Entra
Nuovo su Yahoo! Gruppi? Registrati

(*) Manutenzione programmata: Stiamo realizzando un intervento di manutenzione per migrare l'agenda del gruppo ad una versione molto migliorata dell'agenda di Yahoo!. Durante la manutenzione, potresti non avere accesso al calendario dei tuoi gruppi. Ci scusiamo per l'inconveniente, cercheremo di essere il più veloce possibile - Il Team di Yahoo! Gruppi

marxiana

Informazioni sul Gruppo

? Già Iscritto? Entra su Yahoo!

Suggerimenti

Lo sapevi che...
Puoi cercare nel gruppo tutti i messaggi inviati.

Messaggi

  Messaggi Aiuto
Avanzata
Messaggi 272 - 301 di 9600   Più nuovo  |  < Più recente  |  Meno recente >  |  Più vecchio
Messaggi: Mostra riassunti messaggi   (Raggruppa per argomento) Disponi per data v  
#301 Da: andrea <andreamartocchia@...>
Data: Ven 1 Ott 2004 12:12 pm
Oggetto: Caro-petrolio ? Facciamolo pesare solo sui redditi ...
andreamartoc...
Offline Offline
Invia email Invia email
 
G7:PETROLIO NON FA PAURA, PER ORA; NO A SGRAVI FISCALI/ANSA
WASHINGTON, 30 SET (dall´inviato Daniele Alegiani
Sagnotti) - Le economie dei paesi occidentali non temono il
caro-petrolio. Malgrado la corsa, i prezzi arrivati sopra i 50
dollari a barile non sembrano costituire un pericolo reale per
la crescita economica, almeno per il momento. Anche se,
ovviamente, l´impennata dei prezzi del greggio è considerato il
rischio principale per la ripresa economica ed è al primo punto
delle riunioni autunnali del Fondo Monetario Internazionale e
della Banca Mondiale che si svolgeranno tra domani e domenica
a Washington. In particolare di quella del G7, che quest´anno
sarà arricchita da una prima: gli Stati Uniti, che hanno la
presidenza di turno, hanno invitato il nuovo colosso
dell´economia mondiale, la Cina, alla quale è stata dedicata
una cena di lavoro.
     I ministri finanziari dei Sette Grandi arrivano a Washington
con una base di analisi condivisa di fronte all´impennata dei
prezzi del petrolio. Le economie occidentali oggi sono molto
più preparate ad affrontare lo choc petrolifero in atto da
alcuni mesi rispetto a quelli del passato. Gli sherpa di
ministri e governatori concordano poi che a differenza di quanto
successe negli anni ´70 o nel ´91 quello di oggi non è uno choc
temporaneo, ma è invece strutturale, causato dal fatto che gli
approvvigionamenti sono diventati ´sottili´ e che lo resteranno
ancora per svariato tempo.
     Un ragionamento che sembra spiazzare l´accusa principe delle
associazioni dei consumatori italiani: una riduzione delle
accise sulla benzina per ridurre l´impatto del caro-petrolio.
Se é uno choc strutturale dovuto ad un problema di offerta,
bisogna piuttosto puntare al risparmio e quindi - sintetizzano
così il ragionamento ambienti del G7 - non serve a niente usare
la leva fiscale. E si sottolinea che i paesi dove le imposte sui
carburanti sono basse stanno ragionando sulla possibilità di
aumentarle, come è il caso della Svezia.
     Ovviamente il caro-petrolio ha un effetto negativo sulla
crescita. Si calcola che un aumento del 25% porta ad una
riduzione di 0,3 punti percentuali in due anni e ad un rincaro
dei prezzi dello 0,6%. L´effetto sarà maggiore nei paesi che
hanno una più alta dipendenza dal petrolio, come l´Italia. Ma
oggi non si profila la spirale inflazionistica che caratterizzò
le crisi petrolifere del passato e che costituisce il rischio
maggiore di questo tipo di situazioni. A conferma di questo si
cita l´andamento dei tassi di mercato, che invece di alzarsi si
sono abbassati (la curva dei rendimenti punta ad allontanare il
momento del rialzo) perché le aspettative di inflazione sono
basse grazie alla maggiore credibilità delle banche centrali e
alla accresciuta flessibilità del mercato del lavoro. In
estrema sintesi questo vuol dire che il caro-petrolio dovrebbe
scaricare gran parte dei suoi effetti negativi solo sui redditi,
riducendo una tantum il potere di acquisto.
      Il caro-petrolio non è considerato nemmeno pericoloso più
di tanto per il cambio, con il rapporto tra euro e dollaro che
sembra per il momento stabilizzato intorno a 1,21-1,22. I
problemi possono venire piuttosto dallo squilibrio delle partite
correnti degli Stati Uniti, finanziato da flussi provenienti
principalmente dall´Asia. E qui si arriva all´ospite di onore di
questo G7, la Cina, che da sola possiede uno stock di titoli di
stato americani che valgono 450 miliardi di dollari. Il voler
mantenere l´aggancio tra yuan e dollaro è considerato un
elemento di distorsione del mercato e costringe Pechino a
mantenere bassi i tassi anche in presenza di un´economia che
cresce ad un ritmo dell´8% con l´inflazione al 5%. Quello che
servirebbe, quindi, è una politica monetaria più restrittiva.
     Si parlerà anche di aiutare lo sviluppo dei paesi più in
difficoltà. Per quanto riguarda il gruppo dei cosiddetti Hipc,
i più poveri e più indebitati, una quarantina di paesi in
maggioranza africani, si discuterà intorno alla proposta
dell´amministrazione Bush di annullare la totalità del loro
debito anche con le istituzioni internazionali dopo quello
bilaterale. Non sono attesi grandi progressi, mentre il
Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown parlerà della sua
idea di cartolarizzare i futuri aiuti allo sviluppo crando un
fondo presso la Banca Mondiale.
     Qualche passo avanti potrebbe essere fatto per l´Iraq. Gli
americani vogliono che sia cancellato fino al 95% del suo debito
- 38 miliardi di dollari nei confronti del Club di Parigi ma il
suo valore commerciale è ormai sceso a zero - mentre Francia e
Germania non vogliono arrivare oltre il 50-60%. Questo per non
favorire il nuovo governo di Baghdad rispetto ad altri paesi in
crisi. Si cercherà una mediazione per cercare di chiudere, come
previsto, la questione entro fine anno.

#300 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Mer 29 Set 2004 2:17 pm
Oggetto: Crisis looms due to weak dollar
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Crisis looms due to weak dollar
Jiang Ruiping
2004-09-28 05:26
http://www.chinadaily.com.cn/english/doc/2004-09/28/content_378253.htm


Many international institutions and renowned scholars
have recently warned that the possibility of a US
dollar slump is increasing and may even lead to a new
round of "US dollar crisis."

Since China holds huge amounts of
US-dollar-denominated foreign exchange reserves, the
authorities should consider taking prompt measures to
ward off possible risks.

It is still too early to conclude if the US dollar is
heading towards a crisis. But it is an indisputable
fact that it has gone down continually. Its rate
against the euro, for example, has dropped by 40 per
cent since its peak period and it lost 20 per cent of
its value against the euro last year alone.

It is becoming more and more evident that the
possibility of a further slump of the US dollar is
increasing.

From a domestic perspective, the worsening fiscal
deficit will put great pressure on the stability of
the US dollar.

In 2001 when the Bush administration was sworn in, the
United States enjoyed a US$127.3 billion surplus. The
large-scale tax cuts, economic cool-down, invasion of
Iraq and anti-terrorism endeavours have abruptly
turned the surplus into a US$459 billion deficit,
which accounts for 3.8 per cent of the US gross
domestic product (GDP).

By the 2004 fiscal year, the US Government's
outstanding debt stood at US$7.586 trillion,
accounting for 67.3 per cent of its GDP, which exceeds
the internationally accepted warning limit.

The deteriorating current account deficit of the
United States is another factor menacing the future
fate of the dollar.

In recent years, the US policy that restricts exports
of high-tech products, coupled with overly active
domestic consumption and the oil trade deficit caused
by rising oil prices, has deteriorated the US current
account balance. This poses a great threat to a stable
US dollar.

During the 1992-2001 period, the average US current
account deficit was US$189.9 billion. In 2002 and
2003, however, the figure soared to US$473.9 billion
and US$530.7 billion respectively. Experts predict
that following its increasing imports in the wake of
its economic recovery and continuing high oil prices,
the United States will hardly see its current account
balance improve.

Given the huge US current account deficit, the US
dollar, if it is to remain relatively stable, must be
backed up by an influx of foreign direct investment
(FDI).

In 1998, 1999 and 2000, FDI that flowed into the
United States was US$174.4 billion, US$283.4 billion
and US$314 billion respectively. Starting from 2001,
however, global direct investment began to shrink and
US-oriented direct investment also decreased. In 2003,
FDI into the United States was 44.9 per cent less than
that in the previous year.

The decrease in FDI will put more pressure on the US
dollar, which has been endangered by the huge US
current account deficit.

Internationally, the Japanese Government's
intervention in the foreign exchange market may become
less frequent following the gradual recovery of the
Japanese economy.

To deter the Japanese yen's appreciation and promote
exports, the Japanese Government used to intervene in
the foreign exchange market to keep the yen at a
relatively low level. In 2003 alone, it put in 32.9
trillion yen (US$298.76 billion) to purchase the US
dollar. The intervention constituted a major deterrent
to US dollar devaluation.

As the Japanese economy fares better, the Japanese
Government tends to back away from the market. Since
April, it has not taken any steps to swing its foreign
exchange market.

Another factor behind the risks of a US dollar slump
is the weakened role of the so-called "oil dollar."

Given the deteriorating relations between the United
States and the Arab world, quite a few Middle Eastern
oil-exporting countries have begun to increase the
proportion of the euro used in international
settlement. Reportedly Russia is also going to follow
suit.

If an "oil euro" is to play an ever increasing role in
international trade, the US dollar will suffer.

In China's case, its rapidly increasing foreign
exchange reserve will incur substantial losses if the
US dollar continues to weaken.

At the end of 2000, China's foreign exchange reserve
was US$165.6 billion. By the end of 2002, it rocketed
to US$286.4 billion before it soared to US$403.3
billion by the end of 2003. By the end of June this
year, the reserve was registered at a staggering
US$470.6 billion.

About two thirds of the reserve is dominated by the US
dollar. As the dollar goes down, China will suffer
great financial losses.

Experts estimate that the recent US dollar devaluation
has caused more than US$10 billion to be wiped from
the foreign exchange reserve.

If the so-called US dollar crisis happens, China will
suffer further loss.

The high concentration of China's foreign exchange
reserve in US dollars may also incur losses and bring
risks.

The low earning rate of US treasury bonds, which is
only 2 per cent, much lower than investment in
domestic projects, could cost China's capital dearly.

Due to high expectations of US treasury bonds,
international investors used to eagerly purchase the
bonds, which leads to bubbles in US treasury bond
transactions. If the bubble bursts, China will suffer
serious losses.

Moreover, since the Chinese trading regime requires
its foreign trade enterprises to convert their foreign
currencies into yuan, the more foreign exchange
reserves China accumulates, the more yuan the Chinese
authorities will need to put in the market. This will
exert more pressure on the already serious inflation
situation, making it harder for the central
authorities to conduct macro-economic regulation.

Besides, investing most of its foreign exchange
reserves in US treasury bonds also holds great
political risks.

To ward off foreign exchange risks, China needs to
readjust the current structure, increasing the
proportion of the euro in its foreign exchange
reserves.

Considering the improving Sino-Japanese trade
relations, more Japanese yen may also become an
option. During the January-June period this year, the
proportion of China's trade volume with the United
States, Japan and Europe to its total trade volume was
36.5 per cent, 28.6 per cent and 37.4 per cent
respectively. Obviously, seen from the perspective of
foreign trade relations, the US dollar makes up too
large a proportion of China's foreign exchange
reserves.

China could also encourage its enterprises to "go
global" to weaken its dependence on US treasury bonds.

And using US assets to increase the strategic resource
reserves, such as oil reserves, could be another
alternative.


(China Daily 09/28/2004 page6)




___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#299 Da: "Antonio Pagliarone" <antonio.pagliarone@...>
Data: Mer 29 Set 2004 11:17 am
Oggetto: Fw: Controinchiesta sul rapimento delle due italiane
antonio.pagliarone@...
Invia email Invia email
 
 
----- Original Message -----
Sent: Wednesday, September 29, 2004 8:05 AM
Subject: Controinchiesta sul rapimento delle due italiane

 
 
Contro-inchiesta (e ricostruzione) del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta
 
 
Questa mia inchiesta non è stata accettata da nessun giornale con cui collaboro né da altra testata giornalistica italiana. L'unico giornale che ha ricostruito lo scenario del rapimento Pari-Torretta attraverso informative e documentazioni ufficiali raccolte da Rita Pennarola è stato il mensile La Voce della Campania che ormai da anni combatte assieme al suo direttore Andrea Cinquegrani la sua solitaria battaglia contro il potere della camorra e l'idiozia del giornalismo italiano, sopravvivendo con dignità nonostante le querele milionarie e le minacce continue. Nessuno ha avuto decenza di dedicare del tempo allo studio, alla ricerca degli elementi sino ad ora raccolti dai servizi segreti e dai magistrati. Nessuno. Presi dal vortice cadenzato come un metronomo delle Ansa, dalle notizie battute dagli uffici stampa militar! i, nessuno ha voluto ricercare con calma e taglio scientifico cosa poteva esserci dietro il rapimento in Iraq delle due volontarie italiane di "Un Ponte per..."...

Nessuno ha voluto indagare o forse nessuno ha preferito farlo visto che ciò che in ultima somma ne vien fuori è una situazione di incredibile connivenza di poteri che fanno del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta un nodo gordiano insolvibile.

