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#1611 Da: "redazione Cassandra" <redazione.cassandra@...>
Data: Mer 1 Nov 2006 10:25 pm
Oggetto: E' uscito il numero 18 di Cassandra
redazione.cassandra@...
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Cari compagni,
troverete allegata la manchette del nostro ultimo numero, 18/2006
Cordialità
La Redazione
_______________________________________________________________________________
  IncrediMail - il mondo della posta elettronica si è finalmente evoluto - Clicca Qui

#1612 Da: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 8:54 am
Oggetto: antropocentrismo marxista
satakieli2000
Invia email Invia email
 
Su questa lista sono comparsi alcuni articoli sulla natura in cui si parlava
dell'incombente catastrofe climatico ecc.

Tuttavia, nel pensiero marxista attuale perdura un antropocentrismo
utilitaristico che vede ancora l'uomo, sfruttato o sfruttatore che sia,  nel
ruolo di signore della natura e come centro dell'universo.

Non è un non -senso, visto che la gran parte degli uomini e donne non
sigonoreggiano su nulla, nemmeno sulla propria vita, né sulle risorse della
natura ?

Non c'è una ritardo pauroso nel pensiero marxista rispetto alle conoscenze
umane  sul mondo presente?
Tuula

#1613 Da: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 10:05 am
Oggetto: Re: antropocentrismo marxista
gennarolasca
Invia email Invia email
 
Non so a chi ti riferisci, ma per quanto riguarda il sottoscritto (nel mio
piccolo un rappresentante del pensiero marxista) io amo molto la natura, in
particolare gli animali e soprattutto il pollo, l'agnello, ma anche il
settore ittico non mi dispiace certo, amo le orate, i polipi, gamberetti e
gamberoni, anche gli astici, anche se questi ultimi a volte, dipende anche
dai periodi dell'anno, hanno dei connotati di classe troppo accentuati. Con
queste specie non ho un rapporto né utilitaristico né di sfruttamento, ma
anzi, direi quasi simbiotico. Quindi non mi sembra il caso di generalizzare.


----- Original Message -----
From: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
To: <marxiana@yahoogroups.com>
Sent: Thursday, November 02, 2006 9:54 AM
Subject: [marxiana] antropocentrismo marxista


> Su questa lista sono comparsi alcuni articoli sulla natura in cui si
> parlava
> dell'incombente catastrofe climatico ecc.
>
> Tuttavia, nel pensiero marxista attuale perdura un antropocentrismo
> utilitaristico che vede ancora l'uomo, sfruttato o sfruttatore che sia,
> nel
> ruolo di signore della natura e come centro dell'universo.
>
> Non è un non -senso, visto che la gran parte degli uomini e donne non
> sigonoreggiano su nulla, nemmeno sulla propria vita, né sulle risorse
> della
> natura ?
>
> Non c'è una ritardo pauroso nel pensiero marxista rispetto alle conoscenze
> umane  sul mondo presente?
> Tuula
>
>
>
> Per annullare l'iscrizione a questo gruppo, manda una mail all'indirizzo:
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#1614 Da: "Renato Caputo" <renato.caputo@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 11:30 am
Oggetto: Contro il lavoro nero la tutela dei diritti
renato.caputo@...
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il commento
Contro il lavoro nero la tutela dei diritti
Giorgio Cremaschi  Da il Maqnifesto 1.11.2006  p. 2
Capita raramente di condividere una presa di posizione di Pietro Ichino, ma questa volta bisogna ammettere che ha ragione. Gli articoli 177 e 178 della finanziaria, che propongono il condono sull'evasione contributiva previo accordo sindacale, sono una vera porcheria.
Intanto perché, nonostante le dichiarazioni in senso contrario, il governo sui contributi pensionistici promuove un nuovo condono. E neanche piccolo visto che gli evasori contributivi totali, cioè quelli che non hanno mai pagato nulla, potranno sanare la loro posizione pagando i due terzi dei contributi dovuti per gli ultimi cinque anni e in comode rate nei prossimi cinque anni. Quei piccoli imprenditori che pagano tutti i contributi, qualcuno ce n'è, faranno la figura dei fessi.
Più grave ancora però è la procedura consociativa che porta alla sanatoria. E' la firma delle organizzazioni sindacali, accompagnata alla conciliazione individuale da parte del lavoratore, che risolve la pratica. Si definisce così un ruolo assolutamente improprio dell'organizzazione sindacale, essa infatti finisce per sostituirsi agli ispettori del lavoro e alla pubblica autorità, a cui non a caso viene chiesto di fare un passo indietro astenendosi dall'intervenire. Ichino ipotizza anche il rischio di una corruzione sindacale, determinata dalla convenienza che l'imprenditore ha a realizzare simili accordi. Senza giungere a questo, ma senza neanche pensare di vivere su Marte, è chiaro che comunque così la funzione del sindacato viene profondamente snaturata.
E' bene ricordare che tutte le procedure fin qui seguite per far emergere il lavoro nero con sconti e sanatorie non hanno mai prodotto risultati duraturi. Le imprese sfruttano i condoni e le condizioni di miglior favore per un po' e poi si sommergono di nuovo. La strategia dell'emersione dal lavoro nero, finora attuata da tutti i governi e da tante intese sindacali, è così completamente fallita. Infatti si è sempre sbagliato il punto di partenza, che non può essere la convenienza dell'imprenditore a regolarizzarsi, ma il diritto del lavoratore a veder riconosciuto quello che gli spetta. Se si parte dall'alto e si ignora cosa succede in basso, il lavoro nero non emerge. Quello che serve, allora, sono misure che aiutino il lavoratore sfruttato e derubato a far valere i suoi diritti. A questo servirebbe l'attuazione della proposta del ministro Ferrero di concedere il permesso di soggiorno a tutti i migranti che denunciano lo sfruttamento. Ma il ministro Amato su questo dice no, mentre il governo affida alla concertazione sindacale la sanatoria. E' questa la dimostrazione lampante che di fronte alla piaga del lavoro nero sono in campo due vie diverse, per certi versi persino opposte. Una è quella che punta a rafforzare il potere contrattuale del lavoratore, a dargli la forza di alzare la testa. L'altra è quella che confida nel fatto che le convenienze dell'imprenditore non siano ancora state stimolate a sufficienza. La piattaforma della manifestazione del 4 novembre fa propria la via sinora mai sperimentata: il soggetto della lotta al lavoro nero non è l'imprenditore evasore, ma la lavoratrice o il lavoratore costretto alla rassegnazione di fronte all'illegalità.

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#1615 Da: Ascanio Bernardeschi <ascaniober@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 11:43 am
Oggetto: Re: antropocentrismo marxista
ascaniober@...
Invia email Invia email
 
Sinceramente le critiche al marxismo di antropocentrismo non le comprendo.
Se vogliamo che sia la scelta consapevole degli individui associati e
non le forze spontanee del mercato a regolare la società e il ricambio
organico con la natura, credo che solo l'uomo, e non i fili d'erba,
possano fare tutto ciò.
Naturalmente poi bisogna decidere come si regola, quale perso si dà
all'ambiente, alle varie forme di vita (ma non solo, anche all'ambiente
inorganico!) e ai diritti delle generazioni future (un altro modo di
declinare la giustizia sociale) ecc. ecc. Ma il ruolo dell'uomo
(associato) non può non essere centrale.
Ascanio Bernardeschi

Tuula Haapiainen wrote:
> Su questa lista sono comparsi alcuni articoli sulla natura in cui si parlava
> dell'incombente catastrofe climatico ecc.
>
> Tuttavia, nel pensiero marxista attuale perdura un antropocentrismo
> utilitaristico che vede ancora l'uomo, sfruttato o sfruttatore che sia,  nel
> ruolo di signore della natura e come centro dell'universo.
>
> Non è un non -senso, visto che la gran parte degli uomini e donne non
> sigonoreggiano su nulla, nemmeno sulla propria vita, né sulle risorse della
> natura ?
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> Non c'è una ritardo pauroso nel pensiero marxista rispetto alle conoscenze
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#1616 Da: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 11:58 am
Oggetto: Nuove precarietà, sfruttamento, rapina dei saperi.
gennarolasca
Invia email Invia email
 
Nuove precarietà, sfruttamento, rapina dei saperi. E' il mercato
       (più del capitale) a decidere tutto: tempi, modi e organizzazione del
lavoro
       Il mercato sempre più impiccione
       Liberazione, 1/11/06

       Riccardo Bellofiore, Massimiliano Tomba
       Nel 1997 uno sciopero dei lavoratori delle poste statunitensi, l'UPS,
che riguardava 185.000 lavoratori, paralizzò il colosso postale. Erano, in
gran parte, lavoratori precari, part-time e con salari inferiori a quelli
dei colleghi "garantiti". Ottennero però la loro solidarietà, come quella di
altri lavoratori e degli utenti: una solidarietà inaspettata. Le stesse
relazioni sociali che gli autisti dell'UPS dovevano coltivare con gli utenti
si rovesciarono contro l'UPS, diventando rete di solidarietà a favore del
lavoratore "cordiale". La lotta di quei lavoratori investiva non solo le
misere figure contrattuali, ma anche la taylorizzazione della circolazione
delle merci e delle informazioni. Un punto importante della controversia
riguardava il peso dei pacchi trasportati, spesso eccessivo e tale da
causare numerosi infortuni. Quello sciopero ci interroga ancora oggi. Ci
ricorda la crescente taylorizzazione del lavoro in un mondo che ci viene
raccontato come 'post-fordista'. La sua persistente materialità, anche
quando si estenda oltre il luogo classico della fabbrica. La possibile,
anche se mai garantita, comunanza di lotta tra figure disomogenee e però
soggette ad un meccanismo unico di sfruttamento.
       Lo sciopero dell'UPS è una lezione tanto più preziosa e da tenere a
mente quando si voglia davvero aggredire il nodo - sociale e politico, prima
ancora che teorico - di cosa è cambiato nell'epoca della c. d.
'globalizzazione' del capitale e del c. d. lavoro 'immateriale'. Non vi è
nulla di inedito nel fatto che il capitale metta al lavoro i saperi taciti,
le capacità relazionali e cognitive del lavoratore. Ognuno sa che senza un
intervento attivo del lavoratore la catena di montaggio non avrebbe
trasportato un bel nulla. Non sarebbe forse più proficuo interrogarsi
sull'occultamento
della dimensione comunicativa all'interno della fabbrica moderna da parte
della sociologia industriale? L'aspetto 'comunicativo', e anche 'affettivo',
è oggi più in evidenza perché la valorizzazione sempre più richiede una
organizzazione capitalistica del trasporto, invade la circolazione
imponendole una velocizzazione, scarica i suoi costi e i suoi tempi sul
consumo. Le autostrade sulle quali sfrecciano i TIR non sono che il
prolungamento dei nastri trasportatori della catena di montaggio: nastri che
arrivano fino al lavoratore postale che ci porta le merci in casa, e passano
per il telefonista di un call center che cerca di vendercele. Così come
lavorano gratis i consumatori della Wal-Mart, valorizzando il capitale,
quando raggiungono i supermercati decentrati o trasportano nei megacentri
commerciali la merce alla cassa. E si potrebbe continuare.

       Sarebbe però sbagliato non vedere i mutamenti profondi nella dinamica
capitalistica, che vanno compresi tanto nelle origini, che affondano
nell'antagonismo
degli anni '60 e '70, quanto nelle conseguenze drammatiche, in primis sulla
conflittualità sociale. Solo l'indagine di queste metamorfosi ci consente di
capire davvero la natura della precarietà nella nostra contemporaneità. Un
continuismo cieco, così come una lettura dei processi che veda nel lavoro un
soggetto sempre e comunque passivo, sono inaccettabili, come lo erano quando
il primo operaismo vi reagì.

       Va però scongiurato il rischio di ripetere oggi l'errore di ieri:
concentrare la propria attenzione solo sulla 'tendenza', assolutizzarla, per
di più dando una analisi parziale e unilaterale, dunque inaffidabile, della
tendenza stessa.

       Così avviene in chi, riproponendo le movenze classiche di una
filosofia della storia, magari rimodernata nei termini della scuola
regolazionista, ritiene che il capitale immateriale abbia preso il posto di
quello materiale, o che il lavoro cognitivo sia divenuto immediatamente
forza produttiva socializzata autonoma dal capitale. O ancora che la classe
si sia dissolta in una moltitudine, articolata e complessa certo, ma di cui
il lavoratore cognitivo sarebbe in fondo la figura centrale ed egemone: come
lo erano stati, in sequenza, l'operaio di mestiere, l'operaio massa, l'operaio
sociale. Su questa strada tutto diviene produzione, e ogni atto vitale di
per sé produttivo: il risultato è un olismo del capitale. L'inchiesta e la
lotta dentro il lavoro divengono superflue, sostituite da lotte distributive
scambiate come immediatamente 'incompatibili': quando invece costituiscono
il lenitivo che il social-liberismo sa offrire all'inferno sociale odierno.

       Dove sta invece la novità dell'epoca, guardata dal punto di vista del
lavoro? L'accumulazione più incerta ed instabile, proprio come conseguenza
della risposta alle lotte dell'operaio-massa, si struttura 'a rete', e
pretende che il lavoro, in punti cruciali del ciclo, sia attività
'intenzionale', talora dotata di maggiore qualificazione. Dove ciò si dà, è
e deve rimanere una autonomia limitata e dipendente. Nel capitalismo hi-tech
della rivoluzione della comunicazione e dell'informazione è l'intrusione del
'mercato' nella 'organizzazione' a garantire questo controllo impersonale
sul lavoro: ad accrescere la centralità della produzione, mentre produce la
parvenza del contrario. Le unità produttive vengono messe in concorrenza tra
di loro: per la disseminazione geografica, per le delocalizzazioni e
esternalizzazioni, per l'obbligo delle singole unità produttive dentro le
holding di far profitti come se si trattasse di entità separate e
indipendenti, per le terzizzazioni e l'in-house outsourcing. Mentre tutto
ciò 'regola' il lavoro, al tempo stesso richiede che, affinché il denaro e
le macchine siano messe a valore, il lavoratore si comporti come autonomo e
immateriale anche quando è dipendente e materialissimo. Che faccia del
proprio sapere e del proprio volere l'elemento 'attivo', ma subordinato, che
consente al capitale di riprodursi su scala allargata.

       Negli ultimi decenni il progresso tecnologico ha in effetti aperto al
capitale la possibilità nuova di disgiungere 'centralizzazione' da
'concentrazione', contrariamente a quello che era stato un andamento
secolarmente parallelo. Mezzi di produzione e lavoratori vengono dispersi.
La cooperazione sociale non comporta più necessariamente la collocazione in
un luogo unico, ma può essere comandata tecnicamente in luoghi distanti. Il
lavoro cambia di natura, in questo senso almeno: che non è più qualcosa da
svolgere secondo un 'piano', dettato ex ante dall'esterno, qualcosa da
eseguire idealmente in modo rigido, all'interno di un contesto produttivo e
sociale stabile; è invece innanzitutto un 'compito' in un ambiente
imprevedibile, da verificare ex post, qualcosa i cui tempi e qualità
desiderati vengono imposti al lavoratore dal 'mercato' e lui deve
assicurarli con 'flessibilità'.

