9 gennaio 2002. Il termine sincretismo (in giapponese yuugou) è stato
utilizzato, a volte abusato, per definire la peculiarità della società
giapponese. Questo concetto è servito per sostenere, anche politicamente, un
modello di assimilazione culturale sincretica che conserverebbe la cultura
tradizionale (la differenza culturale) sfruttando la tecnica occidentale (la
globalizzazione del mercato) secondo il motto: spirito giapponese e scienza
occidentale (wakon yousai).
Ma la convinzione che il modello nipponico sia una forma di sincretismo non
è soltanto il prodotto di un'ideologia dominante a sostegno della nazione
giapponese. L'idea è tuttavia molto diffusa a livello comune fra i
giapponesi. Esiste anche l'espressione "touzai bunka no yuugou" (fusione di
cultura orientale e occidentale). Distinguere le singole posizioni rispetto
alle credenze della collettività ha poco senso in ambito sociologico, poiché
l'oggetto di studio è la società e le relazioni sociali nel complesso.
Quindi bisogna studiare gli effetti e gli impatti della credenza nella
società indifferentemente dal giudizio di valore attribuitole. Anche se il
sincretismo nipponico fosse un semplice artificio retorico, esso è talmente
radicato nella mentalità dei giapponesi che non tenerne conto sarebbe
ignorare un fattore determinante dell'organizzazione sociale giapponese.
Max Weber aveva insegnato quanto fosse importante riconoscere i valori
operanti in una società senza che i nostri giudizi influenzassero l'analisi.
In questo senso conviene davvero ispirarsi ai dettami della sociologia
comprendente (verstehende Soziologie).
L'ascesa economica del Giappone nel XX secolo ha attirato l'attenzione di
molti studiosi, ma la ricerca scientifica ha fornito risultati
contraddittori. Non si è giunti nemmeno ad essere concordi sull'esistenza di
un modello economico specificamente giapponese.
Si è arrivati invece al punto di mettere in dubbio la stessa storiografia
che, risentendo gravemente delle diverse impostazioni, riceve l'accusa di
subire forti influenze ideologiche(1).
Ci sembra opportuno riportare questi problemi nell'ambito della sociologia e
cercare di impostare l'analisi alla luce della questione metodologica. Se la
sociologia si è rivelata incapace nel descrivere compiutamente l'economia
giapponese, tale debolezza è l'indizio di una carenza degli strumenti
scientifici e del metodo di ricerca.
Lo studio oggettivo
Lo studioso che ha affrontato le problematiche delle scienze sociali in
maniera compiuta fu Max Weber(2). Weber ha risolto in modo brillante la
difficoltà dell'oggettivazione nelle scienze storico-sociali. Poiché nello
studio dell'economia giapponese si riscontra la medesima difficoltà, è
indispensabile ripercorrere l'insegnamento weberiano. La scientificità di
molte tesi attuali è minata dalla mancanza della distinzione weberiana fra
il giudizio di valore (giudizio personale e soggettivo) e l'affermazione di
fatto (constatazione dei fatti). L'oggettivazione non è un'utopia, ma un
processo cognitivo. Chi rifiuta l'attività scientifica come prodotto teorico
di un'elaborazione intellettuale che interagisce con la realtà, si pone
fuori dalla scienza. Questo erroneo atteggiamento molto comune fra gli
studiosi comporta l'assunzione delle proprie opinioni elevate a verità
assolute indiscutibili. Eppure non si fa scienza (epistéme) attraverso
l'opinione (doxa). La scienza implica una considerazione dei fatti, una
visione complessiva e non parziale, la verifica delle teorie. Tutto ciò può
avvenire, secondo Weber, soltanto impostando una corretta metodologia di
ricerca. Le scienze storico-sociali implicano una relazione ai valori. I
valori di una società devono essere studiati nell'ambito delle relazioni
sociali e materiali, così da rendere intelligibile il fenomeno storico che
si vuole indagare. Se lo studioso fornisce una preventiva valutazione dei
fatti storico-sociali, esprimendo un giudizio personale, impedisce alla
ricerca di avanzare nella spiegazione dei nessi causali. Come dice Weber,
questo genere di dogma è soltanto una "questione di fede".
