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Wakugumi, nuovo paradigma teorico   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #76 di 552 |
Wakugumi nuovo paradigma teorico


Ripropongo il mio articolo sul nuovo paradigma teorico della filosofia
giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com. Questo nuovo paradigma teorico è
nato dall'esigenza dei filosofi giapponesi di conciliare la tradizione
orientale, rappresentata dal pensiero giapponese, con le nuove e importanti
scoperte della scienza moderna occidentale. Lo sforzo ha riguardato l'intento di
comprendere piuttosto che mettere semplicemente in opposizione le diversità
culturali, e il risultato è stato sorprendentemente originale.



Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/w/wakugumi.php




Wakugumi
Il nuovo paradigma teorico della filosofia giapponese
di Cristiano Martorella

11 marzo 2002. Nella terminologia filosofica si indica con paradigma (dal greco
parádeigma) un insieme di teorie e pratiche che funge da modello
nell'organizzazione del sapere scientifico. In inglese il termine è anche reso
con la parola framework. In giapponese con wakugumi. In particolare si definisce
con rironteki wakugumi un paradigma teorico.
Il termine paradigma ebbe ampia diffusione grazie all'uso che ne fece il
filosofo americano Thomas Kuhn. Secondo Kuhn la scienza di un'epoca si rifarebbe
a certi paradigmi scientifici finché le teorie non si dimostrano incapaci di
produrre spiegazioni. In tal caso il paradigma dominante cade in disgrazia e
viene sostituito da un nuovo paradigma. Fu quanto accadde con la teoria
geocentrica tolemaica sostituita dalla teoria eliocentrica copernicana.
Kuhn mise in luce anche l'influenza di fattori di natura sociale e psicologica
sulle scelte teoriche degli scienziati(1). Inoltre contestava l'idea che fosse
possibile un progresso scientifico che conquisti incessantemente una sempre
maggiore porzione di verità. Infatti, i paradigmi scientifici si sostituirebbero
l'un l'altro e non dipenderebbero esclusivamente dalla teoria, ma piuttosto dal
grado di sviluppo della società. Perciò la filosofia della scienza di Thomas
Kuhn è anche una concezione alternativa e antitetica all'epistemologia di Karl
Popper e all'empirismo logico di Rudolf Carnap(2).
La filosofia giapponese (è però corretto chiamarla nippo-europea considerando le
sue origini) trattò presto le complesse questioni di filosofia della scienza
affrontate agli inizi del Novecento in Europa e America.
Tanabe Hajime scrisse Kagaku gairon (Introduzione alla scienza)(3). Miki
Kiyoshi, allievo di Nishida Kitarou, espresse una posizione teorica che
riconosceva l'influenza della società nei confronti del sapere scientifico, così
come sostenuto da Thomas Kuhn. Secondo Miki le idee e le teorie nascerebbero
sotto l'influsso e la spinta delle forze storiche(4). Questo rapido
avvicinamento alle problematiche della scienza, e soprattutto il forte sviluppo
tecnico del Giappone, posero i filosofi giapponesi nella posizione di poter
giudicare i fatti secondo due prospettive differenti. Da una parte la tradizione
della saggezza orientale fondata su un sapere intuitivo. Dall'altra parte la
scienza occidentale dotata di metodologie e capacità analitiche.
Non è sempre detto che queste prospettive siano opposte. Come vedremo più
avanti, la filosofia nippo-europea ha costituito una sintesi di queste diverse
forme di sapere.

