Segnalo il mio articolo sul rapporto fra hipster e buddhismo zen.
Hipster e influenze zen
Le tendenze pop fra arte e religione
di Cristiano Martorella
24 febbraio 2003. Negli anni '50 e '60 del secolo scorso vi fu un crescente e
vivace interesse per la religione orientale in Europa e America. Oltre
all'apprezzamento crescente dell'induismo, manifestato anche dal complesso pop
dei Beatles con un viaggio in India e la produzione di un disco da parte di
George Harrison per gli Hare Krishna, vi fu l'interesse per un'altra corrente
religiosa, ossia lo zen giapponese. Gli artefici del boom dello zen in Occidente
furono Suzuki Daisetsu in America e Deshimaru Taisen in Europa, i quali con i
loro viaggi, le conferenze e le pubblicazioni fornirono un'esposizione non
superficiale dello zen. Questo interesse non si limitò agli ambienti accademici,
ma esplose in particolare nelle tendenze artistiche del periodo. Non è affatto
indebita l'associazione fra lo zen e le arti poiché era già presente nella
matrice originaria giapponese (1). L'arte è anche una componente essenziale del
movimento hipster (in giapponese hippusuta) che rifiuta la american way of life.
Nati nelle comunità artistiche della North Beach di San Francisco e del Village
di New York, gli hipster adottarono lo zen come giustificazione del loro
disimpegno sociale. Infatti lo zen tradizionale criticava l'artificiosità della
società esaltando il potere di liberazione dell'individuo attraverso
l'autocoscienza. Gli hipster si ribellarono al sistema attraverso un totale
disimpegno, non cercando di cambiare l'ordine sociale, ma escludendosi. Un
atteggiamento radicale e perciò maggiormente ribelle.
Nell'arte zen gli hipster trovarono una legittimazione della loro concezione
estetica della vita e della loro poetica spontanea e informale. Viceversa
hipster, beatnik e hippy furono anche un laboratorio sperimentale a cui fecero
riferimento le arti d'avanguardia dal 1947, periodo di nascita dell'action
painting di Jackson Pollock, fino agli anni '60 e '70 e al consolidamento
dell'esperienza dei gruppi Fluxus e Gutai. Sarebbe inesatto ritenere conclusa la
parabola di queste correnti artistiche che sono ancora influenti. Piuttosto
dagli anni '80 si è assistito a un riconoscimento dell'arte ribelle che ha
coinciso con un inserimento nei musei e uno studio accademico, il quale snatura
il carattere trasgressivo e contestatario. Questa osservazione vale anche per
l'utilizzo dell'espressione subcultura che si rivela utile come etichetta
sociologica, ma fuorviante per la comprensione dei reali fenomeni storici. Come
si è detto in precedenza, dagli anni '80 in poi si è assistito a una
normalizzazione dell'arte pop che divenne inglobata e divorata dal marketing
delle aziende. L'industria della cultura nata con la società del consumo di
massa non ha risparmiato le avanguardie, trasformando in merce anche i fenomeni
di contestazione più radicali. Però non si può nemmeno affermare che le
avanguardie siano le vittime inermi della omologazione. Infatti sono state le
avanguardie, e i gruppi artistici sperimentali come gli hipster, a sostenere uno
spirito egualitario e una concezione estetizzante della vita che condannava
l'arte elitaria (2). Essi stessi hanno contribuito a formare una cultura di
massa e a far uscire l'arte dai suoi confini tradizionali. Inoltre l'uso dei
mass media distribuisce una visione generale estetizzata della vita. Piuttosto
che informazione i mass media producono consenso e un sentire comune. Eppure
questa concezione estetizzante era il proponimento degli hipster. E questo
proposito non si è fermato qui.
La cultura di massa utilizza ampiamente l'arte pop nata spontaneamente e
trasgressivamente. Perciò è fuorviante contrapporre cultura e subcultura. La
cultura così come intesa nel XIX secolo non esiste più. Se dovessimo
contrapporre cultura di massa e subcultura sarebbe una contraddizione in
termini. Non può esistere una cultura di massa alla quale si esclude una cultura
di gruppo. La cultura di massa arriva ovunque, specialmente nell'attuale mondo
globalizzato, e ce ne accorgiamo studiando le subculture. Infatti esse si
appoggiano sul potere pervasivo dei mass media (radio, televisione, internet,
etc.). Se parliamo di subculture è esclusivamente per motivi di carattere
accademico. Infatti è molto più comodo restringere un argomento di studio
etichettandolo invece di stabilire i rapporti fra i fenomeni culturali più
complessi. Al contrario la cultura pop nega una contrapposizione fra cultura
alta e cultura di base, a favore di un'arte egualitaria come fatto estetico
integrale. Chi continua a utilizzare la terminologia della subcultura si rivela
decisamente conservatore riproponendo la distinzione fra cultura alta e bassa.
Ed è evidente nello stesso termine subcultura (qualcosa che sta sotto).
Per questi motivi non è indebito studiare l'influenza che lo zen tradizionale
ebbe sui movimenti popolari occidentali in tutte le sue forme. Alan Watts fu il
primo occidentale a mettere in risalto quanto fosse insensato contrapporre lo
zen tradizionale studiato nelle università allo zen eclettico e folcloristico
degli hipster (3). Lo zen non è una disciplina formale anche se ha assunto degli
aspetti istituzionali. La pratica dello zen è la ricerca del risveglio
spirituale, la liberazione (gedatsu) dalle convenzioni che non permettono
d'avere la conoscenza della natura autentica dell'universo. Come ciò accada è
indifferente, e i maestri zen sono consapevoli di quanto l'illuminazione
(satori) sia un fatto individuale. Un aspetto rimarcato dal detto "se incontri
Buddha uccidilo", una affermazione che va intesa come il ridimensionamento
dell'insegnamento tramite un maestro (4). Uccidere Buddha quando lo si incontra
significa distruggere la speranza che qualcuno all'infuori di noi possa essere
il nostro padrone. Uccidere il maestro era un'espressione già usata da Rinzai
Gigen nel IX secolo.
Nel 1959 Umberto Eco riprese e commentò il saggio di Alan Watts criticando
l'idea che potesse esserci un'autentica influenza dello zen nelle mode culturali
occidentali (5). Secondo Eco lo zen era piuttosto una semplice giustificazione
degli hipster al proprio individualismo anarchico. Autori come Jack Kerouac
adotterebbero i modi esteriori di un conformismo orientale per legittimare
attraverso lo zen le intemperanze e i vagabondaggi (6). La tesi di Umberto Eco
non ci sembra però sufficiente per spiegare il successo dello zen in Occidente.
Liquidare in questo modo la questione, affrontandone soltanto un aspetto, non è
vantaggioso per lo studioso. Dal punto di vista delle scienze sociali
l'interpretazione dei fenomeni deve avvenire senza un preventivo giudizio di
merito. Comunque sia il comportamento umano, va prima considerato in relazione
ai valori apportati, e in seguito giudicato. Inoltre qui permane una distinzione
fra cultura alta e bassa che ha poca efficacia nella società dei consumi di
massa. Come afferma Alessandro Baricco, anche Beethoven è un brand (7).
Piuttosto ci sono molti aspetti dello zen che sfuggono ancora. Alan Watts mette
in evidenza nel suo saggio già citato, come lo zen nipponico sia un movimento di
reazione e contestazione all'eccessivo formalismo della società giapponese. Egli
fa notare che l'istituzionalizzazione dello zen è stato un processo storico (8)
che ha comportato una formalizzazione esteriore. Ma non è l'aspetto esteriore
che ci può spiegare il valore dello zen. Gli hipster colgono nella tradizione
orientale il rifiuto della vita mondana, e con ciò non si sbagliano.