Weber propone quindi una migliore definizione degli strumenti d'indagine
scientifica. Egli definisce il tipo ideale (Idealtypus) come un costrutto
intellettuale capace di elaborare la complessità empirica fornendo una
lettura perspicua dei fenomeni. Ma la validità di un costrutto idealtipico
non può essere accertata a priori. Il tipo ideale è uno strumento di lavoro
e la sua validità viene accertata in base all'efficacia nella comprensione
dei concreti fenomeni culturali.
Poiché Weber riconosce l'influenza del pensiero di un'epoca sullo studioso,
egli non sfugge affatto alla problematicità dell'oggettivazione. Non si
lascia però ingannare da facili e banali contrapposizioni che liquidano il
concetto stesso di oggettività. Secondo Pierre Bourdieu la struttura sociale
non è solo un condizionamento che determina l'azione degli individui, ma è
anche il prodotto della loro azione che trasforma la struttura stessa(3).
L'oggettività è la relazione fra soggetto e oggetto. Essa va trattata come
tale escludendo quella falsa e fuorviante concezione dell'oggettività come
ipostatizzazione e neutralizzazione del rapporto soggetto/oggetto. Questa
falsa oggettività nasconde il soggetto conoscente. Estremamente interessante
è notare come tale concezione del soggetto e dell'oggetto come relazione
processuale coincida con la stessa elaborata dal filosofo Nishida
Kitarou(4). Il soggetto può conoscere se stesso soltanto tramite l'oggetto,
e apprendere dell'oggetto tramite il sé. Non si tratta di una coincidenza.
Nishida e Weber erano debitori di una concezione elaborata in modo ampio e
sofisticato da Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
In un ambito epistemologico, la scienza sociale deve riconoscere che la
visione e l'interpretazione sono una componente dell'intera realtà del mondo
sociale. Sembra superfluo mettere in evidenza l'enorme differenza fra chi
sostiene verità indiscutibili e chi propone modelli teorici che
interagiscono con la realtà. Eppure gli studi sull'economia giapponese hanno
risentito negativamente del primo atteggiamento(5).
Già negli anni '70, l'antropologa e sociologa Nakane Chie rimproverava agli
occidentali di usare pedissequamente i modelli teorici elaborati per le
società occidentali senza tenere in considerazione la realtà giapponese(6).
Nakane cerca di individuare le peculiarità strutturali della società
nipponica. Innanzitutto osserva che la coscienza di gruppo giapponese
dipende dalle relazioni interpersonali (frame o struttura) piuttosto che
dall'attributo (status). I giapponesi tenderebbero a costituire dei gruppi
che sarebbero poi il contesto delle loro attività. I vincoli di parentela
fissati dallo status sarebbero poco determinanti, perfino nelle famiglie
tradizionali (ie) dove prevaleva il criterio di gruppo residenziale (si
consideri l'importanza della moglie e della nuora superiore ai parenti
trasferitisi altrove, ma anche l'usanza delle adozioni). Il passaggio dalla
struttura sociale all'economia è fin troppo facile. Risulta agevole
individuare questa tipologia negli zaibatsu, e poi nei keiretsu.
Nakane Chie ritiene che il gruppo corporativo fondato su una struttura di
relazioni interpersonali sia il principio edificativo della società
giapponese. Si potrebbe obiettare che questa visione sia troppo appiattita
sul modello giapponese degli anni '70 e non tenga presente la dinamica
sociale sull'asse diacronico. Comunque, Nakane non sbaglia nell'individuare
un fattore giapponese e nel suggerire di studiare le modalità della
struttura sociale nipponica secondo criteri specifici. Una proposta che ha
suscitato polemiche.
Attualmente la situazione non è migliorata. Si assiste, anzi, allo scontro
fra teorici della specificità giapponese (nihonjinron) e teorici
dell'indifferenza (chi sostiene che la società giapponese vada spiegata con
le stesse categorie usate per l'Occidente). Si tratta di un conflitto chiuso
e interno a se stesso. I risultati sono abbastanza evidenti: l'incapacità di
fornire teorie e spiegazioni sulla società giapponese che non siano banali
stereotipi. Come ha osservato Nakane Chie, gli occidentali sono stati
abilissimi a sostenere un conflitto culturale fra la tradizione giapponese e
la società moderna. Tanto abili da sostenere la medesima teoria per più di
un secolo attraversando tutti i mutamenti sociali, economici e politici del
Giappone con uguale indifferenza. Affermare che questa sia una grave miopia
è il minimo. Il Giappone non è un paese misterioso e incomprensibile, è
soltanto il caso evidente di una cattiva impostazione metodologica degli
studiosi.
