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Articolo Cultura hentai su GX Magazine n.24   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #71 di 552 |
La rivista "GX Magazine" ha pubblicato un mio articolo dedicato alla cultura
giapponese e alla cultura hentai. Lo ripropongo qui di seguito.

Cristiano Martorella, Cultura hentai, relativismo e politica sessuale, in "GX
Magazine", n.24, giugno 2007, pp.25-33.



Cultura hentai, relativismo e politica sessuale
di Cristiano Martorella

Ormai espressioni come cultura otaku, cultura kawaii, e perfino cultura hentai,
sono tanto diffuse in Occidente da essere già note ai lettori appassionati del
genere. Anche gli studi accademici e le pubblicazioni scientifiche hanno
adottato questa terminologia che qualche decennio fa sarebbe stata considerata
ridicola. Tuttavia, dopo questa premessa, si deve aggiungere che le valutazioni
sulla cultura otaku, e in particolare del genere hentai, restano ancora
controverse. La mancanza di una valutazione unanime è causata soprattutto dalle
enormi differenze di interpretazione del fenomeno otaku. Il problema nasce dalla
mancanza di chiarezza su chi sia e cosa faccia l'otaku. Gran parte della stampa
ha sempre definito gli otaku come perditempo, fissati, un po' maniaci,
esagerando platealmente i beceri luoghi comuni. Poi sono arrivati artisti come
Murakami Takashi e Nara Yoshitomo, che esponendo opere esplicitamente ispirate
alle forme artistiche degli otaku hanno infranto un muro di pregiudizi. Murakami
Takashi si è addirittura spinto oltre, emulando chiaramente l'arte hentai.
L'opera intitolata Hiropon mostra l'immagine di una ragazza in stile manga che
si stringe due immensi seni che spruzzano latte. Sembra l'interpretazione
letterale del termine hentai che nel senso originale significa anormale.
Ciò che emerge in modo inequivocabile è il fatto che una definizione univoca del
termine otaku non è possibile e mai potrà esserlo perché abbraccia
manifestazioni ed espressioni differenti di una moltitudine non omogenea che si
ispira a manga e anime. Accettando questa considerazione si possono evitare
tutte le tipologie false e fuorvianti che sono state inventate da sociologi e
psicologi disinvolti, e procedere oltre con un'analisi più aderente alla realtà.
Per fornire un quadro definitivo, o almeno meno lacunoso, sulla cultura
hentai dobbiamo rispondere a due domande essenziali. La cultura hentai è un
fenomeno tradizionale o postmoderno? La cultura hentai è deviante ed eversiva
oppure costruttiva? Le domande sono volutamente estreme, ma sono ciò che si
chiederebbe un osservatore neutrale interrogandoci sulla questione. Incominciamo
col primo quesito. La cultura hentai è in opposizione con la cultura
tradizionale? La risposta è assolutamente negativa. La cultura hentai è la
prosecuzione di forme espressive nate in epoche diverse durante lo sviluppo
della cultura giapponese. Uno studio accurato della produzione erotica
giapponese ci fa scoprire che le stampe shunga prosperarono in epoca Edo
(1600-1867) grazie alla diffusione di una ricca narrativa libertina. Infatti i
Koshokumono (racconti libidinosi) includevano stampe monocromatiche che si sono
poi evolute nelle stampe erotiche ben note a tutti. Questo era il caso delle
opere di Ihara Saikaku (1642-1693), come Cinque donne amorose (Koshoku gonin
onna,1686) e Vita di un libertino (Koshoku ichidai otoko, 1682). Anche le forme
estreme della sessualità, come bondage e sadomasochismo, sono state
rappresentate con finezza dal pittore Katsushika Hokusai (1760-1849) nelle sue
stampe. Indimenticabile è l'opera intitolata Sogno della moglie del pescatore,
dove si anticipa il genere dei tentacoli mostruosi con la raffigurazione di una
donna nuda avviluppata da una piovra immensa. Questa documentazione, che è
straordinaria sia per quantità sia per qualità, dimostra in modo inequivocabile
la continuità della cultura giapponese. Rispondiamo allora al secondo quesito.
La cultura hentai è deviante ed eversiva oppure costruttiva? La cultura hentai è
stata descritta come opposizione alla cultura egemone da quei saggisti che
dovevano sostenere ad ogni costo una tesi pregiudiziale. In realtà chi legge un
bishoujo manga, guarda un anime hentai o un pink eiga, lo fa per divertimento, e
certamente non ha l'intento di partecipare a una presunta "rivoluzione".
Tuttavia la cultura hentai è divenuta eversiva, o così appare, a causa
dell'insostenibile repressione esercitata contro di essa. Non si può nascondere
che le opere e gli autori hentai, sia in Italia sia in Giappone, non godano in
generale di una buona reputazione. Purtroppo l'apprezzamento rimane limitato a
un ristretto gruppo di appassionati che ha abbattuto pregiudizi e ignoranza. Ci
accorgiamo allora che per rispondere al secondo quesito dobbiamo capire che cosa
c'è di diverso nella cultura hentai rispetto alle altre manifestazioni della
sessualità presenti nella nostra società. La risposta è banale ma inquietante.
Nell'hentai non c'è alcunché di diverso. Analizzando le opere hentai ci
accorgiamo che si fa uso di temi già presenti nella nostra cultura. Perfino le
forme più estreme della sessualità sono indicate come sadismo e masochismo ossia
parole che nascono dal nome di celebri scrittori occidentali: Sade (1760-1814) e
Masoch (1836-1895).
Se l'hentai non presenta temi che non siano già stati affrontati in
Occidente, perché averne paura? Per quale motivo temerlo tanto da indicarlo come
devianza e sovversione? La risposta autentica è difficile da accettare. L'hentai
fa paura perché è il prodotto di un'altra cultura. Così la sessualità, già
ampiamente normalizzata dalla commercializzazione dell'eros, rischia di
ritornare ad essere eversiva unendosi a una matrice culturale differente. Forse
è questo che si teme? Indubbiamente ci sono molte esagerazioni, a volte perfino
isterismi, nei confronti di tutto ciò che è giapponese. Risulta difficile
distinguere le fobie dai fenomeni reali. In questo caso la distinzione è ancora
più difficile, ed è sufficiente una lettura dei saggi dedicati all'argomento per
accorgersi in quale guazzabuglio ci troviamo. Molti sociologi hanno contribuito
notevolmente ad alimentare i pregiudizi sui manga hentai con analisi infarcite
di errori e considerazioni fuorvianti. Fra le inesattezze e gli equivoci
sostenuti c'è il pregiudizio che i manga hentai siano disegnati soltanto da
uomini e per uomini. Questo è assolutamente falso. Le più brave autrici del
genere bishoujo manga, un genere indubbiamente erotico, sono state donne. Ci
sono poi i ladies comics, fumetti per donne adulte con forti contenuti sessuali,
dove le autrici hanno creato un genere e aperto il settore a nuove possibilità.
Non bisogna nemmeno dimenticare gli shonen ai, e tutte le riviste (come la
famosa Juné) scritte soprattutto da autrici femminili. Quindi la fisima che i
manga erotici siano scritti soltanto da uomini è un becero pregiudizio che
sottovaluta la creatività femminile e la vorrebbe emarginare. Si rileva così che
l'hentai nei suoi aspetti più creativi ed emancipati subisce l'ignoranza più
gretta. Viceversa gli autori e le autrici di hentai hanno smosso con la loro
fantasia un ampio settore editoriale. Dal punto di vista narrativo e grafico,
insomma artistico, non c'è dubbio circa l'importanza e la vastità del fenomeno.
Tanto che la cultura hentai costituisce un fenomeno unitario nella cultura
giapponese, sfociando anche nelle espressioni d'arte accademiche come nel caso
del fotografo Araki Nobuyoshi. Un'analisi più approfondita mostra come le
tendenze e le mode, dalla musica all'abbigliamento, risentano dell'influenza
della cultura hentai nelle forme più morbidi e dolci del kawaii. Ciò è
innegabile. Quindi è fuorviante e privo di senso parlare ancora di subcultura o
sottocultura nei riguardi di un fenomeno tanto pervasivo. Piuttosto rimane
irrisolto il problema della contestualizzazione e interpretazione della cultura
hentai. Oggi la cultura hentai mina le certezze dell'uomo occidentale. Emerge la
difficoltà di attualità scottante che imprigiona il pensiero contemporaneo nelle
categorie anguste e ristrette del dualismo. Soprattutto rimane l'incapacità di
concepire la diversità come qualcosa dotato di proprie caratteristiche, invece
di considerarla come ciò che si oppone e contrasta. Le motivazioni di questa
incapacità non sono razionali, ma affondano nella paura istintiva e inconscia
per tutto ciò che è diverso. La cultura hentai è straniera, e anche strana. La
sua "estraneità" giustifica agli occhi degli ingenui ogni tipo di condanna. Da
ciò scaturisce il valore etico della cultura hentai promotrice del pluralismo e
della molteplicità espressiva, e infine sostenitrice della libertà sessuale. La
libertà sessuale che è un valore imprescindibile per le nuove generazioni.


