Segnalo un mio articolo sul militarismo giapponese.
Fukoku kyouhei. Militarismo, colonialismo e libero mercato
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Fukoku kyouhei
Militarismo, colonialismo e libero mercato
di Cristiano Martorella
19 giugno 2005. L'espressione fukoku kyouhei, paese ricco ed esercito forte, fu
lo slogan usato nell'era Meiji (1868-1912) che ben descrive il militarismo
(gunkokushugi) che permeò il moderno Giappone fino alla metà del XX secolo.
Dell'argomento si parla spesso con superficialità cadendo nelle consuete
banalizzazioni strumentali all'ideologia corrente, senza capire quali siano le
motivazioni dell'agire dei protagonisti della storia. Perciò è necessario fare
un po' di chiarezza anche a costo di essere anticonformisti e controversi.
Soprattutto sarà il metodo storico comparativo(1) a permetterci di analizzare
gli eventi liberandoci della visione pregiudizievole dell'ideologia. Non bisogna
dimenticare che lo storico Noro Eitarou (1900-1934) nella sua Storia dello
sviluppo del capitalismo giapponese (Nihon shihonshugi hattatsushi) dimostrò per
primo la validità del metodo comparativo applicato alla storia giapponese(2).
Lo scopo della nostra analisi verterà quindi sull'esplicazione dei rapporti fra
militarismo e libero mercato, mettendo in evidenza i seguenti punti:
- Differenza fra il militarismo capitalista moderno e il militarismo
aristocratico feudale.
- Origini rurali dell'estrema destra giapponese e debolezza della borghesia
liberale.
- Imitazione giapponese del modello coloniale e militarista occidentale.
- Persistenza del modello militarista "paese ricco ed esercito forte" nelle
democrazie del XXI secolo.
La distinzione fra guerrieri aristocratici samurai ed esercito nazionale di
plebei della leva obbligatoria, appare chiaramente evidenziando alcuni eventi
cruciali della storia. La coscrizione obbligatoria per l'esercito fu avviata nel
1873, ed era soltanto uno dei passaggi di un grande processo di mutamento della
struttura sociale giapponese. I samurai erano stati per secoli i migliori
funzionari del Giappone feudale. Oltre ad essere guerrieri abilissimi, erano
preparati nelle lettere e nelle arti, risultando un ottimo strumento
dell'amministrazione finché non apparve con risalto il declino del potere dello
shougun. Il Giappone feudale si scontrò con le nazioni colonialiste occidentali,
presentando l'impossibilità di competere con l'organizzazione moderna
industriale, anche e soprattutto con la struttura burocratica nazionalista degli
stati capitalisti del XIX secolo. Il Giappone era un efficiente impero feudale
dell'Oriente, ciò non era però sufficiente per un confronto paritario con la
forza militare dell'Occidente finché non fosse divenuto uno stato moderno
capitalista. D'altronde era la forza militare che garantiva la penetrazione dei
commerci occidentali nelle colonie, garantendo l'esistenza di un libero mercato
imposto con l'uso delle armi(3). La coscrizione obbligatoria era soltanto un
passaggio della trasformazione del Giappone. Però i samurai, esclusi e
ridimensionati nella nuova società, si ribellarono all'evidente svantaggio che
li privava dei privilegi e diritti della casta aristocratica, a partire dal
diritto di portare pubblicamente le due spade simbolo del guerriero. Già nel
1874 si ebbe a Saga una rivolta guidata da Etou Shinpei (1834-1874) soffocata
dal governo. Nel 1876 la ribellione dei samurai avvenne a Kumamoto. Poco dopo la
rivolta esplose a Kagoshima, dove quindicimila samurai si scontrarono con
quarantamila contadini arruolati e ben equipaggiati dal governo. Il capo dei
ribelli era Saigou Takamori (1827-1877), già ministro dimessosi per protesta e
valente guerriero. Ma i samurai erano ormai sia tecnicamente sia politicamente
obsoleti, e non poterono opporsi all'avanzata delle riforme propulse
dall'accoppiata industria e capitale. Il 24 settembre 1877, Saigou Takamori fu
sconfitto e perse la vita nell'ultimo scontro decisivo per i samurai.
