Tempo fa sono stato intervistato da una giornalista del quotidiano "La
Repubblica", in qualità di studioso di cultura giapponese, sul fenomeno otaku.
Ecco l'intervista on-line al seguente indirizzo. Si tratta di un pezzo molto
interessante che ripropongo per chi non lo avesse già letto.
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
Cordialmente
Cristiano Martorella
Gentilissimo Cristiano Martorella,
volevo segnalarle la pubblicazione dell'intervista. La troverà nella sezione
"Scuola e giovani" del sito repubblica.it, al seguente indirizzo:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
Rosalba Castelletti
Intervista al nipponista Cristiano Martorella: se non si esagera, i giovani
possono riscoprire il gusto personale e la capacità di ironizzare su se stessi
"Otaku? Una forma di ribellione dei ragazzi schiacciati dalla crisi"
di ROSALBA CASTELLETTI
ROMA - "Letteralmente significa 'casa altrui', da qui il termine Otaku è passato
a connotare negativamente quanti sono talmente fissati per qualcosa da stare la
maggior parte del tempo chiusi in camera. Gli appassionati di fumetti e
animazione se ne sono poi appropriati quasi subito dandogli un significato
scanzonatorio e divertente". Cristiano Martorella, nipponista, ha pubblicato
diversi saggi e articoli sulla cultura, la filosofia e la letteratura
giapponese.
- Quando si è iniziato a parlare di otaku in Italia?
Agli inizi degli anni Novanta, in contemporanea col boom dei manga, nella sua
accezione positiva. Alcuni analisti hanno iniziato a parlare anche
dell'accezione negativa del termine e adesso il significato di "otaku" dipende
da chi lo usa e dal contesto: per questo è sbagliato fare distinzioni tra otaku
giapponesi e otaku italiani.
- E gli hikikomori, i ragazzi che si chiudono in stanza per mesi o anni e
rifiutano ogni contatto sociale?
Hikikomori letteralmente vuol dire "segregato". In Italia si parla spesso dei
danni causati da videogiochi e playstation. In Giappone succede lo stesso, ma in
proporzioni maggiori perché lo sviluppo tecnologico negli ultimi decenni ha
raggiunto dei ritmi vertiginosi.
In Giappone infatti c'è malessere giovanile. Ma la colpa non è né dei
videogiochi né dei fumetti, ma del cambiamento dell'organizzazione del lavoro,
della drastica scomparsa del lavoro fisso, dell'incapacità delle istituzioni
scolastiche ad affrontare dei problemi adolescenziali e del venir meno
dell'assistenza sociale.
- E dal malessere al fenomeno otaku qual è il passo?
Il bisogno di differenziarsi dagli adulti, di trovare dei lavori nuovi, come
fumettisti, venditori di fumetti, cubiste, etc. Lavori che, proprio perché
nuovi, vengono visti male dagli adulti. E così gli otaku finiscono per il subire
il contraccolpo del capro espiatorio. Gli otaku, si dice, sono strani. È un
preconcetto. Non si vuole capire che i giovani cercano di arrangiarsi e di
crearsi una nuova identità, perché le leggi non permettono loro di diventare
adulti.
- Gli otaku costruiscono nuove realtà. Quindi non è vero che si tratta di
giovani indolenti...
Assolutamente no. I giovani inventano vestiti, si incontrano e creano mode
riprese da fumettisti e stilisti giapponesi e occidentali. Creano una rete di
contatti e nei quartieri e su internet. Organizzano raduni. Così anche in
Italia: si pensi alla Fiera dei Fumetti di Lucca e a Romics. Si travestono come
i loro eroi animati. È un sintomo di creatività, di capacità manuali e
artistiche. Riscoprono il gusto personale. Sanno che travestendosi o indossando
abiti trasgressivi potranno apparire ridicoli o strani, ma hanno la capacità di
ironizzare su se stessi.
- Sfatiamo l'ultimo pregiudizio: il lettore di manga visto come pervertito.
L'equivoco nasce dal fatto che i fumetti e i cartoni animati giapponesi si
rivolgono a un pubblico di giovani e adulti, tant'è che vi sono prodotti
diversificati per fasce d'età. Un cartone come Lupin III non è pensato per un
bambino di 5 anni. In Italia invece i cartoni animati sono visti come prodotti
per l'infanzia, intrattenimento per persone poco intelligenti. Così si finisce
col puntare il dito contro i riferimenti alla sessualità dei manga che non fanno
altro che rispecchiare le curiosità e gli interessi dei lettori ai quali sono
indirizzati e col censurare i cartoni animati che però non sono pensati per
bambini. È questo lo scarto pericolosissimo.
(21 ottobre 2005)
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