In Oriente è sempre esistito uno spazio sociale autonomo riservato alla
spiritualità. In India gli yogin che si rifacevano agli insegnamenti di
Patanjali, sostenevano che il pensiero vincolasse a una concezione erronea della
realtà da cui si poteva uscire attraverso esercizi fisici (asana) e psichici
(dhyana). In Cina e Giappone i buddhisti riconobbero il carattere illusorio
della realtà e suggerirono d'abbandonare l'attaccamento (upadana) alle cose.
Buddha aveva accettato nell'ordine religioso (sangha) i membri di qualsiasi
casta, minando i fondamenti della gerarchia sociale. Nell'Occidente cristiano,
invece, la chiesa riconosceva ancora un forte potere ai ceti elevati. Il
regnante riceveva l'incontestabile investitura da Dio (viceversa in Cina, ad
esempio, il mandato celeste poteva essergli ritirato dalle divinità). Quando si
avanzò la proposta di separare il potere religioso e politico avvenne appunto
perché la sovrapposizione era divenuta inaccettabile portando a contrasti
laceranti. Ma lo spazio sociale riservato alla religione era stato
inevitabilmente occupato dalla politica. Anche in Oriente la politica ha invaso
e si è appropriata della religione per fini utilitaristici. Però le religioni
politeiste e panteiste sono meno vulnerabili alla strumentalizzazione politica.
E lo zen è radicalmente avverso alle autorità, ai dogmi, alle consuetudini che
irrigidiscono la natura umana.
Gli hipster ripresero lo zen e le sue forme artistiche perché esprimeva bene
questo atteggiamento. Il modo in cui abbiano realizzato questa ripresa sarà pure
questione della filologia e dell'accademia, però dal punto di vista sociologico
è del tutto indifferente l'aspetto esteriore dell'agire sociale rispetto al
risultato. La concezione estetica della vita non si è fermata ai movimenti
hipster, ma ha saturato l'intera società contemporanea. Non stiamo trattando più
quei fenomeni che appartengono a una subcultura, piuttosto siamo davanti a ciò
che è costitutivo della cultura contemporanea. Per constatare ciò è sufficiente
accendere un televisore e sintonizzarsi su MTV. Non è più lecito parlare di
movimenti di contestazione quando essi rappresentano la maggioranza dei gusti e
delle tendenze. Piuttosto si dovrebbe riflettere sul contrasto esistente fra il
potere politico e i cittadini che esso dovrebbe rappresentare in quelle che sono
considerate democrazie liberali. La religione è un'esigenza esistenziale che non
può essere regolamentata dal potere amministrativo con criteri esclusivamente
burocratici e formali. Bisogna garantire soprattutto uno spazio sociale per la
religione e che sia tenuta in considerazione la sua capacità aggregativa.
Note
1. Hoover, Thomas, La cultura zen, Arnoldo Mondadori, Milano, 1981.
2. Sulla fine dell'arte convenzionale, cfr. Vattimo, Gianni, La fine della
modernità, Garzanti, Milano, 1991, pp. 59-72.
3. Watts, Alan, Beat Zen & altri saggi, Aries/Arcana Editrice, Milano, 1996.
4. Kopp, Sheldon, Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, Editrice
Astrolabio, Roma, 1975.
5. Lo Zen e l'Occidente, pubblicato nel 1959, venne incluso in Opera aperta,
ribadendo in nota l'atteggiamento critico e il dissenso dal trapianto dello zen
come forma artistica in Occidente; cfr. Eco, Umberto, Opera aperta, Bompiani,
Milano, 1962. Il saggio di Watts era apparso l'anno precedente; cfr. Watts,
Alan, Beat Zen, Square Zen and Zen, in "Chicago Review", Summer 1958.
6. L'arte contemporanea è profondamente influenzata dallo zen e dalla sua
estetica. Ricordiamo due casi emblematici: il compositore statunitense John Cage
(1912-1992) e il pittore francese Yves Klein (1928-1962).
7. Cfr. Baricco, Alessandro, Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul
mondo che verrà, Feltrinelli, Milano, 2002, pp. 52-54.
8. Dovrebbe essere ormai risaputo come i movimenti si possano trasformare in
istituzioni grazie alla lezione del sociologo Alberoni. Cfr. Alberoni,
Francesco, Movimento e istituzione. Teoria generale, Il Mulino, Bologna, 1981.
Bibliografia
Alteriani, Fulvio, Zen. Filosofia, arte della vita, pratica quotidiana, Giovanni
De Vecchi Editore, Milano, 1996.
Eco, Umberto, Opera aperta, Bompiani, Milano, 1962.
Hoover, Thomas, La cultura zen, Arnoldo Mondadori, Milano, 1981.
Izutsu, Toshihiko, La filosofia del Buddhismo Zen, Astrolabio-Ubaldini, Roma,
1984.
Martorella, Cristiano, Gioco linguistico e satori, Relazione del corso di
Filosofia del Linguaggio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Genova,
1999.
Martorella, Cristiano, Quando Uzume salvò il mondo con una risata, Relazione del
corso di Linguistica, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Genova,
1999.
Puech, Henri-Charles, Storia del Buddhismo, Laterza, Bari, 1984.
Suzuki, Daisetsu Teitaro, Manual of Zen Buddhism, Rider and Company, London,
1974.
Suzuki, Daisetsu Teitaro, Zen and Japanese Culture, Bollingen Series, New York,
1959.
Vattimo, Gianni, Al di là del soggetto, Feltrinelli, Milano, 1981.
Vattimo, Gianni, Il soggetto e la maschera, Bompiani, Milano, 1974.
Vattimo, Gianni, La fine della modernità, Bompiani, Milano, 1985.
Vattimo, Gianni, Le avventure della differenza, Garzanti, Milano, 1979.
Watts, Alan, Lo Zen, Bompiani, Milano, 1959.
Watts, Alan, La via dello Zen, Feltrinelli, Milano, 1960.
Watts, Alan, Beat Zen & altri saggi, Arcana Editrice, Milano, 1973.
Yamamoto, Fumio, Nihon masu komyunikeishon shi, Tokai daigaku shuppankai, Tokyo,
1981.
Zecchi, Stefano, Sulla fine del moderno, in "Alfabeta", n. 73, 1985.
Articolo disponibile in internet ai seguenti indirizzi:
http://cristiano-martorella.blogspot.com/2009/12/hipster-e-influenze-zen.htmlhttp://cristiano-martorella-archivio.blogspot.com/2009/12/hipster-e-influenze-ze\
n.htmlhttp://discutiamodelgiappone.blogspot.com/2009/12/hipster-e-influenze-zen.htmlhttp://www.nipponico.com/dizionario/h/hipster.php
.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
In Italia si avverte un clima eccessivo di ritorno al passato, un desiderio di
restaurazione del vecchio, una eliminazione delle novità, delle contaminazioni,
di tutto ciò che è internazionale e straniero. In questo caso non sorprende, e
si inserisce in tale ambito, la provocazione e l'attacco di Sergio Bonelli ai
manga, i fumetti giapponesi, e al cosplay. Sergio Bonelli, figura di spicco del
mondo italiano del fumetto, ha bandito la sua personale campagna contro
l'organizzazione di Lucca Comics, criticando le mode importate dal Giappone come
il cosplay e tanti altri aspetti della cultura pop giapponese che ormai sono ben
noti anche da noi. Forse questa crociata è l'equivalente delle richieste della
politica che stanno spingendo a una visione autarchica della cultura italiana.
L'Italia si identifica nel crocifisso, e i fumetti dovrebbero identificarsi in
Sergio Bonelli. Però tutto ciò non tiene in minima considerazione la realtà.