Lo scontro fra samurai ed esercito di coscritti ebbe come conseguenza anche le
rivendicazioni sociali di una massa di plebei che erano ben lontani dalle idee
illuministe di eguaglianza, fratellanza e libertà, concetti recepiti soltanto
dalla borghesia colta e da alcuni aristocratici intellettuali(4). Questi strati
della plebe alimentarono la formazione di una destra estremista che in nome del
patriottismo auspicava l'uso della violenza per imporre il proprio governo
autoritario. Un tentativo riuscito che portò prima alla penetrazione nelle forze
armate, poi al controllo del governo da parte dell'esercito. La formazione di
forze armate composte da contadini fu un processo che attinse a un movimento
spontaneo. I contadini avevano costituito autentici eserciti ostili al governo
dello shougun, il bakufu, e le loro rivolte avevano indebolito il potere
militare dei Tokugawa, fino al crollo definitivo nel 1867. La coscrizione
obbligatoria del 1973 integrò i contadini nella nuova società, però comportò
anche gravi squilibri. Praticamente il nuovo stato nasceva tramite una
militarizzazione di massa, a discapito delle forze sane e propulsive
dell'economia come i commercianti (chounin). Intanto il malcontento dei samurai
fu placato inserendoli nell'apparato burocratico come funzionari governativi,
amministratori locali, membri della polizia, e personale scolastico docente e
amministrativo. Ruoli che svolsero zelantemente grazie all'indubbia
preparazione.
Il governo Meiji, preoccupato della minaccia di insurrezioni, cercò di evitare
ad ogni costo il conflitto di classe generando così una situazione pericolosa
ignorata da tutti, ovvero la militarizzazione della società. Anche l'industria
si sviluppò in tal senso privilegiando l'industria pesante utile alle
costruzioni belliche. Questi squilibri erano amplificati dalla debolezza della
borghesia giapponese. Lo sviluppo del paese aveva come obiettivo la potenza
militare, viceversa mancava una borghesia intellettuale che sostenesse
l'arricchimento del paese per il benessere dei cittadini. C'erano numerose
eccezioni, ma si trattava di intellettuali dalle idee brillanti che raramente
trascinavano il consenso delle masse. Ed erano essi stessi a denunciare la
pericolosità del conformismo dell'opinione pubblica. Lo slogan fukoku kyouhei
(paese ricco ed esercito forte) andava così interpretato come paese ricco per un
esercito forte, ciò nell'acclamazione generale delle folle. Nonostante l'impiego
di masse contadine, l'esercito fu molto lontano dall'avere un pur minimo aspetto
democratico essendo ancora dominato da interessi personali. Yamagata Aritomo del
feudo di Choushuu assunse il comando della guardia imperiale dal 1872, così da
stabilire il predominio della sua signoria sull'esercito fino all'inizio del XX
secolo. Yamagata Aritomo fu anche l'artefice di una ordinanza che stroncava
qualsiasi attività democratica nell'esercito, e imponeva una rigida politica
reazionaria. Paradossalmente si formava così un esercito privo di ideali
aristocratici e composto da plebei ostili alla democrazia, inoltre ciò avveniva
in un paese formalmente democratico con leggi e istituzioni liberali. Purtroppo
un simile processo non era qualcosa di particolare, ma aveva come modello le
potenze coloniali occidentali. D'altronde gli eserciti occidentali delle
democrazie liberali non hanno mai avuto alcun ordinamento democratico,
costituendo la contraddizione palese di un sistema autoritario gerarchico
all'interno di sistemi politici a rappresentanza elettorale. La contraddizione è
tuttora ignorata, anche quando le forze armate delle democrazie si rendono
colpevoli di crimini di guerra, sempre definiti come rare eccezioni, in realtà
né rare né eccezioni.
La struttura dell'esercito giapponese divenne estremamente pericolosa quando
cominciò a controllare la politica e a saldare l'alleanza con le cricche
economiche (zaibatsu). Il binomio libero mercato e militarismo non è così
inconsueto se si considerano le economie delle potenze coloniali occidentali. Il
militarismo giapponese non è un'eccezione, ma il perseguimento di una regola,
quella regola espressa dallo slogan "paese ricco ed esercito forte".