Il sequestro delle due Simona che ieri un messaggio lanciato nel web vuole addirittura assassinate, è strettamente legato al sequestro dei quattro "impiegati" italiani sequestrati in Iraq: Fabrizio Quattrocchi, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino. Questo sequestro invero rientra in una logica di conflitto le cui parti in causa nessuna inchiesta ha voluto svelare ed i cui motivi sono talmente chiari da avere il ben fondato dubbio che ci sia una generale e pervicace volontà di non lasciarli emergere compiendo una vera e propria scelta di censura.

Cercherò di almanaccare i diversi elementi e congetturare con gli strumenti della ragione e della ricostruzione il reale motivo del sequestro. Iniziamo.

Le informative dei servizi segreti italiani dichiarano che la scelta di sequestrare le due volontarie italiane non è stata casuale, si dichiara che i testimoni sfuggiti al sequestro parlano di un commando che voleva proprio le due giovani donne e che non avendo le loro foto le cercava con agitazione e soprattutto come principali obiettivi dell'operazione. Per comprendere il motivo della scelta di due italiane legate all'organizzazione "Un Ponte per..." come obiettivo di un'azione di rapimento bisogna procedere a ritroso ed arrivare sino al 2003 quando la giovane Valeria Castellani arriva in Iraq.

Questa intraprendente ragazza arriva a Bassora collaborando con i volontari dell'associazione "Un Ponte per..." e lavora ad un progetto particolarmente interessante ovvero permettere al dattero irakeno, in assoluto il migliore al mondo, di potersi nuovamente imporre sul mercato. La qualità del dattero di Bassora, il celebre Al Bakhri, è stato fortemente danneggiato dall'embargo poiché l'impossibilità di esportarlo ha costretto alla rovina la parte maggiore delle fattorie irakene che coltivavano i datteri. A valutare tale progetto sembrerebbe che la Castellani è una giovane piena di idee ed energia, proprio come i giornali cattolici (come Famiglia Cristiana) la considerano e descrivono.

Nell'aprile 2004 però dopo l'uccisione di Quattrocchi notiamo che il nome di Valeria Castellani viene iscritto nel registro degli indagati dai pm della Procura di Genova, Francesca Nanni e Nicola Piacente all'interno delle indagini sul sequestro e la morte di Quattrocchi. Come mai una impegnata volontaria viene inscritta nel registro degli indagati? Cosa mai potrà centrare una donna votata al progetto del rilancio dell'agricoltura irakena senza alcun scopo di profitto personale, con la melmosa vicenda di Quattrocchi?

A ben scavare nei dati e nelle carte giudiziarie viene fuori che Valeria Castellani risulta essere una rampante manager di Dts Itc. Security, l'azienda con sede nel Nevada (USA) che recluta gli addetti alla sicurezza privata in Iraq. Castellani ufficialmente risulta essere l'amministratrice dell'azienda Dts.

Per comprendere come una giovane vicentina figlia della piccola borghesia possa arrivare ad essere amministratore di un'azienda americana capace di fatturare cifre altissime perché fornisce contratti per la protezione dei membri del Congresso americano in visita in Iraq, bisogna andare ad indagare sul suo compagno, Paolo Simeoni. Anche quest'ultimo, genovese di 32 anni, è entrato in Iraq attraverso le associazioni non governative.

In quanto esperto di operazioni di sminamento e bonifica del territorio Simeoni ha collaborato con "Un Ponte per..." e soprattutto con Intersos organizzazione umanitaria nata con il finanziamento delle confederazioni sindacali. Paolo Simeoni è un ex incursore del Battaglione San Marco, poi nella Legione Straniera a Gibuti e in Somalia, successivamente andato in missioni in Africa, Kosovo Afghanistan ed alla fine in Iraq. Diviene nel 2002 un volontario umanitario delle ong, approfittando delle sue qualità di sminatore riesce ad essere ben voluto ed anzi richiesto da molte ong.

Ma ben altro ha in mente che bonificare terreni minati. Conosce perfettamente le logiche dei paesi in guerra e sa bene che non esiste cosa più redittizia che fornire servizi militari alle truppe in difficoltà. La sicurezza privata è un business che tende progressivamente ad aumentare con l'impossibilità delle truppe militari regolari di monitorare le strutture che vengono ad edificarsi. Costruzione di aziende, il viaggio dei tir, spostamento di civili e politici, cantieri. La necessità di guardie private si è palesata dalle prime ore della guerra irakena. Ed un occhio esperto lo comprende nell'immediato.

Paolo Simeoni infatti fonda in un primo momento la Naf Security amministrata dalla Castellani con sede in Iraq, ma per la particolare situazione di paese invaso la Naf non riesce a vicere neanche un appalto. Le gare sono vinte solo da aziende degli USA. La coppia Simeoni-Castellani non demorde, muta in brevissimo tempo tutto e riescono a fondare in America la Dts Security. L'azienda è la medesima, identico amministratore, stessi impiegati, cambia solo il nome e la sede che infatti sarà in Nevada negli USA. Ciò gli basta per vincere le gare d'appalto.

Vengono così chiamati dall'Italia gli amici di Simeoni, tra cui Fabrizio Quattrocchi. Sfortuna però volle che gli USA decisero di non inviare più politici in Iraq, troppo pericoloso e così il motivo primo della Dts Security sembrò svanire. La versatilità imprenditoriale però non ha limite e così tutti gli impiegati piuttosto che tornare indietro iniziarono ad essere "piazzati" dall'azienda a difesa del personale delle multinazionali americane ed in altre operazioni di tutela di cittadini e di aziende americane.

Così la Dts Security in breve tempo diviene una sorta di azienda capace di fornire difese a tutti coloro, imprese ed uomini stranieri, che essendo esposti ne avevano bisogno. Diviene in molti territori dell'Iraq un esercito parallelo a tutela del flusso di capitali che giunge in iraq sottoforma di macchinari, politici, o trivelle. La nostra coppia Castellani-Simeoni quindi si è recata in Iraq attraverso le ong ma giunta una volta sul luogo dopo pochissimo tempo ha portato avanti il suo progetto di edificare un azienda di scorta e servizio armato.

Insomma Paolo Simeone e Valeria Castellani hanno utilizzato le associazioni non governative per inserirsi su un territorio con la massima agilità e copertura, poi lentamente hanno mutato la loro prassi hanno abbandonato il loro lavoro di volontariato iniziando ad impegnarsi sul piano imprenditoriale. Del resto quale migliore copertura che quella del volontariato quando si è in luoghi di guerra?

Ogni sospetto sulla possibilità di fornire mercenari svanisce dinanzi al passepartout dell'impegno civile e sociale. Valeria Castellani a Vicenza era nota per una sua spiccata simpatia per la estrema destra ma dopo la sua partecipazione alla missione di Intersos in Afghanistan e dopo aver collaborato con "Un Ponte per..." in Iraq, beh ha indossato una robusta panoplia di purezza.

A questo punto si comprende facilmente che le due Simona sono state rapite per una logica interna ai servizi di sicurezza privati. Del resto i primi a dare notizia di come era avvenuto il rapimento sono stati proprio Simeone e Castellani. Insomma erroneamente con grande probabilità viene attaccata "Un Ponte per..." e vengono sequestrate Simona Pari e Simona Torretta al fine di attaccare l'agenzia di protezione che ha avuto persone in qualche modo provenienti dall'associazione.

Ora bisogna comprendere se le organizzazioni non governative, se le associazioni di volontariato che utilizzano i contatti con queste persone sapevano chi erano questi personaggi oppure hanno subito un operazione d'infiltrazione. E' facile del resto poter entrare in un'operazione di volontariato. Volontà e serietà oltre che competenza sono gli elementi di scelta nessun'altra selezione è presente. Oltre che sommarie indagini sui propri volontari le ong non hanno spesso la forza di conoscere a fondo i personaggi che decidono di partire per i propri progetti spesso, tra l'altro, deficitari di individui.

O seguendo invece una tesi opposta si potrebbe ipotizzare che le ong preferiscono avere dei rapporti come dire, strategici con questi personaggi capaci di avere le mani dappertutto e contatti in ognidove. L'unico ambito su cui bisogna (e spero di non dover dire bisognava) è proprio quello delle agenzie che garantisco servizio privato e "soldati a pagamento".

Hanno mentito politici, media, giornalisti distratti o zittiti da direttori scrupolosi maestrini delle verità d'ufficio. Invece di inventare mediazioni, mediatori, e colpi di scena televisivi bisogna riflettere sul ruolo fondamentale di queste aziende di protezione che nella strategia dello scacchiere irakeno vengono considerate dalla guerriglia vere e proprie spine nel fianco perchè tappano i buchi aperti delle truppe d'invasione.

I gruppi guerriglieri, i nuclei terroristi hanno ovviamente tutto l'interesse di porre in crisi le organizzazioni private che garantiscono protezione a personaggi ed aziende che l'esercito USA non riuscirebbe a proteggere in misura adeguata. Le due ragazze volontarie ora sono nelle mani di individui che per motivi radicalmente diversi dal loro ruolo in Iraq le usano come strumento di pressione vero il governo italiano che finge ovviamente di non sapere in qual senso il rapimento è stato messo in pratica.

L'associazione "Un Ponte per..." che da anni cerca di organizzare in Iraq progetti che hanno l'esclusivo imperativo di concedere dignità e possibilità di vita ad una civiltà devastata da decenni di embargo prima ed ora da un'assurda guerra. "Un Ponte per..." ha iniziato a lavorare in Iraq molto prima che sulle sue città devastate si accendessero i riflettori delle tv di mezzo mondo. Un lavoro certosino, continuo, diuturno.

Era prioritario che il Ministro degli Esteri cercasse di smentire il frainteso dei gruppi terroristi ovvero di idenfiticare le due ragazze in relazione all'azienda di servizi di sicurezza. Era fondamentale che si facesse riferimento alla totale estranietà di queste ragazze al mondo "italiano" delle scorte e dei mercenari. Ma in questa vicenda sembra che più che a cuore del ritorno delle due donne ci sia la volontà non di far emergere la cancrena dei rapporti economici di imprenditori italiani che riescono ad entrare nel succulento mercato iracheno attraverso la mediazione militare dei servizi di scorta che ovviamente sapranno far pendere la bilancia dalla parte degli industriali italiani quando ve ne sarà bisogno.

Godere di un esercito parallelo, non controllato dai media, che non conosce divise e morti dichiarate è forse in questa guerra l'elemento più delicatamente fondamentale ancor più perchè invisibile all'occhio ed all'orecchio dell'Occidente. Queste due donne pagano sulla propria pelle le scelte imprenditoriali di alcuni italiani che ben hanno saputo dove affondare i canini della finanza ed ora spolpano l'osso dell'Iraq facendo finire tra le ferine ganasce due donne innocenti che in Iraq non erano per guadagnare stipendi lussuosi come militari ed imprenditori ma per portare avanti reali progetti di crescita sociale.

Indagare e riflettere sulle aziende italiane che in Iraq speculano ed investono, capire che la gestione dei mercenari, in breve, è nelle mani di organizzazioni private italiane, questo è l'ambito unico su cui bisogna ragionare.

Mentre Rai e Mediaset continuano a mandare in onda i volti dolci e sorridenti delle due giovani ragazze non viene pronunciata su questa vicenda che una bugia perenne.

Roberto Saviano
redazione@...

 

 



__________ Informazione NOD32 1.880 (20040928) __________

Questo messaggio è stato controllato dal Sistema Antivirus NOD32
http://www.nod32.it

#298 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 26 Set 2004 11:15 am
Oggetto: CONGRES MARX INTERNATIONAL IV (29 sept. - 2 Oct.)
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
---------------------------- Original Message
--------------
Subject: CONGRES MARX INTERNATIONAL IV (29 sept. - 2
Oct.)
From:    "Dominique Levy" <levy@...> Date:

Sat, September 25, 2004 1:45 am To:
-----------------------------------------------------------

_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/

  [Francais] [English] [Espanhol]

CONGRES MARX INTERNATIONAL IV "Guerre Impériale -
Guerre Sociale" Du 29 septembre au 2 octobre 2004
http://netx.u-paris10.fr/actuelmarx/

Le quatrième Congrès Marx International, organisé par
Actuel Marx, va se tenir à Paris du 29 septembre au 2
octobre (à la  Sorbonne et à l'université Paris
10-Nanterre), autour du thème général "Guerre
Impériale - Guerre Sociale". Le congrès est construit
sur la base de "sections scientifiques": Philosophie,
Economie, Droit, Histoire, Sociologie, Culture,
Sciences politiques, Socialisme, Rapports sociaux et
genre, Ecologie, Etudes Marxistes. Des plenums
interdisciplinaires rassemblent chaque soir l'ensemble
des congressistes. Toute l'information est fournie sur
le site d'Actuel Marx (adresse ci-dessus). Nous serons
heureux de vous accueillir, vous-mêmes, ou vos
contacts auxquels vous auriez transmis ce message.
Nous attachons à ce message le programme de la section
Economie, dont nous sommes responsables.

The fourth Marx International Congress, organized by
Actuel Marx, will be held in Paris between September
29 and October 2 (Sorbonne and Nanterre University),
around the general theme "Imperial War and Class War".
  The congress is organized by "scientific sections":
Philosopy, Economics, Law, History, Sociology,
Culture, Political Science, Socialism, Genders,
Ecology, Marxist Studies. Every night all participants
meet in interdisciplinary plenums. Information is
available on the web page of Actuel Marx (address
above). We will be happy to welcome you there,
yourself and people, which whom you are in touch, to
which you would have forwarded this message. We attach
to this message the program of the economic section,
of which we are responsible.

