Ripropongo il mio articolo sulla crisi economica giapponese pubblicato dal sito
Nipponico.com.
Articolo tratto da www.nipponico.com
all'indirizzo: http://www.nipponico.com/dizionario/k/keizaitekikiki.php
Keizaiteki kiki
La crisi economica giapponese
di Cristiano Martorella
2 dicembre 2001. L'espressione keizaiteki kiki (letteralmente crisi economica) è
pienamente adeguata a descrivere la storia giapponese dell'ultimo decennio del
XX secolo. Dopo quasi mezzo secolo di crescita economica a livelli elevati, il
Giappone conobbe una grave e inaspettata recessione agli inizi degli anni '90.
Tra il 1950 e il 1973 l'economia crebbe al tasso medio del 10% annuo,
raddoppiando la propria dimensione ogni sette anni (crescita elevata, definita
in giapponese koudo seichou).
Intorno al 1974-1975 vi fu un drastico rallentamento provocato dalla grave crisi
petrolifera internazionale. Superato questo breve periodo, la crescita riprese a
buoni ritmi.
Nel 1986 vi fu il fenomeno della bubble economy, una speculazione sulle aree
immobiliari e il mercato azionario che arricchì tantissimi ma creò diverse
anomalie.
Infatti nel 1991 si manifestò la crisi che portò a un tasso di crescita di
appena lo 0,1% nel 1993.
In un primo momento le autorità giapponesi sottovalutarono la crisi, negando
anche che si trattasse di una recessione profonda e illudendosi che fosse un
momentaneo rallentamento. I governi giapponesi pensarono di poter invertire il
trend negativo con qualche operazione di aggiustamento, dimostrando una miopia
considerevole.
Tra il 1992 e il 1995 furono applicati diversi pacchetti economici, tutti
inefficaci. Queste politiche economiche non potevano avere effetto perché
paradossalmente erano la causa della recessione. Il finanziamento pubblico
indiscriminato aveva creato enormi debiti e messo in crisi il settore
finanziario gettando le maggiori banche in un gorgo che le trascinava
inesorabilmente al fallimento. La totale incomprensione della situazione
economica da parte della classe dirigente si palesava in imbarazzanti silenzi.
Si dovette aspettare l'elezione nel 2001 di Koizumi Jun'ichirou per sentire
delle parole chiare sulla crisi giapponese. Il premier non alimentò più le false
illusioni e dichiarò che la gravità della situazione imponeva sacrifici per
tutti. Koizumi prometteva anche una serie di riforme che avrebbero cambiato
drasticamente l'assetto strutturale dell'economia giapponese. Riforme auspicate
anche all'estero e che facevano identificare la politica di Koizumi con la
tendenza neoliberista di molti paesi occidentali.
Ma anche le previsioni di Koizumi si rivelarono eccessivamente ottimiste,
nonostante il suo atteggiamento realista e pragmatico. Ciò che stava accadendo
in Giappone era molto grave e dimostrava ancora una volta quanto economisti,
sociologi e analisti sapessero ben poco del mondo che studiavano. Intanto non si
era tracciato un quadro interpretativo del fenomeno. Sui giornali di tutto il
mondo si parlava di crisi economica giapponese senza specificarne le modalità.
Abbiamo detto che le manovre economiche dei governi giapponesi fra il 1992 e il
1995 non furono la soluzione, ma favorirono la continuazione della crisi. La
crisi economica giapponese non fu soltanto causata dall'esplosione della bolla
speculativa degli anni '80. Ogni tipo di speculazione arricchisce qualcuno a
scapito di qualcun altro.
Ma questo genere di deformazione trova il modo di essere riequilibrata in breve
tempo all'interno di un'economia sana. Se non fosse così, il sistema delle borse
internazionali sarebbe fallito in pochi anni.
Una crisi che perdurava da più di un decennio non poteva essere definita come il
riflesso di una speculazione.
In un sistema economico integrato come quello giapponese, finanza e apparato
statale lavoravano insieme su programmi di lungo termine. Questo genere di
politica economica era in passato orchestrata dal MITI (poi divenuto METI), il
Ministero del Commercio Estero e dell'Industria. I finanziamenti alle imprese
erano operati su criteri di fiducia, in base a credenziali molto difficili da
definire in termini tecnici e legate maggiormente a vincoli relazionali (spesso
determinati in modo personale e umano).