Piaccia o non piaccia, per i giovani italiani il fumetto equivale al manga
essendo questa la lettura principale che essi fanno. Quando si deciderà di
tenere in considerazione anche il mondo che ci circonda con tutto ciò che
include? La logica dell'esclusione e dell'emarginazione non può in alcun caso
migliorare la situazione, ma costringe chi la segue ad arretrare su posizioni
sempre più inadeguate e obsolete.
Cristiano Martorella
Blog di Cristiano Martorella sulla cultura pop giapponese:
http://culturapopgiapponese.myblog.it/
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Mitsubishi Motors sta cercando un accordo per stringere un'importante alleanza.
PSA Peugeot Citroen, il secondo produttore europeo di automobili, vorrebbe
allearsi con Mitsubishi Motors, il sesto produttore automobilistico giapponese.
Se l'aggregazione dovesse arrivare a buon fine, si avrebbe come risultato un
gruppo industriale che sarebbe il sesto a livello mondiale con 4,45 milioni di
automobili, 1,19 per la parte giapponese. L'operazione non sarebbe una novità
per il Sol Levante, ma seguirebbe una via perseguita con successo dalla Nissan.
Infatti, dal 1999 la Nissan è legata con la Renault, guidata con abilità da
Carlos Ghosn. L'operazione sarebbe realizzata tramite l'acquisto di una
partecipazione del 30-50% del capitale della società giapponese. Le
indiscrezioni pubblicate dal quotidiano "Nikkei" hanno provocato una crescita
dei titoli Mitsubishi in borsa.
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Lettera pubblicata dal quotidiano "Il Secolo XIX". Cfr. Cristiano Martorella, La
disoccupazione cresce la crisi non è finita, in "Il Secolo XIX", venerdì 4
dicembre 2009, p.22.
La disoccupazione cresce la crisi non è finita
L'Istat comunica che a ottobre il tasso di disoccupazione è salito all'8%. Chi
ha detto che la crisi è finita? Per i cittadini comuni il peggio arriva ora. La
risposta del governo sulla questione è stata surreale come al solito. Invece di
riconoscere la grave condizione economica, si è avuta la sfrontataggine di
ripetere il solito panegirico della migliore situazione dell'Italia rispetto
agli altri paesi. Certo, se vogliamo trovare il peggio lo potremo comunque fare.
Poi dire di essere meglio non è difficile. Ma vogliamo progredire oppure
ritornare alla condizione del medioevo? Non si può continuare a rilanciare
l'economia italiana al ribasso invitando i cittadini a fare sempre meno perché
tanto c'è qualcuno che comunque sta peggio di noi.
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
In Italia si avverte un clima eccessivo di ritorno al passato, un desiderio di
restaurazione del vecchio, una eliminazione delle novità, delle contaminazioni,
di tutto ciò che è internazionale e straniero. In questo caso non sorprende, e
si inserisce in tale ambito, la provocazione e l'attacco di Sergio Bonelli ai
manga, i fumetti giapponesi, e al cosplay. Sergio Bonelli, figura di spicco del
mondo italiano del fumetto, ha bandito la sua personale campagna contro
l'organizzazione di Lucca Comics, criticando le mode importate dal Giappone come
il cosplay e tanti altri aspetti della cultura pop giapponese che ormai sono ben
noti anche da noi. Forse questa crociata è l'equivalente delle richieste della
politica che stanno spingendo a una visione autarchica della cultura italiana.
L'Italia si identifica nel crocifisso, e i fumetti dovrebbero identificarsi in
Sergio Bonelli. Però tutto ciò non tiene in minima considerazione la realtà.
Piaccia o non piaccia, per i giovani italiani il fumetto equivale al manga
essendo questa la lettura principale che essi fanno. Quando si deciderà di
tenere in considerazione anche il mondo che ci circonda con tutto ciò che
include? La logica dell'esclusione e dell'emarginazione non può in alcun caso
migliorare la situazione, ma costringe chi la segue ad arretrare su posizioni
sempre più inadeguate e obsolete.
Cristiano Martorella
Blog di Cristiano Martorella sulla cultura pop giapponese:
http://culturapopgiapponese.myblog.it/
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[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Intervento pubblicato dal quotidiano "L'Unità".
Cfr. Cristiano Martorella, in "L'Unità", giovedì 5 novembre 2009.
Psicologia delle masse
Le masse sono stupide per definizione, essendo un'accozzaglia di umori
irrazionali istigata all'odio. Basterebbe ricordare gli splendidi saggi
pionieristici di Gustave Le Bon, William McDougall e Sigmund Freud per
comprendere quanto sia pericoloso affidarsi a una simile bestia. Freud insegna
che la civiltà è legata al controllo degli istinti primitivi. Soltanto
l'ignoranza e la mancanza di studi permette quindi che si possa ancora sostenere
che il consenso delle masse sia qualcosa di buono. Purtroppo i politici italiani
sembrano mancare dell'adeguata preparazione, e continuano ad aizzare le masse
all'odio dell'avversario o di presunti nemici della società. Appare palese che
entrambe le parti sono cadute in questo abisso dell'animo umano costituito dai
peggiori sentimenti. Qualcuno ha apprezzato questa capacità di agitare le masse,
ma sul lungo periodo i risultati di una simile politica sono sempre disastrosi e
incontrollabili.
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La politica del Minshuto
di Cristiano Martorella
Le donne giapponesi alle elezioni
Un aspetto interessante delle recenti elezioni giapponesi del 30 agosto 2009 è
stato rappresentato dalle candidature femminili. Lo stesso Minshuto (Partito
Democratico) che ha vinto le elezioni, è stato molto attivo nel sostenere le
candidate del gentil sesso. Il Minshuto ha così fornito molte delle donne elette
alla Camera. Alcuni giornali giapponesi le hanno soprannominate "principesse", e
l'effetto che ciò ha dato all'immagine del partito è stato sicuramente positivo.
Fra le vittorie delle candidate ci sono quelle della ventottenne Fukuda Eriko,
di Tanaka Mieko, della professoressa universitaria Ebata Takako, e della
giornalista Aoki Ai.
Il Minshuto fra progressisti e conservatori
Ci si chiede quale sia l'effettiva posizione del Minshuto rispetto alla politica
tradizionale giapponese. Una risposta parziale può essere fornita dall'analisi
dei componenti eletti fra le file del Minshuto. I rappresentanti maggiormente
progressisti sono costituiti da Chiba Keiko, Ministro della Giustizia, una ex
dirigente socialista, e da Sengoku Yoshito, avvocato ed ex militante del
Zengakuren (movimento radicale di sinistra extraparlamentare). I socialisti
partecipano alla coalizione anche con Fukushima Mizuho, avvocatessa succeduta a
Doi Takako alla guida del Partito Socialista nel 2001. Ci sono poi alcuni
sindacalisti. Kawabata Tatsuo, Ministro dell'Istruzione, è stato ingegnere e
sindacalista nel settore delle fibre sintetiche. Naoshima Masayuki è stato
vicepresidente della confederazione dei sindacati dell'auto. Infine Hirano
Hirofumi, ora capo segretario di gabinetto, è stato membro del direttivo
sindacale alla Matsushita-Panasonic. L'esecutivo di Hatoyama ha visto anche
rafforzarsi la presenza di esponenti dell'area economica di Osaka e Nagoya che è
considerata la "Porta dell'Asia", nonché la zona ricchissima del Kansai.
Quest'ultima sposta l'economia giapponese verso la Cina e il continente
asiatico, i cui rapporti commerciali sono aumentati costantemente, indebolendo
la dipendenza dagli Stati Uniti.