       Il processo non è senza rischi per il capitale, in quanto non solo,
come sempre, la subordinazione del lavoratore va ricostituita ciclo dopo
ciclo, ma ciò è ancor più vero quando il lavoro deve essere appunto attività
'intenzionale'. Ma è proprio per questo che la potenza capitalistica
dell'integrazione
e della subordinazione deve dispiegare il massimo della sua sfida
integratrice. Le pratiche antagoniste devono sempre abbattere la barriera
dell'interesse allo sfruttamento di altri lavoratori: per difendere il
proprio posto, il proprio consumo, la propria pensione. Ed è ancora per
questo che, contrariamente alla vulgata corrente, il capitale, oggi più di
ieri, si applica a 'rubare' il sapere al lavoratore, a codificarlo, a
razionalizzarlo, a monitorarlo. La configurazione del lavoro esplode,
insomma, proprio mentre il comando capitalistico diviene ancor più
totalizzante. Credere che la forza produttiva del lavoro sia sempre
indipendente dal capitale, e anzi autonomamente ne spinga lo sviluppo, è per
questo una illusione più pericolosa che nel passato.

       Pensare che queste dinamiche confinino in una zona residuale il
cosiddetto lavoro materiale è, prima ancora che un errore teorico, una
svista politica di dimensioni colossali. E non solo perché la gran parte dei
lavori sono a basso salario e bassa qualificazione. O perché il lavoro c. d.
immateriale è in realtà ben materiale esso stesso, indipendentemente dalla
natura della merce prodotta. Chi istituisce una rigida contrapposizione tra
pretesi residui ottocenteschi che parlano ancora di fabbriche e salario, e
radiosi postfordisti del nuovo lavoro cognitivo, dà una rappresentazione
inattendibile e priva di senso del nostro presente, per una ragione ancor
più fondamentale: il passaggio alla subordinazione reale del lavoro al
capitale e alla estrazione del plusvalore relativo non significa affatto
relegare nel passato il prolungamento della giornata lavorativa, la sua
intensificazione, l'attacco al salario, l'esclusione e le nuove recinzioni.
Al contrario, è proprio il 'progresso tecnico' che permette di scatenare
contro il lavoro ognuna di queste armi solo apparentemente 'arretrate'.

       Vi è compenetrazione tra le diverse forme di sfruttamento, siano esse
assolute o relative. Tra centro e periferia: il lavoro schiavistico e le
condizioni di sfruttamento dei quattro quinti del pianeta si intrecciano al
lavoro immateriale ed ipertecnologizzato di alcune metropoli occidentali. Ma
anche nello stesso centro, dove l'azienda focale, che controlla
strategicamente la filiera produttiva, scarica costi e flessibilità sulle
aziende a valle, in cerchi concentrici dove frantumazione e precarizzazione
del lavoro, tanto nativo quanto migrante, crescono esponenzialmente, in una
vera e propria discesa agli inferi. Il fucile del sorvegliante che controlla
il grado di intensità del lavoro coatto è tarato sull'intensità del lavoro
socialmente necessario, proprio come lo è il lavoro di un programmatore di
software.

       Nell'epoca del capitalismo globalizzato le diverse forme di
sfruttamento vanno intese come assolutamente contemporanee, e tra loro
reciprocamente implicantesi. I profitti straordinari prodotti dove vengono
introdotte nuove macchine spingono ad allungare ovunque, ma ancor più nelle
industrie a bassa tecnologia legate all'impresa che innova, l'orario di
lavoro. La delocalizzazione, a sua volta, mette a profitto i differenziali
di salario nazionale, e il confine, come regolatore politico dei flussi di
forza-lavoro migrante, assume una valenza immediatamente economica. Questi
confini non corrispondono tra l'altro sempre ai confini degli Stati-nazione,
ma li tagliano e li attraversano delimitando aree a sfruttamento variabili
anche dentro uno stesso Stato. La novità è data dal fatto che tali processi
avvengano oggi in presenza di un raddoppio dell'offerta di lavoro mondiale.
Così, in Cina, la valorizzazione del capitale può sfruttare le nuove
tecnologie e produttività per addetto in rapida crescita con salari stabili,
mettendo in sincrono il mercato e il processo del lavoro mondiale. Ma se il
governo cinese lascia ventilare la possibilità di 'liberalizzare' la
contrattazione salariale in alcune provincie, a fare la coda per chiedere
che ciò non avvenga sono in primo luogo le imprese occidentali.



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#1617 Da: Giovanni <marshall666@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 1:01 pm
Oggetto: Re: antropocentrismo marxista
marshall666@...
Invia email Invia email
 
Ascanio Bernardeschi wrote:

> il ruolo dell'uomo (associato) non può non essere centrale.

Del resto, se la guardiamo dal suo punto di vista, anche la Natura ogni
tanto cerca di farci fuori quanti più possibile. I pompeiani sono in
guerra con la Natura dal 79 d.c., gli indonesiani dalla fine del 2004, e
così via. L'uomo associato, pur se in colpevole ritardo, sta adesso
istituendo un sistema di monitoraggio tsunami globale, affinché ai
prossimi attacchi della Natura in quell'area (a luglio qualche altro
centinaio di persone sono morte) la razza umana associata non ne perderà
oltre 200.000 in una sola volta (com'è avvenuto nel 2004). O almeno lo
sperano tutti i non demografi malthusiani. ;-)

Saluti.
Giovanni

#1618 Da: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 1:33 pm
Oggetto: Re: antropocentrismo marxista
satakieli2000
Invia email Invia email
 
come sempre tutti i marxisti di profwssione  si offendono
antropocentricamente =)
Be' la questione è seria..e lunga, ma oggi ho la febbre.

Ma non siate cosi maledettamente e permalosamente ortodossi, please:-)

ma cosa diceva Marx di Darwin?
Quello che so che Marx giovane iniziò a parlare dell'alienazione riferendosi
all'estraniazione dalla natura degli uomini e degli animali per motivi di
sfruttamenteo sia degli uomini che degli animali.
Ma, poi si  concentrò soltanto sull'alienazione dipendente dal lavoro
capitalista..e la natura per lui era soltanto materia prima che l'uomo
trasforma..
so che ne era intrigato assai..cioè di Darwin, ma non so in quali  scritti..
tuula

----- Original Message -----
From: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
To: <marxiana@yahoogroups.com>
Sent: Thursday, November 02, 2006 11:05 AM
Subject: Re: [marxiana] antropocentrismo marxista


> Non so a chi ti riferisci, ma per quanto riguarda il sottoscritto (nel mio
> piccolo un rappresentante del pensiero marxista) io amo molto la natura,
> in
> particolare gli animali e soprattutto il pollo, l'agnello, ma anche il
> settore ittico non mi dispiace certo, amo le orate, i polipi, gamberetti e
> gamberoni, anche gli astici, anche se questi ultimi a volte, dipende anche
> dai periodi dell'anno, hanno dei connotati di classe troppo accentuati.
> Con
> queste specie non ho un rapporto né utilitaristico né di sfruttamento, ma
> anzi, direi quasi simbiotico. Quindi non mi sembra il caso di
> generalizzare.
>
>
> ----- Original Message -----
> From: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
> To: <marxiana@yahoogroups.com>
> Sent: Thursday, November 02, 2006 9:54 AM
> Subject: [marxiana] antropocentrismo marxista
>
>
>> Su questa lista sono comparsi alcuni articoli sulla natura in cui si
>> parlava
>> dell'incombente catastrofe climatico ecc.
>>
>> Tuttavia, nel pensiero marxista attuale perdura un antropocentrismo
>> utilitaristico che vede ancora l'uomo, sfruttato o sfruttatore che sia,
>> nel
>> ruolo di signore della natura e come centro dell'universo.
>>
>> Non è un non -senso, visto che la gran parte degli uomini e donne non
>> sigonoreggiano su nulla, nemmeno sulla propria vita, né sulle risorse
>> della
>> natura ?
>>
>> Non c'è una ritardo pauroso nel pensiero marxista rispetto alle
>> conoscenze
>> umane  sul mondo presente?
>> Tuula
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#1619 Da: "franco.michele@..." <franco.michele@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 9:32 pm
Oggetto: sulla manifestazione del 4 novembre
franco.michele@...
Invia email Invia email
 
NECESSITA’ DI UNA OPPOSIZIONE DI CLASSE AL GOVERNO DELL’UNIONE


Abbiamo ancora negli occhi e nella mente la propaganda che i partiti
dell’Unione Prodiana hanno messo in campo nella passata tornata
elettorale quando hanno riversato sul governo Berlusconi l’intera
responsabilità della crescente diffusione della precarietà del lavoro.
A distanza di poco più di 100 giorni dall’insediamento del governo
Prodi le misure legislative finora approvate e quelle che si annunciano
sono incardinate ad una linea di condotta economica e sociale attenta,
esclusivamente, al risanamento dei conti dell’Azienda/Italia e all’
adeguamento strutturale del capitalismo tricolore alle nuove sfide
della competizione globale imperialistica.
La recente Legge
Finanziaria, l’avvio dello scippo del TFR, l’annunciata nuova
manomissione al sistema pensionistico e previdenziale sono tutti
segnali indirizzati alla tranquillizzazione dei mercati finanziari e
delle loro istituzioni sovranazionali assicurando, nel contempo, l’
osservanza alle compatibilità economiche sancite dalla vigenza dei
trattati e dei patti internazionali, in primis quelli dell’Unione
Europea.
Certo il governo Prodi sta manifestando una capacità d’azione
e di gestione più articolata di quello precedente di Berlusconi. Fin
dal suo esordio, per meglio accreditare la propria immagine, l’
esecutivo dell’Unione ha prodotto un articolato mix di misure
propagandistiche e simboliche, come quelle contro la categoria dei
tassinari o la presunta nuova tassazione dei “ceti medi†con il
dichiarato scopo di accreditarsi, tra le fasce dei lavoratori, come un
“governo equo e/o amicoâ€.
Infatti la Legge Finanziaria di Prodi si
picca di affrontare, seppur limitatamente, alcune questioni
redistributive con la presunta volontà di intaccare, almeno
formalmente, le grandi rendite parassitarie e la diffusione dell’
evasione fiscale. Ma, se si osservano bene i codicilli e gli articolati
della Finanziaria e se, come probabile, la discussione parlamentare
accoglierà i numerosi emendamenti presentati, sotto la spinta delle
proteste che le varie corporazioni professionali stanno esercitando in
questi giorni, questa Finanziaria sarà qualcosa di profondamente
diversa da un prodotto di una azione di qualche novello Robin Hood.
Altro – quindi – dalle fantasie sui ricchi che piangerebbero o le altre
stupidaggini di cui parla la miserevole propaganda del PRC.
Tale
azione, naturalmente, si è intrecciata con la continuazione della
pluridecennale opera di smantellamento di ciò che residua dello “stato
sociale†e della vecchia rigidità del lavoro con provvedimenti che
faranno avvertire i loro rovinosi effetti nel medio periodo ed
attraverso il trasferimento di alcune gabelle alle amministrazioni
locali e regionali.
Questo intelligente metodo di governo di Prodi
punta a prevenire, per tempo, qualsiasi opposizione di carattere
sindacale e politico alla sua sinistra. Una capacità – questa di Prodi
and company – già testata, nelle scelte di politica internazionale di
questa estate, con il rinnovato interventismo bellico in Medio Oriente
e l’invio delle truppe italiane in Libano sotto la mistificante
bandiera dell’ONU.

Non sarà facile agglutinare un consistente ed
autorevole schieramento sociale caratterizzato da una politica di
opposizione di classe. L’illusione e le aspettative sulle misure del
governo Prodi stanno provocando una opacizzazione delle ragioni sociali
e delle mobilitazioni che negli anni scorsi avevano, positivamente,
caratterizzato la stagione politica.
E’ evidente che la sindrome del
“governo amico†non è una categoria astratta della politica ma è una
tendenza materiale, che agisce come fattore di depotenziamento e di
depoliticizzazione di tutte le istanze sociali. Persino il poderoso
movimento che aveva riempito le piazze “contro la guerra senza se e
senza ma†ha abdicato al suo ruolo rimanendo in silenzio nonostante l’
incrudirsi delle aggressioni imperialiste arrivando, anzi, con i
pacifinti di professione, al vergognoso sostegno alle scelte
interventiste e militariste dell’esecutivo: dal voto obbligato e
blindato in appoggio alla missione di guerra in Afghanistan al
vergognoso “Forza ONU†di questa estate fino al sostegno dell’invio
delle truppe in Libano e la esplicita complicità con Israele a fronte
del quotidiano massacro a cui è sottoposto il popolo palestinese.

Sul
piano sociale i sindacati collaborazionisti CGIL-CISL-UIL sostengono,
nei fatti, le controriforme di questo governo e quando, a volte, alzano
la voce, lo fanno, esclusivamente, perché pressati dai lavoratori. E’
il caso della FIOM la quale critica, sul piano generale, la precarietà
e poi stipula centinaia di accordi peggiorativi delle condizioni di
lavoro; è il caso della CGIL- Funzione Pubblica la quale riparla di
sciopero mentre sta per abbattersi una vera e propria tempesta sulla
intera categoria.
Inoltre, fino ad ora, continuano a funzionare i
lager (i cosiddetti CPT istituiti dalla Legge Turco-Napolitano)  dove
vengono rinchiusi i migranti mentre vanno avanti, con maggiore
determinazione, le politiche di privatizzazione e di liberalizzazione
in tutti i comparti.

In questo contesto la Manifestazione del 4
Novembre, anche se organizzata intorno ad obiettivi sacrosanti, si
limitata però ad una contestazione dei provvedimenti di Berlusconi
evitando di prendere posizione sull’insieme delle politiche e dei
singoli provvedimenti del governo Prodi, rischia di caratterizzarsi
solo come una mobilitazione di “pressione†verso un governo ritenuto
amico affinché rimedi alle malefatte del precedente governo e corre il
serio rischio di non lasciare traccia ai fini di una ripresa
generalizzata di un movimento di lotta.

Non a caso, nel momento in
cui la Confederazione COBAS ha criticato esplicitamente il Ministro
Damiano, si è scatenato un ignobile linciaggio contro questo organismo
con l’obiettivo non solo di emarginare una forza sindacale non
compatibilizzata, ma di mettere in mora, anche preventivamente, ogni
espressione critica futura verso l’Unione.
Come interpretare altrimenti
le grida scandalizzate nonché servili de “il Manifestoâ€, le minacce da
parte della segreteria della CGIL verso qualsiasi dissenso interno, la
fuga dei burocrati della cosiddetta “Sinistra DS†e gli articoli
preoccupati de “l’Unitàâ€, del “Corriere della Sera†e della
“Repubblica�
Evidentemente gli apprendisti stregoni che siedono a
Palazzo Chigi non hanno nessuna intenzione di rimuovere nemmeno i
provvedimenti più odiosi del governo Berlusconi mentre  i loro
interlocutori di movimento vorrebbero irreggimentare anche
manifestazioni come quella del 4 Novembre che potrebbe catalizzare
oggettivamente, come è già accaduto lo scorso 6 Ottobre alla
manifestazione dei precari del Pubblico Impiego indetta dall’RdB/CUB,
il crescente malcontento e l’evidente disagio sociale che si registra
nei posti di lavoro e nelle città.

Noi ci auguriamo che durante la
giornata romana del 4 Novembre sarà visibile questa acuta
contraddizione, prodotto delle difficoltà oggettive di questo periodo,
tra le posizioni e l’attitudine della gran parte degli organizzatori e
la variegata domanda sociale presente nella piazza.

Questo governo,
per rispondere adeguatamente alle attuali esigenze del capitalismo
tricolore, deve proseguire il suo operato ben oltre la Finanziaria e si
appresta a compiere scelte antipopolari di tipo strategico recuperando
anche alcuni ritardi strutturali ereditati dalle incertezze mostrate da
Berlusconi.
Tale, annunciata, linea di condotta non può consentire l’
esistenza ed il rafforzamento di una opposizione di classe, specie se
questa si manifesta nelle piazze ed attraverso la pratica del
conflitto.
Assumono, quindi, crescente importanza tutte le
manifestazioni e i momenti di rottura che contribuiscono ad infrangere
la pace sociale favorendo l’attivizzazione, anche tendenziale, dei
settori sociali, oggi dispersi e frammentati dai colpi della crisi e
delle ristrutturazioni.
Quanti sono impegnati al rafforzamento dell’
autonomia dei movimenti devono essere consapevoli che i problemi più
scottanti si porranno a partire dal giorno dopo quando occorrerà
prospettare tempi, forme e modalità di uno scontro politico e sociale
che, per quanto ancora allo stato embrionale, è incompatibile con
questo governo e con la sua politica “interna†ed “esternaâ€.