Il fenomeno delle formazioni politiche paramilitari e militari è tipico della
prima metà del XX secolo, e può essere inquadrato col termine fashizumu
(fascismo) usato ampiamente anche da Maruyama Masao. Anche se è ancora
controversa la definizione di "fascismo giapponese", poiché mancava un partito
unico ed esistevano altre caratteristiche peculiari, si può essere concordi su
ciò che si intende definire(5). Come fasciste si intendono le organizzazioni
militari armate che praticavano violenze, compreso l'omicidio degli avversari
politici e il colpo di stato, con lo scopo di controllare il paese e rafforzare
la propria ideologia distorta della via dell'imperialismo (koudou). Queste
formazioni militari avevano origine nelle campagne ancora radicate a valori
reazionari e antiprogressisti, in tutto e per tutto ostili ai valori liberali.
Per queste masse di contadini la dialettica delle istituzioni democratiche era
una degenerazione sociale e politica. Non accettavano i principi liberali e la
garanzia dei diritti, invocando invece il principio d'autorità, il rispetto
delle gerarchie e l'uso della forza. Ci furono parecchi fautori della svolta
autoritaria che tentarono di teorizzare ciò che gli eventi tumultuosamente
affermavano. Uchida Ryouhei (1874-1937) sosteneva che i confini del Giappone
dovessero essere estesi fino al fiume Amur in Cina, e fondò la Kokuryuukai
(Società del drago nero). Un altro leader ultranazionalista fu Touyama Mitsuru
(1855-1944), fautore del dominio dell'Asia sotto la guida del Giappone
(panasiatismo nipponico) e organizzatore di numerosi attentati politici.
Sicuramente il primo e più agguerrito teorico del nazionalismo estremista
giapponese fu Kita Ikki (1883-1937) che sosteneva l'eliminazione del parlamento,
l'abolizione della costituzione, l'instaurazione di un'economia popolare contro
zaibatsu e latifondi, e l'occupazione della Cina. Kita Ikki fu implicato in un
tentativo di colpo di stato e venne giustiziato proprio da quella autorità
imperiale che egli strumentalmente appoggiava.
Il 15 maggio 1932 il primo ministro Inumai Tsuyoshi fu assassinato da un gruppo
di ufficiali dell'esercito e della marina ponendo fine all'ultimo governo
sostenuto dai partiti senza influenze militari. Il 26 febbraio 1936 si
sollevarono ventidue giovani ufficiali dell'esercito e della marina alla guida
di 1400 uomini che uccisero alcuni importanti politici, fra cui il ministro
delle finanze Takahashi Korekiyo e l'ammiraglio Saitou Makoto, e occuparono vari
palazzi. In nome di una presunta autorità imperiale, essi invocarono un
rinnovamento del paese e la fedeltà assoluta all'imperatore. Fu lo stesso
imperatore Hirohito a soffocare la sommossa inviando l'esercito contro i
ribelli. Però la situazione era ormai compromessa, e con la giustificazione
dell'ordine pubblico l'esercito eliminò ogni opposizione. L'imperatore Hirohito
rimase così ostaggio della politica militarista, e anche se appoggiò i leader
moderati e contrari alla guerra, come Konoe Fumimaro, non riuscì ad opporsi con
forza alla follia dei governi presieduti da generali come Toujou Hideki.
I militari erano fuori dal controllo delle istituzioni e prendevano iniziative
autonome che trascinavano poi il paese nel baratro oscuro (kurai tanima).
Risulta evidente che chi doveva difendere le istituzioni le stava invece
demolendo. Inoltre lo scontro nelle forze armate era esasperato perché da una
parte la marina (kaigun) si ispirava al modello inglese, non concordando gli
obiettivi con l'esercito (conquista della Cina e guerra con gli Stati Uniti),
dall'altra anche all'interno dell'esercito chi si opponeva alle concezioni
retrograde era considerato un avversario da eliminare.
