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Illustratori giapponesi controcorrente   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #87 di 557 |
Ripropongo il mio articolo sui disegnatori giapponesi pubblicato dalla rivista
"LG Argomenti" e dal sito Nipponico.com.

Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/kaguya/saggio6.php


Cristiano Martorella, Il pennello, l'inchiostro e il sangue. Illustratori
giapponesi controcorrente, in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 2, aprile-giugno
2003, pp.59-64.




Il pennello, l'inchiostro e il sangue
Illustratori giapponesi controcorrente
di Cristiano Martorella

2 agosto 2003. In giapponese illustrazione si dice sashie, termine composto
dalle parole sashi (inserito) ed e (disegno). Per completezza possiamo ricordare
anche il termine souga, meno consueto, che ha identico significato ed
etimologia. Comunque il senso è quello di un'immagine inserita fra il testo di
un libro.
Se l'illustrazione dei libri giapponesi non presenta problemi dal punto di vista
linguistico, ciò non implica che l'argomento sia di facile approccio. Pur
essendo stati dedicati alcuni saltuari articoli sugli illustratori giapponesi,
manca ancora un lavoro di documentazione e soprattutto di critica d'arte che sia
stato pubblicato in Italia. Cerchiamo quindi di porvi rimedio con il massimo
impegno perché l'arte degli illustratori giapponesi non rimanga aliena. Però nel
tentare questa indagine eviteremo il feticismo dell'informazione e respingeremo
la credenza che un cumulo di dati da solo possa permettere la comprensione. Ciò
che permette di capire l'arte è la relazione fra l'emozione e l'opera artistica,
fra il carattere soggettivo e l'aspetto oggettivo. Soltanto studiando la
relazione e dunque l'interazione, si può smuovere il pensiero dal torpore
abitudinario delle ricerche subalterne, ovvero quei noiosissimi elenchi di
citazioni e sequenze di luoghi comuni che rassicurano il lettore nel sapere quel
che già conosceva. Eliminare le incrostazioni dal pensiero è il compito che ci
attende.