INTANTO
LAVORIAMO, IN OGNI LUOGO E NEI DIVERSI TERRITORI, PER IL RAFFORZAMENTO
DELLO SCIOPERO GENERALE NAZIONALE, PROCLAMATO UNITARIAMENTE DA TUTTE LE
ORGANIZZAZIONI SINDACALI DI BASE,  PER IL PROSSIMO 17 NOVEMBRE.

I
compagni di Red Link                                                Per
contatti red_link@...

#1620 Da: "clochard" <spartacok@...>
Data: Gio 2 Nov 2006 11:53 pm
Oggetto: appello di intellettuali conrto la strage di Oaxaca
kclochard
Invia email Invia email
 
Si prega di inviare a tutti/e il seguente appello:


"MEXICO
Estamos extremadamente alarmados de ver que en vez de
tomar severas medidas contra los violentos
paramilitares que han lanzado constantes ataques
contra el pueblo de Oaxaca, el presidente Vicente Fox
usa los asesinatos como pretexto para escalar la
violencia contra la organización de base del pueblo.
Como compañeros trabajadores de la comunicación y
artistas, honramos la memoria del periodista
independiente, documentalista y respetado activista
Brad Will, quien fue brutalmente asesinado mientras
filmaba el movimiento popular en Oaxaca. Junto con
Brad, en esta última semana murieron al menos otras
seis personas a manos de agentes del ilegítimo
gobierno de Ulises Ruiz y las fuerzas federales que
ahora ocupan Oaxaca, entre ellas, Emilio Alonso Fabián
(profesor), José Alberto López Bernal (enfermero),
Fidel Sánchez García (albañil) y Esteban Zurita López.
Finalmente, en solidaridad con el pueblo de Oaxaca
añadimos nuestras voces a estas demandas:
1. Ulises Ruiz fuera de Oaxaca!
2. Retiro inmediato de las fuerzas federales de
ocupación en Oaxaca!
3. Libertad inmediata e incondicional a todos los
detenidos!
4. Justicia para todos los compañeros asesinados y
castigo para todos los culpables en todos niveles!
5. Justicia, libertad y democracia para el pueblo de
Oaxaca!
Noam Chomsky, John Berger, Arundhati Roy, Antonio
Negri, Naomi Klein, Howard Zinn, Eduardo Galeano,
Alice Walker, Michael Moore, Tariq Ali, Mike Davis,
John Pilger, Michael Hardt, Alessandra Moctezuma,
Anthony Arnove, Bernadine Dohrn, Camilo Mejía, Roxanne
Dunbar Ortiz, Daniel Berger, Danny Glover, David
Graeber, Eve Ensler, Francis Fox Piven, Gloria
Steinem, Gustavo Esteva, Jeremy Scahill, Mira Nair,
Oscar Olivera, Roisin Davis, Starhawk y Wallace Shawn.

#1621 Da: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
Data: Sab 4 Nov 2006 1:25 pm
Oggetto: Prove ecoattive contro la catastrofe
gennarolasca
Invia email Invia email
 
Per con un certo nichilismo di fondo, quasi a dire "guardate che non stiamo
facendo sul serio", bisogno dire che una certa area "negriana" conserva un
notevole senso dei problemi e dell'innovazione politica.

In allegato il manifesto del convegno bolognese

#1622 Da: "mcsilvan_\@libero\.it" <mcsilvan_@...>
Data: Sab 4 Nov 2006 2:35 pm
Oggetto: Fwd: scarica l'ìntero libro Wealth of Networks
mcsilvan_@...
Invia email Invia email
 
Yochai Benkler, professore di diritto a Yale, si occupa da diversi anni della
rete e dei processi sociali e normativi che la riguardano. Il suo ultimo testo
Wealth of Networks

http://www.amazon.com/Wealth-Networks-Production-Transforms-Markets/dp/030011056\
1

è interamente scaricabile su

http://www.benkler.org/Benkler_Wealth_Of_Networks.pdf

Benkler ha anche messo su una pagina Wiki per la collaborazione
di ricerca con il suo testo

http://www.benkler.org/wealth_of_networks/index.php/Main_Page

mcs


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#1623 Da: "Giorgio Gattei" <sos1113@...>
Data: Sab 4 Nov 2006 4:47 pm
Oggetto: Re: antropocentrismo marxista
sos1113@...
Invia email Invia email
 
Per fare il punto sui rapporti di Marx con Darwin mi permetto di consigliare
il vecchio libro di Ferdinando Vidoni, Natura e storia. Marx ed Engels
interpreti del darwinismo, Edizioni Dedalo, Bari,1985.
A proposito poi della "leggenda" che Marx avrebbe voluto dedicare un volume
del Capitale a Darwin (si trattava in verità del genero E. Aveling a
proposito di un proprio libro sul darwinismo) cfr. M. A. Fay, Marx e Darwin,
un romanzo poliziesco, "Monthly review ed. it.", 1980, n. 7.
Giorgio Gattei


----- Original Message -----
From: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
To: <marxiana@yahoogroups.com>
Sent: Thursday, November 02, 2006 2:33 PM
Subject: Re: [marxiana] antropocentrismo marxista


> come sempre tutti i marxisti di profwssione  si offendono
> antropocentricamente =)
> Be' la questione è seria..e lunga, ma oggi ho la febbre.
>
> Ma non siate cosi maledettamente e permalosamente ortodossi, please:-)
>
> ma cosa diceva Marx di Darwin?
> Quello che so che Marx giovane iniziò a parlare dell'alienazione
riferendosi
> all'estraniazione dalla natura degli uomini e degli animali per motivi di
> sfruttamenteo sia degli uomini che degli animali.
> Ma, poi si  concentrò soltanto sull'alienazione dipendente dal lavoro
> capitalista..e la natura per lui era soltanto materia prima che l'uomo
> trasforma..
> so che ne era intrigato assai..cioè di Darwin, ma non so in quali
scritti..
> tuula
>

#1624 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Sab 4 Nov 2006 6:47 pm
Oggetto: Inoltra: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie rinnovabili
gennarolasca
Invia email Invia email
 
--- Giorgio Nebbia <nebbia@...> ha scritto:

> A: societasolare@yahoogroups.com
> Da: "Giorgio Nebbia" <nebbia@...>
> Data: Sat, 04 Nov 2006 13:25:58 -0000
> Oggetto: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie
> rinnovabili



Vai col vento


"Vai col vento" è un programma di Rai Radio 3, curato
da Silvia
Zamboni e dedicato a progetti realizzati da città
italiane ed europee
che in vari campi contribuiscono a contrastare
l'effetto serra (il
fenomeno di surriscaldamento del pianeta all'origine
dei cambiamenti
climatici) e a raggiungere gli obiettivi fissati dal
Protocollo di
Kyoto (l'accordo internazionale entrato in vigore il
sedici febbraio
2005 per ridurre le emissioni di anidride carbonica
prodotte dall'uso
dei combustibili fossili). Il filo conduttore che
sottende all'intero
ciclo di trasmissioni è quindi l'energia: l'uso che se
ne fa e la
provenienza, con messa a fuoco di esperienze di uso
efficiente e
produzione di elettricità e carburanti da fonti
rinnovabili.

L'obiettivo di "Vai col vento" è divulgare la
conoscenza di possibili
contromisure all'effetto serra già messe in campo
localmente, con
vantaggi anche per l'economia del territorio. Con
l'ausilio di
esperti o dei protagonisti stessi che hanno dato vita
ai progetti, le
ntate di cui si compone il ciclo affrontano ognuna un
tema specifico.
Per sottolineare l'importanza – ovviamente non
esaustiva - anche
delle scelte individuali in ambito privato, in ogni
trasmissione è
previsto uno spazio riservato sia ad un'impresa che
abbia apportato
al proprio interno migliorie che riducono i consumi
energetici e
l'impatto sull'ambiente, sia ad un consiglio di
ecologia domestica.

Sabato 4 novembre 2006, ore 10,30. Il tema trattato è
la
certificazione energetica degli edifici, ossia la
classificazione
delle costruzioni in base ai consumi energetici, in
particolare
riferiti al riscaldamento. Ospiti della trasmissione
sono Antonio
Navarra, climatologo, dell'Istituto Nazionale di
geofisica e
vulcanologia, Gianni Silvestrini, del Politecnico di
Milano e
consigliere del ministro Pierluigi Bersani, Norberto
Lantschner,
dell'Ufficio aria  e rumore della Provincia autonoma
di Bolzano,
Sergio Zabot, direttore del settore energia della
Provincia di
Milano, Jose Rallo, proprietaria dell'azienda vinicola
Donnafugata.

La trasmissione di Domenica 5 novembre 2006, re 10,30,
si occupa di
risparmio energetico, efficienza energetica,
riscaldamento ad alto
rendimento e cogenerazione (la produzione accoppiata
di calore ed
elettricità). Ospiti sono Gabriele Bollini,
responsabile del servizio
di tutela ambientale della Provincia di Bologna,
Sandro
Picchiolutto, energy manager,  Giuliano Dall'O,
docente del
Politecnico di Milano, Karl Ludwig Schibel, sociologo
e
rappresentante in Italia dell'Associazione Alleanza
per il clima,
Cesare Ricchi proprietario dell'Azienda agricola
biologica Ara-Gaia.

Sabato 11 novembre 2006, ore 10,30: si parla dei
biocarburanti
(biodiesel e bioetanolo) e dell'idrogeno da trazione,
puro o in
miscela. Intervengono Andrea Segrè, Preside della
Facoltà di Agraria
dell'Università di Bologna, Nicola Contrisciani,
ricercatore
dell'Enea,  Stefano Masini, responsabile ambiente
della Coldiretti,
Valentino Mercati, proprietario fondatore dell'azienda
Aboca.

Domenica 12 novembre 2006, ore 10,30, in tema di
mobilità urbana
sostenibile, l'argomento trattato è quello dei
percorsi sicuri casa-
scuola a piedi e in bicicletta. Ospiti sono Valter
Baruzzi,
dell'associazione Camina (Città amiche dell'infanzia e
dell'adolescenza), Gianfranco Fantini, dell'ufficio
mobilità
ciclabile del Comune di Reggio Emilia e membro
dell'associazione Fiab
(Federazione italiana amici della bicicletta),
Maurizio Medica,
responsabile sicurezza e tutela ambiente dell'azienda
Radici Tappeti.

Sabato 19 novembre 2006, ore 10,30. Si parla di
ecourbanistica e
progettazione integrata, con un approfondimento
sull'ospedale
pediatrico bioclimatico Nuovo Meyer in corso di
ultimazione a
Firenze. Intervengono Giulio Felli, architetto dello
studio CSPE di
Firenze, Karl Ludwig Schibel, sociologo e
rappresentante in Italia
dell'Associazione Alleanza per il clima, Roberto
Gerbo, dell'istituto
bancario San Paolo Imi di Torino.

Domenica 20 novembre 2006, ore 10,30: protagonista
della puntata è il
risparmio idrico con interventi di Luigi Rambelli,
Presidente di
Legambiente Emilia-Romagna, Emanuele Burgin, assessore
all'ambiente
della Provincia di Bologna.

Sabato 27 novembre 2006, ore 10,30: in primo piano
sono le fonti
energetiche rinnovabili, come il solare fotovoltaico,
il solare
termico, l'eolico, la geotermia. Ospiti della puntata:
Luciano
Pirazzi, dell'Enea, Stefano Semenzato, direttore del
progetto Cisa,
Attilio Galli, assessore all'urbanistica del Comune di
Carugate
(Milano), Marco Caffi dello studio Intertecnica per
l'azienda
Fratelli Salomoni Dolciumi

Domenica 28 novembre 2006, ore 10,30: protagonista
della puntata è il
rapporto virtuoso tra ecologia ed economia locale.
Intervengono
Sergio Picchiolutto, energy manager, Karl Ludwig
Schibel, sociologo e
rappresentante in Italia dell'associazione Alleanza
per il clima,
Sergio Ventrella, responsabile comunicazione settore
ambiente e
territorio della Regione Toscana

Sabato 4 dicembre 2006, ore 10,30. Sono di scena i
rifiuti solidi
urbani e  la loro corretta gestione. Gli ospiti sono
Guido Viale,
economista, Giuseppe Rigetti, direttore divisione
ambiente Padova di
Acegas-Aps, Mattia Capanna,  Finmeccanica  Group

Domenica 5 dicembre 2006, ore 10,30. Viene affrontato
il tema del
Green Public Procurement, i cosiddetti acquisti
"verdi" delle
amministrazioni pubbliche. Intervengono Filippo
Lenzerini, creatore
del sito web www.acquistiverdi.it, Daniela Luise, del
settore
ambiente del Comune di Padova, Susanna Ferrari,
dell'Ufficio Agenda
21 e Reggio Sostenibile Comune di Reggio Emilia.

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#1625 Da: "clochard" <spartacok@...>
Data: Sab 4 Nov 2006 10:00 pm
Oggetto: Fermate l'assedio! Fermate la guerra! appello delle organizzazioni pacifiste israeliane
kclochard
Invia email Invia email
 

 

Care tutte e tutti,

 

sono appena tornata dalla Palestina e Israele.

Qui sotto trovate l'appello della campagna per Gaza di cui vi avevo annunciato recentemente tradotto in italiano. Con la delegazione di parlamentari abbiamo incontrato ad Haifa le varie e vari  rapapresentanti della campagna e ci siamo impegnati a farla conoscere ed a proporre le iniziative compresa quella di organizzare una delegazione per il giorno 2 dicembre  alla manifestazione internazionale alla quale si fa appello da parte della campagna.

Vi invierò alcune note appena possibile sul nostro viaggio, siamo andati anche a Gaza.

Il testo è stato tradotto in italiano da Jane Reynolds e Teresa Maisano, non c’è quindi più bisogno di tradurlo.

 

Per qualsiasi informazione :

 

Ufficio 06 69950217

Cell . 348 3921465

 

Un abbraccio

 

Luisa Morgantini

 

Gaza

Fermate l’Assedio! Fermate la   guerra!

Un mese di protesta: 4 Novembre–2 Dicembre 2006

 

La situazione a Gaza ha raggiunto livelli di emergenza – insufficienza d’acqua, elettricità e medicine; la fame, la povertà e la disoccupazione; scuole e altri servizi sono fuori uso; i costanti bombardamenti e attacchi da parte delle forza armate israeliane. Il problema è l’assedio di Gaza da parte di Israele e le sanzioni imposte dalla comunità internazionale, peggiorate dai bombardamenti israeliani in corso. Se questo assedio continua, vedremo il diffondersi di malattie, malnutrizione, ed anarchia.

 

Unitevi alla nostra Campagna Internazionale

 

La comunità di organizzazioni pacifiste di Israele si è riunita in una grande e coordinata campagna per mettere fine all’assedio di Gaza e per richiedere che Israele riprenda i negoziati con i legittimi rappresentanti del popolo palestinese.

 

 

Gaza: Fermate l’Assedio – Fermate la guerra!

 

Per tutto il mese di Novembre: sit-in, seminari, petizioni, volantini, poster

2 Dicembre:  Manifestazioni in tutto il mondo

 

 

Per favore unitevi con noi per questo sforzo umanitario e politico: usate il mese fino alla grande manifestazione, il 2 Dicembre, per aumentare il livello di conoscenza nella vostra comunità. Mandate lettere, fax e petizioni ai vostri rappresentanti. Organizzate sit-in e seminari di conoscenza.