Bibliografia

Avella, Natalie, Graphic Japan. Dalla xilografia allo zen, dai manga al kawaii,
Logos, Modena 2005.
Bornoff, Nicholas, Pink Samurai, The pursuit and politics of sex in Japan,
Harper & Collins, London 1994.
Carey, Peter, Manga, fast food & samurai, Feltrinelli, Milano 2006.
Leoni, Chiara, Takashi Murakami. Istericamente felice, in "Flash Art", n.256,
anno XXXIX, febbraio-marzo 2006.
Martorella, Cristiano, La positività etica dei manga eroi, in "Diogene
Filosofare Oggi", n.3, anno II, marzo-maggio 2006.
Nakamura, Akio, Otaku no hon, Takarajimasha, Tokyo 1989.
Rossetti, Gabriele, Japan underground, Castelvecchi, Roma 2006.
Posocco, Cristian, Mangart. Forme estetiche e linguaggio del fumetto giapponese,
Costa & Nolan, Milano 2005.





Articolo pubblicato dalla rivista "GX Magazine". Cfr. Cristiano Martorella,
Cultura hentai, relativismo e politica sessuale, in "GX Magazine", n.24, giugno
2007, pp.25-33.



[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Sab 8 Set 2007 5:39 am

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Cristiano Martorella
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8 Set 2007
5:24 am
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