Per evitare di trascinarci in questo pantano di inconcludenti polemiche,
bisogna impostare necessariamente la questione metodologica della società
giapponese nell'ambito della sociologia.
Nihonjinron e agire razionale
Le scienze sociali riconoscono lo sviluppo storico della società
diversificato secondo differenti variabili. La specificità di ogni società è
dunque la premessa e non il risultato dell'indagine scientifica. E tale
condizione è dettata dallo svolgimento storico che non è regolato da nessuna
legge deterministica(7). Quindi il concetto di nihonjinron (specificità
culturale giapponese) è superfluo, ma non è falso. Si tratta di una banalità
(ogni società ha una sua specificità) che si dimostra particolarmente debole
quando viene assunta come principio esplicativo astratto, non
contestualizzato e metastorico. La storia economica del Giappone rispecchia
un proprio quadro teorico semplicemente perché le condizioni materiali,
culturali e politiche del paese erano diverse.
Come ci ricorda Itou Takatoshi, le condizioni per il decollo economico del
Giappone furono realizzate autonomamente e secondo il contesto
storico-sociale nel periodo Edo (1600-1867), ossia prima dell'apertura
all'Occidente(8). I fattori indicati da Itou sono quattro:
- Alto livello di istruzione
- Accumulazione di capitale
- Miglioramento delle tecniche agricole
- Sviluppo delle infrastrutture
L'elevato livello di istruzione raggiunto in Giappone, ancora oggi una
discriminante straordinaria rispetto ad altri paesi, era determinato da un
insieme di elementi culturali e sociali(9). All'insegnamento in famiglia si
aggiunse l'educazione nei terakoya (scuole private) estremamente diffuso nel
periodo dei Tokugawa sia nelle città sia nei villaggi. Il sistema dei
terakoya era rivolto a ragazzi e ragazze fra i 6 e i 14 anni. Gli insegnanti
erano in maggioranza rounin (samurai senza padrone), medici, sacerdoti
shintoisti e soprattutto chounin (mercanti). Il livello di scolarizzazione
del Giappone dell'epoca Edo era piuttosto elevato rispetto ad altri paesi:
il 40% dei ragazzi e il 10% delle ragazze. Si contavano più di 10.000
terakoya nell'intero paese. Si consideri che il sistema dei terakoya era
rivolto alla classe media, alla popolazione comune. La classe aristocratica
dei samurai poteva vantare livelli di istruzione ancora più elevati. Tenendo
presente che i samurai senza padrone (rounin) potevano divenire insegnanti
nei terakoya, si intuisce come questo sapere non fosse elitario e chiuso.
Importantissima fu l'accumulazione di capitale generata da nuovi assetti
politici e dall'organizzazione sociale. La divisione in nuove classi
sociali, la stabilità politica e la pace duratura furono le premesse
all'ascesa della chounin bunka (cultura dei commercianti). Nonostante i
chounin non potessero svolgere un ruolo politico attivo e diretto, essendo
privi di qualsiasi potere militare (detenuto dai samurai), furono gli
artefici dello sviluppo urbano, dell'esercizio commerciale e della
circolazione monetaria. In particolare, fu il meccanismo della komezukai no
keizai (economia dell'uso di scambio del riso) ad avviare l'aumento di
volume d'affari dei chounin (commercianti) e la circolazione monetaria.
Infatti i daimyou riscuotevano le imposte e i samurai ricevevano gli
stipendi in natura, ossia in riso, ma erano costretti a convertirlo in
moneta dai commercianti. La frequentazione dei quartieri urbani da parte dei
samurai innescava un'economia dei consumi e l'attivazione di una forte
circolazione monetaria. I chounin raggiunsero ricchezze cospicue, a volte
superiori a quelle dei daimyou. Una figura di spicco fra i chounin fu
Kinokuniya Bunzaemon, facoltoso commerciante.