Fateci sapere i vostri piani in modo tale che sia possibili incoraggiarci e potenziarci a vicenda con i nostri numeri e l’informazioni sui nostri siti web.

Scrivete i vostri piani a Debby Lerman all’indirizzo debbyl@...

 

 

Attività pianificate in Israele

Forse alcune di queste potrebbero fornirvi qualche idea per le vostre attività:

Materiale stampato– volantini, un manifesto, un'inserzione pubblicitaria, figurine.

Eventi locali - "sessioni d'insegnamento" che includono film, testimonianze, giornalisti, palestinesi di Gaza ecc.

Sitin/manifestazioni – Davanti all'ufficio del primo ministro, la UE, ambasciate, gli uffici di deputati scelti dalla Knesset.   Durante la manifestazione "Rabin", il 4 novembre, attivisti distribuiranno materiali stampati e faranno una catena umana.

Convegno straordinario per la Knesset - Si organizzerà un convegno speciale per la Knesset al qual saranno invitati deputati strategici.   Ascolteranno rapporti da Gaza -palestinesi, organizzazioni per i diritti umani, giornalisti.

Media – Scriveremo articoli, lettere, blogs, risposte - per giornali, TV, radio e internet.

Corteo di macchine al confine con Gaza.

Manifestazione il 2 dicembre a Tel Aviv e in tutto il mondo -Includendo collegamenti telefonici con Gaza e,  se possibile, eventi internazionali di solidarietà.

Campagna internazionale:

Azioni per aumentare il livello di conoscenza e per esercitare pressione sui governi europei ed americano - appelli diretti a coloro che prendono le decisioni e alla società civile nella UE e negli Stati Uniti per richiedere il ritiro dell'embargo.



Il 2 dicembre - manifestazioni in tutto il mondo..



Organizzatori della Campagna


Questa campagna ha preso vita grazie alla coalizione di donne per la pace
con le sue 9 organizzazioni in Israele, includendo  MachsomWatch, Bat
Shalom e New Profile. 
Altri organizzatori attivi sono:  Anarchists against the wall, Gush Shalom, Hadash, High School Seniors draft Refusers, Rabbis for Human Rights, University Student Coalition, e Yesh Gvul.

 

 

Per ulteriori informazioni e per i vostri aggiornamenti:: Debby Lerman at debbyl@... or +972-52 457-0704

 

 

Materiale di base:

 

L’Economia di Gaza

 …Secondo la Banca Mondiale, i palestinesi  attualmente vivono la peggiore depressione economica della storia moderna. L'imposizione vergognosa di sanzioni internazionali ha avuto un effetto devastante su un'economia già severamente danneggiata, data la sua dipendenza da fonti esterne di finanza. Per esempio, L'Autorità Palestinese è fortemente dipendente dai 2 fonti di ingressi. La prima è l'aiuto di donatori occidentali per un importo all’incirca di $1 miliardo all'anno  (2005, secondo la Banca Mondiale, i donatori hanno dato $1.3 miliardi in assistenza umanitaria [$500m/38%], Sviluppo [$450m/35%] e assistenza di bilancio[$350m/27%])  - ora gran parte è sospesa. La seconda è il trasferimento mensile da parte d'Israele di $55 milioni di dazi doganali e tasse che Israele raccoglie per l'AP, un afonte d'ingressi che è vitale per il bilancio palestinese e che è stato totalmente sospeso.  Infatti,Israele ritiene circa mezzo miliardo di dollari di cui Gaza ha disperatamente bisogno.

L'impatto di tutte le restrizioni combinate - la quasi totale chiusura e l'embargo economico in corso, ha causato livelli di disoccupazione senza precedenti, attualmente circa il 40% a  Gaza (era meno del  12% nel 1999). Infatti, agli operai palestinesi di Gaza non è permesso entrare in Israele dal 12 marzo 2006, il mercato principale e tutti i valichi di entrata e uscita sono stati quasi totalmente sigillati dal 25 Giunio 2006 quando l'attuale campagna militare israeliana su Gaza ha avuto iniziato. Inoltre, nei prossimi 5 anni, occorreranno 135,000 nuovi posti di lavoro solo per mantenere il livello di disoccupazione al 10%. Anche il settore commerciali ha subito un forte impatto. All’inizio di maggio 2006,  per esempio, il valico di Karni, attraverso il quale entrano tutte le merci, è gia stato chiuso per il 47% dell'anno con perdite stimate pari a $500,000-$600,000 al giorno. Ad aggravare la situazione, si aggiungono le perdite agricole stimate per $1.2 miliardi per Gaza e Cisgiordania negli ultimi 6 anni.

 

Gia nell’Aprile del 2006, il 79% delle famiglie di Gaza vivevano in povertà ( in confronto con meno del 30% registrato nel 2000), una cifra che è drammaticamente aumentata, molti sono affamati…

 

Sara Roy, The Palestine Center

12 Ottobre 2006

 

 Non è una questione interna  palestinese

 …Questi sono i passi dell’esperimento: imprigionamento (dal 1991); rimuovere gli usuali mezzi di sostentamento dei prigionieri; praticamente chiudere ermeticamente, lasciando fuori i punti vendita,  distruggendo i mezzi esistenti per il sostentamento, impedendo l’entrata di materiali grezzi ed il commercio dei beni e della produzione; prevenendo l’entrata regolare di medicine e di materiale ospedaliero; non portando cibo fresco per intere settimane; impedendo, per anni, l’entrata di parenti, professionisti, amici ed altri, e permettendo a migliaia di persone –malati, capi di famiglia, professionisti, bambini – di restare bloccati per settimane nei cancelli chiusi dell’unica entrata/uscita della e dalla Striscia di Gaza.

Rubare centinai di milioni di dollari ( le entrate delle dogane e delle tasse raccolte da Israele che appartengono ad i palestinesi), così come forzare il non pagamento dei gia bassi salari della maggior parte dei dipendenti del governo per mesi; presentare il lancio di razzi Qassam fatti in casa come minaccia strategica che non può non essere fermata dal ferire donne, bambini ed anziani; aprire il fuoco sui nuclei residenziali molto popolati via aerea e via terra; distruggere gli orti, le piantagioni ed i campi.

Mandare aerei a spaventare la popolazione con le bombe suono; distruggere la nuova centrale elettrica e obbligare i residenti rinchiusi nella Striscia di Gaza a vivere senza elettricità per la maggior parte della giornata nell’arco di quattro mesi, che presto si tramuterà in un anno pieno – in altre parole, un anno senza frigo, ventilatori elettrici, televisione, luci per studiare e leggere; obbligarli ad andare avanti senza un rifornimento regolare di acqua, che dipende dai rifornimenti elettrici.

 E’ il buon vecchio esperimento israeliano chiamato “mettili dentro una pentola a pressione e vedi che cosa succede”, e questa è una delle ragioni per le quali non è una questione interna palestinese….

 

Amira Hass, Ha’aretz

October 4, 2006

 

 

Lo scandaloso assedio israeliano di Gaza

 Israele ha ucciso 2.300 palestinesi di Gaza negl’ultimi sei anni, inclusi i 300 nei quattro mesi successivi alla cattura del soldato israeliano Gilad Shalit in un raid al confine compiuto dai combattenti palestinesi il 25 Giunio. I feriti invece si contano a decine di migliaia. La maggior parte dei morti sono civili, molti di loro bambini.

Le uccisioni continuano quotidianamente – ad uccidere carri armati ed  il fuoco dei cecchini, bombardamente via area e via mare, e da squadre in borghese con indosso vestiti da civili invitati nei territori arabi per tendere agguati ed assassinare, una specialità israeliana perfezionata nel corso di molte decenni.

Per quanto ancora la “Comunità Internazionale” permetterà  che questo massacro continui? La crudele repressione dei territori occupati, e di Gaza in particolare, è oggi una delle più scandalose al mondo. E’ la macchia più scura del discontinuo percorso Israeliano che vuole essere uno stato democratico….

 

27 Ottobre, 2006

 

L’assedio semina l’anarchia e la morte a Gaza.

E’ un disastro prodotto dalle persone che deve essere fermato.

 

 

Per maggiori informazioni e aggiornamenti: Debby Lerman at debbyl@... o +972-52) 457-0704



#1626 Da: "Maria Turchetto" <turchetto@...>
Data: Dom 5 Nov 2006 9:54 am
Oggetto: R: antropocentrismo marxista
turchetto@...
Invia email Invia email
 
Mi permetto a mia volta di consigliare Dominique Lecourt, "Marx au
crible de Darwin", in "A quoi sert donc la philosophie?", PUF, Paris
1993.

Maria Turchetto
abitazione: via S. Cecilia 30 - 56127 Pisa
tel. 050576749 cell. 3479444780
Dipartimento di Studi Storici Un. Ca' Foscari Venezia
tel. 0412349614

-----Messaggio originale-----
Da: marxiana@yahoogroups.com [mailto:marxiana@yahoogroups.com] Per conto
di Giorgio Gattei
Inviato: sabato 4 novembre 2006 17.48
A: marxiana@yahoogroups.com
Oggetto: Re: [marxiana] antropocentrismo marxista

Per fare il punto sui rapporti di Marx con Darwin mi permetto di
consigliare
il vecchio libro di Ferdinando Vidoni, Natura e storia. Marx ed Engels
interpreti del darwinismo, Edizioni Dedalo, Bari,1985.
A proposito poi della "leggenda" che Marx avrebbe voluto dedicare un
volume
del Capitale a Darwin (si trattava in verità del genero E. Aveling a
proposito di un proprio libro sul darwinismo) cfr. M. A. Fay, Marx e
Darwin,
un romanzo poliziesco, "Monthly review ed. it.", 1980, n. 7.
Giorgio Gattei


----- Original Message -----
From: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
To: <marxiana@yahoogroups.com>
Sent: Thursday, November 02, 2006 2:33 PM
Subject: Re: [marxiana] antropocentrismo marxista


> come sempre tutti i marxisti di profwssione  si offendono
> antropocentricamente =)
> Be' la questione è seria..e lunga, ma oggi ho la febbre.
>
> Ma non siate cosi maledettamente e permalosamente ortodossi, please:-)
>
> ma cosa diceva Marx di Darwin?
> Quello che so che Marx giovane iniziò a parlare dell'alienazione
riferendosi
> all'estraniazione dalla natura degli uomini e degli animali per motivi
di
> sfruttamenteo sia degli uomini che degli animali.
> Ma, poi si  concentrò soltanto sull'alienazione dipendente dal lavoro
> capitalista..e la natura per lui era soltanto materia prima che l'uomo
> trasforma..
> so che ne era intrigato assai..cioè di Darwin, ma non so in quali
scritti..
> tuula
>



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#1627 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 5 Nov 2006 11:18 am
Oggetto: Re: R: antropocentrismo marxista
gennarolasca
Invia email Invia email
 
A mia volta mi permetto di segnalare i lavori di John
Bellamy Foster e Paul Burkett della Monthly Review,
molti dei quali reperibili in rete.
Ad es questo:

http://pubs.socialistreviewindex.org.uk/isj96/foster.htm

A differenza dei vari libri e testi che sono apparsi
dagli anni '70 in poi il lavoro sugli "spunti"
ecologisti nel marxismo, questi studiosi fanno un
lavoro sistematico di rilettura dei testi marxiani,
per disincrostarli dai veri e propri pregiudizi che sì
sono diffusi che nel corso degli anni come ad es.
quello secondo cui per Marx il lavoro sia l'unica
fonte della ricchezza, mentre afferma espressamente il
contrario.

In particolare gli autori dimostrano come il rapporto
con la natura sia un elemento fondamentale del
pensiero di Marx. Purtroppo a causa dell'impostazione
accademica gli autori non riescono ad andare oltre a
questo pur importante lavoro filologico, ma restano
pur sempre degli articoli importanti sulla questione.


--- Maria Turchetto <turchetto@...> ha
scritto:

> Mi permetto a mia volta di consigliare Dominique
> Lecourt, "Marx au
> crible de Darwin", in "A quoi sert donc la
> philosophie?", PUF, Paris
> 1993.
>
> Maria Turchetto
> abitazione: via S. Cecilia 30 - 56127 Pisa
> tel. 050576749 cell. 3479444780
> Dipartimento di Studi Storici Un. Ca' Foscari
> Venezia
> tel. 0412349614
>
> -----Messaggio originale-----
> Da: marxiana@yahoogroups.com
> [mailto:marxiana@yahoogroups.com] Per conto
> di Giorgio Gattei
> Inviato: sabato 4 novembre 2006 17.48
> A: marxiana@yahoogroups.com
> Oggetto: Re: [marxiana] antropocentrismo marxista
>
> Per fare il punto sui rapporti di Marx con Darwin mi
> permetto di
> consigliare
> il vecchio libro di Ferdinando Vidoni, Natura e
> storia. Marx ed Engels
> interpreti del darwinismo, Edizioni Dedalo,
> Bari,1985.
> A proposito poi della "leggenda" che Marx avrebbe
> voluto dedicare un
> volume
> del Capitale a Darwin (si trattava in verità del
> genero E. Aveling a
> proposito di un proprio libro sul darwinismo) cfr.
> M. A. Fay, Marx e
> Darwin,
> un romanzo poliziesco, "Monthly review ed. it.",
> 1980, n. 7.
> Giorgio Gattei
>
>
> ----- Original Message -----
> From: "Tuula Haapiainen"
> <tuula.haapiainen@...>
> To: <marxiana@yahoogroups.com>
> Sent: Thursday, November 02, 2006 2:33 PM
> Subject: Re: [marxiana] antropocentrismo marxista
>
>
> > come sempre tutti i marxisti di profwssione  si
> offendono
> > antropocentricamente =)
> > Be' la questione è seria..e lunga, ma oggi ho la
> febbre.
> >
> > Ma non siate cosi maledettamente e permalosamente
> ortodossi, please:-)
> >
> > ma cosa diceva Marx di Darwin?
> > Quello che so che Marx giovane iniziò a parlare
> dell'alienazione
> riferendosi
> > all'estraniazione dalla natura degli uomini e
> degli animali per motivi
> di
> > sfruttamenteo sia degli uomini che degli animali.
> > Ma, poi si  concentrò soltanto sull'alienazione
> dipendente dal lavoro
> > capitalista..e la natura per lui era soltanto
> materia prima che l'uomo
> > trasforma..
> > so che ne era intrigato assai..cioè di Darwin, ma
> non so in quali
> scritti..
> > tuula
> >
>
>
>
> Per annullare l'iscrizione a questo gruppo, manda
> una mail
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> marxiana-unsubscribe@yahoogroups.com
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#1628 Da: "Renato Caputo" <renato.caputo@...>
Data: Dom 5 Nov 2006 12:12 pm
Oggetto: Tornare al conflitto sociale
renato.caputo@...
Invia email Invia email
 