Kurosaki Gen, nato nel 1966, ha studiato come designer a Kyoto esponendo le sue
opere nel 1989 e 1990. Ha vinto la borsa di studio nel 1992 di From A the Art e
ha partecipato alla mostra Art Box. Divenne illustratore realizzando le opere
Retasu kurabu netto e Chie no mori bunko. Insieme a Nojima Shinji ha dato vita
alla breve storia Koorogikun no koi (L'amore del grillo), un douwa per i bambini
più piccoli dal gusto malinconico e amaro. Koorogikun no koi è una storia d'una
durezza e spietatezza inconcepibile per un pubblico occidentale che stenta a
capire i presupposti della pedagogia giapponese. Come rilevò argutamente Luca
Raffaelli nel suo Le anime disegnate, l'approccio con l'infanzia è completamente
rovesciato. Poiché la tradizione nipponica esalta il magokoro, il vero cuore, o
secondo altre parole, umaretsukitaru mama no kokoro, il candido cuore innato
ossia la spontaneità, non è accettabile la menzogna nei confronti dei bambini.
Mentre la pedagogia occidentale si impegna a corrompere la spontaneità del
bambino e a proteggerlo dal mondo raccontandogli un cumulo di menzogne,
l'atteggiamento degli educatori giapponesi non è mai ipocrita. Non viene
repressa la sessualità già presente nei giovani adolescenti e soprattutto non si
giustifica l'esistenza umana con argomenti trascendentali. Se in Giappone
avvenisse un cataclisma naturale come un terremoto che provochi il crollo di una
scuola e la morte di decine di bambini, nessuno avrebbe la sfrontatezza di
affermare che "Dio aveva bisogno di angeli". Lo stesso approccio disincantato si
ritrova nelle disgrazie del grillo disegnato da Kurosaki Gen. Il tratto è
elementare, semplice, spontaneo come quello di un bambino. Eppure l'utilizzo
dello spazio è sapientemente adoperato per rendere gli eventi attraverso
un'impressione forte che diventa cinetica con la successione delle tavole. Anche
per il libro, come per qualunque mezzo visivo, vale l'effetto autocinetico
scoperto da Muzaref Sherif, ossia la costruzione di un percorso elaborato dalla
mente sulla base di poche impressioni che emergono rispetto allo sfondo. La
psicologia cognitiva ci aiuta nella comprensione dell'arte evidenziando i
movimenti delle immagini che un'osservazione superficiale e frettolosa ritiene
immobili e bidimensionali, fermandosi alla carta e ignorando l'elaborazione
mentale delle immagini. Eppure la fruizione dell'arte avviene proprio a livello
cognitivo, ed è la psiche ad essere il soggetto piuttosto che l'opera d'arte
stessa. Per i maestri della calligrafia giapponese (shodou), le tracce
d'inchiostro sul foglio sono soltanto il cadavere dell'opera d'arte, viceversa
lo spirito è nell'uomo. Con questa prospettiva possiamo capire come Kurosaki Gen
non si limiti a illustrare, piuttosto la sua azione è smuovere la psiche
dall'immobilismo della quotidianità. E con quale veemenza vi riesce. Il grillo
innamorato sposa l'amata che aveva corteggiato con il canto. Però viene
abbandonato per volubilità e senza motivo. Rimasto con il suo pargolo, lavora
zappando la terra. Ecco che trova il petrolio e diventa ricco. E immediatamente
viene circondato da femmine e perfino dalla moglie che è tornata. Apparentemente
felice, il grillo è colpito da un raptus e brucia tutto il denaro guadagnato con
il petrolio che gli sembra inutile e corrotto. Gli abitanti del bosco
pettegolando lo considerano matto. La moglie lo abbandona nuovamente e il grillo
rimasto senza risorse muore di fame. Particolarmente cruda la scena del cadavere
del grillo in decomposizione sotto la neve che viene smembrato dalla formiche.
Il figlio del grillo suonerà il violino costruito dal padre e con la sua canzone
d'amore riuscirà a far piangere le nuvole.
Kurosaki Gen utilizza il paesaggio in modo dinamico, non come uno sfondo, ma
come un soggetto, così come nella tradizione inaugurata da Katsushika Hokusai.
Grosse macchie di colore in movimento, come lo schizzo di petrolio, riempiono le
pagine. Le emozioni dei personaggi si dipingono sulle pagine come stelle nel
cielo. Così le note musicali si possono tramutare in gocce di pioggia. Potremmo
definire l'arte di Kurosaki Gen come espressionismo minimalista.

Sano Youko, nata a Pechino nel 1938, studiò arte e disegno al Musashino College,
e poi litografia all'Università di Berlino nel 1967. Vincitrice di numerosi
premi, fra cui ricordiamo il premio Sankei per la cultura infantile, il premio
Koudansha, e il Niimi Nankichi per la letteratura giovanile. Alcune sue opere
indimenticabili includono Datte datte no obaasan (La vecchia che diceva ma),
Watashi no boushi (Il mio cappello), Ojisan no kasa (L'ombrello del signore) e
soprattutto quel capolavoro eccezionale costituito da Hyakumankai ikita neko (Il
gatto che visse un milione di volte). La storia de Il gatto che visse un milione
di volte è un'altra vicenda che esula dai consueti criteri del pensiero
occidentale e mostra quanto siano avanzate le posizioni della pedagogia
giapponese. Un gatto che aveva vissuto un milione di vite attraversa diverse
vicissitudini, conoscendo re e marinai, perfino il lavoro nel circo. Ha diversi
padroni fra cui un'anziana e una bambina. Un giorno incontra una bellissima
gattina bianca e s'innamora. Così la corteggia e ottiene il suo amore. Quando la
gattina muore, il gatto non vuole più rinascere preferendo la morte eterna. Il
racconto di una profondissima sensibilità pone il lettore davanti alla realtà
cruda della sofferenza e non gli propone fughe trascendentali, piuttosto ci
indica che è proprio la mortalità a renderci umani. Soltanto scoprendo la
debolezza e la finitezza dell'esistenza possiamo capire l'autentica natura
umana. I giapponesi ritengono che i bambini debbano essere consapevoli di ciò, e
non gli venga nascosto nulla. Ciò spiega la difficoltà della critica italiana a
confrontarsi con queste opere dove morte e sofferenza non sono occultate al
bambino.
La tecnica usata da Sano Youko in quest'opera è l'acquerello adoperato con
estrema libertà e leggerezza. Con un tratto sicuro e veloce che non indugia
nella ricerca di un profilo, marca le figure attraverso tonalità di colore
dosato a macchie armoniose di arancione, rosa, viola, contrastate da larghe e
diluite stesure di grigio-verde e azzurro.