Queste sono in breve le caratteristiche della storia economica giapponese
alle sue origini(10).
Per aumentare il grado di comprensione dei fenomeni economici giapponesi,
suggeriamo di seguire la metodologia weberiana assumendo l'avalutatività
(Wertfreiheit) come criterio indispensabile per la scienza. Infatti
qualsiasi pregiudizio inficia inevitabilmente lo svolgimento teorico della
sociologia.
In secondo luogo, Weber elaborò un concetto di razionalità che risulta
estremamente utile per lo studioso(11). Egli distinse rispetto all'agire
sociale quattro tipi ideali:
- agire razionale rispetto allo scopo (zweckrational)
- agire razionale rispetto al valore (wertrational)
- atteggiamento affettivo (affektuell)
- atteggiamento tradizionale (traditional)
L'agire razionale rispetto allo scopo è orientato al conseguimento dei mezzi
ritenuti adeguati per realizzare un certo scopo. L'agire razionale rispetto
al valore tiene presenti certe credenze in base a un valore attribuito
socialmente. L'agire affettivo è determinato da emozioni, sensazioni,
affetti. L'agire tradizionale è determinato dalle abitudini acquisite e dai
costumi di una civiltà.
Il grado di razionalità e intelligibilità dei fenomeni diminuisce passando
dall'agire razionale all'atteggiamento tradizionale irrazionale.
L'intenzione di Weber è comunque di riportare ciò che viene considerato
irrazionale sotto l'indagine scientifica. Infatti, il fenomeno sociale non è
mai puramente formale, ma in diversi gradi può essere costituito da una
combinazione dei quattro tipi ideali dell'agire sociale. La conseguenza più
importante è la conclusione, secondo Weber, che la razionalità non può
riferirsi a un unico modello.
Questa considerazione sociologica rispecchia la posizione della filosofia
giapponese del Novecento. Nishida Kitarou coniò il termine touyouteki ronri
(logica orientale) per distinguere la razionalità formale giapponese da
quella occidentale(12). Tanabe Hajime si dedicò alla filosofia della scienza
e scrisse Kagaku gairon (Introduzione alla filosofia della scienza)(13).
Anch'egli riconobbe la necessità di elaborare una logica che tenesse
presenti le caratteristiche giapponesi. Watsuji Tetsurou pensò addirittura
di poter rintracciare le caratteristiche del pensiero giapponese
nell'influenza dell'ambiente e del clima(14). Mutai Risaku criticò l'idea
che la logica occidentale rappresenti la forma corretta e universale del
pensiero(15).
Le conseguenze dal punto di vista sociologico ed economico sono enormi. Per
avere una comprensione dei comportamenti economici giapponesi è necessario
avere una conoscenza delle variabili che determinano l'agire sociale. E
questo può avvenire soltanto tenendo presenti i valori nella società
giapponese. L'errore metodologico consiste nel riportare l'agire razionale
giapponese a un atteggiamento irrazionale tradizionale o affettivo,
indicando come sopravvivenze di un sistema arcaico ciò che è semplicemente
diverso dalla razionalità occidentale.
Religione e società
Weber aveva studiato l'influenza delle credenze religiose sull'economia
fornendo una teoria sul capitalismo occidentale molto apprezzata negli
ambiti storici e sociologici. Ne L'etica protestante e lo spirito del
capitalismo(16), egli osserva un fatto statistico, ossia la prevalenza delle
imprese e proprietà protestanti in Europa. Analizzando il fenomeno nella
dimensione diacronica, si trova conferma dello sviluppo del capitalismo in
centri protestanti a partire dal XVI secolo. Weber cerca quindi una
spiegazione del fenomeno che trova nelle caratteristiche del
protestantesimo. Secondo Weber nasce dall'etica protestante la concezione
del capitalismo moderno basata sulla disciplina del lavoro, la dedizione al
guadagno tramite un'attività economica legittima, e la mancanza dello
sperpero del guadagno che invece viene reinvestito(17). Un'analisi weberiana
della società e economia giapponese è stata tentata da Morishima Michio(18).