«Sindacalisti su Marte». E intanto i lavoratori restano in un angolo
Andrea Capocci* da Il manfesto, 4.11.06 p. 5
Non è colpa di un´inserzione a pagamento dei COBAS se la manifestazione «Stop Precarietà Ora» si è trasformata in un appuntamento scomodo per il governo di centro-sinistra. Chi ha frequentato i movimenti in questi anni poteva immaginarselo.
L´opposizione alle «leggi-vergogna» (Maroni, Bossi-Fini, Moratti) non si è mai limitata ad un anti-berlusconismo di maniera, ma ha puntualmente individuato le responsabilità politiche trasversali. Chi ha manifestato contro le riforme del lavoro e delle politiche migratorie non difendeva certo il pacchetto Treu o i Cpt della legge Turco-Napolitano, opera di un altro governo «amico».
Identica la situazione nell´università e nella ricerca: la riforma Moratti, piuttosto che precarizzare il settore, sanciva una condizione preesistente al governo Berlusconi. Il 70% dei 55 mila precari dell´università, ad esempio, sono quei docenti co.co.co. introdotti con la riforma Berlinguer-Zecchino. La lotta contro la riforma Moratti, perciò, chiedeva e chiede una riorganizzazione complessiva del sistema, che investisse didattica e ricerca; riforme da decidere in Parlamento, certo, ma anche risorse da stanziare in Finanziaria, senza le quali nessuna riforma è possibile.
Il ragionamento è davvero semplice: si possono chiedere nuovi diritti per chi studia e lavora nell´università e negli enti di ricerca solo se, allo stesso tempo, si combattono i tagli contenuti nella finanziaria, che allontanano ancora i laboratori italiani dagli standard europei. Tanto più forte è il nesso tra riforme e politica economica per i precari, tanto più incomprensibili appaiono i «distinguo» sui toni e i dietro-front apparsi in questi giorni. Le organizzazioni sindacali sono impegnate su molti tavoli, e le partite più dure sembrano giocarle tra loro. Ma così facendo, le loro agende politiche si allontanano dalla realtà.
Nel mezzo, rimangono le precarie e i precari che nelle piattaforme ufficiali si riconoscono sempre meno. Con gli altri, anche il precariato dell´università sarà in piazza oggi 4 novembre e, di nuovo, il 17, una giornata davvero particolare: si annunciano mobilitazioni degli studenti, dei sindacati di base e persino dei confederali dell´università e della ricerca, salvo nuovi dietro-front. In queste due occasioni porteranno in piazza rivendicazioni di nuovo welfare, di casa e di servizi, di formazione e di cultura (temi forse di qualche attualità?), per dare ospitalità a chi non ha seguito l´ultimo reality show, «Sindacalisti su Marte». Life is now.
*Rete dei ricercatori precari

Tornare al conflitto sociale, insieme
Proposte al Cesp Il centro studi dei Cobas ha organizzato un incontro di intellettuali e sindacalisti per discutere delle possibili forme di lotta e rivendicazione nel mondo precario
M. D. C.
Il mostro della precarietà richiede anche di essere capito bene, altrimenti lottarci contro può essere quasi inutile. Alla vigilia della manifestazione di oggi il Cesp (il centro studi per la scuola pubblica, associazione culturale dei Cobas) ha così convocato alcuni dei migliori economisti di sinistra per mettere a punto qualche strumento di interpretazione più acuminato.
Ne emerge un quadro ricco di spunti, che prende le mosse magari dalle lotte dei lavoratori Ups (Alex Tomba), negli Stati uniti, stretti tra contratti precari e taylorizzazione spinta del lavoro, ma capaci di ottenere la solidarietà degli utenti (caso più unico che raro, negli Usa) e di individuare negli «esperimenti antioperai» allora in atto oltreoceano l'annuncio di un destino che oggi ha investito in pieno l'Europa. Un ciclo economico che si fonda su tre figure-chiave (spiega Riccardo Bellofiore): il «lavoratore spaventato», il «risparmiatore terrorizzato» e il «consumatore indebitato»; tre figure spesso coincidenti e che danno l'idea un'umanità «precaria» ben al di là della condizione contrattuale.
Una condizione che facilita al massimo grado le «capacità di governo» dell'impresa sulla forza-lavoro, e che «non può essere affrontata soltanto con qualche misura di welfare redistributivo» (Giovanna Vertova). La precarietà, infatti, «individualizza il lavoratore», dissolve la soggettività collettiva, spezza la capacità di riconoscere nell'altro lavoratore un alleato; anzi, «lo trasforma in un possibile concorrente».
Concorrenza che aumenta - e non è un paradosso - proprio nei lavori a più alto contenuto «cognitivo». Anche il lavoro dei media entra nell'analisi. Perché se il lavoro è in generale «poco amato» dalla stampa, reso quasi invisibile, gli imprenditori mantengono invece ben viva l'attenzione sul tema («quando Montezemolo chiede la flessibilità dell'orario non sottovaluta affatto l'importanza del lavoro»). Ma nel tempo hanno fatto passare l'idea che la ricchezza si crei «nel mercato», nella circolazione, invece che nei luoghi dove le merci vengono prodotte. Complice anche la delocalizzazione, che ha allontanato dai nostri occhi di occidentali alcune produzioni che percepiamo ormai come «residuali», ma che invece non lo sono affatto (come scopriamo con raccapriccio quando un servizio mostra il lavoro semischiavistico nelle nostre campagne, non solo meridionali). Per dirla con Devi Sacchetto, «la delocalizzazione è una forma di emancipazione del capitale da una classe operaia organizzata».
Abrogare la «legge 30» è un obiettivo giusto, ma nemmeno basterebbe. Perché in relazioni industriali così squilibrate si può sempre trovare una norma dimenticata («l'associato in partecipazione», per esempio, che risale al 1942 e non era stata quasi mai utilizzata) che può consentire di aggirare la stabilizzazione dei posti di lavoro. Come uscirne? Conflitto sociale e difesa collettiva tornano centrali, ma su una scala che è ormai quella della globalizzazione. Perché dalla precarizzazione, che avvicina ormai sia i lavoratori «garantiti» che gli «atipici», si esce solo tutti insieme. Oppure no.


lo stato di natura non è ingiusto, e appunto perciò bisogna uscirne

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#1629 Da: "mcsilvan_\@libero\.it" <mcsilvan_@...>
Data: Dom 5 Nov 2006 7:53 pm
Oggetto: Fwd: leggi on line Out of Control di Kevin Kelly
mcsilvan_@...
Invia email Invia email
 
il testo "postdarwiniano" di Kevin Kelly su tecnologia e biologia è disponibile
on line

http://www.kk.org/outofcontrol/contents.php

mcs

#1630 Da: "clochard" <spartacok@...>
Data: Lun 6 Nov 2006 10:31 pm
Oggetto: Stati Uniti: nessuna svolta in vista
kclochard
Invia email Invia email
 
 
Stati Uniti: nessuna svolta in vista

Domani si vota negli Stati Uniti per le cosiddette elezioni di medio termine. Se dovesse prevalere il partito democratico, verrà lanciata una grande operazione d'immagine tesa a presentare una svolta "pacifista" da parte della classe politica statunitense. Ma non sarà così.
di Gennaro Carotenuto


 

Anzi, il partito della guerra probabilmente diverrà ancora più forte da domani negli Stati Uniti. Per esempio il 64% dei candidati democratici si oppone fieramente non alla guerra, ma al ritiro dall'Iraq e rifiuta perfino di discutere su di un calendario di ritiro. Una parte importante di loro sono stati rigidamente selezionati nell'ambito dei "Democratici per la Sicurezza Nazionale". Questa è molto più di una corrente di destra del partito. E' la faccia democratica del "Progetto per il nuovo secolo americano", che appoggia le guerre, incluso quelle preventive, chiede al partito che rivaluti la propria evoluzione critica rispetto alla guerra del Vietnam, e riconosca l' "eroismo" di dirigenti repubblicani come Ronald Reagan (sic!). Sono i democratici che hanno appoggiato tutto il peggio del neoconservatorismo, le guerre, invasioni, occupazioni, e aberrazioni come la Legge Patriottica, l'annullamento dell'Habeas Corpus, che trasforma gli Stati Uniti in un simulacro di stato di diritto.

Su queste basi il partito prepara il programma per la campagna presidenziale del 2008. C'è una discrasia evidente tra classe politica democratica e gli elettori democratici. Gli Stati Uniti sono ben poco diversi dall'Europa e dall'Italia dove la volontà popolare è costantemente elusa dalla classe politica.

Tra gli elettori democratici meno di un terzo appoggia la guerra, ma sarà obbligato ad eleggere almeno due terzi di parlamentari favorevoli alla guerra. I democratici, quando criticano, criticano George Bush, la sua inazione, corruzione, inefficienza, più che criticare la guerra da questo voluta. Vorrebbero una guerra fatta meglio di come la sta facendo Bush, non la pace. Una guerra fatta meglio è quello che vuole anche Hillary Clinton, la più probabile candidata democratica alla presidenza della Repubblica, che ha più volte attaccato Bush per avere scelto l' "appeasement" verso l'Iran.

Hillary Clinton, in politica internazionale, ha posizioni ben più a destra di quelle di suo marito Bill e, in quanto donna, sarà purtroppo stretta da una destra che le esigerà di dimostrare durezza ad ogni piè sospinto. Una sua eventuale presidenza ben difficilmente introdurrebbe un cambio in quest'ambito. Come in Cile, dove Michelle Bachelet era la più militarista dei candidati della Concertazione, così Hillary dovrà dimostrare affidabilità innanzitutto al complesso militare industriale che governa il paese. Eppure, dal punto di vista mediatico, l'unica cosa che conterà sarà la "novità" del presidente donna, una svolta di per sé, senza valutare che sarà una svolta formale ma non di contenuti.

Mercoledì i media mainstream probabilmente commenteranno all'unisono il crepuscolo del bushismo, ma quello che viene poi è già stato descritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Gli uomini, e forse le donne, cambiano, ma il complesso militare industriale resta. E' il nuovo Principe di Salina, il Gattopardo.

http://www.gennarocarotenuto.it

 


#1631 Da: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
Data: Lun 6 Nov 2006 11:01 pm
Oggetto: Re: Inoltra: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie rinnovabili
satakieli2000
Invia email Invia email
 
Gentile Gennaro,
sei proprio tu colui che manda mail su questioni ambientali su questa lista,
anche se non vengono mai, o raramente commentati.
Nel mentre ringrazio tutti per le  indicazioni bibliogafiche sulle questioni
ecomarxiste e nel mentre vorrei far presente che mai si parla degli animali,
così come non ne parlano neanche gli ambientalisti non-marxisti italiani
parlando di ambiente o di natura, e quindi siete pari con loro quanto ad
antopocentrismo =),
vi annuncio invece che i compagni "sinistri" finnici quando si mettono a
parlare di natura parlano di boschi, di foreste e degli alberi con una
competenza tale che voi ve la sognate :-)))
..però.. quando parlano di animali, per lo più, parlano di alci cacciate e
mangiate in comunità e farcita in gola di vodka..o acquavite ..:(((

alla prossima
la compagna,
con il pugno e la zamp(ett)a in alto =)
Tuula
----- Original Message -----
From: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
To: <petrolio@yahoogroups.com>; <marxiana@yahoogroups.com>
Sent: Saturday, November 04, 2006 7:47 PM
Subject: [marxiana] Inoltra: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie
rinnovabili


>
> --- Giorgio Nebbia <nebbia@...> ha scritto:
>
>> A: societasolare@yahoogroups.com
>> Da: "Giorgio Nebbia" <nebbia@...>
>> Data: Sat, 04 Nov 2006 13:25:58 -0000
>> Oggetto: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie
>> rinnovabili
>
>
>
> Vai col vento
>
>
> "Vai col vento" è un programma di Rai Radio 3, curato
> da Silvia
> Zamboni e dedicato a progetti realizzati da città
> italiane ed europee
> che in vari campi contribuiscono a contrastare
> l'effetto serra (il
> fenomeno di surriscaldamento del pianeta all'origine
> dei cambiamenti
> climatici) e a raggiungere gli obiettivi fissati dal
> Protocollo di
> Kyoto (l'accordo internazionale entrato in vigore il
> sedici febbraio
> 2005 per ridurre le emissioni di anidride carbonica
> prodotte dall'uso
> dei combustibili fossili). Il filo conduttore che
> sottende all'intero
> ciclo di trasmissioni è quindi l'energia: l'uso che se
> ne fa e la
> provenienza, con messa a fuoco di esperienze di uso
> efficiente e
> produzione di elettricità e carburanti da fonti
> rinnovabili.
>
> L'obiettivo di "Vai col vento" è divulgare la
> conoscenza di possibili
> contromisure all'effetto serra già messe in campo
> localmente, con
> vantaggi anche per l'economia del territorio. Con
> l'ausilio di
> esperti o dei protagonisti stessi che hanno dato vita
> ai progetti, le
> ntate di cui si compone il ciclo affrontano ognuna un
> tema specifico.
> Per sottolineare l'importanza - ovviamente non
> esaustiva - anche
> delle scelte individuali in ambito privato, in ogni
> trasmissione è
> previsto uno spazio riservato sia ad un'impresa che
> abbia apportato
> al proprio interno migliorie che riducono i consumi
> energetici e
> l'impatto sull'ambiente, sia ad un consiglio di
> ecologia domestica.
>
> Sabato 4 novembre 2006, ore 10,30. Il tema trattato è
> la
> certificazione energetica degli edifici, ossia la
> classificazione
> delle costruzioni in base ai consumi energetici, in
> particolare
> riferiti al riscaldamento. Ospiti della trasmissione
> sono Antonio
> Navarra, climatologo, dell'Istituto Nazionale di
> geofisica e
> vulcanologia, Gianni Silvestrini, del Politecnico di
> Milano e
> consigliere del ministro Pierluigi Bersani, Norberto
> Lantschner,
> dell'Ufficio aria  e rumore della Provincia autonoma
> di Bolzano,
> Sergio Zabot, direttore del settore energia della
> Provincia di
> Milano, Jose Rallo, proprietaria dell'azienda vinicola
> Donnafugata.
>
> La trasmissione di Domenica 5 novembre 2006, re 10,30,
> si occupa di
> risparmio energetico, efficienza energetica,
> riscaldamento ad alto
> rendimento e cogenerazione (la produzione accoppiata
> di calore ed
> elettricità). Ospiti sono Gabriele Bollini,
> responsabile del servizio
> di tutela ambientale della Provincia di Bologna,
> Sandro
> Picchiolutto, energy manager,  Giuliano Dall'O,
> docente del
> Politecnico di Milano, Karl Ludwig Schibel, sociologo
> e
> rappresentante in Italia dell'Associazione Alleanza
> per il clima,
> Cesare Ricchi proprietario dell'Azienda agricola
> biologica Ara-Gaia.
>
> Sabato 11 novembre 2006, ore 10,30: si parla dei
> biocarburanti
> (biodiesel e bioetanolo) e dell'idrogeno da trazione,
> puro o in
> miscela. Intervengono Andrea Segrè, Preside della
> Facoltà di Agraria
> dell'Università di Bologna, Nicola Contrisciani,
> ricercatore
> dell'Enea,  Stefano Masini, responsabile ambiente
> della Coldiretti,
> Valentino Mercati, proprietario fondatore dell'azienda
> Aboca.
>
> Domenica 12 novembre 2006, ore 10,30, in tema di
> mobilità urbana
> sostenibile, l'argomento trattato è quello dei
> percorsi sicuri casa-
> scuola a piedi e in bicicletta. Ospiti sono Valter
> Baruzzi,
> dell'associazione Camina (Città amiche dell'infanzia e
> dell'adolescenza), Gianfranco Fantini, dell'ufficio
> mobilità
> ciclabile del Comune di Reggio Emilia e membro
> dell'associazione Fiab
> (Federazione italiana amici della bicicletta),
> Maurizio Medica,
> responsabile sicurezza e tutela ambiente dell'azienda
> Radici Tappeti.
>
> Sabato 19 novembre 2006, ore 10,30. Si parla di
> ecourbanistica e
> progettazione integrata, con un approfondimento
> sull'ospedale
> pediatrico bioclimatico Nuovo Meyer in corso di
> ultimazione a
> Firenze. Intervengono Giulio Felli, architetto dello
> studio CSPE di
> Firenze, Karl Ludwig Schibel, sociologo e
> rappresentante in Italia
> dell'Associazione Alleanza per il clima, Roberto
> Gerbo, dell'istituto
> bancario San Paolo Imi di Torino.
>
> Domenica 20 novembre 2006, ore 10,30: protagonista
> della puntata è il
> risparmio idrico con interventi di Luigi Rambelli,
> Presidente di
> Legambiente Emilia-Romagna, Emanuele Burgin, assessore
> all'ambiente
> della Provincia di Bologna.
>
> Sabato 27 novembre 2006, ore 10,30: in primo piano
> sono le fonti
> energetiche rinnovabili, come il solare fotovoltaico,
> il solare
> termico, l'eolico, la geotermia. Ospiti della puntata:
> Luciano
> Pirazzi, dell'Enea, Stefano Semenzato, direttore del
> progetto Cisa,
> Attilio Galli, assessore all'urbanistica del Comune di
> Carugate
> (Milano), Marco Caffi dello studio Intertecnica per
> l'azienda
> Fratelli Salomoni Dolciumi
>
> Domenica 28 novembre 2006, ore 10,30: protagonista
> della puntata è il
> rapporto virtuoso tra ecologia ed economia locale.
> Intervengono
> Sergio Picchiolutto, energy manager, Karl Ludwig
> Schibel, sociologo e
> rappresentante in Italia dell'associazione Alleanza
> per il clima,
> Sergio Ventrella, responsabile comunicazione settore
> ambiente e
> territorio della Regione Toscana
>
> Sabato 4 dicembre 2006, ore 10,30. Sono di scena i
> rifiuti solidi
> urbani e  la loro corretta gestione. Gli ospiti sono
> Guido Viale,
> economista, Giuseppe Rigetti, direttore divisione
> ambiente Padova di
> Acegas-Aps, Mattia Capanna,  Finmeccanica  Group
>
> Domenica 5 dicembre 2006, ore 10,30. Viene affrontato
> il tema del
> Green Public Procurement, i cosiddetti acquisti
> "verdi" delle
> amministrazioni pubbliche. Intervengono Filippo
> Lenzerini, creatore
> del sito web www.acquistiverdi.it, Daniela Luise, del
> settore
> ambiente del Comune di Padova, Susanna Ferrari,
> dell'Ufficio Agenda
> 21 e Reggio Sostenibile Comune di Reggio Emilia.
>
> __________________________________________________
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>
>