El cuarto congreso Marx Internacional, organizado por
Actuel Marx, tendra lugar en Paris del 29 de
septiembre al 2 de octubre (en la Sorbona y en la
Universidad de Paris 10-Nanterre), sobre el tema
general "Guerra imperial - Guerra social". El Congreso
esta construido con base en "secciones cientificas":
Filosofia, Economia, Derecho, Historia, Sociologia,
Cultura, Ciencias politicas, Socialismo, Relaciones
sociales, Relaciones de género, Ecologia, Estudios
marxistas. Las plenarias interdisciplinarias reuniran
cada noche al conjunto de los congresistas. Toda la
informacion esta en el sitio de Actuel Marx (ver
direccion arriba). Estaremos contentos de acogerlos, a
Uds. o a las personas a las que Uds. hayan transmitido
este mensaje. Adjunto enviamos el programa de la
seccion Economia, de la que somos responsables.

_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/

Gerard DUMENIL, 39 rue d'Estienne d'Orves,  92260
Fontenay-aux-Roses, tel: 01 47 02 62 37
dumenil@...

Dominique LEVY, Cepremap-Ens, 48 bd Jourdan, 75014
Paris, tel: 01 43 13 62 62 levy@...

Page Web / Home Page  :
http://www.cepremap.ens.fr/levy/

_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/




___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#297 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Gio 23 Set 2004 9:43 pm
Oggetto: Novak says Bush plan is to withdraw
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
[A-List] Novak says Bush plan is to withdraw
http://archives.econ.utah.edu/archives/a-list/2004w38/msg00009.htm

To: <a-list@xxxxxxxxxxxxxxxxxxx>
Subject: [A-List] Novak says Bush plan is to withdraw

From: "Stan Goff" <sherrynstan@xxxxxxxxxxxxx>
Date: Mon, 20 Sep 2004 09:05:23 -0400

[Who knows how much credence to give this conservative
columnist, but he has demonstrated in the past that he
has inside sources near the White House.  This gives
support to Kolko's thesis that Bush is the lesser of
two evils from the anti-imperialist perspective, only
from a slightly different (political) angle.  Bush
will be a lame duck and there is no political
liability for him.  Kerry, on the other hand, must be
mindful of a second term.  -SG]

Quick exit from Iraq is likely  September 20, 2004  BY
ROBERT NOVAK SUN-TIMES COLUMNIST

Inside the Bush administration policymaking apparatus,
there is strong feeling that U.S. troops must leave
Iraq next year. This determination is not predicated
on success in implanting Iraqi democracy and internal
stability. Rather, the officials are saying: Ready or
not, here we go.

This prospective policy is based on Iraq's national
elections in late January, but not predicated on
ending the insurgency or reaching a national political
settlement. Getting out of Iraq would end the
neoconservative dream of building democracy in the
Arab world. The United States would be content having
saved the world from Saddam Hussein's quest for
weapons of mass destruction.

The reality of hard decisions ahead is obscured by
blather on both sides in a presidential campaign. Six
weeks before the election, Bush cannot be expected to
admit even the possibility of a quick withdrawal. Sen.
John Kerry's political aides, still languishing in
fantastic speculation about European troops to the
rescue, do not even ponder a quick exit. But Kerry
supporters with foreign policy experience speculate
that if elected, their candidate would take the same
escape route.

Whether Bush or Kerry is elected, the president or
president-elect will have to sit down immediately with
the Joint Chiefs of Staff. The military will tell the
election winner there are insufficient U.S. forces in
Iraq to wage effective war. That leaves three
realistic options: Increase overall U.S. military
strength to reinforce Iraq, stay with the present
strength to continue the war, or get out.

Well-placed sources in the administration are
confident Bush's decision will be to get out. They
believe that is the recommendation of his national
security team and would be the recommendation of
second-term officials. An informed guess might have
Condoleezza Rice as secretary of state, Paul Wolfowitz
as defense secretary and Stephen Hadley as national
security adviser. According to my sources, all would
opt for a withdrawal.

Getting out now would not end expensive U.S.
reconstruction of Iraq, and certainly would not stop
the fighting. Without U.S. troops, the civil war cited
as the worst-case outcome by the recently leaked
National Intelligence Estimate would be a reality. It
would then take a resolute president to stand aside
while Iraqis battle it out.

The end product would be an imperfect Iraq, probably
dominated by Shia Muslims seeking revenge over long
oppression by the Sunni-controlled Baathist Party. The
Kurds would remain in their current semi-autonomous
state. Iraq would not be divided, reassuring
neighboring countries -- especially Turkey -- that are
apprehensive about ethnically divided nations.

This messy new Iraq is viewed by Bush officials as
vastly preferable to Saddam's police state,
threatening its neighbors and the West. In private,
some officials believe the mistake was not in toppling
Saddam but in staying there for nation building after
the dictator was deposed.

  Abandonment of building democracy in Iraq would be a
terrible blow to the neoconservative dream. The Bush
administration's drift from that idea is shown in
restrained reaction to Russian President Vladimir
Putin's seizure of power. While Bush officials would
prefer a democratic Russia, they appreciate that Putin
is determined to prevent his country from
disintegrating as the Soviet Union did before it. A
fragmented Russia, prey to terrorists, is not in the
U.S. interest.

The Kerry campaign, realizing that its only hope is to
attack Bush for his Iraq policy, is not equipped to
make sober evaluations of Iraq. When I asked a Kerry
political aide what his candidate would do in Iraq, he
could do no better than repeat the old saw that help
is on the way from European troops. Kerry's foreign
policy advisers know there will be no release from
that quarter.

In the Aug. 29 New York Times Magazine, columnist
David Brooks wrote an article (''How to Reinvent the
GOP'') that is regarded as a neo-con manifesto and not
popular with other conservatives.

''We need to strengthen nation states,'' Brooks wrote,
calling for ''a multilateral nation-building
apparatus.'' To chastened Bush officials, that sounds
like an invitation to repeat Iraq instead of making
sure it never happens again.






___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#296 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Gio 23 Set 2004 11:42 am
Oggetto: Why Bush May Well Be The Lesser Evil
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Interessante rovesciamento della logica del
lesser-evilism
----


Why Bush May Well Be The Lesser Evil
Elections, Alliances and the American Empire
By GABRIEL KOLKO
http://www.counterpunch.org/kolko09132004.html

[This essay by historian Gabriel Kolko is excerpted
from CounterPunch's must-have new book, Dime's Worth
of Difference: Beyond the Lesser of Two Evils, now
available from CounterPunch/AK Press.]

Alliances have been a major cause of wars throughout
modern history, removing inhibitions that might
otherwise have caused Germany, France and countless
nations to reflect much more cautiously before
embarking on death and destruction. The dissolution of
all alliances is a crucial precondition of a world
without wars.

The United States' strength, to an important extent,
has rested on its ability to convince other nations
that it was to their vital interests to see America
prevail in its global role. With the loss of that
ability there will be a fundamental change in the
international system, a change whose implications and
consequences may ultimately be as far-reaching as the
dissolution of the Soviet bloc. The scope of America's
world role is now far more dangerous and ambitious
than when Communism existed, but it was fear of the
USSR that alone gave NATO its raison d'etre and
provided Washington with the justification for its
global pretensions. Enemies have disappeared and new
ones--many once former allies and congenial
states--have taken their places. The United States, to
a degree to which it is itself uncertain of, needs
alliances. But even friendly nations are less likely
than ever to be bound into complaisant "coalitions of
the willing'.

Nothing in President Bush's extraordinarily vague
doctrine, promulgated on September 19, 2002, of
fighting "preemptive" wars, unilaterally if necessary,
was a fundamentally new departure. Since the 1890s,
regardless of whether the Republicans or Democrats
were in office, the U.S. has intervened in countless
ways--sending in the Marines, installing and
bolstering friendly tyrants--in the western hemisphere
to determine the political destinies of innumerable
southern nations. The Democratic Administration that
established the United Nations explicitly regarded the
hemisphere as the U.S. sphere of influence, and at the
same time created the IMF and World Bank to police the
world economy.

Indeed, it was the Democratic Party that created most
of the pillars of postwar American foreign policy,
from the Truman Doctrine in 1947 and NATO through the
institutionalization of the arms race and the core
illusion that weapons and firepower are a solution to
many of the world's political problems. So the
Democrats share, in the name of a truly "bipartisan"
consensus, equal responsibility for both the character
and dilemmas of America's foreign strategy today.
President Jimmy Carter initiated the Afghanistan
adventure in July 1979, hoping to bog down the Soviets
there as the Americans had been in Vietnam. And it was
Carter who first encouraged Saddam Hussein to confront
Iranian fundamentalism, a policy President Reagan
continued.

In his 2003 book The Roaring Nineties Joseph E.
Stiglitz, chairman of the President's Council of
Economic Advisers from 1993 to 1997, argues that the
Clinton Administration intensified the "hegemonic
legacy" in the world economy, and Bush is just
following along. The 1990s, Stiglitz writes, was "A
decade of unparalleled American influence over the
global economy" that Democratic financiers and fiscal
conservatives in key posts defined, "in which one
economic crisis seemed to follow another." The U.S.
created trade barriers and gave large subsidies to its
own agribusiness but countries in financial straits
were advised and often compelled to cut spending and
"adopt policies that were markedly different from
those that we ourselves had adopted." The scale of
domestic and global peculation by the Clinton and Bush
administrations can be debated but they were enormous
in both cases. In foreign and military affairs, both
the Clinton and Bush administrations have suffered
from the same procurement fetish, believing that
expensive weapons are superior to realistic political
strategies. The same illusions produced the Vietnam
War--and disaster. Elegant strategies promising
technological routes to victory have been with us
since the late 1940s, but they are essentially public
relations exercises intended to encourage more orders
for arms manufacturers, justifications for bigger
budgets for the rival military services. During the
Clinton years the Pentagon continued to concoct
grandiose strategies, demanding--and getting--new
weapons to implement them. There are many ways to
measure defense expenditures over time but--minor
annual fluctuations notwithstanding--the consensus
between the two parties on the Pentagon's budgets has
flourished since 1945. In January 2000 Clinton added
$115 billion to the Pentagon's five-year plan, far
more than the Republicans were calling for. When
Clinton left office the Pentagon had over a half
trillion dollars in the major weapons procurement
pipeline, not counting the ballistic missile defense
systems, a pure boondoggle that cost over $71 billion
by 1999. The dilemma, as both CIA and senior Clinton
officials correctly warned, was that terrorists were
more likely to strike the American homeland than some
nation against which the military could retaliate.
This fundamental disparity between hardware and
reality has always existed and September 11, 2001
showed how vulnerable and weak the U.S. has become, a
theme readers can explore in my book, Another Century
of War?

The war in Yugoslavia in the spring of 1999 brought to
a head the future of NATO and the alliance, and
especially Washington's deepening anxiety regarding
Germany's possible independent role in Europe. Well
before Bush took office, the Clinton Administration
resolved never again to allow its allies to inhibit or
define its strategy. Bush's policies, notwithstanding
the brutal way in which they have been expressed or
implemented, follow directly and logically from this
crucial decision. NATO members' refusal to contribute
the soldiers and equipment essential to end warlordism
and allow fair elections to be held in Afghanistan (it
sent five times as many troops to Kosovo in 1999), is
the logic of America's bipartisan disdain for the
alliance.

But the world today is increasingly dangerous for the
U. S. and communism's demise has called into
fundamental question the core premises of the
post-1945 alliance system. More nations have nuclear
weapons and means of delivering them; destructive
small arms are much more abundant (thanks to swelling
American arms exports which grew from 32 percent of
the world trade in 1987 to 43 percent in 1997); there
are more local and civil wars than ever, especially in
regions like Eastern Europe which had not experienced
any for nearly a half-century; and there is
terrorism--the poor and weak man's ultimate weapon--on
a scale that has never existed. The political,
economic, and cultural causes of instability and
conflict are growing, and expensive weapons are
irrelevant--save to the balance sheets of those who
make them.

So long as the future is to a large degree--to
paraphrase Defense Secretary Donald
Rumsfeld--"unknowable", it is not in the national
interest of America's traditional allies to perpetuate
the relationships created from 1945 to 1990. Through
ineptness and a vague ideology of American power that
acknowledges no limits on its global ambitions, the
Bush Administration has lunged into unilateralist
initiatives and adventurism that discount
consultations with its friends, much less the United
Nations. The outcome has been serious erosion of the
alliance system upon which U.S. foreign policy from
1947 onwards was based. With the proliferation of
destructive weaponry and growing political
instability, the world is becoming increasingly
dangerous--and so is membership in alliances.

If Bush is reelected then the international order may
be very different in 2008 than it is today, let alone
1999. Regardless of who is the next president, there
is no reason to believe that objective assessments of
the costs and consequences of its actions will
significantly alter America's foreign policy
priorities over the next four years. If the Democrats
win they will attempt, in the name of "progressive
internationalism", to reconstruct the alliance system
as it existed before the Yugoslav war of 1999, when
the Clinton Administration turned against the veto
powers built into NATO's structure. There is important
bipartisan support for resurrecting the Atlanticism
that Bush is in the process of smashing, and it was
best reflected in the Council on Foreign Relations'
banal March 2004 report on the "transatlantic
alliance", which Henry Kissinger helped direct and
which both influential Republicans and Wall Street
leaders endorsed. Traditional elites are desperate to
see NATO and the Atlantic system restored to their old
glory. Their vision, premised on the expansionist
assumptions that have guided American foreign policy
since 1945, was best articulated the same month in a
book, The Choice: Global Domination or Global
Leadership, by Zbigniew Brzezinski, who was Carter's
National Security adviser. Brzezinski rejects the Bush
Administration's counterproductive rhetoric that so
alienates former and potential future allies. But he
regards American power as central to stability in
every part of world and his global vision no less
ambitious than the Bush Administration's. He is for
the U.S. maintaining "a comprehensive technological
edge over all potential rivals" and calls for the
transformation of "America's prevailing power into a
co-optive hegemony--one in which leadership is
exercised more through shared conviction with enduring
allies than by assertive domination". Precisely
because it is much more salable to past and potential
allies, this traditional Democratic vision is far more
dangerous than that of the inept, eccentric melange
now guiding American foreign policy.