Articolo disponibile in internet al seguente indirizzo:
http://discutiamodelgiappone.blogspot.com/2009/11/la-politica-del-minshuto.html
-
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Lettera pubblicata dal quotidiano "L'Unità". Cfr. Cristiano Martorella, Chiesa e
Lega, in "L'Unità", giovedì 27 agosto 2009.
Chiesa e Lega
I sostenitori dei partiti di destra continuano a presentare la religione come un
terreno di battaglia dove l'unico scopo sia distruggere l'avversario, prima
dialetticamente eppoi materialmente con l'invocazione di leggi repressive. La
prospettiva cristiana che dovrebbe contenere in sé un nucleo non violento, viene
completamente stravolta, e la religione diventa espediente per nuove guerre
sante contro gli stranieri. La Lega Nord strumentalizza il cristianesimo come
ideologia da opporre all'Islam, e ignora completamente le proteste della Chiesa
cattolica per le leggi razziali discriminatorie. Anzi, si assume il diritto di
imporre alla Chiesa una nuova etica basata sul disprezzo dello straniero in
difesa degli interessi egoistici locali. A questo punto la situazione sta
rapidamente degenerando, e se le forze liberali del nostro Paese non
riprenderanno il controllo, lo scontro non sarà soltanto verbale ma diventerà
pericolosamente concreto.
Cristiano Martorella
27 agosto 2009
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Sono pienamente d'accordo con le critiche che Brunetta rivolge a Tremonti, però
non avrei mai sospettato che nella rassegna stampa del Ministero della Funzione
Pubblica vennisse citata una mia lettera. Ecco il documento trovato in internet:
PDF]
IL SECOLO XIX
Formato file: PDF/Adobe Acrobat - Visualizzazione rapida
nistro Tremonti: "posto fisso è bello!". Lo capi- ... Posto fisso /4 Tremonti
dottor Jekyll e mister Hyde ... Cristiano Martorella e-mail isssí.i ssa ...
www.funzionepubblica.it/ministro/rassegna/pdf/fir8.pdf
Saluti
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Lettera pubblicata dal quotidiano "La Stampa".
Cfr. Cristiano Martorella, Il ministro Gelmini si studi Hegel, in "La
Stampa", lunedì 23 novembre 2009.
Il ministro Gelmini si studi Hegel
Il ministro dell'Istruzione Gelmini provoca gli studenti e li invita a fare
proposte positive per la scuola, condannando contestualmente le
manifestazioni di protesta. Secondo il ministro, le agitazioni sono inutili
perché non affrontano i problemi della scuola, ma sono semplicemente momenti
di contestazione che negano il suo buon operato. Se la Gelmini avesse
studiato Hegel, forse avrebbe compreso che nella storia c'è una dialettica
che non è fatta solo da imposizioni, ma soprattutto di tesi e antitesi che
si confrontano e oppongono per trovare poi, in un momento superiore, la
sintesi che è superamento di entrambe.
Gelmini vorrebbe negare anche l'esistenza stessa della contestazione, ossia
il momento della negazione (antitesi). Purtroppo Hegel le insegna che ha
torto. La scuola ha bisogno soprattutto di studio, ancora studio e tanto
studio. Questa è la ricetta che consiglio al ministro.
Cristiano Martorella
Disponibile in internet al seguente indirizzo:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_bl
og=278&ID_articolo=101&ID_sezione=639&sezione=
-
Ci si chiede quale sia l'effetiva posizione del Minshuto rispetto alla politica
tradizionale giapponese. Una risposta parziale può essere fornita dall'analisi
dei componti eletti fra le file del Minshuto. I rappresentati maggiormente
progressisti sono costituiti da Chiba Keiko, Ministro della Giustizia, una ex
dirigente socialista, e da Sengoku Yoshito, avvocato ed ex militante del
Zengakuren (movimento radicale di sinistra extraparlamentare). I socialisti
partecipano alla coalizione anche con Fukushima Nizuho, avvocatessa succeduta a
Doi Takako alla guida del Partito Socialista nel 2001. Ci sono poi alcuni
sindacalisti. Kawabata Tatsuo, Ministro dell'Istruzione, è stato ingegnere e
sindacalista nel settore delle fibre sintetiche. Naoshima Masayuki è stato
vicepresidente della confederazione dei sindacati dell'auto. Infine Hirano
Hirofumi, ora capo segretario di gabinetto, è stato membro del direttivo
sindacale alla Matsushita-Panasonic. L'esecutivo di Hatoyama ha visto anche
rafforzarsi la presenza di esponenti dell'area economica di Osaka e Nagoya che è
considerata la "Porta dell'Asia", nonché la zona ricchissima del Kansai.
Quest'ultima sposta l'economia giapponese verso la Cina e il continente
asiatico, i cui rapporti commerciali sono aumentati costantemente, indebolendo
la dipendenza dagli Stati Uniti.
Cordialmente
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Tempo fa sono stato intervistato da una giornalista del quotidiano "La
Repubblica", in qualità di studioso di cultura giapponese, sul fenomeno otaku.
Ripropongo l'intervista online al seguente indirizzo. Si tratta di un pezzo
molto interessante che segnalo per chi non lo avesse già letto:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
Cordialmente
Cristiano Martorella
Gentilissimo Cristiano Martorella,
volevo segnalarle la pubblicazione dell'intervista. La troverà nella sezione
"Scuola e giovani" del sito repubblica.it, al seguente indirizzo:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
Rosalba Castelletti
Intervista al nipponista Cristiano Martorella: se non si esagera, i giovani
possono riscoprire il gusto personale e la capacità di ironizzare su se stessi
"Otaku? Una forma di ribellione dei ragazzi schiacciati dalla crisi"
di ROSALBA CASTELLETTI
ROMA - "Letteralmente significa 'casa altrui', da qui il termine Otaku è passato
a connotare negativamente quanti sono talmente fissati per qualcosa da stare la
maggior parte del tempo chiusi in camera. Gli appassionati di fumetti e
animazione se ne sono poi appropriati quasi subito dandogli un significato
scanzonatorio e divertente". Cristiano Martorella, nipponista, ha pubblicato
diversi saggi e articoli sulla cultura, la filosofia e la letteratura
giapponese.
- Quando si è iniziato a parlare di otaku in Italia?
Agli inizi degli anni Novanta, in contemporanea col boom dei manga, nella sua
accezione positiva. Alcuni analisti hanno iniziato a parlare anche
dell'accezione negativa del termine e adesso il significato di "otaku" dipende
da chi lo usa e dal contesto: per questo è sbagliato fare distinzioni tra otaku
giapponesi e otaku italiani.
- E gli hikikomori, i ragazzi che si chiudono in stanza per mesi o anni e
rifiutano ogni contatto sociale?
Hikikomori letteralmente vuol dire "segregato". In Italia si parla spesso dei
danni causati da videogiochi e playstation. In Giappone succede lo stesso, ma in
proporzioni maggiori perché lo sviluppo tecnologico negli ultimi decenni ha
raggiunto dei ritmi vertiginosi.
In Giappone infatti c'è malessere giovanile. Ma la colpa non è né dei
videogiochi né dei fumetti, ma del cambiamento dell'organizzazione del lavoro,
della drastica scomparsa del lavoro fisso, dell'incapacità delle istituzioni
scolastiche ad affrontare dei problemi adolescenziali e del venir meno
dell'assistenza sociale.
- E dal malessere al fenomeno otaku qual è il passo?
Il bisogno di differenziarsi dagli adulti, di trovare dei lavori nuovi, come
fumettisti, venditori di fumetti, cubiste, etc. Lavori che, proprio perché
nuovi, vengono visti male dagli adulti. E così gli otaku finiscono per il subire
il contraccolpo del capro espiatorio. Gli otaku, si dice, sono strani. È un
preconcetto. Non si vuole capire che i giovani cercano di arrangiarsi e di
crearsi una nuova identità, perché le leggi non permettono loro di diventare
adulti.