#1632 Da: Giovanni <marshall666@...>
Data: Mar 7 Nov 2006 1:19 am
Oggetto: Re: Inoltra: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie rinnovabili
marshall666@...
Invia email Invia email
 
Tuula Haapiainen wrote:

> vorrei far presente che mai si parla degli animali

Tuula, e parlane tu, no? :P Perché "accusare" più o meno implicitamente
gli iscritti di non avere a cuore la questione ambientalista (è questo
quello che emerge dalle tue parole), solo perché si commentano poco i
relativi articoli e non si parlerebbe mai degli animali in lista?

Cos'altro c'è da dire sulla questione ambientalista, che non sia meglio
dire in liste ambientaliste? La peculiarità dei marxisti (tra cui,
preciso, io non mi ci metto, perché non esperto) è secondo me un'altra:
è quella di porre al centro del dibattito la questione sulla proprietà
privata [dei mezzi di produzione] e della conseguente riforma economica
della società, in contrapposizione alla visione liberista.

La visione ambientalista prevede il crollo "anticipato" del capitalismo,
a causa della insostenibilità dello sviluppo attuale per carenza di
risorse naturali. La visione marxista, si può dire, resterebbe in piedi
anche qualora la visione ambientalista venisse a decadere. Se per
assurdo domattina si trovasse una fonte inesauribile e non inquinante di
energia, gli ambientalisti diverrebbero inutile carne in movimento. :-)

Non c'è dubbio che ci possano essere punti di contatto anche notevoli
(basti pensare ai rapporti tra l'etica e l'economia, o a questioni come
il picco di Hubbert, eccetera), ma secondo me rimangono due correnti
distinte, spesso neppure troppo nettamente, con lo stesso obiettivo
generale, quello di cambiare modello di società, e, quindi, con la
possibilità di creare un fronte comune, politicamente parlando.

Inoltre, tra gli ambientalisti propriamente detti per i miei gusti ci
sono troppi catastrofisti, troppa gente che pensa di essere un novello
Nostradamus. Magari avranno anche ragione, ma io non li trovo molto
diversi dai complottisti sull'attacco al WTC, e questi ultimi mi sono
stufato da tempo di leggerli, pur essendo una persona che sospetta
sempre delle versioni ufficiali.

> vi annuncio invece che i compagni "sinistri" finnici quando si mettono a
> parlare di natura parlano di boschi, di foreste e degli alberi con una
> competenza tale che voi ve la sognate :-)))

Io di boschi e foreste non ne vedo per oltre 300 giorni l'anno, mentre
per molti di loro probabilmente è l'esatto opposto. Fai un po' tu. :-)

> ..però.. quando parlano di animali, per lo più, parlano di alci cacciate e
> mangiate in comunità e farcita in gola di vodka..o acquavite ..:(((

Questo potrebbe ricadere nell'equazione, spesso marxista, "condizioni
oggettive" => "coscienza soggettiva". Ai tempi dei miei avi, "squartare
un porco" era simbolo di prosperità, e si festeggiava tutto il giorno.
Bertolucci ha ben descritto l'evento in "Novecento". Io, vissuto in un
paese ormai industrializzato, in una società che predilige il terziario
e che mi fa vedere il maiale solo in tv, al luna park o in scatoletta,
non so se avrei il "coraggio" (e la forza fisica!) di uccidere un maiale
che respira (al limite, solo in caso di necessità potrei trovare la
forza per farlo). E, forse di conseguenza, comincio a pensare ad una
tutela per gli animali identica a quella riservata per la razza umana.

Leonardo Da Vinci ha ben espresso questa conseguenza etica derivante
dalle condizioni oggettive della società, sostenendo che «verrà il tempo
in cui l'uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche l'uccisione
di un solo animale sarà considerato un grave delitto».

Come non essere d'accordo con queste parole di Leonardo?

> con il pugno e la zamp(ett)a in alto =)
    _  _  _
   ( )( )( )
   |   _   |
   \  (_)  /
    \     /
     \___/

(da visualizzare con font a spaziatura fissa :-) )

Ciao.
Giovanni

#1633 Da: "Renato Caputo" <renato.caputo@...>
Data: Mar 7 Nov 2006 7:19 am
Oggetto: La proposta della presidenza finalndese Ue: il lavoratore potrà «scegliere» una settimana lunga 60 ore
renato.caputo@...
Invia email Invia email
 
Ecco i punti più «controversi»
Opt out, flessibilità per 12 mesi,tempo «di guardia» decurtato
A. D’Arg. Da il Manifesto 6.11.06  p. 11
Ecco i punti più controversi della pessima proposta finlandese.
Orario maratona. La durata massima dell’orario di lavoro viene fissata a 48 ore, ma, «volontariamente», il lavoratore potrà prolungarle fino a 60, calcolate su una media di «tre mesi». L’accordo tra impiegato e datore di lavoro che "scelgono" l’opt out avrà durata massima di un anno, rinnovabile. «Ogni lavoratore - specifica poi il testo - potrà ritirare il suo assenso durante i primi tre mesi dalla firma, con effetto immediato, informando il datore di lavoro per iscritto». I dati sul lavoratore in opt out dovranno essere conservati e messi a disposizione dell’autorità competente.
E la sua clausola di revisione. È questa la pietra del contendere. Ogni Stato membro che decide di utilizzare l’opt out dovrà inviare, dopo i primi 2 anni di attuazione e dopo una consultazione con le parti sociali, un rapporto alla Commissione Ue indicando «ragioni, settori, attività e numero di lavoratori in opt-out, oltre agli effetti sulla loro salute e sicurezza», in pratica delle cavie. Allo scadere del terzo anno, Bruxelles presenterà un rapporto comulativo accompagnato «se necessario», da proposte «appropriate per ridurre gli orari eccessivi». Dopodiché ogni Stato dovrà esaminare l’uso che fa dell’opt out «in vista di una sua fine graduale». Spagna, Francia, Italia chiedevano di fissare un termine massimo di anni all’uso dell’opt out, invece di questo meccanismo che di fatto ne rinvia ad altra data un’eventuale eliminazione.
Peggio 12 che 4. Gli Stati potranno decidere di introdurre ancora più flessibilità nell’orario di lavoro calcolando la media settimanale di 48 ore non su 4 mesi come accade ora ma su 12. Il cambio di calcolo potrà avvenire per accordo collettivo tra le parti sociali o per legge o decreto-legge, emanato dopo consultazioni con le parti sociali.
Tempo di guardia. Sempre dopo un accordo collettivo o per legge, previa consultazione delle parti sociali, gli Stati potranno escludere il tempo di guardia «inattivo» (sonno, pasti o altro) dal conteggio dell’orario di lavoro. Così si "viene incontro" alla maggioranza dei paesi che si lamentano dei costi del sistema sanitario, perché l’attuale normativa Ue considera tempo di lavoro «tutte le ore di guardia». E guarda caso sulla «guardia», come sul riposo compensativo si registra il maggior numero di infrazioni. Con la nuova direttiva non ci saranno più infrazioni, ma magari qualche rischio in più per la salute pubblica.

Tempo infido nei cieli di Bruxelles
Martedì i 25 discutono per cambiare l’orario di lavoro
La proposta della presidenza finalndese Ue: il lavoratore potrà «scegliere»
una settimana lunga 60 ore

Alberto d’argenzio
Bruxelles
Il tempo stringe per la direttiva europea sull’orario di lavoro. Martedì la Presidenza finlandese ha riunito i ministri del lavoro dei 25 per un consiglio straordinario con all’ordine del giorno la revisione di questa norma comunitaria, da mesi campo di battaglia politico tra chi vuole totale mano libera per le imprese sull’orario di lavoro, come il Regno unito, e chi, almeno a parole, vuole un miglior equilibrio tra vita professionale e personale, come Francia e Spagna. E il tempo stringe perché la Germania, prossima Presidenza di turno della Ue non ha alcuna voglia di trovarsi tra i piedi questo dossier assai conflittuale a livello sociale e sindacale, e soprattutto perché la Commissione ha già pronta la procedura di infrazione per ben 23 Stati membri su 25, tutti "fuorilegge" secondo l’attuale testo della direttiva - che risale al 1993, emendato nel 2000.
Oggi solo Italia e Lussemburgo «rispettano la normativa»; 19 paesi la infrangono sul tempo di guardia; 21 sul riposo compensativo; 4 sul periodo in cui viene calcolato l’orario massimo di lavoro e altri 4 sull’opt out individuale, ossia sulla rinuncia "volontaria" al limite massimo di ore settimanali.
Ma tutte le infrazioni verrebbero sanate di colpo con la nuova direttiva, che di fatto regolarizzerebbe ciò che finora è proibito; ossia l’opt out (la "scelta" dell’orario tendente all’infinito); la possibilità di calcolare l’orario di lavoro sulla media di un anno e non di 4 mesi; e l’esclusione dal conteggio dell’orario di lavoro del riposo durante i turni di guardia - che invece la Corte di giustizia definisce tempo «lavorato».
Per mettere ancora più fretta ai 25 la Commissione potrebbe far partire le procedure di infrazione, già pronte, in ondate successive, dando priorità ai casi più gravi ma soprattutto iniziando a incriminare «quelli che hanno messo i bastoni tra le ruote dell’accordo», sottolinea un esperto del dossier. Nel mirino di Bruxelles potrebbe così finire chi vuole normalizzare l’opt out, come Londra, ma anche chi, ipocritamente, dice di non volere possibili orari maratona, ma poi abusa delle maglie larghe della legge per praticare l’opt out di fatto, come Francia, Spagna e Grecia.
Per concludere un’intesa, la Presidenza finlandese presenterà martedì una nuova proposta che si muove su un asse assai pericoloso. Il limite massimo di 48 ore di lavoro settimanale diverrebbe un limite "soft", leggero, completato da un limite invalicabile di 60 ore. In più, verrebbe permesso l’opt out individuale, come chiede il Regno unito, la cui legislazione pone come tetto massimo 78 ore settimanali. Inoltre verrebbe inserita una «clausola di revisione» di tale opt out, ed è proprio su questo punto che al momento verte la battaglia politica. «E’ tutto tranne che una clausola di revisione - attacca un diplomatico italiano - in realtà perpetua senza limiti l’opt out individuale. È piuttosto una clausola di rinvio sine die". La pensano così anche Spagna e Francia, ma Londra ha con sé la maggioranza degli Stati, soprattutto grazie all’appoggio dei nuovi membri dell’est.
Soddisfatta l’Unice, la Confindustria europea, che però punta ancora più in alto: vorrebbe un opt out ancora più semplice, soprattutto per le piccole e medie imprese, e che il conteggio dell’orario di lavoro su un anno, e non su quattro mesi, diventasse la regola, non l’eccezione. Critica con la proposta è invece la Ces, la Confederazione dei sindacati europei, secondo cui «lavorare più di 48 ore è pericoloso». Ancora più critico l’europarlamento, tanto sull’«opt out volontario», che di volontario non ha quasi nulla vista l’impossibilità di scegliere in cui spesso si trova il lavoratore, quanto sul conteggio delle ore di riposo durante le guardie. «In prima lettura - spiega Alejandro Cercas, relatore del rapporto su questa direttiva - avevamo cercato di trovare un equilibrio tra salute, sicurezza e flessibilità, ora la proposta finlandese continua a privilegiare la flessibilità». Cercas invita i 25 a rivedere al meglio e non al peggio l’accordo votato dal Parlamento l’anno scorso, e promette battaglia nell’Eurocamera in seconda lettura. Intanto è chiaro che l’orologio procede al contrario: era il 1919 quando la Oit, l’organizzazione internazionale dei lavoratori, fissava in 48 ore il limite massimo lavorativo per settimana. Ora i 25 rischiano di mandarlo in soffitta.
 
