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Gakumon, sapere per fare   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #74 di 552 |
Ripropongo il mio articolo sulla filosofia orientale e il concetto di scienza
pubblicato dal sito Nipponico.com.

Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/g/gakumon.php


Gakumon, sapere per fare
Filosofia della scienza e filosofia orientale
di Cristiano Martorella

30 dicembre 2004. I progressi del sapere e della conoscenza scientifica sono
impressionanti quanto l'ignoranza e l'attitudine distruttiva dell'umanità.
Invece di compiacersi soltanto dei progressi bisognerebbe interrogarsi anche sui
motivi dei regressi considerando che la maggioranza della popolazione del mondo
vive ancora in condizioni di indigenza. L'argomento su cui interrogarsi è allora
la concezione della scienza, il suo mito e la funzione del sapere, un tema nel
quale il buddhismo ha espresso idee molto innovative.
Gakumon significa sapere in giapponese, ed è una parola che ha assunto un valore
particolare grazie al libro di Fukuzawa Yukichi (1834-1901) intitolato Gakumon
no susume (Incoraggiamento al sapere, 1876). L'opera di Fukuzawa si svolge in
un'ottica liberale e progressista unita alla critica della civiltà (bunmei
hihyou), deprecando la superstizione ed esaltando il valore del sapere come
mezzo per raggiungere l'indipendenza individuale e nazionale. Tuttavia gli
sviluppi e le conseguenze della scienza moderna sembrano aver ridimensionato
l'ottimismo illuminista. La concezione della scienza va attentamente
riconsiderata e con una visione più ampia e dettagliata.
La scienza è la prima forma di sapere che non sia etnocentrico ma universale,
indipendente dalla cultura che l'ha prodotto. Possiamo notare che questa visione
del sapere concorda con il buddhismo che non pone alcuna condizione sociale
(casta, censo, ceto, etc.) per perseguire il dharma. I lineamenti di storia
della scienza ci indicano alcune condizioni rilevanti da esaminare.

1) Il pensiero scientifico è votato alla ricerca ed è dunque un tipo di sapere
aperto e non chiuso.

2) La caratteristica della conoscenza scientifica è quella di essere un sapere
congetturale, tuttavia ciò non mette in discussione la necessità di un rigore
nel metodo di operare.

3) Parificare tutti i sistemi di interpretazione della realtà rifiutando la
nozione di errore significa eliminare la responsabilità di chi agisce e opera.

4) La scienza può essere vista come un gioco, in senso wittgensteiniano, nel
quale date certe regole vanno rispettate finché non si cambia gioco.