Akaba Suekichi, nato nel 1910 a Tokyo e morto nel 1990, ha illustrato numerose
fiabe giapponesi (mukashibanashi) vincendo nel 1980 il premio internazionale
Andersen. Fra le sue tavole ricordiamo quelle per Momotarou, Shiroi ryuu kuroi
ryuu (Drago bianco drago nero), Daiku to oniroku (Il carpentiere e l'orco) e
Kasajizou. La tecnica grafica di Akaba Suekichi recupera la tradizione
nipponica. Le figure sono tracciate con linee nette di inchiostro nero e colpi
di pennello grigio o colorato sfumato come nei dipinti degli emakimono.

Hasegawa Shuuhei, nato a Himeji nel 1955, vinse il premio Subaru per Hasegawakun
kiraiya nel 1976 e studiò disegno al Musashino College. Egli fu vittima di un
caso di avvelenamento del latte che ha segnato la sua vita. Nella sua opera
mostra l'agonia e l'angoscia provati da chi è colpito da handicap. Ancora paura
e disagio vengono descritti in Hyuu, la storia di Kentarou, un ragazzo che non
riesce a dormire. Il terrore lo fa urlare e la sua voce diventa un vento.
Kentarou è ossessionato dal pensiero di crescere, diventare vecchio e morire
(una fobia che Sigmund Freud chiamava Todesangst). Il cielo è colorato dalle
emozioni di Kentarou che addirittura inghiotte l'amica Kagami. Quando il giorno
seguente incontra Kagami a scuola, apprenderà da lei che condivide lo stesso
disturbo. Hasegawa Shuuhei insegna ai bambini che alcuni sentimenti terrificanti
sono comuni e usuali, e non bisogna temere d'essere strani. La condivisione e la
solidarietà vincono la paura. L'autore ottiene questo risultato con immagini
violente che trasmettono l'autentica sensazione della paura così da affrontarla
direttamente.

Baba Noboru, nato a San'nohe nella prefettura di Aomori nel 1927, divenne
disegnatore di fumetti nel 1967. La sua serie più famosa è Juuichipiki no neko
(Undici gatti) pubblicata anche in Svezia, Corea e Stati Uniti. I gatti di Baba
Noboru fanno cose che non sapevano di poter fare, e trovano modi non
convenzionali per risolvere i problemi. L'apertura al pensiero laterale e
creativo è mostrata nella copertina di Juuichipiki no neko fukuro no naka
(Undici gatti nel sacco) dove sono disegnati dieci gatti. Il bambino che si
accorge dell'incongruità pensa che il disegnatore ha sbagliato, poi girando il
libro si accorge che sul retro c'è l'undicesimo gatto che si attarda
bighellonando. Un procedimento simile a quello operato nei giardini zen, dove un
sasso viene nascosto alla visuale dagli altri, facendoci intuire che ciò che noi
vediamo comunque esiste ed è presente nonostante l'invisibilità.