- Gli otaku costruiscono nuove realtà. Quindi non è vero che si tratta di
giovani indolenti...
Assolutamente no. I giovani inventano vestiti, si incontrano e creano mode
riprese da fumettisti e stilisti giapponesi e occidentali. Creano una rete di
contatti e nei quartieri e su internet. Organizzano raduni. Così anche in
Italia: si pensi alla Fiera dei Fumetti di Lucca e a Romics. Si travestono come
i loro eroi animati. È un sintomo di creatività, di capacità manuali e
artistiche. Riscoprono il gusto personale. Sanno che travestendosi o indossando
abiti trasgressivi potranno apparire ridicoli o strani, ma hanno la capacità di
ironizzare su se stessi.
- Sfatiamo l'ultimo pregiudizio: il lettore di manga visto come pervertito.
L'equivoco nasce dal fatto che i fumetti e i cartoni animati giapponesi si
rivolgono a un pubblico di giovani e adulti, tant'è che vi sono prodotti
diversificati per fasce d'età. Un cartone come Lupin III non è pensato per un
bambino di 5 anni. In Italia invece i cartoni animati sono visti come prodotti
per l'infanzia, intrattenimento per persone poco intelligenti. Così si finisce
col puntare il dito contro i riferimenti alla sessualità dei manga che non fanno
altro che rispecchiare le curiosità e gli interessi dei lettori ai quali sono
indirizzati e col censurare i cartoni animati che però non sono pensati per
bambini. È questo lo scarto pericolosissimo.
(21 ottobre 2005)
Disponibile nel web al seguente indirizzo:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
-
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Tempo sono stato intervistato da una giornalista del quotidiano "La Repubblica",
in qualità di studioso di cultura giapponese, sul fenomeno otaku. Ripropongo
l'intervista online al seguente indirizzo. Si tratta di un pezzo molto
interessante che segnalo per chi non lo avesse già letto:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
Cordialmente
Cristiano Martorella
Gentilissimo Cristiano Martorella,
volevo segnalarle la pubblicazione dell'intervista. La troverà nella sezione
"Scuola e giovani" del sito repubblica.it, al seguente indirizzo:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
Rosalba Castelletti
Intervista al nipponista Cristiano Martorella: se non si esagera, i giovani
possono riscoprire il gusto personale e la capacità di ironizzare su se stessi
"Otaku? Una forma di ribellione dei ragazzi schiacciati dalla crisi"
di ROSALBA CASTELLETTI
ROMA - "Letteralmente significa 'casa altrui', da qui il termine Otaku è passato
a connotare negativamente quanti sono talmente fissati per qualcosa da stare la
maggior parte del tempo chiusi in camera. Gli appassionati di fumetti e
animazione se ne sono poi appropriati quasi subito dandogli un significato
scanzonatorio e divertente". Cristiano Martorella, nipponista, ha pubblicato
diversi saggi e articoli sulla cultura, la filosofia e la letteratura
giapponese.
- Quando si è iniziato a parlare di otaku in Italia?
Agli inizi degli anni Novanta, in contemporanea col boom dei manga, nella sua
accezione positiva. Alcuni analisti hanno iniziato a parlare anche
dell'accezione negativa del termine e adesso il significato di "otaku" dipende
da chi lo usa e dal contesto: per questo è sbagliato fare distinzioni tra otaku
giapponesi e otaku italiani.
- E gli hikikomori, i ragazzi che si chiudono in stanza per mesi o anni e
rifiutano ogni contatto sociale?
Hikikomori letteralmente vuol dire "segregato". In Italia si parla spesso dei
danni causati da videogiochi e playstation. In Giappone succede lo stesso, ma in
proporzioni maggiori perché lo sviluppo tecnologico negli ultimi decenni ha
raggiunto dei ritmi vertiginosi.
In Giappone infatti c'è malessere giovanile. Ma la colpa non è né dei
videogiochi né dei fumetti, ma del cambiamento dell'organizzazione del lavoro,
della drastica scomparsa del lavoro fisso, dell'incapacità delle istituzioni
scolastiche ad affrontare dei problemi adolescenziali e del venir meno
dell'assistenza sociale.
- E dal malessere al fenomeno otaku qual è il passo?
Il bisogno di differenziarsi dagli adulti, di trovare dei lavori nuovi, come
fumettisti, venditori di fumetti, cubiste, etc. Lavori che, proprio perché
nuovi, vengono visti male dagli adulti. E così gli otaku finiscono per il subire
il contraccolpo del capro espiatorio. Gli otaku, si dice, sono strani. È un
preconcetto. Non si vuole capire che i giovani cercano di arrangiarsi e di
crearsi una nuova identità, perché le leggi non permettono loro di diventare
adulti.
- Gli otaku costruiscono nuove realtà. Quindi non è vero che si tratta di
giovani indolenti...
Assolutamente no. I giovani inventano vestiti, si incontrano e creano mode
riprese da fumettisti e stilisti giapponesi e occidentali. Creano una rete di
contatti e nei quartieri e su internet. Organizzano raduni. Così anche in
Italia: si pensi alla Fiera dei Fumetti di Lucca e a Romics. Si travestono come
i loro eroi animati. È un sintomo di creatività, di capacità manuali e
artistiche. Riscoprono il gusto personale. Sanno che travestendosi o indossando
abiti trasgressivi potranno apparire ridicoli o strani, ma hanno la capacità di
ironizzare su se stessi.
- Sfatiamo l'ultimo pregiudizio: il lettore di manga visto come pervertito.
L'equivoco nasce dal fatto che i fumetti e i cartoni animati giapponesi si
rivolgono a un pubblico di giovani e adulti, tant'è che vi sono prodotti
diversificati per fasce d'età. Un cartone come Lupin III non è pensato per un
bambino di 5 anni. In Italia invece i cartoni animati sono visti come prodotti
per l'infanzia, intrattenimento per persone poco intelligenti. Così si finisce
col puntare il dito contro i riferimenti alla sessualità dei manga che non fanno
altro che rispecchiare le curiosità e gli interessi dei lettori ai quali sono
indirizzati e col censurare i cartoni animati che però non sono pensati per
bambini. È questo lo scarto pericolosissimo.
(21 ottobre 2005)
Disponibile nel web al seguente indirizzo:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/otaku/interv\
new/intervnew.html
-
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Intervento pubblicato dal quotidiano "Il Secolo XIX". Cfr. Cristiano Martorella,
Il Nobel Barack non ammette l'orrore di Hiroshima, in "Il Secolo XIX", giovedì
19 novembre 2009, p.22.