Secondo Morishima, in Europa l'etica protestante incoraggiò il capitalismo,
mentre in Giappone fu il confucianesimo a sostenerlo. L'enfasi confuciana
sulla fedeltà ai genitori, agli anziani, e allo stato avrebbe promosso la
cooperazione tra gli imprenditori e il governo. Tuttavia la teoria di
Morishima è per molti versi insoddisfacente, nonostante abbia avuto ampia
diffusione e consensi(19). Le motivazioni sono di ordine storico e
filosofico. Il confucianesimo cinese è una dottrina funzionale alla
stabilità delle classi aristocratiche e alla conservazione del mondo
contadino. Ciò è in contraddizione con il dinamismo moderno e il
capitalismo. In effetti, si deve riconoscere che il neoconfucianesimo
giapponese ha tratti completamente diversi dal confucianesimo cinese(20). Il
neoconfucianesimo sviluppato in epoca Edo (1600-1867) esaltava il
razionalismo e lo studio delle scienze(21).
Ma nemmeno le particolarità del neoconfucianesimo giapponese sono
sufficienti per spiegare i fenomeni economici del XX secolo. Gli influssi
dello shintoismo e del buddhismo sono stati eccessivamente trascurati. Lo
shintoismo fornisce una considerazione delle cose (mono) differente dalle
religioni monoteiste. L'insistenza sul valore e sulla natura divina delle
cose attribuisce al prodotto un significato particolare. Non si tratta di
una rozza forma di animismo, ma di una concezione che elimina il dualismo
cartesiano (spirito e materia) tipico del pensiero occidentale. La mancanza
di una distinzione fra mente e materia permette di concepire le idee con una
progettualità concreta e il prodotto con le implicazioni della sensibilità
umana. Una concezione che è rispecchiata nel marketing come evidenziato da
Johansson e Nonaka(22).
L'analisi dell'organizzazione industriale rivela l'applicazione di un
pensiero derivato dal buddhismo zen. Innanzitutto il concetto di kaizen, la
qualità totale, che riprende l'idea di miglioramento tipica dello zen. Ma
soprattutto l'intero processo di fabbricazione che responsabilizza
l'operaio. Una concezione opposta e contraria allo Scientific Management
americano inventato da Frederick Taylor(23) e applicato al fordismo.
L'operaio nel Toyota Production System ha la facoltà di bloccare l'intera
linea di produzione per apportare modifiche e miglioramenti. Questo arresto
in linea era inconcepibile nelle fabbriche occidentali, tanto che fu
ridicolizzato dal comico Charlie Chaplin nel suo celebre film Tempi moderni
(1936). Secondo i manager giapponesi, una linea produttiva che non si
arresta mai è una linea perfetta oppure una linea con una quantità enorme di
problemi. La seconda ipotesi è la più probabile. Infatti la mancanza
dell'arresto della linea impedisce di far emergere e individuare le
disfunzioni. L'addetto alla linea non deve essere un semplice esecutore di
ordini, ma conoscere e controllare gli eventi della produzione. Nella
fabbrica giapponese c'è un surplus di coscienza.
Anche la considerazione del "nulla" (mu) come elemento attivo, elaborata dal
pensiero zen, è ripresa nella definizione dei "sei zeri": zero stock
(nessuna scorta in magazzino), zero difetti, zero conflitto, zero tempi
morti di produzione, zero tempo d'attesa per il cliente, zero cartacce
(eliminazione della burocrazia superflua)(24). Concetti espressi anche con
la definizione delle "tre emme": muri (eccesso), muda (spreco) e mura
(irregolarità)(25). Il pensiero zen è in azione e applicato in questa
considerazione del nulla come fattore produttivo. Una considerazione che ha
permesso ai giapponesi di perfezionare un sistema di fabbricazione
just-in-time estremamente efficiente che è stato poi imitato anche dagli
occidentali.
Ovviamente le forme del pensiero e della cultura non generano la realtà
materiale, ma tuttavia interagiscono con essa in maniera forte e
determinante. Rifiutare il riconoscimento dell'interazione di fattori
psicologici e mentali, del sistema di credenze, del mondo simbolico con
l'apparato economico, equivale a una lobotomia del pensiero scientifico che
trae la sua forza proprio nella capacità di fornire una elaborazione
concettuale (Begriffbildung) esplicativa della complessità empirica.