But vice-president Richard Cheney, Donald Rumsfeld,
and the neoconservatives and eclectic hawks in Bush's
administration are oblivious to the consequences of
their recommendations or to the way they shock
America's overseas friends. Many of the President's
key advisers possess aggressive, essentially academic
geopolitical visions that assume overwhelming American
military and economic power. Eccentric interpretations
of Holy Scripture inspire yet others, including Bush
himself. Most of these crusaders employ an amorphous
nationalist AND MESSIANIC rhetoric that makes it
impossible to predict exactly how Bush will mediate
between very diverse, often quirky influences, though
thus far he has favored advocates of wanton use of
American military might throughout the world. No one
close to the President acknowledges the limits of its
power--limits that are political and, as Korea and
Vietnam proved, military too.

Kerry voted for many of Bush's key foreign and
domestic measures and he is, at best, an indifferent
candidate. His statements and interviews over the past
months dealing with foreign affairs have mostly been
both vague and incoherent, though he is explicitly and
ardently pro-Israel and explicitly for regime-change
in Venezuela. His policies on the Middle East are
identical to Bush's and this alone will prevent the
alliance with Europe from being reconstructed. On
Iraq, even as violence there escalated and Kerry
finally had a crucial issue with which to win the
election, his position has been indistinguishable from
the President's. "Until" an Iraqi armed force can
replace it, Kerry wrote in the April 13 Washington
Post, the American military has to stay in
Iraq--"preferably helped by NATO." "No matter who is
elected president in November, we will perservere in
that mission" to build a stable, pluralistic
Iraq--which, I must add, has never existed and is
unlikely to emerge in the foreseeable future. "It is a
matter of national honor and trust." He has promised
to leave American troops in Iraq for his entire first
term if necessary, but he is vague about their
subsequent departure. Not even the scandal over the
treatment of Iraqi prisoners evoked Kerry's criticism
despite the fact it has profoundly alienated a
politically decisive segment of the American public.

His statements on domestic policy in favor of fiscal
restraint and lower deficits, much less tax breaks for
large corporations, are utterly lacking in voter
appeal. Kerry is packaging himself as an economic
conservative who is also strong on defense spending--a
Clinton clone--because that is precisely how he feels.
His advisers are the same investment bankers who
helped Clinton get the nomination in 1992 and then
raised the funds to help him get elected and then
defined his economic policy. The most important of
them is Robert Rubin, who became Treasury secretary,
and he and his cronies are running the Kerry campaign
and will also dictate his economic agenda should he
win. These are the same men whom Stiglitz attacks as
advocates of the rich and powerful.

Kerry is, to his core, an ambitious patrician educated
in elite schools and anything but a populist. He is
neither articulate nor impressive as a candidate or as
someone who is able to formulate an alternative to
Bush's foreign and defense policies which themselves
still have far more in common with Clinton's than they
have differences. To be critical of Bush is scarcely
justification for wishful thinking about Kerry,
although every presidential election produces such
illusions. Although the foreign and military policy
goals of the Democrats and Republicans since 1947 have
been essentially consensual, both in terms of
objectives and the varied means--from covert to overt
warfare--of attaining them, there have been
significant differences in the way they were
expressed. This was far less the case with Republican
presidents and presidential candidates for most of the
twentieth century, and men like Taft, Hoover,
Eisenhower, or Nixon were very sedate by comparison to
Reagan or the present rulers in Washington. But style
can be important and inadvertently, the Bush
administration's falsehoods, rudeness, and preemptory
demands have begun to destroy an alliance system that
for the world's peace should have been abolished long
ago. In this context, it is far more likely that the
nations allied with the U. S. in the past will be
compelled to stress their own interests and go their
own ways. The Democrats are far less likely to
continue that exceedingly desirable process, a process
ultimately much more condusive to peace in the world.
They will perpetuate the same adventurism and
opportunism that began generations ago and that Bush
has merely built upon, the same dependence on military
means to solve political crises, the same interference
with every corner of the globe as if America has a
divinely ordained mission to muck around with all the
world's problems. The Democrats' greater finesse in
justifying these policies is therefore more dangerous
because they will be made to seem more credible and
keep alive alliances that only reinforce the U.S.'
refusal to acknowledge the limits of its power. In the
longer run, Kerry's pursuit of these aggressive goals
will lead eventually to a renewal of the dissolution
of alliances, but in the short-run he will attempt to
rebuild them and European leaders will find it
considerably more difficult to refuse his demands than
if Bush stays in power--and that is to be deplored.

The Stakes For The World

Critics of American foreign policy will not rule
Washington after this election regardless of who wins.
As dangerous as he is, Bush's reelection is much more
likely to produce the continued destruction of the
alliance system that is so crucial to American power
in the long run. Facts in no way imply moral judgments
if we merely identify them. One does not have to
believe that "worse is better" but we have to consider
candidly the foreign policy consequences of a renewal
of Bush's mandate, not the least because it is likely.


Bush's policies have managed to alienate innumerable
nations. Even America's firmest allies--such as
Britain, Australia, and Canada--are compelled to ask
themselves if issuance of blank checks to Washington
is in their national interest or if it undermines the
tenure of parties in power. Foreign affairs, as the
terrorism in Madrid dramatically showed in March, are
too explosively volatile to permit uncritical
endorsement of American policies and parties in power
can pay dearly, as in Spain, where the people were
always overwhelmingly opposed to entering the war and
the ruling party snatched defeat from the jaws of
victory. More important, in terms of cost and price,
are the innumerable victims among the people. The
nations that have supported the Iraq war
enthusiastically, particularly Britain, Italy, the
Netherlands, and Australia, have made their
populations especially vulnerable to terrorism. They
now have the expensive responsibility of trying to
protect them.

The Washington-based Pew Research Center report on
public opinion released on March 16, 2004 showed that
a large and rapidly increasing majority of the French,
Germans, and even British want an independent European
foreign policy, reaching 75 percent in France in March
2004 compared to 60 percent two years earlier. The
U.S. "favorability rating" plunged to 38 percent in
France and Germany. But even in Britain it fell from
75 to 58 percent and the proportion of Britain's
population who supported the decision to go to war in
Iraq dropped from 61 percent in May 2003 to 43 percent
in March 2004. Blair's domestic credibility, after the
Labour Party placed third in the June 10 local and
European elections, is at its nadir. Right after the
political debacle in Spain the president of Poland,
where a growing majority of the people has always been
opposed to sending troops to Iraq or keeping them
there, complained that Washington "misled" him on
Iraq's weapons of mass destruction and hinted that
Poland might withdraw its 2,400 troops from Iraq
earlier than previously scheduled. In Italy, by last
May 71 percent of the people favored withdrawing the
2,700 Italian troops in Iraq no later than June 30,
and leaders of the main opposition have already
declared they will withdraw them if they win the
spring 2006 elections--a promise they and other
antiwar parties in Britain and Spain used in the
mid-June European Parliament elections to increase
significantly their power. The issue now is whether
nations like Poland, Italy, or The Netherlands can
afford to isolate themselves from the major European
powers and their own public opinion to remain a part
of the increasingly quixotic and unilateralist
American-led "coalition of the willing". The political
liabilities of remaining staying close to Washington
are obvious, the advantages non-existent.

What has happened in Spain is a harbinger of the
future, further isolating the American government in
its adventures. Four more nations of the 30-some
members of the "coalition of the willing" have already
withdrawn their troops, and the Ukraine--with its
1,600 soldiers--will soon follow suit. The Bush
Administration sought to unite nations behind the Iraq
War with a gargantuan lie--that Hussein had "weapons
of mass destruction" --and failed spectacularly.
Meanwhile, terrorism is more robust than ever and its
arguments have far more credibility in the Muslim
world. The Iraq War energized Al Qaeda and has tied
down America, dividing its alliances as never before.
Conflict in Iraq may escalate, as it has since March,
creating a protracted armed conflict with Shiites and
Sunnis that could last many months, even years. Will
the nations that have sent troops there keep them
there indefinitely, as Washington is increasingly
likely to ask them to do? Can the political leaders
afford concession to insatiable American demands?

Elsewhere, Washington opposes the major European
nations on Iran, in part because the neoconservatives
and realists within its own ranks are deeply divided,
and the same is true of its relations with Japan,
South Korea, and China on how to deal with North
Korea. America's effort to assert its moral and
ideological superiority, crucial elements in its
postwar hegemony, is failing--badly.

America's justification for its attack on Iraq
compelled France and Germany to become far more
independent on foreign policy, far earlier, than they
had intended or were prepared to do. In a way that was
inconceivable two years ago NATO's future role is now
being questioned. Europe's future defense arrangements
are today an open question but there will be some sort
of European military force independent of NATO and
American control. Germany and France strongly oppose
the Bush doctrine of preemption. Tony Blair, however
much he intends to continue acting as a proxy for the
U.S. on military questions, must return Britain to the
European project, and his willingness since late 2003
to emphasize his nation's role in Europe reflects
political necessities. To do otherwise is to alienate
his increasingly powerful neighbors and risk losing
elections.

Even more dangerous, the Bush Administration has
managed to turn what was in the mid-1990s a blossoming
cordial friendship with the former Soviet Union into
an increasingly tense relationship. Despite a 1997
non-binding American pledge not to station substantial
numbers of combat troops in the territories of new
members, NATO last March incorporated seven East
European nations and is now on Russia's very borders
and Washington is in the process of establishing an
undetermined but significant number of bases in the
Caucasus and Central Asia. Russia has stated
repeatedly that U.S. encirclement requires that it
remain a military superpower and modernize its
delivery systems so that it will be more than a match
for the increasingly expensive and ambitious missile
defense system and space weapons the Pentagon is now
building. It has 5,286 nuclear warheads and 2,922
intercontinental missiles to deliver them. We now see
a dangerous and costly renewal of the arms race.

Because it regards America's ambitions in the former
Soviet bloc as provocation, Russia threatened in
February of this year to pull out of the crucial
Conventional Forces in Europe treaty, which has yet to
come into force. "I would like to remind the
representatives of [NATO]", Defense Minister Sergei
Ivanov told a security conference in Munich last
February, "that with its expansion they are beginning
to operate in the zone of vitally important interests
of our country." By dint of its increasingly
unilateral rampages, without U.N. authority, where
Russia's veto power on the Security Council is, in
Ivanov's wistful words-- one of the "major factors for
ensuring global stability", the U.S. has made
international relations "very dangerous." (See Wade
Boese, "Russia, NATO at Loggerheads Over Military
Bases," Arms Control Today, March 2004; Los Angeles
Times, March 26, 2004. ) The question Washington's
allies will ask themselves is whether their
traditional alliances have far more risks than
benefits--and if they are now necessary.

In the case of China, Bush's key advisers publicly
assigned the highest priority to confronting its
burgeoning military and geopolitical power the moment
they came to office. But China's military budget is
growing rapidly--12 per cent this coming year--and the
European Union wants to lift its 15-year old arms
embargo and get a share of the enticingly large
market. The Bush Administration, of course, is
strongly resisting any relaxation of the export ban.
Establishing bases on China's western borders is the
logic of its ambitions.

By installing bases in small or weak Eastern European
and Central Asian nations the United States is not so
much engaged in "power projection" against an
amorphously defined terrorism as again confronting
Russia and China in an open-ended context. Such
confrontations may have profoundly serious and
protracted consequences neither America's allies nor
its own people have any inclination to support. Even
some Pentagon analysts (see for example, Dr. Stephen
J. Blank's "Toward a New U.S. Strategy in Asia," U.S.
Army Strategic Studies Institute, February 24, 2004)
have warned against this strategy because any American
attempt to save failed states in the Caucasus or
Central Asia, implicit in its new obligations, will
risk exhausting what are ultimately its finite
military resources. The political crisis now wracking
Uzbekistan makes this fear very real.

There is no way to predict what emergencies will arise
or what these commitments entail, either for the U. S.
or its allies, not the least because--as Iraq proved
last year and Vietnam long before it--America's
intelligence on the capabilities and intentions of
possible enemies against which it blares its readiness
to "preempt" is so utterly faulty. Without accurate
information a state can believe and do anything, and
this is the predicament the Bush Administration's
allies are in. It is simply not to their national
interest, much less to the political interests of
those now in power or the security of their people, to
pursue foreign policies based on a blind, uncritical
acceptance of fictions or flamboyant adventurism
premised on false premises and information. Such
acceptance is far too open-ended, both in terms of
potential time and in the political costs involved. If
Bush is reelected, America's allies and friends will
have to confront such stark choices, a process that
will redefine and probably shatter existing alliances.
Many nations, including the larger, powerful ones,
will embark on independent, realistic foreign
policies, and the dramatic events in Spain have
reinforced this likelihood.

But the United States will be more prudent, and the
world will be far safer, only if it is constrained by
a lack of allies and isolated. And that is happening.

Gabriel Kolko is the leading historian of modern
warfare. He is the author of the classic Century of
War: Politics, Conflicts and Society Since 1914 and
Another Century of War?. He can be reached at:
kolko@....






___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#295 Da: "istcom2000" <istcom@...>
Data: Mer 22 Set 2004 12:00 pm
Oggetto: Lettere Istituto n.11 WOYTILIA
istcom2000
Offline Offline
Invia email Invia email
 
ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI
               KARL MARX – FRIEDRICH ENGELS
                   istcom@...
                     www.istcom.it

                Lettere dell'Istituto 11

Woytilia:
                 Dimenticanze interessate.

Premessa.
      Chi scrive non è affatto cattolico o credente,essendo un
materialista dialettico,
cionondimento si utilizza la terminologia propria della teologia
cattolica.

