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Articolo di Repubblica su otaku   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #70 di 552 |
Tempo fa sono stato intervistato da una giornalista del quotidiano "La
Repubblica", in qualità di studioso di cultura giapponese, sul fenomeno otaku.
Ecco l'intervista on-line al seguente indirizzo. Si tratta di un pezzo molto
interessante che ripropongo per chi non lo avesse già letto.

http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html



Cordialmente
Cristiano Martorella


Gentilissimo Cristiano Martorella,
volevo segnalarle la pubblicazione dell'intervista. La troverà nella sezione
"Scuola e giovani" del sito repubblica.it, al seguente indirizzo:


http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html



Rosalba Castelletti



Intervista al nipponista Cristiano Martorella: se non si esagera, i giovani
possono riscoprire il gusto personale e la capacità di ironizzare su se stessi
"Otaku? Una forma di ribellione dei ragazzi schiacciati dalla crisi"
di ROSALBA CASTELLETTI

ROMA - "Letteralmente significa 'casa altrui', da qui il termine Otaku è passato
a connotare negativamente quanti sono talmente fissati per qualcosa da stare la
maggior parte del tempo chiusi in camera. Gli appassionati di fumetti e
animazione se ne sono poi appropriati quasi subito dandogli un significato
scanzonatorio e divertente". Cristiano Martorella, nipponista, ha pubblicato
diversi saggi e articoli sulla cultura, la filosofia e la letteratura
giapponese.

- Quando si è iniziato a parlare di otaku in Italia?

Agli inizi degli anni Novanta, in contemporanea col boom dei manga, nella sua
accezione positiva. Alcuni analisti hanno iniziato a parlare anche
dell'accezione negativa del termine e adesso il significato di "otaku" dipende
da chi lo usa e dal contesto: per questo è sbagliato fare distinzioni tra otaku
giapponesi e otaku italiani.

- E gli hikikomori, i ragazzi che si chiudono in stanza per mesi o anni e
rifiutano ogni contatto sociale?

Hikikomori letteralmente vuol dire "segregato". In Italia si parla spesso dei
danni causati da videogiochi e playstation. In Giappone succede lo stesso, ma in
proporzioni maggiori perché lo sviluppo tecnologico negli ultimi decenni ha
raggiunto dei ritmi vertiginosi.
In Giappone infatti c'è malessere giovanile. Ma la colpa non è né dei
videogiochi né dei fumetti, ma del cambiamento dell'organizzazione del lavoro,
della drastica scomparsa del lavoro fisso, dell'incapacità delle istituzioni
scolastiche ad affrontare dei problemi adolescenziali e del venir meno
dell'assistenza sociale.


- E dal malessere al fenomeno otaku qual è il passo?

Il bisogno di differenziarsi dagli adulti, di trovare dei lavori nuovi, come
fumettisti, venditori di fumetti, cubiste, etc. Lavori che, proprio perché
nuovi, vengono visti male dagli adulti. E così gli otaku finiscono per il subire
il contraccolpo del capro espiatorio. Gli otaku, si dice, sono strani. È un
preconcetto. Non si vuole capire che i giovani cercano di arrangiarsi e di
crearsi una nuova identità, perché le leggi non permettono loro di diventare
adulti.

- Gli otaku costruiscono nuove realtà. Quindi non è vero che si tratta di
giovani indolenti...

Assolutamente no. I giovani inventano vestiti, si incontrano e creano mode
riprese da fumettisti e stilisti giapponesi e occidentali. Creano una rete di
contatti e nei quartieri e su internet. Organizzano raduni. Così anche in
Italia: si pensi alla Fiera dei Fumetti di Lucca e a Romics. Si travestono come
i loro eroi animati. È un sintomo di creatività, di capacità manuali e
artistiche. Riscoprono il gusto personale. Sanno che travestendosi o indossando
abiti trasgressivi potranno apparire ridicoli o strani, ma hanno la capacità di
ironizzare su se stessi.

- Sfatiamo l'ultimo pregiudizio: il lettore di manga visto come pervertito.

L'equivoco nasce dal fatto che i fumetti e i cartoni animati giapponesi si
rivolgono a un pubblico di giovani e adulti, tant'è che vi sono prodotti
diversificati per fasce d'età. Un cartone come Lupin III non è pensato per un
bambino di 5 anni. In Italia invece i cartoni animati sono visti come prodotti
per l'infanzia, intrattenimento per persone poco intelligenti. Così si finisce
col puntare il dito contro i riferimenti alla sessualità dei manga che non fanno
altro che rispecchiare le curiosità e gli interessi dei lettori ai quali sono
indirizzati e col censurare i cartoni animati che però non sono pensati per
bambini. È questo lo scarto pericolosissimo.
(21 ottobre 2005)









[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Gio 6 Set 2007 5:47 am

amenouzume@...
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Inoltra Messaggio #70 di 552 |
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Tempo fa sono stato intervistato da una giornalista del quotidiano "La Repubblica", in qualità di studioso di cultura giapponese, sul fenomeno otaku. Ecco...
Cristiano Martorella
amenouzume@...
Invia email
6 Set 2007
5:34 am
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