La seconda particolarità dell'economia giapponese era costituita dagli
straordinari attivi dovuti all'esportazione. Questo significa, come contraltare,
che il mercato interno del Giappone è insufficiente a coprire in modo discreto
l'offerta dell'industria nipponica. E questo non deve sembrare paradossale per
un paese considerato come la civiltà del consumismo. In realtà si tratta di uno
stereotipo che non tiene presente i fattori materiali e geografici.
Le risorse di spazio in Giappone sono estremamente limitate per la presenza di
aree montuose e boschive (le quali occupano il 75% del territorio) che i
giapponesi preferirebbero conservare integre, non soltanto per motivi
ambientali, ma per ragioni storiche e pratiche.
Lo sviluppo urbano negli ultimi secoli è avvenuto lungo le coste. Ripensare la
geografia urbana del Giappone per conquistare i terreni interni e montuosi da
riconvertire all'edilizia sarebbe un impegno titanico (e vano) per creare
collegamenti, disboscare, cementificare. La mancanza di risorse naturali ha
decretato una vocazione all'esportazione di prodotti tecnologici, un bene che i
giapponesi dimostrarono con eccellenza di saper realizzare.
Non si deve però credere a un mito tecnologico confondendo il primato dei
giapponesi nel settore come una facoltà innata. Ciò provocherebbe confusione,
associando l'idea della tecnologia elettronica a una specie di antropologia
culturale. E sarebbe un torto arrecato ai giapponesi stessi che si impegnarono
fino allo stremo, con enormi sacrifici, per costituire uno stato moderno e
competitivo alla pari delle maggiori potenze occidentali.
La tecnologia giapponese non era il prodotto di una semplice applicazione delle
tecniche occidentali. Il Giappone non aveva le risorse dell'Impero Britannico,
né della Germania, e quanto meno degli Stati Uniti, paese che poteva vantare
giacimenti petroliferi e filoni auriferi. La tecnologia non può svilupparsi
senza risorse energetiche e il Giappone partiva con questo handicap gravoso.
Gli intellettuali giapponesi, come ad esempio Fukuzawa Yukichi (1835-1901),
erano pienamente consapevoli dei limiti imposti al loro paese. L'unica risorsa
che il Giappone possedeva in abbondanza, accumulata in secoli di storia, era una
volontà ferrea, il seishin. Quello stesso seishin (spirito di volontà) che viene
rimproverato ai giapponesi attuali come un tratto caratteriale antiquato e
retrogrado, caratteristica e retaggio di una cultura samuraica.
Lasciando da parte questo genere di speculazioni e ritornando all'economia,
possiamo riconoscere l'applicazione di uno spirito illuminista nella società
giapponese dell'Ottocento che diede l'avvio all'ascesa del capitalismo
giapponese. Lo spirito illuminista europeo fu l'anima vibrante dell'economia del
XVIII e XIX secolo: il concetto di laissez faire, l'idea di un mercato
internazionale, il riconoscimento del valore aggiunto, e soprattutto una società
concepita sul lavoro. Si passava dall'idea contadina della terra come bene
assoluto, all'idea moderna del lavoro come produzione di beni. Un cambiamento
epocale.
Molti intellettuali giapponesi, influenzati ancora dal seishin, riconobbero
nelle idee superiori dell'Illuminismo un principio da perseguire con tenacia,
con volontà ferrea. La modernità era considerata un ideale da tramutare nella
società ad ogni costo. Nakae Choumin (1847-1901) tradusse il Contratto sociale
di Rousseau, Fukuzawa Yukichi (1835-1901) scrisse Gakumon no susume
(Incoraggiamento al sapere), Mitsukuri Rinshou (1847-1897) tradusse il codice
civile francese.
I risultati si fecero sentire. La riforma del 1871 eliminò le vecchie classi
sociali, i privilegi e le restrizioni. Con lo shimin byoudo (parità delle
quattro categorie), il 99% della popolazione si trovò istituzionalmente allo
stesso livello. Il Giappone fu il primo paese asiatico a dotarsi di una
costituzione (1889). I paradossi della nazione tramutarono lo svantaggio in una
occasione straordinaria.
La debolezza del paese era evidente a tutti, dai cittadini alle classi
dirigenti. Ciò che accade comunemente in situazioni simili, è quello spostamento
d'interessi del governo verso la conservazione del proprio potere a discapito
della collettività. Una tendenza egoistica teorizzata in parte da Otto Hintze.