Il Nobel Barack non ammette l'orrore di Hiroshima
Nonostante il clima di distensione, e il premio Nobel vinto per la pace, Barack
Obama non riesce a fare un passo indietro ammettendo la gravità dei
bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Le autorità giapponesi avevano
suggerito quanto fossero ritenute opportune le scuse per un atto che
storicamente appare simile ad altri crimini di guerra, nell'evidenza dello
sterminio di massa indifferenziato. Ma la storia è sempre scritta soprattutto
dai vincitori, e ciò impedisce di far emergere i fatti piuttosto che le
interpretazioni politiche. Negli Stati Uniti ancora vige una versione storica
che considera i bombardamenti atomici del Giappone come necessari per evitare
una strage di truppe americane in un eventuale sbarco. Questa giustificazione è
falsa. I bombardamenti atomici furono un test per valutare l'effettiva potenza e
la possibilità di utilizzo delle armi nucleari, e nello stesso tempo un
avvertimento per la crescente potenza sovietica. Le città giapponesi furono un
cinico bersaglio sacrificato in nome della ragion di stato. La giustificazione
del bombardamento atomico è stata supportata per anni da una mistificazione di
regime che ha sempre ridicolmente descritto i giapponesi come ostinati
combattenti pronti a morire tutti pur di non arrendersi. Sappiamo invece da
numerosi documenti che le autorità politiche giapponesi erano consapevoli di
aver perso la guerra e cercavano semplicemente una resa dignitosa. Però le
trattative per una resa non furono facilitate dagli Stati Uniti che pretesero
l'umiliazione del Giappone con una resa incondizionata e l'occupazione militare
del paese. Il Giappone perse la sua indipendenza e ritornò un paese sovrano
soltanto nel 1952. I territori del Giappone furono drasticamente ridimensionati
sottraendo tutte le zone acquisite dopo il 1895. Anche Okinawa divenne una
regione ad amministrazione fiduciaria americana, e alcune isole a nord
dell'Hokkaido furono cedute all'Unione Sovietica. Il Trattato di San Francisco
del 1951, e il suo rinnovo a Washington nel 1960, pose delle condizioni molto
limitanti per il Giappone, e sancì una subordinazione politica del Giappone alla
potenza militare americana. Gli scontri violentissimi fra manifestanti e polizia
che si ebbero nel periodo della firma dei trattati furono sostenuti sia
dall'estrema sinistra sia dall'estrema destra, in un clima di generale
insoddisfazione della popolazione. Tutto ciò non può essere dimenticato e
cancellato. Gli Stati Uniti possono e devono fare un passo indietro per vedere
la storia del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki senza più usare le
lenti distorcenti della politica.
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Lettera pubblicata dal quotidiano "Il Manifesto". Cfr. Cristiano Martorella,
Detenuti considerati come immondizia, in "Il Manifesto", mercoledì 18 novembre
2009.
Disponibile al seguente indirizzo:
http://www.ilmanifesto.it/io-manifesto/lettere-e-filosofia/anno/2009/mese/11/art\
icolo/1860/
Detenuti considerati come immondizia
Si parla di riforma della giustizia, ma non c'è pietà per i detenuti, e nemmeno
un'idea per il loro recupero sociale. Si considerano i detenuti come scarti
umani, come immondizia. Curioso perciò come i temi della politica si
sovrappongano mostrando le tante finzioni e le ipocrisie.
Mentre in molti si affannavano a cercare di dimostrare i saldi valori
rappresentati dal crocifisso, quasi nessuno di quei nuovi crociati si
preoccupava dell'altra questione emergente circa la giustizia. L'uomo messo in
croce è vittima di una giustizia sbagliata che cerca la vendetta invece del
recupero. Questa stessa concezione della giustizia viene ancora una volta
dimenticata quando si parla di riforma del processo.
Che cosa si è imparato allora dal crocifisso? Ancora una finzione che trasforma
il culto in uno sterile rituale, gli oggetti sacri in amuleti, e cancella
completamente ogni valore insegnato dalla religione. Sono davvero cristiani
quelli che si dicono pronti a battersi, anche con la violenza, per difendere il
simbolo del crocifisso?
Nessuno si preoccupa della pietà, il principale valore cristiano insegnato
dall'uomo sul crocifisso. Non sono gli atei a negare il crocifisso, ma i
credenti che si fermano alla superstizione e agli aspetti esteriori del culto.
Cristiano Martorella
Disponibile al seguente indirizzo:
http://www.ilmanifesto.it/io-manifesto/lettere-e-filosofia/anno/2009/mese/11/art\
icolo/1860/
...
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
L'incontro fra Barack Obama e Hatoyama Yukio non ha portato a progressi sulla
questione di Futenma. Si è soltanto concordato che una discussione per giungere
all'accordo sarà portata avanti. Intanto Hatoyama fa sapere che il governo
giapponese preferisce finanziare missioni di pace in Afghanistan basate sulla
ricostruzione piuttosto che sul supporto logistico alle truppe americane, e
contestualmente riduce drasticamente i rifornimenti di carburante fornito alle
navi militari statunitensi. La questione di Okinawa è stata un tema della
campagna elettorale di Hatoyama Yukio, e non riuscire a ottenere quanto
richiesto sarebbe una dura sconfitta. A Futenma c'è una base militare americana,
vicino alla città di Ginowan. Le esercitazioni dei militari comportano troppi
rischi per i civili, e in più occasioni gli elicotteri armati sono precipitati
su abitazioni civili. Sorvoliamo poi gli incresciosi avvenimenti delle violenze
sessuali dei soldati americani sulle ragazze giapponesi che hanno terribilmente
contribuito ad aumentare l'ostilità contro la presenza americana. La situazione
si trascina da troppo tempo e incomincia a diventare insostenibile.
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Nonostante il clima di distensione, e il premio Nobel vinto per la pace, Barack
Obama non riesce a fare un passo indietro ammettendo la gravità dei
bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Le autorità giapponesi avevano
suggerito quanto fossero ritenute opportune le scuse per un atto che
storicamente appare simile ad altri crimini di guerra, nell'evidenza dello
sterminio di massa indifferenziato. Ma la storia è sempre scritta soprattutto
dai vincitori, e ciò impedisce di far emergere i fatti piuttosto che le
interpretazioni politiche. Negli Stati Uniti ancora vige una versione storica
che considera i bombardamenti atomici del Giappone come necessari per evitare
una strage di truppe americane in un eventuale sbarco. Questa giustificazione è
falsa. I bombardamenti atomici furono un test per valutare l'effettiva potenza e
la possibilità di utilizzo delle armi nucleari, e nello stesso tempo un
avvertimento per la crescente potenza sovietica. Le città giapponesi furono un
cinico bersaglio sacrificato in nome della ragion di stato. La giustificazione
del bombardamento atomico è stata supportata per anni da una mistificazione di
regime che ha sempre ridicolmente descritto i giapponesi come ostinati
combattenti pronti a morire tutti pur di non arrendaersi. Sappiamo invece da
numerosi documenti che le autorità politiche giapponesi erano consapevoli di
aver perso la guerra e cercavano semplicemente una resa dignitosa. Già il primo
ministro Koiso Kuniaki era convinto nel giugno 1944 che la guerra fosse
irrimediabilmente perduta. Ciò che ricercavano i giapponesi era di non perdere
la faccia, e conservare un dignitoso onore anche nella sconfitta. Però le
trattative per una resa non furono facilitate dagli Stati Uniti che pretesero
l'umiliazione del Giappone con una resa incondizionata e l'occupazione militare
del paese. Il primo ministro Suzuki Kantaro era così deciso a ottenere la resa
che accettò anche le condizioni più umilianti. Il Giappone perse la sua
indipendenza e ritorno un paese sovrano soltanto nel 1952. I territori del
Giappone furono drasticamente ridimensionati sottraendo tutte le zone acquisite
dopo il 1895, ossia all'epoca del Trattato di Shimonoseki. Anche Okinawa divenne
una regione ad amministrazione fiduciaria americana, e alcune isole a nord
dell'Hokkaido furono cedute all'Unione Sovietica. Il Trattato di San Francisco
del 1951, e il suo rinnovo a Washington nel 1960, pose delle condizioni molto
limitanti per il Giappone, e sancì una subordinazione politica del Giappone alla
potenza militare americana. Gli scontri violentissimi fra manifestanti e polizia
che si ebbero nel periodo della firma dei trattati furono sostenuti sia
dall'estrema sinistra sia dall'estrema destra, in un clima di generale
insoddisfazione della popolazione. Tutto ciò non può essere dimenticato e
cancellato. Gli Stati Uniti possono e devono fare un passo indietro per vedere
la storia del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki senza più usare le
lenti distorcenti della politica.