         Woytilia nella abitudinaria prolusione domenicale, Domenica
19. settembre. 2004, parlando della grave ondata di terrorismo e di
violenza ha posto il problema del
" Perché Dio permette tutto questo? Fino a quando?."
La risposta che ha dato è stata che dio stesso non ha risolto il
grave problema, lasciando tutto in un indistinto dominio del Male a
cui lo stesso suo figlio, Cristo, è stato sacrificato.
Questi i fatti.
         Adesso Woytilia non ha espresso affatto sul tema la teoria
della Chiesa Cattolica, Apostolica Romana. Non ha espresso affatto
l'elaborato della Patristica ; non ha  espresso l'elaborato di Ago-
stino d'Ippona ( noto come sant'Agostino ); meno che mai ha espresso
quello di Tommaso D'Aquino, massimo teorico della Chiesa ( noto come
san Tommaso ).
Woytilia, cioè, rompe in maniera netta ed eclatante con il Nuovo
Testamento, ripristinando su ta-le tema la vulgata trucida e
sanguinaria del Vecchio Testamento.

         La tematica costituisce una questione sempre dibattuta sin
dalle origini del cristianesimo.
La questione teologica è questa:
se dio è onnisciente, e quindi sa tutto, lui è a-tempo, ossia è
presente-passato-futuro, lui, quindi, sa già da ora cosa gli uomini
faranno e quindi quanto l'uomo fa non è che il disegno divino che si
realizza – noi stiamo qui seguendo la teologia cattolica;
se dio è onnipotente, e quindi è in grado di operare qualunque cosa,
è in grado di inter-venire sulle umane tragedie, in questo caso
l'attuale situazione con i suoi lutti ed efferatezze.
Ancora.
              Se il dolore, la sofferenza, la mortificazione sono
prove a cui il dio sottopone gli uomini, perché, poi, permette
atrocità tali che esulano ed oltrepassano il dolore come prova e
consente ad alcuni uomini ricchezze immani ed efferati crimini?

         La risposta che viene elaborata è la teoria del libero
arbitrio, ossia il fatto che il dio sappia non influisce sulle
scelte dell'uomo, che da solo sceglie tra il bene ed il male, avendo
il dio dato all'uomo la facoltà di discernere il bene dal male.
Quanto accade agli uomini è allora esclusivamente scelta degli
uomini; è unicamente opera degli uomini. Gli uomini sono cioè
responsabili del loro destino e sarà in base al loro aver operato
sulla base del discernimento tra il bene ed il male che essi si
conquisteranno o meno la grazie eterna.
Nel Nuovo Testamento questo concetto è ben espresso, quando Cristo
nell'orto di Getzemani im-plora aiuto al padre suo, il dio-Padre non
interviene in soccorso del figlio, giacché spettava al dio fatto
uomo, ossia a Cristo scegliere, senza alcun intervento che
alleviasse o allontanasse la prova.
         Tommaso D'Aquino, XIII secolo, dinanzi alla possente
offensiva dell'eccellente cultura araba – uno dei pilastri di tutta
la civiltà europea, oltre che della scienza moderna, che ovviamente
non ha nulla a che fare con l'islamismo e con teorie religiose arabe
varie – che poneva sul tappeto i pro-blemi della ricerca
scientifica, sollevando così le antinomie tra quanto nella Bibbia e
quanto la co-noscenza degli uomini, D'Aquino sviluppa ed elabora la
teoria del libero arbitrio anche sul piano della ricerca scientifica.
D'Aquino costruisce questo impianto teorico:
     la scienza divina è scienza superiore e le ricerche degli uomini
tendono a scoprire, cono-scere tale scienza divina. L'uomo, quindi,
deve indagare la natura, perché solo indagandola conoscerà Dio, che
è in ogni cosa, e potrà così goderne della sua perfezione e
magnanimità.
Deve con il suo libero arbitrio, con le facoltà intellettive e
quella del discernimento tra il be-ne ed il male indagare la Natura
e così conoscere meglio il dio ed il suo operato.
     Se nel corso di tale indagine si pongono antinomie tra quanto la
scienza divina afferma, espressa nella Bibbia,  e quanto la
conoscenza umana, poiché tra le due – siamo qui in pieno impianto
della logica aristoteliana, ossia della logica formale – la
superiore ed universale è quella divina e la inferiore e parziale è
quella umana, perché essa stessa in itinere, ossia in sviluppo, in
continua formazione, allora occorrerà prestare fede alla superiore,
perché scien-za che viene direttamente dal dio, che tutto ha creato
e quindi tutto sa. L'indagine successiva degli uomini, il progredire
della loro conoscenza, consentendo di ampliare le conoscenze,
consentirà di comprendere meglio il piano generale divino della
creazione, determinando così il superamento dell'antinomia.
         ( T. D'Acquino, Summa Teologia, parte prima, ed. Paoline
           1962 – editio latina.
               La teoria è esposta in vari capitoli, denominati
               " Quaestio". ).
         Come ben si vede D'Aquino difende ed elabora, rispetto alle
sfide dei tempi, il principio del libero arbitrio.
Ed esso viene esplicitamente e nettamente espresso nell'ultimo atto
ufficiale, il Concilio Vaticano secondo, Documento Conciliare
IV,  "Chiesa nel mondo", par. 17 " Eccellenza della Libertà", che
non fa altro che confermare consolidata tradizione teorica.

La teoria del Libero Arbitrio.
         Costituisce sul piano della teoria un punto decisivo,
fondamentale, discrimine irrinunciabile, che traccia la differenza
tra l'ebraismo ed il cristianesimo.
         L'ebraismo costituiva una delle tante religioni dell'Asia
Minore – Iran, Iraq Egitto, sostan-zialmente dell'area Nilo-
Tigri/Eufrate – , di struttura monoteistica, che avevano al fondo il
messia-nesimo, ossia l'attesa dell'uomo che avrebbe posto fine alla
sottomissione, allo sfruttamento ed all'oppressione e dato inizio
così ad una nuova era.
Esprimevano teorie di liberazione di popolazioni schiave nella forma
mistica della religione, ove l'uomo-dio si identificava con il capo,
quale mito e proiezione mitica dell'invincibilità e della ine-
luttabilità dell'evento.
L'ebraismo si esprime essenzialmente nel Vecchio Testamento ove vi è
una concezione del dio vendicatore e sanguinario, spietato verso il
suo stesso popolo eletto, vendicatore di torti. Qui il rapporto uomo-
dio è di totale subordinazione dell'uomo al dio, ove l'uomo è
semplice strumento della volontà del dio in terra e dove l'uomo non
ha alcun potere di decidere, tutto è inscritto nel piano della
provvidenza divina. Il popolo ebraico era il popolo eletto dal dio.
Le numerose altre religioni dell'area, ciascuna, a seconda di
quale " nazione" o tribù era espressio-ne, eleggeva popolo eletto
quella tribù.
In quanto tale ciascuno viveva entro quel ristretto ambito della
propria tribù e quella " religione" costituiva l'identificazione
culturale e politica di ciascuna gens o tribù o " nazione".
         Con la crisi dell'impero romano queste teorie di liberazione
si coniugano con la più generale crisi della società schiavista, con
la lotta delle moderne forze produttive contro i rapporti di produ-
zione schiavisti. E' la " nazione" ebraica, ossia la tribù dei
Giudei, di cui Cristo ne era il " re"  ,che conduce una lotta più
intransigente contro il dominio romano, tenendo impegnate legioni
romane, di cui emblematici i fatti di Masada del 70 dell'era volgare.
Questo determina che dall'Asia minore vengono queste teorie in Roma,
importate da schiavi e liberti, in una situazione di crisi della
stessa cultura latina, e la loro diffusione nella stessa cittadella
dell'impero: la città-stato Roma.
Ma, così, come esse erano originariamente elaborate, non potevano
avere alcun sviluppo di massa ed interesse per i traci, i macedoni,
gli illiri, gli iberici, gli osco, i sabini, gli etruschi, e per le
varie altre " nazioni" sfruttate e rapinate da Roma; meno che mai la
massa degli schiavi che non era certo solo giudea. Assolutamente non
era comprensibile dalla massa delle classi e dei ceti impoveriti ro-
mani e dal " civis" romano: contadini, artigiani, in una il popolo
romano. Assolutamente rigettato da quella massa di intellettuali
educati all'ellenismo, che pure avvertivano tutta la decadenza e si
po-nevano in opposizione critica.
Toynbee e Finley  hanno ben studiato questo tema, che qui
sintetizziamo, pur rinviando al lavoro dell'Istituto su tutta la
complessa tematica dell'acquisizione del cristianesimo quale teoria
di lotta contro la società schiavista .
         Il problema era quello di elaborare l'ebraismo sulla base
della coscienza e della tradizione ellenistica, ossia greco-romana,
sottraendolo al carattere limitato, angusto, localistico, di tribù
così da renderlo comprensibile, metabolizzabile da tutte le altre
genti dominate da Roma, consentendogli così di assolvere al ruolo
unificante, di teoria della liberazione di tutti i popoli del basso
e medio mediterraneo: teoria generale della transizione dalla
società schiavista a quella feudale.
In via immediata andava abbattuto quell'esclusivismo che
identificava il popolo eletto in quello giudicaico e destrutturato
l'impianto primitivo, elaborandolo alla luce della tradizione
teorica e del-la coscienza  civili, culturali, istituzionali,
letterarie delle altre genti.
La tradizione ellenistica non avrebbe mai accettato quel rapporto di
servaggio uomo-dio dell'ebraica, essendo sua concezione un rapporto
più libero ed articolato del dio e delle divinità.
Andava, inoltre, risolta una massa di questioni teoriche che
consentissero al cristianesimo di fondarsi come teoria generale,
emancipandosi dall'ebraismo, ossia da quella primaria forma
primitiva.
La Patristica è esattamente questo, di cui Agostino d'Ippona ne è
sistematizzatore e teorico emerito.
         Dell'intero impianto il principio del libero arbitrio
costituiva, e costituisce, elemento discri-minante netto, un
pilastro di tale processo fondazionale ed emancipazione
dall'ebraismo, ossia da quella primitiva forma delle teorie
monoteiste dell'area Iran-Iraq-Egitto.




  Adesso.
                      Proprio ed esattamente del libero arbitrio
Woytilia si è dimenticato.
Se introduciamo questo concetto, risulta che sono gli uomini i
responsabili del proprio destino e non un astratto Male e quindi
spetta agli uomini in base alla loro capacità di discerne il bene
dal male di trovare la via per disegnare un altro loro destino.
Ed è proprio ed esattamente questo che Woytilia voleva nascondere,
occultare in una fase di ripresa delle forze della transizione e del
cambiamento, per prospettare una mitica quanto inconcludente lotta
contro un indeterminato Male che sovrasta gli uomini ed a cui lo
stesso dio ebraico non è stato in grado di darvi risposta ed a cui,
quindi, gli uomini non possono che inchinarsi.
Adesso, poiché è verità conclamata che l'attuale situazione è
determinata dall'aggressività dell'imperialismo statunitense con le
sue azioni fortemente destabilizzanti – lo stesso Koffi Annan,
Segretario Generale dell'ONU lo dichiara apertamente – e poiché sale
in maniera imperiosa la ri-chiesta di libertà e giustizia
economiche, sociali, politiche, culturali, ossia gli uomini tornano
a pretendere di essere i padroni dei loro destini, l'intento
ideologico della dimenticanza di Woytilia appare in tutta la sua
pienezza; si configura, cioè, " dimenticanza assai interessata".
Spostando tutto su un indeterminato Male a cui lo stesso dio ebraico
non è in grado di affrontare ed a cui ha sacrificato il suo stesso
figlio e quindi agli u omini non resta che inchinarsi, Woytilia
copre e legittima tutti i futuri crimini e misfatti  efferati a cui
gli uomini non possono opporsi e che devono accettare, perché
prodotti da quell'indeterminato Male a cui lo stesso dio non è in
grado di dare soluzione ed a rafforzare tale impotenza e la
consequenziale accettazione l'affermazione che il dio vi ha
sacrificato il suo stesso figlio.
     Il verità la venuta del Cristo, secondo la più consolidata
tradizione, non ha niente a che vedere con tale sottomissione al
Male, ma con la liberazione dell'uomo dal peccato originale, il
ristabili-mento dell'alleanza degli uomini con il dio, ecc. ecc.
         Woytilia si è fatto, così, interprete delle istanze più
sanguinarie del capitale finanziario mondiale e statunitense in modo
particolare; ha dato voce all'ala più estremista del cattolicesimo
statunitense, che sostiene Bush e che costituisce la congregazione
più influenze e finanziariamente più forte del Vaticano, che ha
portato Woytilia al papato: i Marcinkus, per intenderci.
E così facendo, compie un pesante passo indietro, lacerando con
tutta la consolidata tradizione.

         Certo questo può essere solo indice della ben grave crisi in
cui versa il Vaticano, dinanzi all'incedere maestoso della tempesta
non può che arretrare ed attestarsi sulle sue più arretrate e pri-
mitive linee, condizione indispensabile per poter dar vita a
quell'unità delle religioni, a cui il recen-te Convegno di Milano ha
cercato di ridare fiato, dopo il disastroso fallimento della
Convention di Chicago del 1992. Esse costituiscono la risposta di
vecchie e superate superstizioni e credi e miti contro l'incedere di
una coscienza materialista, a cui il progresso scientifico e
tecnologico dà impulso, come parte della più generale lotta ed
opposizione delle moderne forze produttive contro l'ancient regime.
mercoledì 22 settembre 2004

#294 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Mar 21 Set 2004 11:35 pm
Oggetto: Cadene de Sant'Antonio
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Messaggio mandato da un anonimo dalla provincia di
Verona, in risposta a tutte le catene di S. Antonio
che ha ricevuto.