Rispetto a queste condizioni il buddhismo si pone in perfetta consonanza. Il
buddhismo favorisce la ricerca individuale della conoscenza e non impone una
forma di sapere chiuso ed esclusivo. La teoria chiamata yuishiki sostiene che il
mondo è una proiezione illusoria della mente ammettendo così che ogni forma di
sapere è congetturale, e soprattutto che non esistono conclusioni
incontrovertibili. Inoltre si nega la possibilità di una conoscenza ultima
perfetta e infallibile. La conoscenza avviene tramite l'io individuale che è
responsabile anche degli errori e degli inganni. La filosofia della scienza di
Ludwig Wittgenstein ha un'affinità con il buddhismo come vedremo in seguito.
Queste considerazioni ci possono far affermare, in linea con il pensiero di
Makiguchi Tsunesaburou, che scienza e buddhismo sono in consonanza(1). Lo sforzo
di Makiguchi fu quello di edificare un sistema educativo compatibile con la
scienza moderna che partisse dall'insegnamento buddhista. Il suo tentativo si
può dire riuscito con l'opera Souka kyouikigaku taikei (Il sistema della
pedagogia creatrice di valore, 1930), di cui è stato pubblicato un estratto
tradotto in italiano col titolo L'educazione creativa(2).
La concezione della pedagogia di Makiguchi è innovativa perché pone la felicità
come scopo dell'educazione e la diversità come ricchezza. Egli sviluppa il suo
sistema utilizzando due matrici culturali: la scienza, che è il contrario dello
scientismo che considera la scienza come panacea per ogni esigenza umana, e il
buddhismo che nella versione giapponese elimina la superstizione e il dio
creatore. Risulta interessante introdurre un'osservazione su come la concezione
della scienza sia differente secondo i diversi indirizzi della filosofia e degli
autori (per esempio Karl Popper, Paul Feyerabend, Thomas Kuhn, Ernst Cassirer,
Willard Van Orman Quine, Richard Rorty, Donald Davidson, etc.). Nelle nostre
ricerche(3) abbiamo mostrato le affinità fra la filosofia di Ludwig Wittgenstein
e la filosofia giapponese. Anche la sua concezione della scienza è consona alla
riflessione buddhista. Secondo Wittgenstein il linguaggio è una pratica sociale,
e il sapere è accettato perché è condiviso socialmente(4). Quando crediamo
qualcosa non crediamo a una singola proposizione, ma a un sistema. La teoria
comunitaria di Wittgenstein è espressa nel par. 298 del volume intitolato Della
certezza. Egli afferma che siamo perfettamente sicuri di una cosa perché
apparteniamo a una comunità tenuta insieme dalla scienza e dall'educazione. Il
buddhismo si propone di liberare l'individuo dai condizionamenti sociali
ritenendo che ogni forma di sapere è il prodotto artificiale della società.
Questa concezione del sapere e della scienza confluiscono nelle stesse
considerazioni. La scienza non è la conoscenza esatta della realtà, anch'essa è
illusione. La scienza autentica è quella che libera l'uomo e usa il sapere come
strumento di liberazione sia dai bisogni materiali sia dai bisogni spirituali.
Forse è importante ricordare brevemente, soprattutto perché è poco nota, la
posizione della filosofia giapponese del Novecento. Autori come Tanabe Hajime,
Miki Kiyoshi, Nishida Kitarou, Mutai Risaku, Takahashi Satomi e Nishitani Keiji
hanno unificato il percorso della filosofia giapponese con quella europea.
Attualmente l'originalità della filosofia giapponese è però poco recepita,
specialmente adesso che la filosofia europea viene rigettata a favore della
filosofia americana analitica che è supportata da interessi politici estranei al
libero pensiero.
Lo sviluppo di una scienza emancipata e libera dagli errori del passato
necessita di un'impostazione diversa e risolutiva dei princìpi epistemologici
che siano validi non solo nella sfera avalutativa della scienza e dell'indagine
conoscitiva, ma anche nell'applicazione nella società e nella sfera religiosa.
In termini filosofici sia nella ragione pura sia nella ragione pratica.
Sembrerebbe che soltanto il buddhismo possa coniugare questa visione della
scienza e della religione. Una simile impostazione è possibile grazie ai
presupposti epistemologici completamente diversi che qui riassumeremo
brevemente. Non è una contraddizione che sia una religione a fornire i
presupposti epistemologici della scienza perché in tutte le culture sono le
religioni a fornire le verità fondamentali e ultime, anche se ciò viene
occultato da una falsa obiettività. La teoria cosmologica del Big Bang, per
esempio, è il frutto dell'incontro con la concezione creazionista e
l'astronomia, ed è sostenuta più dalla fede piuttosto che dalla scienza. Il
nostro scopo è svelare e non occultare. Mostrare la relazione fra scienza e
religione, a cui aggiungeremmo anche la politica, è un atto liberatorio e
d'onestà intellettuale.
Per rifondare la scienza quindi si deve partire dalla religione e dai
presupposti epistemologici prima accennati. Questi princìpi non nascono dalla
rivelazione occulta, ma sono il frutto della millenaria riflessione delle scuole
buddhiste. Insomma, sono il prodotto teorico di un lavoro d'indagine condotto
con i diversi strumenti dell'intelletto umano: l'osservazione, la
sperimentazione, lo studio, la verifica, l'ordinamento e il confronto. Queste
procedure sono certamente scientifiche e non necessitano dell'accertamento di un
laboratorio perché i risultati sono ben superiori al sapere tecnocratico
strettamente contingente alle esigenze particolari. Allora vediamo in dettaglio
quali sarebbero questi presupposti epistemologici della scienza postmoderna
buddhista.

1) La conoscenza è sempre un costrutto intellettuale, sia quella percettiva e
cognitiva che proviene dai sensi e viene elaborata dalla mente, sia quella
teorica che viene prodotta da una elaborazione dei concetti.

2) Causa ed effetto non sono collegamenti che esistono nella realtà. Causa ed
effetto sono costruzioni mentali utili per interagire con il mondo.