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La visita di Obama in Giappone si presenta non priva di difficoltà. L'incontro
fra Hatoyama Yukio e Barack Obama riprende i temi da tempo già discussi con
Hillary Clinton, ovvero la presenza militare americana sul territorio
giapponese. Pur ribadendo l'alleanza nippo-americana e gli accordi del 2006, il
Giappone, in particolar modo l'opinione pubblica, chiede una maggiore autonomia
da Washington. Domenica scorsa, ventimila persone hanno partecipato a una
manifestazione presso la cittadina di Ginowan, per sostenere l'allontanamento
delle basi militari americane. Il clima a Okinawa è teso, e le richieste della
popolazione sono insistenti. Circa diecimila marines dovrebbero essere spostati
dal Giappone a Guam, e la base di elicotteri di Futema passerebbe a Henoko, un
paese meno abitato.
Paradossalmente le questioni che Hatoyama Yukio sta trattando sono identiche a
quelle che il nonno, Hatoyama Ichiro, già primo ministro del Giappone, ha
affrontato a suo tempo.
Cordialmente
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Lettera pubblicata dal quotidiano "Il Sole 24 Ore".
Cfr. Cristiano Martorella, Difficoltà economiche, in "Il Sole 24 Ore", venerdì
13 novembre 2009, p.18.
Difficoltà economiche
La crisi sta peggiorando, e non è affatto finita come dicono alcuni politici
interessati più alla propaganda che agli effettivi problemi degli italiani.
L'Istat comunica che a settembre la produzione industriale italiana è crollata
diminuendo del -5,3% rispetto al mese precedente, e del -15,7% su base annua. Un
tracollo che descrive con i numeri lo sfacelo dell'industria e le difficoltà
delle aziende. La crisi peggiora e i dati lo dicono chiaramente. Il silenzio del
governo sull'emorragia della disoccupazione è un altro grave e preoccupante
indizio dell'immobilismo della politica. Senza produzione non c'è reddito, e
senza reddito non ci sono consumi.
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Articolo sugli otakkuru.
Disponibile in internet al seguente indirizzo:
http://cristiano-martorella.blogspot.com/2009/10/otaku-pazzi.html
Articolo sugli otaku pubblicato dal sito Nipponico.com e dal blog
Cristiano-Martorella.blogspot.com.
Otakkuru
Pazzi per i fumetti
di Cristiano Martorella
3 marzo 2005. Otakkuru è un neologismo giapponese coniato unendo la parola otaku
e il verbo kuruu. Un'altra forma di otakkuru è anche otakuru, a volte usato
perfino come verbo, inoltre c'è l'espressione otakuppoi, usato come aggettivo,
tutte con valenze simili. Otaku è l'appassionato in maniera un po' fissata di
qualcosa, specialmente inerente manga e anime, mentre kuruu è il verbo
impazzire. Quindi otakkuru significherebbe otaku pazzo, indicando quei rari casi
patologici di fissazione e perdita di distinzione fra la fiction e la realtà.
L'espressione nasce dalla necessità di distinguere l'otaku innocuo dall'otaku
malato. Infatti la parola otaku, inizialmente usata soltanto con senso negativo
e dispregiativo, ha assunto anche in Giappone un significato positivo. Per
merito di artisti come Nara Yoshitomo o Murakami Takashi si è introdotto anche
il concetto di cultura otaku per definire le nuove tendenze dell'arte
contemporanea giapponese.
Una breve ricostruzione storica è indubbiamente utile prima di qualsiasi
considerazione critica. Il termine otaku significa genericamente fissato,
utilizzando la parola casa (taku) per indicare chi si chiudeva in camera per
dedicarsi fanaticamente a un hobby (collezionismo, modellismo, cinema, fumetto,
etc.). Poi la parola otaku fu usata per indicare particolarmente gli
appassionati di fumetto e animazione. Questo utilizzo del termine fu merito del
giornalista Nakamori Akio che nel 1983 pubblicò con successo un articolo
intitolato Otaku no kenkyu (Studio dell'otaku) nella rivista "Manga Burikko",
concentrando l'attenzione sulla figura dell'otaku. Così si ebbe una grande
diffusione della parola finché un episodio di cronaca nera determinò una nuova e
più negativa visione dell'otaku considerandolo un maniaco. Nel 1989 Miyazaki
Tsutomu seviziò e uccise orribilmente quattro bambine. La polizia ritrovò
nell'appartamento del maniaco un immenso deposito di videocassette
pornografiche. Soprattutto ciò che impressionò gli investigatori fu il
comportamento psicotico di Miyazaki Tsutomu che filmando gli omicidi con una
videocamera ricostruì nel montaggio i film che collezionava. Egli non era in
grado di distinguere la realtà dalla fiction. I giornali misero in evidenza la
frequentazione del Comiket (o Komiketto, contrazione di Comics Market), il più
importante raduno di otaku, da parte di Miyazaki Tsutomu, e lo identificarono
così con la figura dell'otaku. Le esagerazioni della stampa scandalistica
portarono a considerare tutti gli otaku come maniaci potenzialmente pericolosi.
Così manga e anime, da sempre abbondanti di contenuti erotici, furono messi
sotto accusa. In particolare i generi bishojo ed hentai, apparentemente
riconducibili alle peggiori perversioni sessuali, e i dojinshi, fumetti
amatoriali e parodie a sfondo erotico. Col tempo queste associazioni fra otaku e
maniaci si rivelarono indebite e infondate. Era evidente che i criminali non
avevano bisogno di ispirarsi a manga e anime per commettere i loro misfatti.
D'altronde i casi di otaku coinvolti in crimini erano statisticamente
irrilevanti, tanto da escludere una diretta correlazione di manga e anime con i
comportamenti criminali. Eppure l'idea dell'otaku maniaco è ancora resistente al
passare del tempo, nonostante ciò il significato della parola otaku ha assunto
anche in Giappone delle valenze positive.
Murakami Takashi è stato l'artista che maggiormente ha difeso gli otaku
appassionati di fumetto e animazione (1). Egli obiettò che il disprezzo per le
forme popolari delle espressioni artistiche degli otaku mostrava platealmente il
rifiuto e l'incomprensione ipocrita e perbenista. Egli fece propri gli eccessi
di quelle forme d'arte e coniò il termine poku unendo le parole pop e otaku, e
quindi inventò la poku culture. Fra le opere di Murakami Takashi, ricordiamo
Hiropon che rappresenta la figura più vicina all'hentai. Hiropon è l'immagine di
una ragazza in stile manga con due immensi seni che spruzzano latte.
Intanto il fenomeno otaku non poteva più dirsi limitato all'arcipelago
nipponico. Già nel 1996 gli otaku erano definiti multietnici e presenti a
livello mondiale (2) in un articolo della rivista "Sushi", fra i primi esempi
italiani di fanzine per otaku. Però il successo internazionale di anime e manga
trascinava con sé le stesse problematiche nate in Giappone alcuni anni prima. Si
è addirittura coniato il termine Wapanese (Western Japanese) per indicare gli
occidentali appassionati di tutto ciò che è giapponese, dallo stile di vita
all'arte, dal cinema alla musica, dalle arti marziali ai cartoni animati.
Ovviamente questi aspetti assolutamente innocui furono interpretati da molti,
forse troppi, con inquietudine e sospetto. Si tentò allora di operare una
differenziazione fra otaku italiani e otaku giapponesi tramite distinzioni che
però erano difficilmente sostenibili considerando la sostanziale identità del
fenomeno. Il termine otaku restava ambiguo e il significato dipendeva
esclusivamente dall'uso che ne faceva chi lo utilizzava.