  Gavi' da piantarla! De mandarme cadene del porco ...e
simili, tipo che el mondo l'e belo ma solo se
rispedisso tuto subito, se no son sfiga', come el
negro de l'Alabama che no ga' risposto a
quatromilasinquesento imeil e no ga' fato in tempo a
dir "a" che l'era za col vestito de legno (tradotto:
morto e stramorto), o el cauboi John, tessano, che ghe
casca' i maroni parche nol ga risposto, etc, etc. Par
no parlar de quei che me manda imeil disendome che
sicome ghe un provaider (fatalita american) che par
ogni imeil che ghe riva el da un centesimo in
beneficensa ala lota contro la peste scaveona, e alora
bisogna mandarghene a seci... me ga rotto i cojoni!

  O staltro che el ga na fiola con na malatia rarisima
che nissuni sa cosa le (sto qua el sta in missuri),
che el te da anca el numero de telefonin parche te ghe
telefoni ti (credeghe!) a darghe notissie su le cure
possibili (che po' se te guardi le date te scopriressi
che xe passa almanco tri ani da che le partia la
cadena, quindi tanti auguri...). A mi te me vien a
domandar robe mediche, che vivo in frassion de Isola
dela Scala a Verona e son gnaca bon de tacarme un
ceroto?

  Po' quei che me dise che ghe el virus dela posta
eletronica che se non te ste atento telo ciapi anca ti
e le pezo che andar co na nigeriana (e saven tuti a
cosa se va incontro...), alora te ghe da riempir tuti
de imeil etc etc... Quei po'... che me manda la
fotocopia del centro antitumori de Aviano dove i
senzsiati te dise che i ovi condii i fa vegner el
cancro a l'usleo... e che farse un sciampo le peso de
fumarse tri steche de "ms sensa filtro". Ancora quei
contro i giaponesi, che secondo lori i metaria i gati
e le butiglie, co l'urlo de bataglia "impenemoghe el
sito!"...

  Par non desmentegarme de ci me manda scrito che ghe
quei dela Erisson che i da via i telefonini come i
fusse bagigi e adiritura che lori i la proa e funsiona
(!?!): basta "inviar el mesagio a tuti quei che te
conossi" e te si a posto: tempo do stimane e riva el
sior Erisson, Mario J.J. Erisson in persona,
aministratore delegato dela dita omonima o anonima,
non me ricordo coma se dise, il cuale sa tute le meil
che te mandi, e teporta sul porton de casa el
scartosso col telefonin ultima generasion col Trial
Band e il giprrs e custodia de pitone ancora che se
move...

  A sto punto feme un piaser: mandime foto porno, film
porno, barzelete e putanade varie ma BASTA CO STE
CADENE!

  Che n'altro poco a verzo na feramenta e taco a
vendarle. Con la speranza che sta meil no la riva in
luisiana a una che le' drio farse i cassi soi...

  (ATTENZIONE: se conoscete l'autore segnalatelo!!! E'
un mito)

  Grazie a pacem@ker per questa segnalazione, un
gioiello di umorismo regionale.




___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#293 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Mar 21 Set 2004 3:46 pm
Oggetto: Breve sulla questione cecena
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Senza ignorare chi manipola il secessionismo ceceno,
resta il fatto che la lotta contro di esso è stata
condotta sulla base del nazionalismo grande-russo.

E' possibile passare sopra a fatti come la demolizione
quasi completa della città di Grozny? NO

Altrimenti i comunisti non sono credibili quando
denunciano la atrocità in Irak o in Palestina.

Meglio perdere qualcosa che impantanarsi in questi
conflitti micidiali per ogni prospettiva di una
società diversa. In ogni caso se è necessario
combatterli, il modo in cui vengono combattuti non è
affatto un dettaglio.

Come dice Carlo Gubitosa che in Cecenia c'è stato sono
state proprio le atrocità dell'esercito russo a
spingere molti verso le truppe islamiche di Bassaev e
Khattab, le quali "non sono affatto dei gruppi di
partigiani che lottano per la liberta' e
l'indipendenza dei ceceni. Si tratta invece di una
ristretta minoranza all'interno del paese, una
minoranza purtroppo molto potente e ben armata, che
non rappresenta assolutamente ne' la popolazione della
Cecenia ne' l'esercito regolare, che si e' trovato a
dover combattere suo malgrado una guerra provocata da
altri" http://www.peacelink.it/cecenia/dossier.html

La lotta contro l'imperialismo in una prospettiva non
nazionalista è fondamentale, altrimenti ci "rimarrà
solo la barbarie" come si diceva in un editoriale di
radiocittaperta.it





___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#292 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Mar 21 Set 2004 3:13 pm
Oggetto: Putin, l’imperialismo e i comunisti
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Putin, l’imperialismo e i comunisti
Dmitrij Jakushev    13/03/2004
URL : http://www.anti-imperialism.net/lai/texte.phtml?section=BE&object_id=22531

Europa Centrale ed ex-URSS
www.resistenze.org - popoli resistenti
 

Putin, l’imperialismo e i comunisti


di Dmitrij Jakushev
http://www.kprf.ru/articles/21530.shtml

Il lungo articolo, di cui proponiamo la traduzione dei passaggi più significativi, è stato scritto da Dmitrij Jakushev, un intellettuale marxista russo che milita nel “Partito Comunista Operaio Russo-Partito Rivoluzionario dei Comunisti”, i cui lavori appaiono frequentemente nel sito “Kommunist.ru”. Il lavoro di Jakushev è stato ripreso anche dal sito del PCFR, a testimoniare dell’aspro confronto che si è aperto nel principale partito dei comunisti russi, dopo la bruciante sconfitta elettorale del 7 dicembre 2003. L’autore sottopone a critica spietata la linea adottata dal gruppo dirigente del più importante partito comunista del paese, sollecitando la sinistra russa ad una radicale revisione dell’approccio nei confronti dello scontro in atto ai vertici del potere e del ruolo (per Jakushev sostanzialmente positivo) assolto dal presidente Vladimir Putin nell’attuale fase della storia russa.
M.G.


Questo articolo rappresenta la continuazione e la concretizzazione del tema proposto nell’articolo “I comunisti rivoluzionari e le elezioni presidenziali”, pubblicato nel numero 112 del settimanale “Kommunist.ru”. L’autore è assolutamente convinto che, se non si ha un approccio corretto al triangolo “Putin-imperialismo-comunisti”, la sinistra russa non avrà alcuna prospettiva: il che vuol dire che non ci saranno prospettive per la Russia e per i suoi popoli. Come minimo. Ma tutto potrebbe andare ancora peggio. La disfatta della sinistra in Russia porrebbe in discussione la prospettiva rivoluzionaria mondiale, dal momento che anche oggi la Russia, per una serie di ragioni oggettive, rappresenta uno dei candidati principali (se non l’unico) al ruolo di “anello debole” dell’imperialismo. Ma perché proprio la Russia? Questo è un grande tema per una ricerca seria, che non è possibile esaurire in un solo articolo. Ma è comunque possibile sviluppare alcune riflessioni che indichino la direzione di questa ricerca.

Con l’apparizione, all’inizio del XX secolo dell’imperialismo, la Russia si trovava in una posizione in qualche modo intermedia, essendo da un lato non sufficientemente forte perché le fosse  permesso di sedere alla stessa tavola dell’imperialismo, dall’altro, troppo forte per essere semplicemente relegata nel terzo mondo, tra coloro che venivano dominati dalle grandi nazioni. E’ possibile affermare che tale posizione intermedia ha anche reso la Russia un “anello debole”, particolarmente esposto alle tempeste rivoluzionarie. Oggi, dopo la sconfitta della rivoluzione, la Russia è venuta nuovamente a trovarsi in questa posizione intermedia. Solo adesso si aspira sempre più intensamente a spingerla verso il terzo mondo, nel ruolo di colonia e di appendice di materie prime dell’imperialismo. Ma decine di milioni di russi non riescono a rassegnarsi all’idea che la Russia è solo un paese di terzo rango... Il socialismo ha vinto inizialmente proprio in Russia e non certo casualmente. Esisteva una necessità storica, che fu realizzata dai bolscevichi. Tra le grandi nazioni, la Russia sembrava essere il “fratello minore”…Oggi la stessa necessità storica pone di nuovo la Russia nella posizione di “anello debole” e a noi spetta ancora una volta il compito di realizzare tale necessità. Ma la necessità non significa inevitabilità. Il successo rimane incerto. La responsabilità è enorme.

E allora occorre dire che la sinistra russa non è certo all’altezza del compito. La sciagura più grave della nostra sinistra è dovuta al fatto che essa non riesce a vedere la questione nella sua interezza, a comprendere la totalità e che, di conseguenza, assolutizza la parzialità. E quando non sei in grado di vedere la totalità, allora non riesci assolutamente a comprendere la storia in quanto processo unitario.
(…)
Per questa ragione, non è corretto guardare all’attuale situazione politica in Russia e nel mondo, separando un contesto dall’altro e al di fuori da un comune processo storico unitario, di cui tale situazione è il risultato. In caso contrario, si prendono per buone le più ridicole sciocchezze, come quella dell’imperialismo russo che avrebbe attaccato due volte la Cecenia negli anni ’90. Gli autori di tali stupidaggini proprio non vogliono porsi la domanda: ma da dove è sbucato l’imperialismo russo negli anni ’90? Se non si dimentica che nel mondo ci sono dei veri imperialismi, se si ricorda come e quando si è manifestato l’imperialismo, allora risulta evidente che non esiste un imperialismo russo neppure oggi, nel 2004. Negli anni ’90, la Russia era un paese senza un bilancio statale, di fatto senza uno stato unitario, senza esercito, con un enorme debito estero, che sembrava impossibile restituire, con regioni che non facevano più riferimento al centro e che addirittura avevano cominciato ad emettere una propria moneta, con una direzione esterna esercitata dal FMI, che controllava il budget e tutte le spese del governo centrale. La guerra in Cecenia rappresentava la continuazione della politica di annientamento della Russia, in quanto stato indipendente unitario.

Ricordate che all’inizio i banditi di Dudajev, non senza il sostegno dei “democratici” moscoviti, si impadronirono dell’intera repubblica, che furono compiuti i “pogrom” e il genocidio dei russi del luogo, che bande armate fino ai denti scorazzavano per tutto il paese, seminando il terrore fra la popolazione ed imponendo il “pizzo” non solo ai piccoli imprenditori, ma anche alle grandi aziende. Il tentativo di riportare l’ordine in Cecenia si concluse con la disfatta dell’esercito russo affamato, spogliato e demoralizzato, che era diventato lo zimbello per il mondo intero. Nel ’99, i banditi ringalluzziti cercarono di infliggere il colpo decisivo alla Russia. E se non ci fosse stato Putin, non ci sarebbe più la Russia. Non ci sarebbe più un’industria, né la classe operaia, né ordini del giorno su cui qualche sinistra possa intervenire. Il sud del paese sarebbe controllato dai banditi e a guardia del petrolio e dei gasdotti ci sarebbero le truppe della NATO, di cui noi stessi avremmo sollecitato l’intervento, per tenere sotto custodia gli arsenali nucleari sparsi per il paese, ormai incapace di esercitare un controllo autonomo del proprio territorio. Questa non è fantasia, perché quattro anni fa le cose stavano proprio così.

Forse che il mantenimento dell’unità e dell’indipendenza della Russia, la fuoruscita dalla situazione in cui essa versava alla fine degli anni ’90, non rappresentavano un compito di interesse nazionale? Putin si è dedicato a questo compito e lo ha risolto, agendo in fretta, con decisione ed efficacia. Il risultato è stato che il paese ha evitato la rovina: è stato soffocato il separatismo dei governatori, è stato creato un terreno legislativo unitario, è stata creata una cospicua riserva valutaria, la Russia si è sottratta al giogo del debito ed è diretta da un governo nazionale e non dagli esperti del FMI. Putin ha salvato lo stato russo e di questo gli dobbiamo essere molto grati. Lo stato borghese non è il “male assoluto”. E sebbene noi comunisti siamo impegnati a demolire lo stato borghese, trasformandolo in democrazia proletaria, quale autentica espressione del potere del popolo, non siamo comunque assolutamente interessati a che questo stato borghese scompaia nell’abisso del separatismo, dell’estremismo religioso, dell’oscurantismo medievale e dell’imperialismo che sta dietro a tutti questi fenomeni. C’è solo da rallegrarsi che il popolo si sia raccolto dietro a Putin, come gli ebrei dietro a Mosè.

Naturalmente, con Putin è stato varato il “Codice del lavoro”, è iniziata la riforma pensionistica, si sono ridotte l’istruzione e l’assistenza sanitaria gratuite. Perché Putin è pur sempre un presidente borghese, che non promette a nessuno il socialismo. E poi, tutto l’attacco di Putin ai diritti sociali fino ad ora si è limitato alla sanzione giuridica di ciò che è già stato perso “de facto”, e perciò non viene avvertito dal popolo come una riduzione di diritti. Ad esempio, negli anni ’90 avevano semplicemente smesso di finanziare la sanità e l’istruzione: per anni non hanno pagato i salari, non c’erano le attrezzature, i mezzi per le riparazioni, ecc. Oggi si parla di assicurazione sanitaria che, nonostante tutto, è pur meglio che mandare tutto alla malora (dal momento che per i ricchi non cambierebbe nulla, disponendo essi di cliniche carissime). E se anche Putin fosse un convinto comunista, tuttavia dovrebbe ugualmente dare alla società delle leggi borghesi, per adattare la legislazione alla nuova realtà delle cose. E poi non va dimenticato che in Russia fino ad ora semplicemente non abbiamo avuto un’ala sinistra organizzata, un forte movimento comunista ed operaio. Ciò significa che nella società non ci sono sostegni, non diciamo per progetti socialisti, ma neppure per quelli sociali.