Questa situazione complessa è ancora più articolata se si considera
dinamicamente il quadro che la costituisce. Il militarismo giapponese fu
alimentato dal movimento rurale (nouhonshugi) delle campagne che fornì
l'ideologia e gli uomini, trovò nell'esercito la struttura e l'istituzione che
permetteva la penetrazione politica, ma il sostegno materiale fu fornito dai
gruppi economici (zaibatsu) che attraverso la guerra potevano trovare uno sbocco
commerciale per le produzioni belliche. Capitalismo e ruralismo si accoppiarono
col comune interesse di creare nuovi mercati attraverso l'uso della forza
militare, così da perpetuare il modello famigliare al di là dei confini
nazionali. Perciò è appropriata l'espressione che definisce la grande famiglia
panasiatica (daitoua kyoueiken), l'area di comune prosperità, anche se distorta,
illiberale e assurda. Però ancora oggi non è stata soppiantata l'idea di creare
un modello politico unico attraverso l'uso della forza militare e l'espansione
del mercato economico. Dopo la fine del fascismo e del socialismo, sembra essere
in discussione anche l'univoco modello della democrazia capitalista come modello
egemone, perché nella forma della globalizzazione ricompare lo stesso
militarismo che si era alleato col capitalismo. Con la giustificazione della
lotta al terrorismo, non sono più i fascisti a sostenere la necessità dell'uso
della forza militare per garantire l'ordine sociale, ma i governi democratici.
Uno smacco che annienta secoli di lotte per i diritti civili.
Note
1. Il metodo comparativo applicato alle scienze storico-sociali è estremamente
efficace ma difficilmente recepito nella sua portata e profondità. Illustri
storici come Otto Hintze, Karl Lamprecht, Wilhelm Roscher e Max Weber, fecero
ampio uso del metodo comparativo. Nella formazione accademica di chi scrive ha
avuto importanza l'insegnamento di Giuseppe Di Costanzo, studioso appunto di
questi autori presso l'Università Federico II di Napoli.
2. Sempre Noro Eitarou affermò che bisogna prendere in esame l'ineluttabilità
(hitsuzen) della storia, piuttosto che l'occasionalità (guuzen). La storia non è
un racconto qualunque che si può interpretare a piacere, ma una connessione di
fatti.
3. Emblematici i casi dell'India e della Cina sottomesse dalla forza della più
potente economia liberista del mondo. La Gran Bretagna, culla della rivoluzione
industriale e fautrice del libero mercato, fu anche il più grande impero
coloniale del XIX secolo, estendendo i suoi domini e il controllo dei traffici
commerciali su tutto il pianeta. Truppe e cannoniere britanniche tutelavano sia
gli interessi politici sia quelli economici, spesso coincidenti. Fu per motivi
commerciali che scoppiò la Guerra dell'oppio (1840-1842). Infatti fu imposto
alla Cina di importare l'oppio prodotto dalle colonie britanniche nell'Asia
centrale. Il rifiuto portò al bombardamento di Nanchino, il blocco di Canton e
l'acquisizione di Hong Kong tramite un contratto, oltre al pagamento in denaro
dell'indennizzo di guerra. Cfr. Herbert Franke e Rolf Trauzettel. 1969. Storia
Universale Feltrinelli. L'impero cinese. Vol.19. Feltrinelli, Milano.
4. Fra i samurai sostenitori delle idee illuministe e liberali spicca la figura
di Fukuzawa Yukichi (1834-1901), autore di Incoraggiamento al sapere (Gakumon no
susume) e La condizione dell'Occidente (Seiyou jijou).
5. Il dibattito sul fascismo giapponese (fashizumu ronsou) è ancora vivo, pur
risalendo alla controversia fra la scuola Kouza e la scuola Rounou, legata ai
socialisti Yamakawa Hitoshi e Inomata Tsunao.
Bibliografia
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Barbini, Luigi. 1906. Giappone in armi. Treves, Milano.
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Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia.
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Positano De Vincentiis, Fiammetta. 2005. Incrociatori per il Sol Levante. De
Ferrari, Genova.
Takeshita, Toshiaki. 1996. Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico. Clueb,
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Yanaga, Chitoshi. Transition from military to bourgeois society, in "Oriens",
vol. 8, n. 1, 1955.
Vantaggi, Adriano. 1984. Giappone 1853-1905: Dalla fine dell'isolamento al ruolo
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