Nel 2000 Michele Scozzai pubblicava su "Focus", rivista di divulgazione
scientifica, un intervento che rispolverava i vecchi stereotipi sugli otaku,
concentrandosi sui contenuti erotici di manga e anime, sul presunto isolamento
dei consumatori di questi prodotti, e sul pericolo potenziale delle tribù
metropolitane di otaku. In effetti l'espressione otakuzoku (tribù otaku) fu
molto diffusa proprio in Giappone per caratterizzare ulteriormente gli otaku.
L'idea di tribù ricorda forme comunitarie arcaiche fondate su sentimenti
condivisi e forti legami emotivi. La rappresentazione, anche se volutamente
sprezzante, è indicativa dei caratteri autentici degli otaku. Gli otaku traggono
spunto dalla cultura tradizionale giapponese, mutuandone forme e aspetti, e
recuperando una sensibilità primordiale offuscata dalla modernità del modello
americano.
L'otaku mostro, chiamato otakkuru o otakuru, sembra invece la rappresentazione
deformata di una irrazionalità incomprensibile e deviante. La nascita e l'uso
del termine otakkuru sembra però essere dettata più da motivi comici e ironici,
piuttosto che da intenti di seriosa condanna. Infatti Nagai Go ha fatto ampio
uso della parola otakkuru, in un episodio del manga Cutie Honey (3) per indicare
un folle dinamitardo pazzamente innamorato della sua eroina televisiva
preferita. L'episodio si conclude con l'intervento vittorioso di Cutie Honey, la
più coraggiosa kawaikochan dei fumetti giapponesi.
Dobbiamo credere che saranno gli stessi anime e manga a salvarci dalla follia
degli otaku? Con un po' di ironia la risposta è affermativa. L'otakkuru è uno
spauracchio, una minaccia fantasmagorica dell'immaginazione paurosa. I manga e
gli anime non hanno mai prodotto personalità criminali. Se si dovesse usare la
stessa logica distorta, i registi di Hollywood dovrebbero essere condannati per
istigazione all'omicidio considerando le trame dei film americani. Ciò non è
possibile, quindi gli stessi criteri di giudizio usati per il cinema americano
vanno adottati per l'animazione giapponese, altrimenti assisteremmo a una
discriminazione intollerabile.
Siamo sicuri che i pazzi siano gli otakkuru? Qualche volta leggendo ciò che i
giornalisti scrivono a riguardo della società giapponese, in particolare circa
manga e anime, nasce il dubbio che si debbano coniare molti altri vocaboli come
otakkuru per altri generi di eccessi ed esagerazioni. Comunque le preoccupazioni
sono inutili. Se si è un otakkuru, un otaku pazzo, si può sempre sperare di
farsi curare da Tatase Ruko, l'infermiera più sexy della storia dei manga (4).
Ciò che non è serio va trattato senza serietà.
Note
1. Fra le tante e importanti manifestazioni che hanno ospitato le opere di
Murakami Takashi, va ricordata l'esposizione alla Fondation Cartier di Parigi
nell'ottobre 2002.
2. Cfr. Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", anno II,
n. 3, ottobre 1996, p. 64.
3. Cfr. Nagai, Go, Cutie Honey '21, vol.1, D/visual, Tokyo, 2004, p. 90. Il
testo recita così: "Ah, quell'otakkuru!!", "Che cos'è un otakkuru?", "Un otaku
fuori di testa!", "Ah, da kuruu di impazzire?".
4. Ci riferiamo al personaggio di Tatase Ruko inventato da Inui Haruka
(pseudonimo di Nakasono Toshifumi) e protagonista del fumetto Ogenki Clinic
(traduzione italiana La clinica dell'amore, News Market, Roma, 1993; edizione
originale Ogenki Kurinikku, Akita Shoten, Tokyo, 1987).
Bibliografia
Bornoff, Nicholas, Pink Samurai. The Pursuit and Politics of Sex in Japan,
Harper Collins, London, 1994.
Greenfeld, Karl Taro, Baburu. I figli della grande bolla, Instar Libri, Torino,
1995.
Greenfeld, Karl Taro, Deviazioni standard, Instar, Torino, 2004.
Griner, Massimiliano e Furnari, Rosa Isabella, Otaku. I giovani perduti del Sol
Levante, Castelvecchi, Roma, 1999.
Martorella, Cristiano, Il kawaii prima del kawaii, in Pellitteri, Marco (a cura
di), Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell'effimero fra
pedagogia e globalizzazione, Seam, Roma, 2002.
Martorella, Cristiano, Wakamono. I paradossi della cultura giovanile giapponese,
in "LG Argomenti", anno XXXIX, n. 1, gennaio-marzo 2003.
Martorella, Cristiano, Dokusho. La lettura fra scienza e tecnologia, in "LG
Argomenti", anno XL, n. 1, gennaio-marzo 2004.
Martorella, Cristiano, Yokuatsu. Repressione e giovani, in "LG Argomenti", anno
XL, n. 2, aprile-giugno 2004.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", anno II, n. 3,
ottobre 1996.
Martorella, Cristiano, Il Giappone inquieto, in "Sushi", nuova serie, anno III,
settembre 1997.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano
dell'area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Morikawa, Kaichiro, Learning from Akihabara. The Birth of a Personapolis,
Gentosha, Tokyo, 2003.
Scozzai, Michele, La strana tribù del Giappone, in "Focus", n. 95, settembre
2000.
Disponibile in internet al seguente indirizzo:
http://cristiano-martorella.blogspot.com/2009/10/otaku-pazzi.html
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Lettera pubblicata dal quotidiano "Metro". Cfr. Cristiano Martorella, Ora la
crisi è peggiore, in "Metro", giovedì 12 novembre 2009.
Ora la crisi è peggiore
La crisi sta peggiorando, e non è affatto finita come dicono alcuni politici
interessati più alla propaganda. L'Istat comunica che a settembre la produzione
industriale italiana è crollata del -5,3% rispetto al mese precedente. Un
tracollo che descrive con i numeri lo sfacelo dell'industria e le difficoltà
delle aziende. La crisi peggiora e i dati lo dicono chiaramente.
Cristiano Martorella
Disponibile in internet al seguente indirizzo:
http://www.metronews.it/lettere-dei-lettori/ora-la-crisi-peggiore.html?Itemid=30\
457%3Fexp%3D1
...
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Segnalo la pubblicazione in Italia del libro Note su Hiroshima di Oe Kenzaburo,
il noto scrittore vincitore del premio Nobel per la letteratura.
Oe, Kenzaburo, Note su Hiroshima, trad. it. di Gianluca Coci, Alet, Padova,
2008, 224 pagine, 15 euro.
Il libro costituisce un originale saggio che raccoglie riflessioni,
testimonianze, documenti, ed è magistralmente ordito nel filo narrativo di Oe
Kenzaburo.
Cordialmente
Cristiano Martorella
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Lettera sul tema della libertà religiosa pubblicata dal quotidiano "Metro".
Cfr. Cristiano Martorella, Vi consiglio il gohonzon, in "Metro", martedì 10
novembre 2009, p.12.
Vi consiglio il gohonzon
Che cosa devono pensare gli italiani che professano altre religioni?
L'imposizione del crocifisso nei luoghi pubblici viene sostenuta dal governo
come l'ennesima strumentalizzazione della religione che non tiene in
considerazione la realtà. Si afferma che il crocifisso simboleggia le radici
culturali cristiane dell'Europa, ma si dimentica di esporre i segni delle radici
greco-romane ed ebraiche. Se si vuole esporre il crocifisso, allora accanto si
mettano anche i simboli delle altre religioni professate dagli italiani.
Propongo alla Gelmini il gohonzon dei buddisti.
Cristiano Martorella
Cfr. Cristiano Martorella, Vi consiglio il gohonzon, in "Metro", martedì 10
novembre 2009, p.12.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]