Filosofia passata

Unificare la filosofia orientale e la filosofia occidentale in un unico
paradigma. Ma è davvero tanto necessario? In realtà ciò non nasce soltanto da
un'esigenza intellettuale. La filosofia orientale gode di una sua autonomia e un
certo credito, e la filosofia occidentale continua a sussistere nonostante le
tante difficoltà. Le questioni filosofiche del pensiero occidentale e di quello
orientale possono continuare a rimanere separate. Resta però un ambito che non
appare nella ricerca dell'intellettuale: l'esigenza storica. Senza
l'unificazione del pensiero occidentale e del pensiero orientale non è
concepibile una civiltà planetaria. L'ipotesi dell'affermazione del pensiero
occidentale sull'intero pianeta è ben lontana dalla realtà. Quest'ultimo è
minato alle sue basi da tendenze irrazionalistiche che si manifestano con
intensità sempre più forte nella vita quotidiana. La confusione regna
nell'odierno pensiero, incapace di riconoscere i fenomeni storici e culturali,
troppo debole per proporre chiavi di lettura efficaci della realtà. Da molte
parti si parla di crisi del pensiero occidentale, gettandosi senza criterio
nelle braccia di pseudo-sistemi filosofici che si rifarebbero alla saggezza
orientale. Oppure ci si barrica in difesa di una presunta superiorità della
civiltà occidentale e della sua scienza. Contro tutto ciò si deve ergere una
scienza filosofica abbastanza forte da respingere atteggiamenti esasperati e
dettati da un'emotività incontrollata che si mascherano dietro nuovi idoli.
Per rispondere a questa esigenza storica e sociale bisogna unificare il pensiero
sotto un unico paradigma capace di comprendere anche ciò che viene considerato
irrazionale. Il nostro intento è ricondurre l'irrazionale sotto una luce
diversa, alla lettura di differenti forme di razionalità. Il concetto più
flessibile di razionalità da noi elaborato dovrebbe permetterci di coniugare
quindi le due forme di pensiero occidentale e orientale(5).
Abbiamo però bisogno di procedere in un modo particolare. Affrontando la
filosofia occidentale e la filosofia orientale in maniera tecnica, esse
diverrebbero incomunicabili a causa dei diversi linguaggi. Noi conosciamo
benissimo entrambe le terminologie e ci rendiamo conto dell'impossibilità di
parlare di concetti diversi usando un unico linguaggio. Quel linguaggio
filosofico che non esiste ancora. Per risolvere questo problema dobbiamo
spogliarci del nostro habitus, non parlare più come filosofi, ma come ingenui
pensatori. Dobbiamo raggiungere la massima semplificazione dei temi trattati.
Quindi introdurremo pochissimi concetti e li spiegheremo in maniera davvero
elementare.
La filosofia giapponese ci fornisce una frase che è la sintesi della riflessione
zen: kuu soku ze shiki. Abbiamo la seconda parte che corrisponde alla lettura
capovolta della stessa frase: shiki soku ze kuu La circolarità del pensiero è
presente sia nella concezione giapponese, e più in generale orientale, sia
nell'ermeneutica filosofica. Costituisce una similitudine molto importante ed è
giusto metterlo in luce anche in questo caso.
La traduzione più semplice è: "il vuoto è la forma e la forma è il vuoto" (kuu
soku ze shiki, shiki soku ze kuu). Si tratta di un brano dell'importante Sutra
del cuore(6).
La traduzione letterale è: "non c'è cielo senza colore, non c'è colore senza il
cielo". Nella lingua giapponese l'ideogramma di cielo indica anche il vuoto, e
quello del colore indica le cose sensibili(7). Dunque un'altra possibile
traduzione potrebbe essere: "non c'è vuoto senza colore, non c'è colore senza
vuoto". Da cui consegue anche: "non c'è il nulla senza le forme sensibili, non
ci sono forme sensibili senza il nulla".
Resta un punto da chiarire. Il nulla giapponese (mu) viene identificato nella
frase del Sutra del cuore con la "forma". Dunque cosa si intende con nulla?
Tenendo conto del senso giapponese del nulla, un'altra traduzione possibile
potrebbe essere: "la forma è il contenuto e il contenuto è la forma". Questo
nulla è un principio metafisico. Il nulla sarebbe l'indistinto e l'indeterminato
da cui scaturiscono ed emergono le cose sensibili. Perciò alcuni traduttori lo
considerano anche come "essere". Per la dottrina zen, questo nulla ha però un
valore conoscitivo. Il vuoto mentale (mushin) permette la comprensione delle
cose. Dunque la filosofia giapponese considera il nulla come un principio della
conoscenza. L'essenza delle cose e la conoscenza coincidono. C'è un'identità fra
gnoseologia, logica e ontologia. Ed è possibile grazie alle proprietà del
pensiero giapponese che si rifanno alla tradizione orientale, la filosofia del
passato.