Economia e cultura
Il modello economico giapponese che è stato sostenuto maggiormente è il tipo
dell'assimilazione culturale sincretica (yuugou) del Giappone che ne avrebbe
conservato la cultura tradizionale adottando le tecniche occidentali (wakon
yousai). Ma questo modello rischia di rivelarsi una banalità. Innanzitutto
non si definisce cosa si intenda per tradizione giapponese. Considerando che
la tradizione giapponese è già essa stessa una forma sincretica fra la
cultura autoctona e la cultura cinese, questa distinzione perde di
efficacia. Inoltre non esiste cultura che non sia una forma di assimilazione
e trasformazione. L'immobilità è la morte di una cultura, e non costituisce
uno stato di conservazione. Quindi è superfluo considerare l'assimilazione
culturale in Giappone come un evento particolare e singolare. E altrettanto
inutile è meravigliarsi delle forme sincretiche nipponiche (yuugou) che sono
la semplice manifestazione di una civiltà vitale.
Piuttosto risulta estremamente interessante considerare la dinamica sociale
che è terribilmente sottostimata. L'idea di una società immobile e
gerarchica viene attribuita al Giappone in maniera superficiale e
stereotipata, mentre gli studi storici evidenziano una mobilità sociale che
ha innescato importanti fenomeni. Questo errore è consueto negli autori che
posseggono una scarsa dimestichezza con le categorie sociologiche. Ad
esempio, è frequente l'uso maldestro del concetto di classe sociale senza
alcuna considerazione della stratificazione sociale. Ogni individuo può
appartenere a una sola classe, ma contemporaneamente a parecchi strati
sociali poiché esistono diversi criteri di stratificazione (economico,
politico, professionale, scolastico, religioso, etnico, etc.). Come
conseguenza, l'ignoranza della stratificazione sociale impedisce di vedere e
comprendere la mobilità sociale.
Eppure non mancano gli studiosi che hanno mostrato quanti cambiamenti abbia
attraversato il Giappone. Il posto fisso nell'azienda, per esempio, è un
fenomeno recente che risale al dopoguerra. Perciò non costituisce una regola
e non va inteso come una caratteristica del sistema economico giapponese su
lunga scala. Noguchi Yukio ha individuato notevoli differenze del sistema
economico prima del 1940, e suggerisce di considerare con maggiore
attenzione il periodo prebellico(26). Questi cambiamenti sarebbero indicati
anche da Okazaki Tetsuji e Okamura Masahiro ne L'origine del sistema
economico giapponese(27).
Ma ritorniamo alla questione dello sviluppo tecnologico. Per quanto riguarda
le tecniche occidentali, sono molti gli studiosi che hanno segnalato come
l'adozione di una tecnica non implichi necessariamente una particolare
struttura sociale(28). La credenza che l'innovazione tecnologica comporti
uno sviluppo lineare è stata da tempo criticata e respinta(29). Il mito
della modernizzazione crolla ogni giorno davanti alla realtà storica
contemporanea, la cui complessità smentisce ogni tipo di dogma.
Dopo aver riconosciuto i limiti del modello sincretico, possiamo comunque
rivalutare il suo apporto teorico all'indagine sociologica. L'economia
giapponese è costituita da un insieme di variabili che non possono essere
riportate a un modello tradizionale e neppure al modello occidentale della
modernizzazione. Inoltre non si tratta di una semplice combinazione additiva
fra antica tradizione e moderna tecnologia. I rapporti fra questi diversi
elementi hanno generato fenomeni completamente nuovi. Lo sviluppo economico
del Giappone non può essere considerato un'addizione fra tradizione e
tecnologia. Infatti gli influssi vicendevoli fra elementi materiali e
fattori culturali hanno innescato un reciproco cambiamento. La tecnologia
giapponese si sviluppa ormai in maniera autonoma e secondo proprie
direttive. Prodotti come il Walkman, la Playstation, il Gameboy che tanto
influenzano la vita quotidiana dei giovani, sono nati dalla creatività
giapponese(30).