3) Ogni fenomeno è in relazione con gli altri e non vi è qualcosa che sia
escluso dall'universo.

4) Non possiamo inventarci il mondo dei fenomeni e pensarlo come ci piace perché
noi ne facciamo parte, non siamo esterni ai fenomeni.

5) La conoscenza del mondo è pensiero, ma ciò non significa negare l'esistenza
del mondo. Poiché non esiste distinzione fra pensiero e mondo, l'universo è
sempre pluralistico e unità di contrari. Ciò che è reale è relazionale, ciò che
è relazionale è reale.

Queste cinque chiavi della scienza filosofica buddhista per il terzo millennio
sono sufficienti per rivedere ogni problema sotto una diversa visione più
risolutiva.
Il primo punto riprende l'antico insegnamento di Nagarjuna che in altra forma è
apparso nella riflessione di Immanuel Kant. La conoscenza non è la riproduzione
della realtà ma una costruzione mentale capace di fornire immagini in relazione
all'oggetto. Ovviamente qualsiasi rappresentazione non sarà mai l'oggetto
originale. Porsi la questione della conoscenza ultima dell'oggetto è però un
falso problema. La conoscenza è possibile proprio come limitazione, e privarci
di questi limiti significa privarci degli strumenti della conoscenza. L'essenza
delle cose è il nulla (mu). Ecco cosa conoscerebbe la coscienza umana varcata la
soglia del fenomeno. Questo non è un mistero piuttosto una verità spaventosa che
il buddhismo non nasconde. Ce lo ricorda sinteticamente il Sutra del cuore. Kuu
soku ze shiki, shiki soku ze kuu. Non c'è vuoto senza colore, non c'è colore
senza vuoto. Non ci sono forme sensibili senza il nulla, non c'è il nulla senza
le forme sensibili. Questo spiega anche l'origine e la fine delle cose che
vengono dal nulla e ritornano al nulla. Un nulla che è pienezza dell'essere, il
contrario del vuoto della concezione occidentale. Praticamente tutto si
trasforma da una forma all'altra, il nulla rimane inalterato mentre cambiano le
forme. In consonanza col principio di conservazione dell'energia, principio
della fisica moderna, l'energia del sistema rimane inalterata mentre cambiano le
forme.
Il secondo punto è stato trattato anche da David Hume, però solo il buddhismo ha
affrontato la questione in modo risolutivo. Il pensiero che qualcosa sia
determinato da una sola causa è l'illusione della relazione causa-effetto. Ogni
fenomeno è in relazione con l'intero universo, e isolare un solo rapporto,
chiamato causale, è un'idea della nostra mente. Quest'idea non è sbagliata se
però non serve per escludere ogni tipo diverso di relazione. Il rapporto causale
è una relazione presa dal punto di vista strumentale, c'è un agire o un'azione,
qualcosa fa qualcosa su qualcosa. Però le relazioni non sono soltanto
strumentali, ci sono anche relazioni di somiglianza, di appartenenza a un
insieme, matematiche, etc. Già Aristotele aveva indicato la molteplicità delle
cause e le cause reciproche, individuando quattro tipi di rapporti causali:
materiale, formale, efficiente e finale (Metafisica, libro V, par.2). Una
scienza esatta non può ignorare un'impostazione corretta del rapporto causale
che è stata troppo spesso travisata e alterata.
Un altro problema filosofico, con gravi ricadute esistenziali, è
l'interpretazione della realtà come illusione o sogno. Anche se la realtà che
conosciamo è soltanto una costruzione della mente, non ha senso porsi il
problema di conoscere una realtà finale perché noi facciamo già parte del mondo
e siamo questa realtà. L'io non è separato dall'universo. Il suo accesso alla
verità (intesa come alétheia, nel senso greco di disvelamento) è possibile. L'io
non può produrre da solo la realtà perché esso ne è una parte. Se l'io fosse
isolato dall'universo non potrebbe nemmeno mettere in dubbio la sua esistenza,
perché il dubbio è il prodotto del confronto e del pluralismo. Quindi questo
mondo di illusione è tutto quello che possiamo conoscere e la verità è la
visione complessiva che va oltre le contraddizioni del particolare. La verità
finale è ciò che abbiamo sotto gli occhi: l'uno è il molteplice, l'identità dei