Proposta inaccettabile per la Fiom
Sabina Petrucci: «Daremo battaglia a Bruxelles. Ma si muova anche la politica»
Carla Casalini
Una delle posizioni più decise contro lo stravologimentro dell’orario di lavoro è quella della Fiom, il sindacato italiano dei metalmeccanici Cgil. «Non poteva finire che così», commenta la responsabile Fiom per l’Europa, Sabina Petrucci, di fronte all’ipotesi della nuova Proposta finalndese. Il compromesso al ribasso votato dall’europarlamento, in effetti, rischiava di sboccare in un ulteriore peggioramento, una volta arrivato nelle mani della Commissione, dei governi, di altri interessi.
«Noi continueremo a dare battaglia e a fare pressione sui parlamentari italiani perché i diritti dei lavoratori e le condizioni di lavoro e vita di milioni di persone in Europa siano tutelate, e abbiano voce», garantisce Petrucci. E di fronte all’eventualità di una accelerazione nella riunione di Bruxelles martedì prossimo, la dirigente sindacale annuncia: «la Fiom farà pressione sulla Fem, la Federazione dei sindacati metalmeccanici europei, perché si possa prendere una posizione comune chiara, prima di martedì».
Già il «compromesso» votato dal parlamento europeo era stato subito dichiarato «inaccettabile» dalla Fiom - a differenza delle posizioni più possibiliste di altri sindacati - perché prevedeva una possibile flessibilità di «48 ore settimanali» di lavoro per 12 mesi , nonostante prescrivesse l’obbligo della contrattazione, perché nei fatti permetteva di prolungare per un intero anno l’orario. Così come l’opt out, previsto anche solo per 3 anni, «minava alle fondamenta la contrattazione collettiva, e la rappresentanza collettiva, dei lavoratori», sottolinea Petrucci.
Su due punti in particolare la Fiom fissa i suoi obiettivi imprescindibili: eliminazione dell’opt out; e riduzione del periodo di flessibilità a 48 ore per un massimo di 4 mesi. Certo, la battaglia non sarà semplice, giacché già la stessa posizione della Cgil ci pare un po’ più "morbida", per non parlare della blanda critica della europea Ces, che per strada si è ulteriormente stinta.
Con Petrucci, discutiamo della strada minacciosa perseguita dai vertici di Bruxelles. «La discussione in Europa e nella Commissione - conferma - su alcuni temi che coinvolgono i diritti dei lavoratori sta diventando preoccupante. E sarà presto in discussione anche la Direttiva sul «distacco dei lavoratori». Per intenderci, se ad esempio una società croata vince un appalto in Italia, e vi «distaccano» i suoi dipendenti, potrebbe regolarli con i, più bassi, salari e diritti della legge croata



lo stato di natura non è ingiusto, e appunto perciò bisogna uscirne

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#1634 Da: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
Data: Mar 7 Nov 2006 8:44 am
Oggetto: Stern Review final report -I beni da mettere in comune per salvare il pianeta
gennarolasca
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I beni da mettere in comune per salvare il pianeta
L’uso dell’energia deve in sostanza rispondere a criteri stabiliti insieme.
Liberazione, 5/11/06
Ritanna Armeni
Nicolas Stern è un economista ed è stato dirigente della Banca mondiale. Nei giorni scorsi ha pubblicato un rapporto commissionato da Tony Blair e Gordon Brown nel quale si è occupato del clima e delle conseguenze che l’effetto serra potrebbe avere sul pianeta nei prossimi cento anni. Del voluminoso rapporto Stern, circa 700 pagine, si sono occupati i giornali di tutto il mondo compresi quelli italiani, perché esso per la prima volta prova a calcolare le conseguenze economiche dei cambiamenti climatici dovuti alle emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra. Dice Stern che se non si provvederà immediatamente, le conseguenze saranno gravi, anzi gravissime, perché per riparare a quei danni si dovrebbe arrivare a impiegare nella peggiore delle ipotesi fino al 20 per cento della ricchezza mondiale. E questo non impedirebbe comunque un’ondata gigantesca di immigrazione, la fuga di milioni di donne e di uomini da zone del pianeta ormai diventate desertiche.

Il rapporto Stern è stato letto e studiato. Non solo dagli ecologisti, ma anche dai politici e dai governi. Ed ha, come è ovvio, gettato un allarme. Ma di quel rapporto sono rimaste in ombra alcune conclusioni ed alcune conseguenze che invece vale la pena di sottolineare.

Dice Stern che lo sforzo di ridurre le emissioni di anidride carbonica per salvare il clima, e quindi il pianeta, o è globale o è inutile. Per fare un esempio - afferma sempre l’economista inglese - se la Gran Bretagna da sola chiudesse oggi tutte le sue centrali elettriche la riduzione di emissioni dannose verrebbe vanificata entro 13 mesi dalla crescita di emissioni inquinanti in Cina. Che la deforestazione in corso delle foreste vergini vale da sola le emissioni dei trasporti.

Che cosa occorre quindi per salvare il pianeta dalla desertificazione, dalle migrazioni, dal peggioramento delle condizioni di vita per molti e probabilmente dall’estinzione di molte specie animali e vegetali? Occorrerebbe un accordo globale fra gli stati della terra per un intervento immediato e pianificato.

Non è un’ affermazione da poco. Perché essa sottintende una convinzione che, pur non esplicitata, è comunque evidente. Il clima è un bene comune e sono beni comuni il pianeta e tutto quello che vive su di esso: acqua, terra, mari, foreste. Tant’è che non si possono salvare se non con uno sforzo di tutti, proprio tutti. Oggi la salvaguardia della Terra è impensabile da parte di un solo paese, per quanto esso possa essere ricco e potente. Se ad esempio gli Stati Uniti prima potenza economica e maggior consumatore di energia decidessero di ridurre sensibilmente, cosa doverosa, i consumi delle proprie autovetture, il loro gesto sarebbe vanificato nel caso in cui i paesi emergenti, India o Cina, nella loro impetuosa crescita non si ponessero il problema del controllo delle emissioni o il Brasile e il Borneo non ponessero un freno al taglio delle foreste.

Ma si può chiedere a paesi in via di sviluppo, come la Cina e l’India ad esempio, di porre un limite alle loro emissioni, cioè affrontare costi importanti per il loro sviluppo, senza contropartite, senza un piano anch’esso mondiale che definisca i limiti di tutti? Quei paesi giustamente potrebbero rinfacciarci i nostri consumi e le nostre emissioni di gas serra e dirci: “Cari signori restringetevi voi, noi dobbiamo ancora crescere e far uscire dalla povertà milioni di persone, poi ne riparliamo”.

Dalla consapevolezza che i beni del pianeta possono essere salvati solo in modo globale discende che essi sono comuni, e dal fatto che essi sono di tutti nasce necessariamente un domanda di equità nello sviluppo, nel consumo, nella ricchezza. Negli Stati Uniti, nei punti alti dello sviluppo, è nato in questi anni un movimento ecologista vasto e trasversale soprattutto di ceto medio che pensa di difendere la propria vita e la propria salute attraverso l’acquisto e l’applicazione di tecnologie ecologiche. Forniscono le loro case di impianti solari, le costruiscono con metodi a basso impatto ambientale. La California ha approvato una legge per ridurre del 20 per cento l’emissione dei gas e il governatore repubblicano Shwarzenegger si è fatto promotore di una campagna contro i gas serra in tutti gli Usa mentre il governatore dell’Iowa Tom Vilsack ha puntato tutto sulla benzina biologica facendo costruire 25 centrali di etanolo che entro due anni diventeranno 40. Sforzi encomiabili ed anche interessanti perché indicano una consapevolezza dei problemi ambientali. Ma inutili. Inutili finché in altre parti del pianeta non si fa la stessa cosa. E perché questo avvenga bisogna fare nuovi patti di redistribuzione, raggiungere nuovi compromessi economici, sociali e culturali. Porsi dei limiti per farli accettare anche ad altri.

Non si sfugge: il mondo è uno e può essere guidato solo da una comunità di stati, di governi e di cittadini che lo gestiscano insieme in una comune contrattazione e pianificazione. Con una idea non più rinviabile di eguaglianza e di equità. Utopie? No, nuove necessità. Nostalgie di un comunismo che la storia ha cancellato? No, deduzioni logiche dal rapporto economico di un ex dirigente della Banca mondiale. Sarebbe sbagliato per il momento aggiungere altro se non un “ben scavato vecchia talpa”.

 

 

Stern Review final report

Part I: Climate change: our approach (Chapters 1-2) Introduction
Chapter 1: The science of climate change
Chapter 2: Economics, ethics and climate change
Chapter 2 Technical annex: Ethical frameworks and intertemporal equity
Part II: Impacts of climate change on growth and development (Chapters 3-6) Introduction
Chapter 3 How climate change will affect people around the world
Chapter 4 Implications of climate change for development
Chapter 5 Costs of climate change in developed countries
Chapter 6 Economic modelling of climate change impacts
Part III: The economics of stabilisation (Chapters 7-13) Introduction
Chapter 7 Projecting the growth of greenhouse gas emissions
Chapter 8 The challenge of stabilisation
Chapter 9 Understanding the costs of mitigation
Chapter 10 Macroeconomic models of costs
Chapter 11 Structural change and competitiveness
Chapter 12 Opportunities and wider benefits from climate policies
Chapter 13 Defining a goal for climate change policy
Part IV: Policy responses for mitigation (Chapters 14-17) Introduction
Chapter 14 Harnessing markets to reduce emissions
Chapter 15 Carbon markets in action
Chapter 16 Accelerating technological innovation
Chapter 17 Beyond carbon markets and technology
Part V: Policy responses for adaptation (Chapters 18-20) Introduction
Chapter 18 Understanding the economics of adaptation
Chapter 19 Adaptation policies: key principles and applications in the developed world
Chapter 20 The role of adaptation in sustainable development
Part VI: International collective action (Chapters 21-27) Introduction
Chapter 21 Framework for understanding international collective action for climate change
Chapter 22 Creating a global price for carbon
Chapter 23 Supporting the transition to a low carbon economy in developing countries
Chapter 24 Promoting effective international cooperation on technology
Chapter 25 Reversing emissions from land use change
Chapter 26 International support for adaptation
Chapter 27 Building international co-operation on climate change

Stern Review Index
Independent Reviews Index

 


#1635 Da: "mcsilvan_\@libero\.it" <mcsilvan_@...>
Data: Mar 7 Nov 2006 1:22 pm
Oggetto: Re: Inoltra: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie rinnovabili
mcsilvan_@...
Invia email Invia email
 
> vi annuncio invece che i compagni "sinistri" finnici quando si mettono a
> parlare di natura parlano di boschi, di foreste e degli alberi con una
> competenza tale che voi ve la sognate :-)))

personalmente prendo in considerazione solo i popoli che sono competenti di
calcio :-)

mi permetto inoltre di segnalarti questo testo

The Greening of Marxism

http://www.powells.com/cgi-bin/biblio?inkey=61-1572301198-0

nel link c'è l'indice

saluti

mcs

#1636 Da: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
Data: Mar 7 Nov 2006 4:26 pm
Oggetto: Marx e la natura
gennarolasca
Invia email Invia email
 
In allegato uno dei testi migliori che ho letto sul rapporto fra il pensiero
di Marx e le condizioni naturali dell'esistenza degli uomini (ecologia, per
dirla con un termine moderno). Gli studi di Bellamy Foster, e quelli di Paul
Burkett, hanno tutti i pregi e i limiti di un approccio prevalentemente
accademico. Sono ottimi per chi voglia orientarsi nelpensiero di Marx, ma
sono piuttosto carenti, per lo stesso motivo, quanto a innovazione e
creatività teorica.
In ogni caso il testo fa giustizia di decenni di critiche realmente
ingiustificate al pensiero di Marx. Per dirne una: la critica secondo cui
per Marx non terrebbe in considerazione il ruolo della natura nella
creazione (ripresa pari pari da uno studioso importante come
Georgescu-Roegen), laddove Marx afferma espressamente il contrario. Critiche
che in effetti sembrano scambiare la vulgata staliniana per il marxismo.
Foster ristabilisce la centralità che ha nel pensiero di Marx l'interscambio
fra uomo e natura, aspetto ancora vivo in teorici come Kautsky, Bucharin,
Lenin prima che il rullo compressore dello stalinismo liquidasse l'ampia
corrente "conservazionista" che si era sviluppata nella russia
rivoluzionaria su impulso dello stesso Lenin.

#1637 Da: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
Data: Mar 7 Nov 2006 11:58 pm
Oggetto: Re: La proposta della presidenza finalndese Ue: il lavoratore potrà «scegliere» una settimana lunga 60 ore
satakieli2000
Invia email Invia email
 
Tipicamente finlandese...
be' la proposta è già caduta..ma in Finlandia i quotidiani ne parlano, brevemente,  portando ad esempio gli orari di lavoro dei medici..di operai nemmeno una parola ho letto..
grazie per la notizia
Tuula
 
----- Original Message -----
Sent: Tuesday, November 07, 2006 8:19 AM
Subject: [marxiana] La proposta della presidenza finalndese Ue: il lavoratore potrà «scegliere» una settimana lunga 60 ore

Ecco i punti più «controversi»
Opt out, flessibilità per 12 mesi,tempo «di guardia» decurtato
A. D’Arg. Da il Manifesto 6.11.06  p. 11
Ecco i punti più controversi della pessima proposta finlandese.
Orario maratona. La durata massima dell’orario di lavoro viene fissata a 48 ore, ma, «volontariamente», il lavoratore potrà prolungarle fino a 60, calcolate su una media di «tre mesi». L’accordo tra impiegato e datore di lavoro che "scelgono" l’opt out avrà durata massima di un anno, rinnovabile. «Ogni lavoratore - specifica poi il testo - potrà ritirare il suo assenso durante i primi tre mesi dalla firma, con effetto immediato, informando il datore di lavoro per iscritto». I dati sul lavoratore in opt out dovranno essere conservati e messi a disposizione dell’autorità competente.
E la sua clausola di revisione. È questa la pietra del contendere. Ogni Stato membro che decide di utilizzare l’opt out dovrà inviare, dopo i primi 2 anni di attuazione e dopo una consultazione con le parti sociali, un rapporto alla Commissione Ue indicando «ragioni, settori, attività e numero di lavoratori in opt-out, oltre agli effetti sulla loro salute e sicurezza», in pratica delle cavie. Allo scadere del terzo anno, Bruxelles presenterà un rapporto comulativo accompagnato «se necessario», da proposte «appropriate per ridurre gli orari eccessivi». Dopodiché ogni Stato dovrà esaminare l’uso che fa dell’opt out «in vista di una sua fine graduale». Spagna, Francia, Italia chiedevano di fissare un termine massimo di anni all’uso dell’opt out, invece di questo meccanismo che di fatto ne rinvia ad altra data un’eventuale eliminazione.
Peggio 12 che 4. Gli Stati potranno decidere di introdurre ancora più flessibilità nell’orario di lavoro calcolando la media settimanale di 48 ore non su 4 mesi come accade ora ma su 12. Il cambio di calcolo potrà avvenire per accordo collettivo tra le parti sociali o per legge o decreto-legge, emanato dopo consultazioni con le parti sociali.
Tempo di guardia. Sempre dopo un accordo collettivo o per legge, previa consultazione delle parti sociali, gli Stati potranno escludere il tempo di guardia «inattivo» (sonno, pasti o altro) dal conteggio dell’orario di lavoro. Così si "viene incontro" alla maggioranza dei paesi che si lamentano dei costi del sistema sanitario, perché l’attuale normativa Ue considera tempo di lavoro «tutte le ore di guardia». E guarda caso sulla «guardia», come sul riposo compensativo si registra il maggior numero di infrazioni. Con la nuova direttiva non ci saranno più infrazioni, ma magari qualche rischio in più per la salute pubblica.