Come ci ricordano gli storici della scienza, la tecnica è semplicemente ciò
che serve per soddisfare un bisogno. Una concezione della tecnica scevra di
ogni tentazione metafisica, ci permette di comprendere come possa essere
applicata in ambienti diversi. Il sincretismo giapponese fra cultura e
tecnologia è il semplice riconoscimento della concretezza della scienza e
della tecnica. Un pragmatismo, come si è detto in precedenza, favorito dalle
scuole neoconfuciane giapponesi. La cultura, a sua volta, non è minacciata
dalla modernità. Ogni società che è capace di adattarsi e assimilare
elementi nuovi è estremamente vitale. Interpretare le trasformazioni di una
cultura come una sua negazione significa non possedere una conoscenza
perspicua della sociologia e dell'antropologia culturale.
Note
1. Sulla questione è utile consultare: Najita, Tetsuo. On Culture and
Technology in Postmodern Japan. South Atlantic Quarterly, vol. 87, n. 3,
Summer 1988, pp. 401-418. Anche Harootunian ha sviluppato la polemica sul
rapporto fra storiografia e ideologia. Cfr. Harootunian, Harry. Visible
Discourses/Invisible Ideologies. South Atlantic Quarterly, vol. 87, n. 3,
Summer 1988, pp.446-474. L'analisi più profonda e pertinente resta comunque
quella operata da Yamamura Kouzou, professore di economia all'Università di
Washington, che ha evidenziato i limiti e gli errori della storiografia.
Cfr. Yamamura, Kouzou. 1980. "L'industrializzazione del Giappone. Impresa,
proprietà, gestione", in Storia Economica Cambridge, vol. VII, cap. 5.
Einaudi, Torino, pp. 267-329.
2. Weber, Max. 1922. Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftlehre. Mohr,
Tübingen (trad. it. Weber, Max. 1958. Il metodo delle scienze
storico-sociali. Einaudi, Torino).
3. Bourdieu, Pierre. 1992. Réponses. Pour une anthropologie réflexive.
Editions du Seuil, Paris (trad. it. Bourdieu, Pierre. 1992. Risposte. Per
un'antropologia riflessiva. Bollati Boringhieri, Torino).
4. Nishida Kitarou. 1948. Nishida Kitarou zenshuu. Iwanami Shoten, Tokyo,
vol. 6.
5. Ricordiamo un caso emblematico, quello di Karel van Wolferen, che
fornisce una visione critica e negativa del sistema economico giapponese.
Cfr. Van Wolferen, Karel. 1990. Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer,
Milano.
6. Nakane Chie. 1973. Japanese Society, London, Weidenfeld & Nicolson,
London (trad. it. Nakane Chie. 1992. La società giapponese. Raffaello
Cortina, Milano).
7. Miki Kiyoshi addirittura considera il pensiero un prodotto storico
ribaltando la questione. Miki, Kiyoshi. 1946. Kousouryoku no ronri. Iwanami
Shoten, Tokyo.
8. Itou, Takatoshi. 1992. The Japanese Economy. Massachusetts Institute of
Technology, Cambridge.
9. Fondamentale il lavoro di Ronald Dore che mise in evidenza la
discriminante dell'istruzione come fattore di sviluppo. Cfr. Dore, Ronald.
1965. Education in Tokugawa Japan. University of California Press, Berkeley
& Los Angeles.
10. Anche Halliday riconosce l'importanza dello sviluppo economico del
periodo Edo per la successiva ascesa della società industriale dell'epoca
Meiji. Cfr. Halliday, Jon. 1975. A Political History of Japanese Capitalism.
Pantheon Books, New York. Sullo sviluppo del periodo Edo ha scritto in
maniera completa ed esaustiva Claudio Zanier. Cfr. Zanier, Claudio. 1975.
Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Einaudi, Torino.
11. Il lavoro di Weber è fondamentale per la sociologia. Indubbiamente si
tratta dell'autore più fecondo, e i suoi trattati teorici sul metodo
sociologico sono ancora di una straordinaria attualità. Così come le teorie
sulla società moderna, l'economia e lo sviluppo. Si consultino i testi
dedicati da Franco Ferrarotti al sociologo tedesco. Ferrarotti, Franco.
1985. Max Weber e il destino della ragione. Laterza, Bari.
12. Cfr. Giancarlo Vianello. "La scuola di Kyoto attraverso il Novecento",
in Marchianò, Grazia (a cura di). 1996. La scuola di Kyoto. Kyoto-ha.
Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, p. 37.
13. Tanabe Hajime. 1918. Kagaku gairon. Iwanami Shoten, Tokyo.
14. Watsuji Tetsurou. 1979. Fudou: ningengakuteki kousatsu. Iwanami Shoten,
Tokyo.
15. Mutai Risaku. 1971. Shisaku to kansatsu. Keisou Shobou, Tokyo.
16. Weber, Max. 1922. "Die protestantische Ethik und der Geist des
Kapitalismus", in Gesammelte Aufsätze zur Religionssoziologie. Mohr,
Tübingen (trad. it. Weber, Max. 1945. L'etica protestante e lo spirito del
capitalismo. Sansoni, Firenze).
17. Una bella esposizione del pensiero weberiano è fornita da Giddens che
approfondisce e paragona le analisi di Weber a quelle di altri studiosi.
Giddens, Anthony. 1971. Capitalism and Modern Social Theory, Cambridge
University Press, Cambridge.
18. Morishima Michio. 1982. Why has Japan Succeeded?, Cambridge University
Press, Cambridge.
19. Ad esempio nel lavoro di Ronald Dore e altri studiosi occidentali. Dore,
Ronald. 1987. Taking Japan Seriously. A Confucian Perspective on Leading
Economic Issue, Athlon Press, London (trad. it. Dore, Ronald. 1990. Bisogna
prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi.
Bologna, il Mulino).
20. Cfr. Takeshita, Toshiaki. 1996. Il Giappone e la sua civiltà: profilo
storico, Clueb, Bologna, pp. 144-148.
21. Cfr. Tenneriello, Andrea. 2001. La legislazione per la scienza e la
tecnologia nel Giappone moderno. Unicopli, Milano, p. 8.
22. Johansson, Johny e Nonaka, Ikujirou. 1997. Senza tregua. L'arte
giapponese del marketing. Baldini & Castoldi, Milano.
23. Taylor, Frederick. 1947. Scientific Management. Harper & Brothers, New
York. Si consulti Smiraglia per un quadro completo. Smiraglia, Stanislao.
1993. Psicologia sociale della società industriale, Pàtron, Bologna.
24. Cfr. Oono Taiichi. 1993. Lo spirito Toyota. Einaudi, Torino, pp.
XVI-XVII.
25. Cfr. Schonberger, Richard. 1987. Tecniche produttive giapponesi. Franco
Angeli, Milano, pp. 72-73.
26. Noguchi, Yukio. 1995. Senkyuuhyakuyonjuunen taisei. Touyou Keizai
Shinpousha, Tokyo.
27. Ozaki, Tetsuji e Okamura, Masahiro. 1993. Gendai Nihon keizai shisutemu
no genryuu. Nihonkeizai Shinbunsha, Tokyo.
28. Il problema è trattato da Franco Crespi. Cfr. Crespi, Franco. 1985. Le
vie della sociologia. Il Mulino, Bologna, pp. 337-388. Un approccio critico
al problema è esposto da Giddens con il solito acume. Giddens, Anthony.
1982. Sociology. A Brief but Critical Introduction. Macmillian, London.
29. La critica più autorevole è quella di Immanuel Wallerstein, importante
sociologo. Wallerstein, Immanuel. 1974. The Modern World System. Academic
Press, New York.
30. Gli studi sulla cultura giovanile giapponese cadono nell'errore
frequente di isolare la cultura di massa senza considerare la partecipazione
individuale alla società nella sua completezza. Eppure questi elementi hanno
senso soltanto quando considerati insieme. Lo studio della società di massa
non può avvenire separatamente dallo studio della società in tutti i suoi
aspetti istituzionali, economici e relazionali. Infatti la società di massa
è soltanto un aspetto della società moderna. Questo genere di errore è
evidente in Sharon Kinsella e Alessandro Gomarasca che definiscono
mistificatori gli studi sulla società giapponese e rigettano ogni tipo di
indagine scientifica che non rientri nel loro quadro di riferimento. Cfr.
Gomarasca, Alessandro. 2001. La bambola e il robottone. Culture pop nel
Giappone contemporaneo. Einaudi, Torino.