Cosa che d'altronde molti storici attribuiscono anche allo stesso Giappone della
Restaurazione Meiji.
Ma l'innesto delle idee illuministe nella società giapponese ebbe un effetto
inaspettato e sotterraneo. Il periodo Edo (1600-1867) aveva profondamente
cambiato i rapporti di forza fra le classi, a favore di una emergente borghesia.
L'arrivo delle idee illuministe fu come gettare benzina sul fuoco. Il Giappone
era povero di risorse materiali, ma particolarmente ricco di risorse
intellettuali.
L'Illuminismo alimentava la fiducia nella ragione e nelle sue capacità. I
politici giapponesi credettero di poter battere l'Occidente usando
l'intelligenza e, in maniera metaforica, accettarono nel loro pantheon di
divinità shintoiste anche la dea dei lumi.
L'espressione "touyou doutoku seiyou geijutsu" (morale orientale e tecnica
occidentale) può essere interpretata anche come "intelligenza" giapponese
nell'applicazione del sapere. Erano infatti le idee illuministe che affermavano
l'universalità della ragione e il relativismo delle culture. La scienza non era
dunque una prerogativa culturale europea.
L'economia giapponese del XIX e XX secolo si sviluppò quindi come un'economia
della concertazione, di un tacito contratto sociale sottoscritto da tutti i
cittadini: uno stato economicamente più forte per il bene di tutti. Quando
questo modello si dimostrò vincente nel XX secolo, molti intellettuali
giapponesi si accanirono per dimostrare le origini della coesione sociale
giapponese nell'applicazione dei principi confuciani.
Primo fra tutti Morishima Michio, autore di Why has Japan Succeeded? Tutto ciò
lascia perplessi. La necessità ideologica di creare una spiegazione orientale
alla storia economica giapponese tentava di negare come fosse stato lo spirito
illuminista a innescare la scintilla del capitalismo giapponese.
Il confucianesimo è la forma di pensiero conservatore più stabile che sia stata
formulata. Confucio affermava:
Io non creo, seguo la tradizione" (I dialoghi, VII, 1)
Il confucianesimo è funzionale al mondo contadino, e notevolmente in
contraddizione con la modernità. I giapponesi non potevano ammettere d'aver
applicato i principi illuministi degli occidentali in una società influenzata da
altri fattori, come ad esempio il pensiero buddhista, una religione che
ridimensionava le tendenze individualiste. Anzi, volevano negarlo, facendo
credere d'aver usato soltanto le tecniche degli occidentali (wakon yousai) e non
il loro spirito.
In realtà la società giapponese era una creazione totalmente nuova e originale
che non poteva essere attribuita né alla tradizione orientale né alla scienza
occidentale. Era qualcosa di completamente nuovo.
Gli intellettuali, con l'appoggio della classe politica, avevano creato nel
periodo Meiji (1868-1912) una creatura simile al mostro descritto nel romanzo
Frankenstein di Mary Shelley.
Dal laboratorio Giappone era uscita una creatura composta di pezzi diversi:
principi illuministi, tecniche occidentali, spirito buddhista, vitalismo
shintoista, regole confuciane. Dunque non bisogna meravigliarsi se oggi, nel XXI
secolo, nessuno è in grado di spiegare i fenomeni economici giapponesi. Il
mostro è terribile nella sua magnificenza.
Il Giappone è entrato in una profonda crisi economica per ragioni intrinseche
del suo sistema, le stesse ragioni che furono motivo di riscossa e ascesa.
Sarebbe sbagliato credere, come fa Vittorio Volpi, che il sistema giapponese
presenti delle anomalie anacronistiche dovute a un mancato sviluppo liberale
della sua economia. Volpi considera il modello occidentale come panacea di tutti
i mali. Ma dimentica quanto i giapponesi siano stati più occidentali di chiunque
altro nell'applicazione dei principi illuministi.
Una liberalizzazione economica sfrenata e selvaggia non porterebbe soltanto
vantaggi, ma anche storture ragguardevoli. Ad esempio, l'abbandono in mano a
privati privi di scrupoli delle centrali nucleari, con rischi incalcolabili
(come segnalato da un articolo di Pio d'Emilia).