Tempo infido nei cieli di Bruxelles
Martedì i 25 discutono per cambiare l’orario di lavoro
La proposta della presidenza finalndese Ue: il lavoratore potrà «scegliere»
una settimana lunga 60 ore

Alberto d’argenzio
Bruxelles
Il tempo stringe per la direttiva europea sull’orario di lavoro. Martedì la Presidenza finlandese ha riunito i ministri del lavoro dei 25 per un consiglio straordinario con all’ordine del giorno la revisione di questa norma comunitaria, da mesi campo di battaglia politico tra chi vuole totale mano libera per le imprese sull’orario di lavoro, come il Regno unito, e chi, almeno a parole, vuole un miglior equilibrio tra vita professionale e personale, come Francia e Spagna. E il tempo stringe perché la Germania, prossima Presidenza di turno della Ue non ha alcuna voglia di trovarsi tra i piedi questo dossier assai conflittuale a livello sociale e sindacale, e soprattutto perché la Commissione ha già pronta la procedura di infrazione per ben 23 Stati membri su 25, tutti "fuorilegge" secondo l’attuale testo della direttiva - che risale al 1993, emendato nel 2000.
Oggi solo Italia e Lussemburgo «rispettano la normativa»; 19 paesi la infrangono sul tempo di guardia; 21 sul riposo compensativo; 4 sul periodo in cui viene calcolato l’orario massimo di lavoro e altri 4 sull’opt out individuale, ossia sulla rinuncia "volontaria" al limite massimo di ore settimanali.
Ma tutte le infrazioni verrebbero sanate di colpo con la nuova direttiva, che di fatto regolarizzerebbe ciò che finora è proibito; ossia l’opt out (la "scelta" dell’orario tendente all’infinito); la possibilità di calcolare l’orario di lavoro sulla media di un anno e non di 4 mesi; e l’esclusione dal conteggio dell’orario di lavoro del riposo durante i turni di guardia - che invece la Corte di giustizia definisce tempo «lavorato».
Per mettere ancora più fretta ai 25 la Commissione potrebbe far partire le procedure di infrazione, già pronte, in ondate successive, dando priorità ai casi più gravi ma soprattutto iniziando a incriminare «quelli che hanno messo i bastoni tra le ruote dell’accordo», sottolinea un esperto del dossier. Nel mirino di Bruxelles potrebbe così finire chi vuole normalizzare l’opt out, come Londra, ma anche chi, ipocritamente, dice di non volere possibili orari maratona, ma poi abusa delle maglie larghe della legge per praticare l’opt out di fatto, come Francia, Spagna e Grecia.
Per concludere un’intesa, la Presidenza finlandese presenterà martedì una nuova proposta che si muove su un asse assai pericoloso. Il limite massimo di 48 ore di lavoro settimanale diverrebbe un limite "soft", leggero, completato da un limite invalicabile di 60 ore. In più, verrebbe permesso l’opt out individuale, come chiede il Regno unito, la cui legislazione pone come tetto massimo 78 ore settimanali. Inoltre verrebbe inserita una «clausola di revisione» di tale opt out, ed è proprio su questo punto che al momento verte la battaglia politica. «E’ tutto tranne che una clausola di revisione - attacca un diplomatico italiano - in realtà perpetua senza limiti l’opt out individuale. È piuttosto una clausola di rinvio sine die". La pensano così anche Spagna e Francia, ma Londra ha con sé la maggioranza degli Stati, soprattutto grazie all’appoggio dei nuovi membri dell’est.
Soddisfatta l’Unice, la Confindustria europea, che però punta ancora più in alto: vorrebbe un opt out ancora più semplice, soprattutto per le piccole e medie imprese, e che il conteggio dell’orario di lavoro su un anno, e non su quattro mesi, diventasse la regola, non l’eccezione. Critica con la proposta è invece la Ces, la Confederazione dei sindacati europei, secondo cui «lavorare più di 48 ore è pericoloso». Ancora più critico l’europarlamento, tanto sull’«opt out volontario», che di volontario non ha quasi nulla vista l’impossibilità di scegliere in cui spesso si trova il lavoratore, quanto sul conteggio delle ore di riposo durante le guardie. «In prima lettura - spiega Alejandro Cercas, relatore del rapporto su questa direttiva - avevamo cercato di trovare un equilibrio tra salute, sicurezza e flessibilità, ora la proposta finlandese continua a privilegiare la flessibilità». Cercas invita i 25 a rivedere al meglio e non al peggio l’accordo votato dal Parlamento l’anno scorso, e promette battaglia nell’Eurocamera in seconda lettura. Intanto è chiaro che l’orologio procede al contrario: era il 1919 quando la Oit, l’organizzazione internazionale dei lavoratori, fissava in 48 ore il limite massimo lavorativo per settimana. Ora i 25 rischiano di mandarlo in soffitta.
 
Proposta inaccettabile per la Fiom
Sabina Petrucci: «Daremo battaglia a Bruxelles. Ma si muova anche la politica»
Carla Casalini
Una delle posizioni più decise contro lo stravologimentro dell’orario di lavoro è quella della Fiom, il sindacato italiano dei metalmeccanici Cgil. «Non poteva finire che così», commenta la responsabile Fiom per l’Europa, Sabina Petrucci, di fronte all’ipotesi della nuova Proposta finalndese. Il compromesso al ribasso votato dall’europarlamento, in effetti, rischiava di sboccare in un ulteriore peggioramento, una volta arrivato nelle mani della Commissione, dei governi, di altri interessi.
«Noi continueremo a dare battaglia e a fare pressione sui parlamentari italiani perché i diritti dei lavoratori e le condizioni di lavoro e vita di milioni di persone in Europa siano tutelate, e abbiano voce», garantisce Petrucci. E di fronte all’eventualità di una accelerazione nella riunione di Bruxelles martedì prossimo, la dirigente sindacale annuncia: «la Fiom farà pressione sulla Fem, la Federazione dei sindacati metalmeccanici europei, perché si possa prendere una posizione comune chiara, prima di martedì».
Già il «compromesso» votato dal parlamento europeo era stato subito dichiarato «inaccettabile» dalla Fiom - a differenza delle posizioni più possibiliste di altri sindacati - perché prevedeva una possibile flessibilità di «48 ore settimanali» di lavoro per 12 mesi , nonostante prescrivesse l’obbligo della contrattazione, perché nei fatti permetteva di prolungare per un intero anno l’orario. Così come l’opt out, previsto anche solo per 3 anni, «minava alle fondamenta la contrattazione collettiva, e la rappresentanza collettiva, dei lavoratori», sottolinea Petrucci.
Su due punti in particolare la Fiom fissa i suoi obiettivi imprescindibili: eliminazione dell’opt out; e riduzione del periodo di flessibilità a 48 ore per un massimo di 4 mesi. Certo, la battaglia non sarà semplice, giacché già la stessa posizione della Cgil ci pare un po’ più "morbida", per non parlare della blanda critica della europea Ces, che per strada si è ulteriormente stinta.
Con Petrucci, discutiamo della strada minacciosa perseguita dai vertici di Bruxelles. «La discussione in Europa e nella Commissione - conferma - su alcuni temi che coinvolgono i diritti dei lavoratori sta diventando preoccupante. E sarà presto in discussione anche la Direttiva sul «distacco dei lavoratori». Per intenderci, se ad esempio una società croata vince un appalto in Italia, e vi «distaccano» i suoi dipendenti, potrebbe regolarli con i, più bassi, salari e diritti della legge croata



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#1638 Da: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
Data: Mer 8 Nov 2006 2:23 pm
Oggetto: Obsolescent Capitalism di Samir Amin - Reviewed by John Paul
gennarolasca
Invia email Invia email
 
Socialism or Barbarism's new order
Obsolescent Capitalism: Contemporary Politics and Global Disorder
Samir Amin
2003, Zed Books
208 pages

Reviewed by John Paul
http://www.africanreviewofbooks.com/Review.asp?offset=30&book_id=115

It is well over a year since George W. Bush put on a jaunty flight suit and
under a banner reading ``MISSION ACCOMPLISHED'' triumphantly declared the
end of major combat operations after his 2003 invasion of Iraq - and the
killing continues. More than 100,000 US soldiers are hunkered down in armed
enclaves near all Iraq's major cities, held at bay by a ragtag army.
Roadside bombs kill occupiers and civilians alike. Iraqi police are daily
targets and the US marines talk of "occupying and pacifying" cities that are
hotbeds of resistance, in an eerie reminiscence of a south east Asian war a
generation earlier, where villages were destroyed to save them and one Colin
Powell secured his rapid rise to the Pentagon when he took part in the
official cover-up of a massacre of civilians in a remote hamlet called Mai
Lai.

The thin veil of liberation has been thrown away, exposing the reality of
occupation, suppression and torture. Popular movements pressing for
democracy in Iraq have been swept aside by a US military aware and terrified
that a free election will produce a regime that is inimical to the US and
unwilling to accept the continued presence of western soldiers in the living
room of the Islamic world.

Meanwhile back in Washington, three books by White House insiders have
opened a window on an administration ruled by a narrow circle of
neoconservatives with the express aim of extending US influence and
maintaining a military presence in the gulf. In Western Europe the movements
that drew millions to march in protest against the war are largely silenced.
British Prime Minister Tony Blair has weathered the outrage of a people who
opposed the war before it began and then rallied around the flag once the
first bombs fell. Only in Spain, where massive outrage at the war and its
attendant polarisation of the world into western and Islamic poles, did
people topple a conservative government and win their demand for the
withdrawal of troops.

The events in the first half of 2004 underscore the introduction to Samir
Amin's new book, Obsolescent Capitalism where he bluntly says:
"Democracy is either marking time or in retreat: it is everywhere under
threat."
The book, published after September 11, 2001 and before the invasion of
Iraq, tries to provide a theoretical underpinning to explain why Bush and
Blair risked discontent at home through a long and bloody occupation of
Iraq. Be warned though. This book is not light reading.

Amid bookshops filled with best-sellers exposing Bush's war on working
people in America and a plethora of  texts raging against the system, from
Michael Moore's Stupid White Men to George Monbiot's The Age of Consent, a
Manifesto for a New World Order, Amin tries to look below the surface. While
others are content to describe in the vaguest terms the corporate takeover
of America or the rise of the neo-cons, Amin turns to good old historical
materialism and Marxism to find the motive forces, the underlying pressures
that pushed the world to war.

Amin argues that a crisis in capitalist production is behind the drive by
the US to expand its influence through military force. This new take on a
well used Marxist tool leads him to argue that much of the history of the
past century was in fact one dominated by war and crisis. The economic
optimism of the early part of the 20th century was soon replaced by the
despondency, bloodshed and horror of two world wars followed by another half
century of cold war that was scarcely less bloody.

To be sure, the period after the Second World War was one of economic boom,
led by the rise of social democracies in a shattered Europe, development in
the Third World and rapid growth of the Soviet economy.

Amin argues that "the dual defeat of fascism and old-style colonialism had
created a conjuncture in which it was possible for popular classes and
nations subject to capitalist expansion to impose ways of regulating the
accumulation of capital" - in other words for a brief period until the mid
1970s, a self-confident working class was able to impose some order on
capitalism and demand a fairer share of the wealth of society.

That brief summer of contentment came to an end because of the inability to
completely control a system based on "unmediated short-term interests" - the
greed of those who provide capital and their need to earn returns on their
investments. By 1968 there was too much capital sloshing around the world
and not enough profitable places in which to invest. Investment and growth
rates began to decline and inequality rose. The way out of this crisis for
those who owned capital was to change the rules of the game, to chip away at
the foundations of the welfare states established a generation earlier; to
reduce the share of wealth going to working people and diverting it to the
profits of the owners of capital. The last quarter of the century was
"catastrophic for the working classes and peripheral nations" while creating
new billionaires championing the cause of globalisation. Still, they could
only defer the crisis of falling profits and economic stagnation, not solve
it.

Amin asks the chicken-egg-question of American hegemony, namely whether its
political and military power stems from its military power - or whether in
fact political and economic power come from the barrel of a gun. He then
argues that a close analysis of the US economy reveals that it is far weaker
than one would imagine and is propped up by a "parasitism" that allows the
world's superpower to suck capital from the rest of the world. The only way
it can do that is through exerting its will over the rest of the world.

In a bid to maintain corporate profits the US has since 1991 embarked on a
"project for world hegemony" that has allowed it to pry open markets in
developing countries for its products and open new investment opportunities
for its capital. That project has been underpinned by a military expansion
that allows it to impose its will as the world's remaining superpower:

"Is it not strange that Bush Senior's first war was to control the Gulf
(supposedly threatened by Iraq) and that Bush Junior's first war openly
aimed to wrest control of Central Asia from post-Soviet Russia - and was
also a war for oil,'' Amin asks rhetorically in reference to the US invasion
of Afghanistan.
Even so, Amin argues, the economic crisis facing capitalism can't be solved
by what he calls the "militarisation of globalisation and that in fact
continued efforts by the US will push the world to a state of permanent
disorder. Two possibilities emerge from this. The first is a long transition
to socialism, while the second is "catastrophe and the suicide of humanity".
The argument, which echoes the "socialism or barbarism" espoused by the
pre-second world war German socialist Rosa Luxemburg, leads Amin to the
conclusion that a new left needs to be built that builds solidarity between
working people in both the developed and undeveloped world, the north and
south.

This movement should, he says, concentrate first on rebuilding a multipolar
world to dismantle US hegemony and press for social reforms. It is at this
point that Amin throws the door open to dialogue on the exact form of both
the social movements that will press for change and for the nature of change
that should be achieved. He uses the term "post-capitalist society" and then
qualifies it by saying immediately that it's a deliberately imprecise term -
that while he would tend to call it communist, there is no reason to dismiss
any other humanist visions of society. In the end, Amin concludes with what
is really a plea, rather than a blueprint - a cry, not a plan, that calls
for maximum unity on the left to rally all political forces, ideological
currents and social movements.



John Paul is a South African journalist working in London

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#1639 Da: "Tuula Haapiainen" <tuula.haapiainen@...>
Data: Mer 8 Nov 2006 11:09 pm
Oggetto: Re: Inoltra: [societasolare] Radio Rai 3 sulle energie rinnovabili
satakieli2000
Invia email Invia email
 
----- Original Message -----
From: <mcsilvan_@...>
T
personalmente prendo in considerazione solo i popoli che sono competenti di
calcio :-)

ma i finnici hanno elogiato anche gli ebanisti italiani...come capacità
incommensurabili..
..caro mcs, metti i piedi per terra, dalla tua università..:)..per calcio
c'è sempre tempo!! :-))))

mi permetto inoltre di segnalarti questo testo

The Greening of Marxism

di questo ti ringrazio di cuore
a presto,
alla prossima a Giovanni
Tuula

http://www.powells.com/cgi-bin/biblio?inkey=61-1572301198-0

nel link c'è l'indice

saluti

mcs




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#1640 Da: "Gennaro Scala" <gennarolasca@...>
Data: Gio 9 Nov 2006 11:28 am
Oggetto: Collective puts Marx's Das Kapital on stage
gennarolasca
Invia email Invia email
 
Collective puts Marx's Das Kapital on stage


Jess Smee in Berlin
Thursday November 9, 2006
The Guardian
http://arts.guardian.co.uk/news/story/0,,1943016,00.html




There is no wedding, no romantic interest and no plot to speak of. Instead
the reader of Karl Marx's epic work, Das Kapital, is treated to a lengthy
treatise on the division of labour and capitalist modes of production,
offered up in long, convoluted sentences.
Yet none of this has deterred a German theatre group from achieving the
seemingly impossible: bringing the huge classic on economic theory to the
stage.

Not since Proust was serialised has a dramatist faced such a gargantuan
task - turning catchy topics such as "the production of absolute surplus
value" into a crowd puller.



To that purpose, the stage of the Düsseldorfer Schauspielhaus is bedecked
with bookcases and a bust of Marx. Eight people - selected from among the
few who have read the book from cover to cover - tell their own stories,
creating a theatrical collage where Marx forms the common thread.
The play, Kapital: Volume One, is the brainchild of Rimini Protokoll, a
collective of young German directors who have made a name for themselves in
"documentary theatre".

In Kapital, the participants make up a diverse bunch. There is a staunch
Marxist who rails against Coca-Cola and the evils of consumer society, a
socialist singer from the former communist east Germany, and a blind
call-centre worker who dreams of going on Who Wants to be a Millionaire.

In an unusual take on audience participation, every theatregoer gets a bound
book - Volume 23 of the Collected Works of Marx and Engels.

Reading the complete volume aloud, with analysis to work out what is being
said, would mean a theatre audience having to sit and watch for an entire
year. But the Rimini Protokoll directors have kept their version to the more
manageable length of one evening.

The collective says, however, that every performance is different,
reflecting the spontaneity of a play that was rehearsed for only three
weeks.

Rimini Protokoll have had recent sellout shows, such as Blaiberg und
Sweetheart 19, which included former heart transplant patients alongside
people who had sought love on lonely hearts websites.

Marx based his book on 30 years of research into capitalist production in
industrial England. The play, which made its debut on Saturday, has left
some critics less than gripped. "Most of it remains something of a lecture
which, like all lectures, is at times dry and boring," the Süddeutsche
Zeitung newspaper reported.

After its Düsseldorf run the play will be shown in Berlin, Frankfurt and
Zurich.

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