Shinguu Susumu, nato a Osaka nel 1937, ha studiato a Tokyo specializzandosi in
pittura a olio e per sei anni ha approfondito gli studi a Roma. La sua prima
mostra di sculture fu alla Galleria Blu di Milano nel 1966. Le sue installazioni
mosse dall'energia del vento e dell'acqua sono famose e si possono ammirare
anche a Genova, al Porto Antico, dove si trova il Columbus' Wind realizzato nel
1992. Come illustratore di libri ha dedicato il suo sforzo nel descrivere le
forze della natura che forniscono l'energia vitale alle creature
dell'ecosistema. In questo senso l'opera più riuscita è Chiisana ike (Lo
stagno), una serie di tavole che mostrano la vita in uno stagno dall'alba al
tramonto. Altre opere da ricordare sono Kumo (Nuvole), Ichigo (Fragole) e
Kippisu no tazuneta chikyuu (Il viaggio della Terra di Kippis). Il critico
d'arte Rudolf Arnheim ha celebrato la sua arte in The Moving Art of Susumu
Shingu, un testo che evidenzia i rapporti con la filosofia orientale e il
concetto di natura tipico dei giapponesi.

Tashima Seizou, nato a Osaka nel 1940, studiò arte al Tama College. Pubblicò
Shibaten nel 1962 e poi Furuya no mori. Vinse il premio Golden Apple nel 1969
con Chikaratarou, il premio Koudansha per la cultura nel 1974, e il premio
Nippon per i libri illustrati nel 1988 con Tobe batta (La cavalletta). Tashima
Seizou ha illustrato anche alcune fiabe tradizionali giapponesi fra cui
Kintarou. Le immagini di questo volume sono molto forti e sottolineano con
vigore le scene di lotta del bambino Kintarou che si scontra con un orso e
compie altre incredibili imprese grazie alla sua forza.

Maruki Toshi, nata in Hokkaido nel 1912 e morta nel 2000, divenne celebre per i
suoi libri di denuncia sui mali della guerra come Hiroshima no pika (Il lampo di
Hiroshima) e Okinawa shima no koe (La voce di Okinawa).
Il lampo di Hiroshima non è un libro comune. Le immagini sono terribili e
raccapriccianti. Uomini e donne nudi e bruciati che si trascinano nel fango.
Fiamme che ardono i bambini. Una violenza inusitata e terrificante che ha un
difetto: non essere il prodotto dell'immaginazione ma una storia reale.