Filosofia presente

Ma il centro della riflessione del Sutra del cuore fa parte anche degli ultimi
indirizzi dell'epistemologia contemporanea. Ormai è presente anche nel pensiero
occidentale il riconoscimento della necessità di eliminare la distinzione fra la
forma e il contenuto. Quando Donald Davidson(8) afferma che si deve abbattere la
distinzione fra schema e contenuto non sta forse usando una terminologia diversa
per indicare ciò che è affermato anche dalla filosofia giapponese? Vediamo con
precisione questa corrispondenza. I giapponesi usano la parola iro(9) per
indicare le cose sensibili, più in generale le sensazioni. Davidson usa il
termine "contenuto empirico" per indicare l'esperienza sensibile. Il nulla
giapponese corrisponde alla conoscenza ultima della realtà, l'essenza
dell'essere, la metafisica orientale. Dall'altra parte Davidson parla di "schema
concettuale" ossia di un sistema concettuale metafisico. La corrispondenza fra
la "metafisica" del nulla e la "metafisica" dello schema concettuale è perfetta.
Sia Davidson che la filosofia giapponese si stanno riferendo alla stesso
concetto. Ci accorgiamo che la critica al terzo dogma dell'empirismo di Davidson
corrisponde ai principi del Sutra del cuore. Inoltre Davidson, sostenuto dagli
studi di Sellars, critica il "mito del dato". Anche lo zen ritiene i dati
sensibili illusori, e che non si possa fondare una conoscenza perfetta su di
essi.
Ma l'affermazione di identità fra il nulla e l'esperienza sensibile, lo schema
concettuale e i contenuti empirici, finisce per fornire una diversa concezione
dello schema concettuale e della metafisica. La metafisica, più in generale
l'attività concettuale, non può esistere senza esperienza sensibile. Perciò è
impensabile il vuoto senza le cose sensibili e il pensiero senza l'esperienza.
Infine tutto ciò che è formale viene riportato al concreto: la forma è l'essere,
l'essere è la forma. E ciò corrisponde anche alla nostra proposta di riportare
la nozione di schema concettuale in un ambito più concreto, in quello operativo
di habit.
La convergenza dello zen giapponese e dell'epistemologia contemporanea non è una
coincidenza. C'è una presa di coscienza della confluenza della riflessione
filosofica di duemila anni. Si può sperare che dopo qualche millennio di
speculazione filosofica sia possibile trovare delle conclusioni comuni a tutti
gli uomini di questo pianeta.

Filosofia futura

Non ci resta che riconoscere l'esistenza di un cammino comune della filosofia
giapponese, europea e americana. Come si coglie dalla nostra trattazione, non
sussiste alcun motivo di separazione fra questi indirizzi della filosofia. C'è
una sola difficoltà: trovare gli ingegni capaci di unificare tale pensiero.
Purtroppo gli istituti culturali non hanno ancora presente questa situazione e
non sentono il bisogno di unificare le filosofie di culture diverse. Ma ci
sembrerebbe veramente strano che la nostra proposta e lo studio che abbiamo
presentato sia un caso singolare nel panorama scientifico. Capiamo le difficoltà
che sorgono nel dover possedere un bagaglio di conoscenze che permetta di
destreggiarsi con la filosofia giapponese e occidentale, però non possiamo
credere di essere gli unici capaci di concepire e pensare qualcosa del genere.
Un ultimo problema va risolto. Quello del realismo opposto al relativismo. Ci si
chiede se è possibile conoscere la realtà finale delle cose. Questo punto trova
una soluzione nella seguente affermazione di Edmund Husserl:

L'effettivo processo delle nostre umane esperienze è tale da costringere
la nostra ragione a superare le cose date visibilmente e a sostituirvi una
"verità scientifica". Piuttosto si può pensare che il nostro mondo visibile sia
l'ultimo, "dietro" il quale non ci sarebbe nessun mondo "fisico" ossia che le
date cose nella percezione non ammettano una determinazione fisico-matematica,
che i dati dell'esperienza escludano qualunque fisica sul tipo della nostra.(10)

La posizione di Husserl coincide con quella della filosofia giapponese, e ciò è
testimoniato anche da molti lavori di filosofi giapponesi che hanno visto nella
fenomenologia di Husserl un certa corrispondenza. Il vecchio motto di Husserl,
"ritornare alle cose così come sono" coincide perfettamente con l'idea
giapponese di "mono o aware" (percepire il sentimento delle cose). Come abbiamo
visto, la filosofia giapponese è radicalmente fenomenologica e tratta gli
argomenti sempre in relazione alle percezioni e alla coscienza. Ma l'idea di
Husserl, che si trova anche nel pensiero giapponese, permette di abbandonare
qualsiasi opposizione fra realismo e relativismo. Se non esiste una verità
ultima e tutto quello che abbiamo sono le percezioni, d'altronde non ha senso
parlare di altre realtà. Sia il realismo che il relativismo non sussistono. Si
tratta di un problema, come fa notare Husserl, nato dalla nostra concezione
della "verità scientifica". Come direbbe Wittgenstein, esso è uno
pseudo-problema nato da una cattiva terminologia, dall'uso improprio del
linguaggio. Infatti il problema della "realtà ultima delle cose" è soltanto una
questione dibattuta dai filosofi che possiedono un linguaggio tecnico capace di
amplificare gli errori linguistici. Chi è privo di tale linguaggio è incapace
anche di porre la questione.
Non è pensabile qualcosa di diverso da ciò che ci forniscono i nostri sensi. Non
abbiamo altro a disposizione. Le nostre costruzioni concettuali non possono
controllare le sensazioni. L'intelletto permette di interagire con la realtà, ma
il suo potere sulla sensazione non è assoluto. Non possiamo negare la realtà
delle sensazioni, anche se sono fallibili e imprecise. L'intelletto non può
sostituirsi ai sensi.
Infine il dubbio è alla base di ogni sano pensare. Qualsiasi indagine
scientifica e filosofica non può fondarsi su certezza ed esattezza. Il dubbio
resta la misura dell'efficacia del pensiero. La correttezza è il risultato
dell'interagire fra il dubbio e la conoscenza. Minori sono i dubbi, maggiore è
il nostro potere esplicativo. Ma se i dubbi sono completamente annientati,
allora essi sono stati sostituiti da una fede e dal fanatismo. Non siamo più
filosofi né scienziati ma incantatori.
Vogliamo concludere con un passo di Richard Rorty che abbiamo già citato perché
crediamo che l'osservazione del filosofo americano sia in linea con i nostri
intenti:

Ma se potremo giungere a considerare sia la teoria della coerenza sia
quella della corrispondenza delle banalità non antagonistiche, allora potremo
andare finalmente oltre il realismo e l'idealismo. Potremo raggiungere un punto
in cui, per dirla con Wittgenstein, saremo in grado di cessare di fare filosofia
come e quando vogliamo.(11)

Il nostro lavoro costituisce un'alternativa, come auspicato da Rorty, che va
oltre il realismo e l'idealismo poiché la logica giapponese non assume la verità
né come coerenza né come corrispondenza. La filosofia giapponese non elabora
costrutti teorici e concettuali sugli oggetti e questo impedisce che sorgano
questioni del genere. Abbandonata ogni forma di dualismo, non resta alla
filosofia che rinunciare a occuparsi della conoscenza oggettiva delle cose, per
puntare la sua attenzione alla comprensione delle azioni sulle cose. Il
passaggio da una filosofia speculativa teoretica a una filosofia sperimentale
interazionistica sarebbe del tutto naturale. Qualcuno potrebbe chiedersi se
sarebbe corretto chiamare ancora filosofia questo genere di attività. La
risposta è che nessuno ci obbliga a fare filosofia secondo un modo
consuetudinario.

Note

1. Cfr. Kuhn, Thomas. 1978. La struttura delle rivoluzioni scientifiche.
Einaudi, Torino.
2. Popper, Karl. 1970. Logica della scoperta scientifica. Einaudi, Torino;
Carnap, Rudolf. 1976. Significato e necessità. La Nuova Italia, Firenze.
3. Tanabe, Hajime. 1918. Kagaku gairon. Iwanami Shoten, Tokyo.
4. Miki, Kiyoshi. 1946. Kousouryoku no ronri. Iwanami Shoten, Tokyo.
5. La concezione alternativa della razionalità che abbiamo elaborata ci è
servita per spiegare le caratteristica dell'economia giapponese. Martorella,
Cristiano. Il concetto giapponese di economia dal punto di vista epistemologico.
Tesi discussa all'Università di Genova, A.A. 1999-2000.
6. Si può leggere una traduzione in italiano del Sutra del cuore in Hakuin.
1998. Veleno per il cuore. Ubaldini, Roma. pp. 143-144.
7. La frase fu al centro della riflessione del dialogo fra Heidegger e il
filosofo giapponese Tezuka Tomio. Cfr. Heidegger, Martin. 1990. In cammino verso
il linguaggio, Mursia, Milano, p. 93. Bisogna ricordare che molti filosofi
giapponesi studiarono in Germania sotto la guida di Heidegger all'inizio del XX
secolo. I rapporti, purtroppo poco noti, fra la filosofia occidentale e
giapponese sono dunque già stati stretti in altri tempi. Si consulti Saviani,
Carlo. 1998. L'Oriente di Heidegger, Il Melangolo, Genova.
8. Davidson, Donald. 1994. Verità e interpretazione. Il Mulino, Bologna.
9. Nella frase citata è shiki. In giapponese esistono diverse pronunce per lo
stesso ideogramma. Iro è la lettura kunyomi e shiki è la lettura onyomi.
10. Husserl, Edmund. 1965. Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia
fenomenologica. Einaudi, Torino, Par. 47, Cap. 3, Sez. 2, p. 103.
11. Rorty, Richard. 1986. Conseguenze del pragmatismo. Feltrinelli, Milano, p.
51.








Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/w/wakugumi.php







[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Dom 9 Set 2007 6:00 am

amenouzume@...
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Wakugumi nuovo paradigma teorico Ripropongo il mio articolo sul nuovo paradigma teorico della filosofia giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com. Questo...
Cristiano Martorella
amenouzume@...
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9 Set 2007
6:06 am
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