In effetti Putin, in mancanza di autentici e influenti comunisti, rappresenta il politico più di sinistra nell’attuale Russia, il democratico borghese più conseguente e onesto. In un contesto diverso tutto potrebbe andare molto peggio. I progetti più radicali di riforma dei codici del lavoro e della terra, delle pensioni, della sanità e dell’istruzione sono stati accantonati. E ciò avviene, sebbene da sinistra non venga praticamente alcuna pressione, sebbene non scendano in piazza milioni di dimostranti, sebbene non vengano paralizzati interi settori con scioperi organizzati sull’esempio di quanto avviene in Europa. In una certa misura, bisogna riconoscere che un ruolo di relativo contrappeso da sinistra è stato esercitato dal potere stesso. E’ proprio il potere di Putin che non ha ancora permesso quella privatizzazione di settori energetici strategici, che rappresenta il sogno dell’oligarchia.

(…) Oggi non ci sono uomini d’affari che diano la rotta al Cremlino, al contrario di quanto accadeva non molto tempo fa. Nel settore petrolifero non assistiamo alle risse tra i gruppi per la spartizione della proprietà, ma è ormai evidente che si sta attuando una politica tesa alla limitazione del ruolo del capitale straniero in tale ambito strategico e di ripristino del controllo statale sulle risorse.

E’ una coerente politica democratico-borghese, che crea condizioni migliori per la lotta dei lavoratori. E se i comunisti hanno l’esigenza di unirsi agli autentici democratico-borghesi contro la dittatura di tipo “pinochettista”, essi devono convincersi che tale unità va realizzata con Putin contro le Khakamada, i Berezovskij, il Comitato 2008, i seguaci di Zjuganov e di Limonov (leader dei nazi-bolscevichi, nota del traduttore). La democrazia è qui con Putin, mentre là c’è il ritorno dello strapotere degli oligarchi, con i loro sanguinari “gorilla”, che imporrebbero al popolo di gelare in città che non servono a nessuno, di morire di fame, al fine di succhiare dalla Russia quanto più si può. Il programma dell’opposizione antiputiniana è allora il programma degli oligarchi e dell’imperialismo, nudo e crudo: la piena apertura della Russia al capitale occidentale, la privatizzazione dei condotti energetici, lo scorporo e la privatizzazione di Gazprom, l’instaurazione della proprietà privata delle risorse strategiche e l’abolizione di qualsiasi controllo statale sull’estrazione e il trasporto del petrolio, del gas, dei minerali. Da qui potrebbe derivare anche la radicale risoluzione in senso liberale delle questioni dei “codici”, della sanità, dell’istruzione, vale a dire tagli in questi settori fino a trasformarli in merce. Tale programma di per sé stesso presuppone il ricorso a un suo Pinochet. Per questo oggi la democrazia è Putin, per quanto paradossale possa sembrare tale affermazione. La dittatura di tipo “pinochettista” è incarnata dall’opposizione antiputiniana, in cui oggi sono stati attirati con un ruolo attivo anche i comunisti.

(…) Certo, il carattere borghese della presidenza non permette di esprimere con coerenza l’autentico interesse nazionale, che coincide con l’interesse del proletariato. Ricordiamo, a questo proposito, che anche i primi passi di Putin, diretti alla conservazione dell’unità del paese, hanno sollevato la furiosa resistenza dei vertici della borghesia russa. Gli attacchi, che si concentrarono su Putin ai tempi della tragedia del “Kursk” e le lotte attorno a NTV non avevano precedenti. Ma, in veste di leader borghese, Putin non arrivò fino al punto di contrapporre al ricatto e alla pressione della grande borghesia il sostegno popolare, come, ad esempio, sta facendo Chavez. Putin preferisce appoggiarsi su una parte della classe dominante, legata al grande capitale statale: Gazprom, Rosneft, Transneft. (…) Naturalmente, una parte significativa del grande capitale privato non è affatto interessata a che si affermi un forte stato russo. Per costoro è sicuramente ben più importante l’appoggio che a loro viene dall’Occidente imperialista, che ha bisogno di realizzare le condizioni migliori per esportare le risorse naturali: petrolio, gas, legname, metalli. E tali condizioni si possono ottenere con la disgregazione della Russia, con la presenza delle truppe della NATO e con l’instaurazione di un feroce stato di polizia. Il loro programma, concordato con l’imperialismo, si dovrebbe concretizzare nello sfruttamento coloniale di quel territorio che una volta si chiamava “Russia”.

Un’altra parte del grande capitale, compreso quello di stato, convenzionalmente definito “patriottico”, non è del resto disposta a spingersi troppo lontano. Costoro sognano di essere ammessi nel club degli imperialisti. L’ideologia di questa parte della borghesia, di interrelazione con l’imperialismo, è stata ben illustrata da Gleb Pavlovskij in un articolo pubblicato in “Russkij Zhurnal”. “Oggi il compito di qualsiasi leader della Russia è quello di mantenere relazioni amichevoli con gli USA, facendo in modo, allo stesso tempo, di porre un limite alle improvvisazioni americane, ergendo barriere rappresentate dagli interessi della società e dello stato. E’ un compito difficile, ma non esito a dire che Putin, almeno fino ad ora, è riuscito a soddisfarlo. Pur mantenendo l’amicizia con l’America, egli non le ha permesso di intervenire, vivisezionandolo, sul nostro processo politico, al contrario di quanto è avvenuto in Georgia, in Iraq oppure in Ucraina.
Anche se questa minaccia continuerà ad incombere”.

(…) E’ evidente l’incoerenza dell’antimperialismo russo. A fianco di Putin si schiera una borghesia che è molto interessata ad intrattenere rapporti di amicizia con gli USA, anche quando l’imperialismo interviene direttamente contro la Russia, come sta avvenendo nel Caucaso, dove l’imperialismo sostiene apertamente dei banditi.

Ma la parte “patriottica” della borghesia russa, sebbene desideri l’amicizia con l’imperialismo, contemporaneamente si trova in una contraddizione insanabile con esso, dal momento che la realizzazione dei piani imperialistici in relazione alla Russia, significherebbe la sua fine. Il complesso militare-industriale, i settori automobilistico e dell’aviazione, l’agricoltura, le banche e le assicurazioni, il petrolio, il gas e l’atomo controllati dallo stato, tutto ciò verrebbe messo in ginocchio. Ormai l’imperialismo non può più sganciarsi dalla Russia, e ciò significa che lo scontro decisivo sarà inevitabile. C’è solo da sperare che parte dei borghesi “patrioti” - dal momento che non è possibile una conciliazione con l’imperialismo e che non ci sono le condizioni per batterlo – realizzi che l’unica via di uscita che ha di fronte è quella di fare affidamento sul proletariato, risolvendo in modo dialettico la contraddizione. Qui non c’è possibilità di scelta. La necessità dovrebbe spingere gli elementi più di buon senso della borghesia nazionale verso il proletariato.

Certamente, tra le vittime potenziali dell’imperialismo non c’è solo la Russia, ma è proprio lo scontro con la Russia che potrebbe generare una crisi mondiale di rilievo tale, da preludere alla rivoluzione. I comunisti dovrebbero persino augurarsi questo scontro.

(…) Alcuni compagni domanderanno perché poi l’imperialismo dovrebbe colonizzare proprio la Russia, e non la Cina o qualche altro paese. Il fatto è che, nel caso della Cina, è ancora possibile un’espansione economica, mentre in Russia tale espansione urta con un mercato interno, che, in modo abbastanza deciso, non permette la concorrenza. L’imperialismo non può tollerare questo, soprattutto oggi, nel momento in cui la permanente crisi economica lo obbliga a realizzare l’espansione a qualsiasi prezzo. La crisi economica rende l’imperialismo particolarmente aggressivo.

Per quanto riguarda la Russia, la questione si pone senza mezzi termini. La situazione è mutata negli ultimi anni. Soprattutto dopo l’11 settembre e nel periodo di preparazione della guerra in Iraq, era sembrato che la Russia, in qualche modo, potesse fare il suo ingresso nel club dei più forti, utilizzando le contraddizioni tra i centri imperialistici. Ma oggi è sempre più evidente che la situazione si è capovolta: non hanno nessuna intenzione di ammettere la Russia nel loro club.

Gli avvenimenti in Georgia, in Ucraina e nelle altre ex repubbliche sovietiche mostrano che si è accelerato il processo di separazione dalla Russia, se pensiamo che fino a non molto tempo fa pareva fossimo in presenza di un unico aggregato. Non ci vogliono particolari capacità divinatorie per pronosticare già nell’immediato futuro (uno o due anni) i primi scontri militari della Russia con l’imperialismo. L’Abkhazia e l’Ossezia del Sud sono repubbliche, dove la popolazione quasi al completo ha assunto la cittadinanza russa. La Russia dovrà difendere queste repubbliche dall’esercito georgiano armato dagli americani. Dopo l’arrivo di Saakashvili la guerra sarà inevitabile. E cosa succederà in Ucraina se dovesse arrivare al potere Juschenko? Quando si porrà la questione delle basi NATO in Crimea, ben difficilmente la popolazione locale accetterà passivamente il fatto compiuto. E se dovesse divampare una rivolta contro il nuovo potere ucraino e i suoi padroni della NATO, cosa farà la Russia? Simili sollevazioni potrebbero verificarsi anche in altre parti dell’Ucraina, particolarmente nell’oriente abitato da russi. Sarà allora in grado il potere borghese russo di contrapporsi adeguatamente all’aggressione imperialista? Naturalmente no! E’ evidente che un’efficace resistenza all’aggressione potrà manifestarla solo un potere popolare, che attraverso l’esproprio delle proprietà, restituisca le ricchezze al popolo, soffocando con durezza i tradimenti borghesi. Tale potere dovrà essere in grado, da un lato, di confrontarsi con la necessaria energia all’imperialismo e ai suoi complici e, dall’altro dovrà rivolgersi ai popoli del mondo, chiedendo solidarietà e un intervento deciso contro il sistema capitalista mondiale e la guerra scatenata dall’imperialismo. Se l’imperialismo dovesse abbattersi sulla Russia, ciò significherebbe la sua fine, significherebbe la rivoluzione mondiale, che oggi sembra del tutto improbabile.

La sinistra russa, per potere assolvere adeguatamente al proprio ruolo, deve fin d’ora definire correttamente la propria posizione. Dal momento che ora si sta cercando di arruolare la sinistra nel campo imperialista. Circola nella sinistra una leggenda del genere: “la Russia è una potenza imperialista aggressiva, Putin è un tiranno. L’essenziale è abbatterlo, restaurando la democrazia”. Di per sé stessa tale posizione è del tutto falsa, e spinge la sinistra a fare fronte comune con l’imperialismo. Se la sinistra ha una ragione per criticare Putin, non è certo perché egli è un tiranno e un imperialista, ma piuttosto perché egli è un democratico-borghese e, di conseguenza, non può essere un combattente deciso e determinato contro l’imperialismo. Ma fin dall’inizio sarebbe stato necessario sostenere Putin contro un’opposizione creata dall’imperialismo. Per questa ragione è necessario collocarsi alla sinistra di Putin, mettendo in rilievo la mancanza di coerenza e l’indecisione del suo antimperialismo, della sua lotta con gli oligarchi; occorre esigere passi più decisi in difesa degli autentici interessi nazionali; che sono allo stesso tempo gli interessi di classe del proletariato e gli interessi generali dell’umanità.

Un ruolo di rilievo nello spingere la sinistra nel campo imperialistico viene svolto da Ilija Ponomariov (responsabile del settore informatico del PCFR ed esponente di spicco della più giovane generazione di dirigenti del partito comunista, nota del traduttore), che si è pronunciato apertamente per l’unità della sinistra con gli oligarchi e per un’opposizione antiputiniana “di sinistra-destra”: Ecco cosa propone Ponomariov alla sinistra:

“Si deve sottolineare che la posizione del nostro partito rispetto al sistema di capitalismo oligarchico che si è sviluppato nel paese, è molto dura. Personalmente ritengo che proprio questa sia la causa della povertà del nostro popolo e che tutte queste persone, Khodorkovskij, Ciubajs, Berezovskij, Potanin ed altri, portino una personale responsabilità. Ma perché non capire che costoro, in questo momento, rappresentano il nostro alleato oggettivo, l’unica alternativa al Cremlino? Un fattore positivo si riscontra nello svolgimento della campagna per la presidenza. Una parte significativa dell’opinione pubblica democratica ha espresso l’intenzione di boicottare le elezioni, e non solo tra i “democratici” classici, ma anche nella sinistra. Ciò pone le condizioni per la creazione di un’opposizione “di sinistra-destra”, dall’ “Unione delle forze di destra” (SPS) al “Partito Nazional-Bolscevico” (NBP), che potrebbe avere delle analogie con il blocco “Kmara” della Georgia” (“La sinistra ha un’opportunità”, www.kprf.ru).

Questo è il programma concreto che l’imperialismo, per bocca di Ponomariov, propone alla sinistra russa. E questo programma si sta  realizzando a tutti i livelli. Alcuni esponenti del partito comunista, cercando di giustificare unioni senza principi, si affannano a convincere il pubblico che Putin avrebbe riunito attorno a sé tutta la borghesia e che, quindi, tutto ciò che si rivolge contro Putin è contro il capitalismo. Naturalmente non è così. Parlare di blocco della borghesia attorno a Putin, in presenza della massiccia pressione che l’imperialismo sta oggi esercitando sulla Russia e su Putin, è semplicemente ridicolo. Sarebbe piuttosto il caso di parlare di un blocco della grande borghesia contro Putin. In sostanza, in questo blocco le sinistre vengono, da Ponomariov, esplicitamente invitate ad entrare.