contrari, l'impermanenza di ogni cosa (shogyou mujou). Come dicono i buddhisti
giapponesi, ichinen sanzen (ogni momento della vita comprende tremila regni).
L'attimo coincide con l'eternità, il singolo con il molteplice. Abbattuta la
barriera mentale costruita artificialmente dai comportamenti umani, la verità si
manifesta senza alcuna complicazione.
A questo punto non possiamo fingere una conciliazione con la filosofia
occidentale e il suo progetto di scienza. La rottura è totale e inevitabile. La
definizione stessa di filosofia occidentale è stata una formulazione strumentale
della classe imprenditoriale che associa il pensiero e il sapere alla sua
particolare struttura di produzione e al sistema capitalistico. I filosofi greci
dell'antichità non hanno mai parlato di filosofia greca distinguendo un modo di
pensare in maniera così drasticamente etnica. Al contrario la contrapposizione
di filosofia occidentale e filosofia orientale (una contrapposizione che in
effetti è falsa) nasce all'interno dell'ideologia liberale capitalista che
definisce come filosofia occidentale ciò che è razionale, progressista e
moderno, mentre sarebbe filosofia orientale ciò che è irrazionale, istintivo e
tradizionale. Questa distinzione funziona soltanto all'interno delle società
capitaliste con le forme di pensiero a loro consone, ma è soltanto una finzione
che si disintegra al confronto della complessità della situazione effettiva.
Infatti anche società capitaliste come il Giappone conservano forti legami con
la tradizione, piuttosto determinanti, e si riconoscono nell'unità culturale
della filosofia orientale, tutto ciò senza rinnegare la modernizzazione e il
sistema produttivo capitalistico. Il caso della società cinese contemporanea è
ancora più scomodo considerando l'assetto politico del partito unico comunista
associato al libero mercato. Quindi il legame fra pensiero occidentale e società
moderna, considerato da alcuni come determinante, è soltanto una giustificazione
a posteriori delle stesse società capitalistiche desiderose di crearsi un
modello ideale e utopico da indicare a se stesse e agli altri.
Abbandonato l'assolutismo della filosofia occidentale si può parlare liberamente
di filosofia senza fuorvianti distinzioni che impediscono di concentrarsi sulle
questioni cruciali.
Se possiamo accettare e sostenere che la scienza assolva alla funzione pratica
di soddisfare i bisogni umani, viceversa dobbiamo respingere e combattere
l'asservimento della scienza alla politica. La scienza non è affatto un prodotto
delle società liberal-democratiche, altrimenti non si capirebbe perché la storia
ci tramanda continuamente le sventure degli intellettuali innovatori. Certamente
oggi non si bruciano vive le persone sul rogo come è successo per Giordano Bruno
nell'Italia del 1600, però è sufficiente licenziarle e privarle di ogni
sostentamento finanziario così da isolarle e ucciderle socialmente.
La scienza contemporanea non ha più lo scopo di conoscere il mondo per
migliorarlo, piuttosto è asservita agli interessi di una élite
politico-economica che sfrutta la tecnica a proprio vantaggio. La scienza, per
definizione libera e accessibile a tutti, viene manipolata e adulterata per
essere al servizio di pochi. L'accesso agli istituti scientifici è diventato
impossibile per il cittadino comune, e si inventano credenziali per impedire lo
studio e la conoscenza. La scienza è sottoposta al controllo della politica.
Denunciare questo controllo è diventato quasi impossibile perché l'asservimento
degli scienziati è totale. Per liberare la scienza bisogna abbattere questa
ideologia e possedere un'idea di futuro alternativo, in parole semplici, bisogna
avere una fede. Il buddhismo appare come la religione più consona a conciliare
fede e conoscenza senza ricadere negli errori del passato. La scienza che
vogliamo è una scienza per fare. Aborriamo la scienza che fornisce certezze. Lo
scopo del sapere non è fornire certezze come sicurezze psicologiche, ma sapere
per costruire un mondo migliore.