La situazione giapponese è delicata, perciò bisogna essere cauti nelle
affermazioni. A volte le crisi economiche si sono tramutate in svolte
autoritarie, come nel caso della Repubblica di Weimar. Se non vogliamo creare
l'emersione di un neoimperalismo giapponese, bisogna eliminare questo clima di
contrapposizione che trasforma il Giappone in un caso patologico. In un mondo
globalizzato i problemi vanno affrontati insieme, e nessuno deve ergersi a
maestro sull'altro.
Avendo tracciato un piccolo quadro storico, possiamo meglio capire cosa è
accaduto negli anni '90. Le banche giapponesi, come era prassi consolidata,
avevano finanziato le imprese anche quando le condizioni non erano favorevoli.
Rispetto al passato, esistevano però una serie di fattori concomitanti che non
permettevano più una simile procedura.
Soprattutto la crisi mondiale all'inizio degli anni '90, la quale colpì
gravemente gli Stati Uniti (che ne uscirono grazie all'amministrazione Clinton)
e in seguito le "tigri asiatiche" (Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Hong Kong,
etc.). Il Giappone era troppo dipendente dalle esportazioni, e le difficoltà dei
suoi clienti stranieri ebbero gravi ripercussioni.
L'industria nipponica era sana, produttiva, altamente competitiva, ma la
mancanza di vendite provocate dalla crisi che aveva attanagliato i paesi
stranieri ebbe un effetto superiore alle aspettative. Le banche che avevano
sostenuto e coperto i passivi delle imprese furono trascinate in una spirale
perversa. Le imprese fallivano e i debiti non venivano riscossi. In breve tempo
il settore bancario giapponese entrò in crisi. Gli istituti bancari chiudevano
uno dopo l'altro. Sembrava un collasso inconcepibile.
La situazione si stabilizzò dopo l'intervento del governo a sostegno del settore
finanziario. Ma la situazione era ormai compromessa. C'erano però aspetti
paradossali: il Giappone era fra i maggiori creditori nei paesi del mondo. La
sua crisi era dovuta soltanto a una concomitanza di eventi che erano
particolarmente significativi e dannosi per il suo sistema altamente integrato
(che crea quindi dipendenze e relazioni forti fra i diversi settori economici).
Oomae Ken'ichi, nel suo Il continente invisibile, ci presenta una storia della
crisi economica giapponese che fornisce nuovi elementi interpretativi. Secondo
Oomae, negli anni '90 sarebbero stati gli Stati Uniti a imporre le scelte
economiche dei giapponesi. Egli denuncia che i sostenitori americani del libero
mercato sono gli stessi che chiedono ai governanti giapponesi di ricostruire
l'economia nipponica attraverso investimenti statali. Tra il 1998 e il 2000, il
governo statunitense ha chiesto al governo giapponese di abbassare a zero i
tassi d'interesse, di ridurre la pressione fiscale, aumentare la spesa pubblica
e salvare le banche. Oomae ritiene che la spesa pubblica sia la causa della
crisi e che gli Stati Uniti stiano chiedendo al Giappone manovre economiche che
impediscano la ripresa.
Uscirà il Giappone dalla crisi che l'ha attanagliato? E in quale modo? Non
spettano a noi queste risposte. Sarebbe estremamente presuntuoso pensare di
poter parlare per gli altri. Sarà il popolo giapponese a fornire le risposte
alle domande che ci siamo posti. Possiamo soltanto immaginare che le risorse che
i giapponesi potranno sfruttare sono quelle che abbiamo già individuato: la
creatività e l'ingegno intellettuale.
Bibliografia
Itou, Takatoshi. 1995. L'economia giapponese. EGEA, Milano.
Morishima, Michio. 1982. Why has Japan Succeeded? Cambridge University Press,
Cambridge.
Oomae, Ken'ichi. 2001. Il continente invisibile. Fazi Editore, Roma.
Halliday, Jon. 1975. A Political History of Japanese Capitalism. Pantheon Books,
New York.
Sakaiya, Taichi. 1998. Taihen na jidai. Koudansha, Tokyo.
D'Emilia, Pio. Aiuto! Il nucleare è in mano ai kamikaze. Sette, 30 novembre
2000.
Volpi, Vittorio. Un Big Bang alla giapponese. Italia Giappone Oggi, anno XIV, n.
56, novembre 1996.
Yanaga, Chitoshi. 1969. Big Business in Japanese Politics. Yale University
Press, New Haven and London.
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