Un discorso serio e ponderato sull'arte giapponese non può ignorare i risvolti
sociali ed etici che vengono smossi dal genio umano che è capace di rompere le
convenzioni per creare. L'arte non è pura contemplazione della bellezza, ciò è
piuttosto la fine che l'inizio dell'arte. Come aveva indicato Bruno Munari in
Artista e designer, la bellezza viene percepita attraverso l'uso di un certo
codice estetico che appartiene alla cultura. Però se è l'artista che produce un
proprio codice estetico attraverso l'opera, allora è egli stesso a costruire la
società. Così risulta chiaro il motivo dell'accanimento operato dai governi
dispotici contro gli artisti. Un concetto simile è molto recepito nella società
giapponese che può vantare una dinamica storico-sociale molto articolata. Ed è
questo concetto che apre il pensiero alle considerazioni più forti e attuali per
il nostro contesto. L'arte è ancora considerata in Giappone come vita autentica,
passione, carne e sangue. Tanizaki Jun'ichirou racconta in Manji (La svastica)
l'insano ardore che si impossessa della pittrice Kakiuchi Sonoko, Akutagawa
Ryuunosuke in Jigoku hen (La scena dell'inferno) narra l'avventura del pittore
Yoshihide che dipinge una scena infernale vivendola come diretta esperienza,
Edogawa Ranpo descrive la vicenda terribile della follia di uno scultore cieco
che trasforma le sue vittime in opere d'arte. Insomma, si deve dire che la
pittura ha bisogno di pennello, inchiostro e sangue. Perché? La risposta è
attualissima e riguarda il dibattito inconcludente che ha coinvolto l'animazione
e il fumetto giapponese accusati di traviare i giovani italiani attraverso il
sesso e la violenza.
La risposta che noi forniamo è pharmakon. Con la parola greca pharmakon si
indicava un preparato che poteva essere sia un veleno sia un medicamento. In
effetti la scienza ci insegna che l'antidoto è il veleno stesso in una dose e
trattamento diverso. Oggi la violenza è indispensabile come antidoto perché
l'emotività è stata snaturata. Come ha indicato con insistenza Umberto
Galimberti, il problema dell'individuo contemporaneo è la risonanza emotiva. Non
siamo capaci di soffrire e non diamo alcun valore alla morte che addirittura
neghiamo. Siamo indifferenti e privi di emozioni rispetto a ciò che dovrebbe
sconvolgerci. Tutto ciò in un contesto critico e pedagogico che esalta il
piacere senza neppure conoscerlo (e a volte proibendolo quando sembra una
devianza). Ecco perché l'arte giapponese con la letteratura, la grafica, i
fumetti e l'animazione, è estremamente scandalosa. Considerare correttamente la
violenza è indispensabile. L'arte è vita, l'arte è violenta. Se si vuole che la
violenza rimanga nei disegni e non travolga le fragili strutture del consesso
umano, si dovrà ammettere che la violenza è connaturata nell'esistenza umana.
Invece di nasconderla e censurarla dovremmo mostrarla come fanno gli artisti
giapponesi. Ecco il pharmakon contro la violenza: la violenza usata come
antidoto nella forma sublimata dell'arte. Una conoscenza che i pagani
possedevano più chiaramente di noi, ripresa dai romantici, ciò che chiamarono
catarsi.
Finché la letteratura giovanile non si emanciperà dal ricatto delle formule del
piacere della lettura, l'arte giapponese sarà sempre antagonista e sicuramente
più seguita dai giovani che troveranno in essa risposte sincere alle domande
della vita.

Bibliografia

Akaba, Suekichi e Matsui, Tadashi. 1965. Momotarou. Fukuinkan, Tokyo.
Akaba, Suekichi e Matsui, Tadashi. 1962. Daiku to oniroku. Fukuinkan, Tokyo.
Baba, Noboru. 1982. Juuichipiki no neko fukuro no naka, Kogumasha.
Hasegawa, Shuuhei. 1996. Hyuu. Doushinsha, Tokyo.
Hasegawa, Shuuhei. 1976. Hasegawakun kiraiya. Subaru shobou, Tokyo.
Maruki, Toshi. 1980. Hiroshima no pika, Tokyo, Komine shoten, Tokyo.
Matsushita, Takaaki. 1974. Ink Painting. Weatherhill, New York.
Miyake, Okiko e Masaki, Tomoko. 2001. Igirisu de hajimete no nihon ehon
gengaten. Baikajoshi daigaku, Osaka.
Munari, Bruno. 1971. Artista e designer. Laterza, Roma-Bari.
Munari, Bruno. 1995. Il Castello dei Bambini a Tokyo. Einaudi Ragazzi, Trieste.
Nojima, Shinji e Kurosaki, Gen. 2001. Koorogikun no koi. Wanibooks, Tokyo.
Noma, Seiroku. 1957. Artistry in Ink. Crown, New York.
Raffaelli, Luca. 1994. Le anime disegnate. Castelvecchi, Roma.
Shinguu, Susumu. 1999. Chiisana ike. Fukuinkan, Tokyo.







[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Mar 25 Set 2007 6:01 am

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Cristiano Martorella
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25 Set 2007
5:42 am
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