Note

1. Per il profondo valore filosofico della pedagogia di Makiguchi Tsunesaburou
si consulti Martorella, Cristiano. Letteratura e pedagogia buddhista, in "LG
Argomenti", anno XXXIX, n. 4, ottobre-dicembre 2003.
2. Cfr. Makiguchi, Tsunesaburou. 2002. L'educazione creativa. La Nuova Italia,
Firenze. Una recensione apparsa su "LG Argomenti" esalta l'importanza di
quest'opera. Cfr. Martorella, Cristiano. Scaffale/Saggi, in "LG Argomenti", anno
XXXVIII, n. 2, aprile-giugno 2003, p. 89.
3. Mentre all'estero esiste una vasta saggistica sui rapporti fra buddhismo e
filosofia di Ludwig Wittgenstein, in Italia gli articoli sono ancora pochi. Cfr.
Martorella, Cristiano. Affinità fra il Buddhismo Zen e la filosofia di
Wittgenstein, in "Quaderni Asiatici", anno XX, n. 61, marzo 2003. Per uno studio
accademico in sede universitaria si faccia riferimento alle ricerche condotte
all'Università di Genova. Cfr. Martorella, Cristiano. 1999. Gioco linguistico e
satori. Relazione del corso di Filosofia del linguaggio. Facoltà di Lettere e
Filosofia. Università di Genova.
4. Cfr. Wittgenstein, Ludwig. 1978. Della certezza. Einaudi, Torino.

Bibliografia

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Fukuzawa, Yukichi. 1973. An Outline of a Theory of Civilization. Sophia
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Hume, David. 1996. Ricerca sull'intelletto umano. Laterza, Roma-Bari.
Imamichi, Tomonobu. 2004. In Search of Wisdom: One Philosopher's Journey.
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Kant, Immanuel. 1987.Critica della ragione pura. Bompiani, Milano.
Makiguchi, Tsunesaburou. 2002. L'educazione creativa. La Nuova Italia, Firenze.
Martorella, Cristiano. 2002. Il concetto giapponese di economia: le implicazioni
sociologiche e metodologiche. Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia.
Martorella, Cristiano. Affinità fra il Buddhismo Zen e la filosofia di
Wittgenstein, in "Quaderni Asiatici", anno XX, n. 61, marzo 2003.
Martorella, Cristiano. Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG
Argomenti", anno XL, n. 1, gennaio-marzo 2004.
Martorella, Cristiano. Matematica e fantasia, in "Il Pepeverde", anno II, n. 7,
2001.
Martorella, Cristiano. Letteratura e pedagogia buddhista, in "LG Argomenti",
anno XXXIX, n. 4, ottobre-dicembre 2003.
Martorella, Cristiano. 1992. La crisi delle scienze. Relazione del corso di
Storia della filosofia. Facoltà di Lettere e Filosofia. Università Federico II
di Napoli.
Martorella, Cristiano. 1997. Seguire una regola o interpretare: un dibattito
filosofico. Relazione del corso di Filosofia della scienza. Facoltà di Lettere e
Filosofia. Università di Genova.
Martorella, Cristiano. 1997. La società aperta e il caso Giappone. Relazione del
corso di Storia della filosofia contemporanea. Facoltà di Lettere e Filosofia.
Università di Genova.
Martorella, Cristiano. 1997. La filosofia senza oggetto. Relazione del corso di
Logica. Facoltà di Lettere e Filosofia. Università di Genova.
Martorella, Cristiano. 1999. Gioco linguistico e satori. Relazione del corso di
Filosofia del linguaggio. Facoltà di Lettere e Filosofia. Università di Genova.
Miki, Kiyoshi. 1946. Kousouryoku no ronri. Iwanami shoten, Tokyo.
Mutai, Risaku. 1944. Basho no ronrigaku. Koubundou, Tokyo.
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Nagarjuna. 1992. Lo sterminio degli errori. Rizzoli, Milano.
Nishida, Kitarou. 1966. Nishida Kitarou zenshuu. Iwanami shoten, Tokyo.
Piovesana, Gino Kiril. 1968. Filosofia giapponese contemporanea. Patron,
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Prigogine, Ilya. 1997. La fine delle certezze. Boringhieri, Torino.
Tanabe, Hajime. 1976. Tanabe Hajime zenshuu. Chikuma shobou, Tokyo.
Tollini, Aldo. 2001. Pratica e illuminazione nello Shobogenzo. Ubaldini, Roma.
Tollini, Aldo. 2004. Buddha e natura di Buddha nello Shobogenzo. Ubaldini, Roma.








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all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/g/gakumon.php





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