(…) Che l’imperialismo abbia comperato la sinistra russa, sarà chiaro a tutti entro brevissimo tempo. Ma coloro che non si riconoscono in questa opposizione unitaria “di sinistra-destra” dal SPS al NBP, devono cominciare a riflettere seriamente su come unirsi allo scopo di creare una vera sinistra.

Traduzione dal russo di Mauro Gemma


Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport'

#291 Da: "FRANCHI" <franchis61171@...>
Data: Mar 21 Set 2004 2:54 pm
Oggetto: Re: Fwd: Quelli che vogliono squartare la Russia (4)
franchis61171@...
Invia email Invia email
 
Aggiungo questo (Da il Sole 24 ore) che credo affronti il problema di fondo che si trova ad affrontare il governo Russo..
 
Franchi
 
PERMESSO DI CACCIA
"NON SI ESPORTA LA DEMOCRAZIA"
di Napoleone Colajanni (Il Sole 24 ore del 19 settembre 2004)
 

Malgrado le apparenze, nei fatti della politica interna c'è una monotonia di fondo. I litigi sono sempre eguali in tutt'e due gli schieramenti, le novità come le astensioni dell'opposizione su un articolo di legge talmente di facciata, le dichiarazioni che la Rai ci ammannisce in perfetta par condicio talmen­te stucchevoli, che si va invano alla ricerca di qualcosa da prendere in considerazione.

Nel mondo non è così, vien fatto di dire purtroppo, perché i segnali di un aumento delle tensioni, in politica e nell'economia mondiale, aumentano continuamente. Guardiamo alla condizione in cui si trova Vladimir Putin. Come ho già scritto, non ha altra alternativa se non quella di fronteggiare la situazione nel Caucaso del Nord con le proprie forze, che peraltro sono scarse e inefficienti. La trattativa politica con i ceceni porterebbe allo sfascio tutta la regione, ma c'è da sperare che la minaccia di intervento preventivo abbia qualche effetto; se dovesse diventare realtà l'intervento provocherebbe un incendio in una regione critica per l'equilibrio mon­diale. La sola cosa seria che può fare è rendere più efficace la repressione. Chi dall'estero lo critica non si rende conto di ciò. Che il rafforzamento del suo po­tere sia un pericolo per la democrazia è chiarissimo, ma ciò non giustifica le intromissioni in cui c'è una vera e propria escala­tion, con intervento da par­te delle massime autorità di politica estera della Commissione europea, avallate da Romano Prodi.

Mi ripeto ancora una volta, ma il concetto che ci siano delle forze autoriz­zate a tutelare la democrazia nel mondo è estrema­mente pericoloso, tanto più se la valutazione della condizione della democra­zia in un Paese è affidata alla stessa autorità. Non ci sono incarnazioni del bene o del male, Paesi benedetti da Dio e imperi del male, come credeva il povero Re­agan, ma soltanto Paesi che hanno avuto una loro storia di cui occorre tener conto.

In Russia la democrazia non è mai esistita. Lenin non rovesciò un regime demo­cratico ma un governo di imbroglioni senza alcuna presa effettiva nel Paese, come si vide quando l'unica resisten­za interna venne da militari nella guerra civile. La democrazia non si esporta, non è fatta di istituzioni create a tavolino, e perché possa mettere radici nella coscienza e nel patrimonio ideale e culturale di un popolo che non l'ha mai conosciuta occorre tempo, molto tempo.

Ciò dovrebbe indurre a riflettere su quel che è in gioco nelle elezioni americane. Se vincesse Bush si dimostrerebbe che la teoria dell'esportazione della demo­crazia avrebbe un consenso popolare nel Paese che la sostiene e la applica. Non credo ci voglia molto per comprendere che ciò avrebbe un effetto destabilizzante sull'equilibrio mondiale. Non c'è quindi da meravigliar­si se l'opinione pubblica mondiale, anche dove i governi sono pedissequamente allineati sulla posizioni di Bush, preferirebbe che questi perdesse. Ma dato che il mondo non vota, ciò comporta che si deve cominciare ad elabo­rare una politica che possa tener conto di una vittoria dei repubblicani negli Stati Uniti.

In questo quadro occorre valutare seriamente se il ritiro delle truppe italiane sia una manifestazione di antiamericanismo preconcetto, o una mossa che ha le sue giustificazioni nella necessità di prendere le distanze da Bush, naturalmente ricercando le premesse per stabili­re legami di nuovo tipo con gli Stati Uniti. Purtroppo la questione serve soltanto da pretesto ai litigi interni del centro sinistra, mentre la destra la ignora. Questa è l'Italia!

----- Original Message -----
Sent: Tuesday, September 21, 2004 4:43 PM
Subject: [marxiana] Fwd: Quelli che vogliono squartare la Russia (4)

Quelli che vogliono squartare la Russia (1)

Quelli che vogliono squartare la Russia (2)

Quelli che vogliono squartare la Russia (3)

 

Quelli che vogliono squartare la Russia (4)

1. Reazioni e commenti in Russia dopo la tragedia di Beslan (di Mauro  Gemma / resistenze.org)

2. Gli ostaggi della scuola in Russia: chi è il responsabile di tante  morti? (di Peter Franssen / www.anti-imperialism.net)

3.  Il terrore al servizio della NATO (con i complimenti di Brzezinski)  (di Jef Bossuyt / ptb.be / resistenze.org)

4. Il grande gioco dietro la strage (di Manlio Dinucci / il manifesto)

 === 1 ===

http://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru4i18.htm

www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 18-09-04

Reazioni e commenti in Russia dopo la tragedia di Beslan

  di Mauro Gemma

  Come hanno reagito gli opinionisti russi di fronte agli sviluppi  della  tragica vicenda del massacro di Beslan?   Quello che balza immediatamente agli occhi è la singolare sintonia,  che sembra indicare una comune regia, con cui si sono mossi gli organi  di stampa più direttamente legati ai grandi oligarchi, oggi in rotta di  collisione con l’amministrazione presidenziale, a cui si sono associati  alcuni ambienti “radicali” (tale viene considerato il giornale “Novaja  Gazeta”, in realtà finanziato anch’esso dai magnati e in cui  scrivono  alcuni dei principali responsabili della catastrofe della Russia,  ruderi dell’era di Eltsin, di cui hanno esaltato il massacro del  Parlamento avvenuto nel 1993 (1)) e una parte della “sinistra estrema”.

  Costoro non hanno esitato a riprendere l’intero armamentario  propagandistico in merito alle questioni della politica russa in uso in  Occidente, il quale sembra proporsi come obiettivo prioritario quello  di mettere in difficoltà l’attuale presidente Vladimir Putin, oggi  impegnato, con una determinazione che non può non essergli  riconosciuta, a districarsi tra gli ostacoli e le contraddizioni che  incontra il suo tentativo di affermare, dopo i disastri provocati dal  decennio eltsiniano seguito alla vittoria controrivoluzionaria del 1991  e che hanno largamente influenzato anche un lungo periodo dei suoi  mandati, un ruolo di primo piano della Russia e la ricostruzione di  quelle fondamentali basi economiche e politiche necessarie al suo  risanamento.

  Tra le priorità c’è sicuramente la salvaguardia dell’unità e della  coesione del grande stato eurasiatico, la cui disgregazione e  destabilizzazione rappresenta fin dai primi anni ’90 dello scorso  secolo, senza ombra di dubbio, uno dei principali obiettivi strategici  dei concorrenti imperialisti della grande potenza nucleare, i quali  sono saldamente installati ai suoi confini e dispongono di un micidiale  meccanismo di alleanze politico-militari forse già in questo momento in  grado di intervenire in qualsiasi situazione di crisi che si manifesti  ai margini e all’interno stesso della Federazione Russa.

  Ecco allora che non stupisce il fatto che, immediatamente dopo la  presa degli ostaggi da parte del manipolo di terroristi ceceni, siano  apparsi in molti “media” (ricordiamo, che in misura  ragguardevole sono  tuttora controllati dai grandi gruppi oligarchici nazionali colpiti  dalle ultime iniziative di Putin e dai “network” delle comunicazioni  internazionali), pur nel contesto di una scontata esecrazione della  tragedia avvenuta nell’Ossezia settentrionale, una serie di  significativi “distinguo” rispetto al giudizio da dare in merito al  comportamento tenuto dalle strutture federali. Tali esternazioni  sembravano proporsi lo scopo di attribuire le principali responsabilità  della tragedia alle caratteristiche “tecniche” della reazione russa  all’attacco terroristico e ad un’attitudine “cinica” dello stesso  Vladimir Putin, che non avrebbe tenuto nella giusta considerazione gli  aspetti umanitari della vicenda.

  Sono state prevalentemente queste interpretazioni di alcuni tra i  principali organi “liberal” russi, ispirati dai loro finanziatori, ad  offrire il pretesto per le “richieste di chiarimento” partite da  governi dell’Occidente ed esponenti dell’establishment americano ed  europeo (a cui si sono immediatamente associati, con trasporto e senza  fermarsi a riflettere un attimo, settori significativi della cosiddetta  “sinistra antagonista” che sembrano aver abbracciato la causa di un  movimento separatista caucasico che, a nostro avviso, ha storicamente  meno ragioni di quelle che potrebbe addurre un eventuale “movimento per  l’indipendenza della nazione indiana” nel West nordamericano o un  movimento irredentista del Sud-Tirolo incorporato nello stato italiano  solo 86 anni fa! (2) ), tese con ogni evidenza a mettere in imbarazzo  nei confronti dell’opinione pubblica russa e internazionale e, in  qualche modo, a “ricattare” un Vladimir Putin alle prese con uno dei  più difficili momenti della propria carriera politica e ancora troppo  condizionato dallo scenario “geopolitico” emerso dalla disgregazione  dell’URSS, dalle pressioni che le potenze imperialiste e i grandi  gruppi economici internazionali sono in grado di esercitare su una  Russia indebolita e costretta ad un ruolo “di più basso profilo” nel  contesto planetario e dalle stridenti contraddizioni che caratterizzano  l’apparato statale e lo schieramento politico-sociale che lo hanno  sostenuto fino ad oggi.

  I “distinguo” si sono poi trasformati in un attacco pesantissimo  quando, ad esempio nel caso del commento apparso nel sito internet  “Gazeta.ru”, anch’esso notoriamente finanziato dagli oligarchi, si  invocava la necessità di convocare un tavolo di trattative con i  mandanti del massacro, mettendo così in atto la linea tracciata dal  principale ispiratore della politica americana verso la Russia,  l’autorevole consigliere di vari presidenti USA Zbignew Brzezinski e  dagli esponenti “neoconservatori” che hanno dato vita, insieme agli  uomini di Maskhadov e Zakaev, a un “Comitato Americano per la Pace in  Cecenia” (a cui sicuramente fa riferimento quella campagna dei radicali  italiani a sostegno della “resistenza cecena”, che oggi potrebbe  trovare inaspettate sponde anche in una “sinistra antagonista” pronta  ad “abboccare all’amo”, come già avvenne nel caso della Jugoslavia),  che si propone di fare pressione sulla Russia perché negozi il  definitivo sganciamento della Cecenia dal corpo dello stato federale  russo, preparando così le condizioni per la rivendicazione di nuove  “indipendenze”.

  Tutto ciò sta ad indicare con chiarezza la straordinaria sintonia  esistente tra gli sviluppi della situazione cecena e le mosse politiche  delle cordate dei magnati e dei loro protettori occidentali, i cui  interessi oggi vengono messi ancora più in discussione dalla prepotente  riaffermazione della necessità di forme efficaci di controllo statale  sulle risorse strategiche del paese. Nell’articolo di “Gazeta.ru” dal  titolo “Una politica esplosiva”, il suo autore afferma in modo  esplicito che “il detonatore principale  dei terroristi è rappresentato  da Putin e dalla sua crudele politica” e  si fa portavoce delle “elites  estromesse dal potere”, affermando che esse intendono rientrare in  gioco anche  esternando la loro disponibilità ad  intavolare un dialogo  con i terroristi a tutto campo e “non solo sulle questioni che fanno  comodo a Putin” (3).

  Un altro coro di violente critiche all’operato del presidente è  venuto  poi da alcuni settori dell’estrema sinistra, con l’attribuzione  all’attuale amministrazione di presunte caratteristiche “zariste”,  proponendo in alcuni casi la discutibile tesi dell’esistenza di un  aggressivo “imperialismo russo”, a cui si opporrebbe la “resistenza  cecena”, e sottovalutando, o addirittura rimuovendo del tutto, il ruolo  che l’imperialismo e i suoi alleati nella regione stanno svolgendo, con  frenetico attivismo (4).

  Una sottovalutazione del contesto internazionale, in cui si è  consumata la tragedia di Beslan, a onor del vero e a dispetto delle  valutazioni che questo partito aveva esplicitato almeno fino a non  molto tempo fa, caratterizza oggi, a nostro parere, anche le posizioni  del “Partito Comunista della Federazione Russa” (o almeno quella metà  circa del gruppo dirigente del PCFR che non ha seguito la scissione  dello scorso luglio che ha dato vita in questi giorni al “Partito  Comunista Russo del Futuro”), il quale, nella sua ormai radicata e per  certi aspetti pregiudiziale opposizione a quello che definisce il  “regime di Putin”, sembra dimenticare che il Presidente russo, nella  sua strenua difesa del carattere unitario della Federazione, non è poi  così distante dalle tesi che, a più riprese, i comunisti hanno espresso  in merito alle implicazioni geostrategiche della “questione cecena” e  che sono apparse in documenti ufficiali e negli interventi dello stesso  Ghennadij Zjuganov (5).

  Della  vera natura dell’attacco propagandistico dei “media” dimostra  invece di avere piena consapevolezza l’intellettuale marxista Dmitrij  Jakushev che, nel sito di “Levaja Rossija” (Russia di sinistra), di cui  è redattore, ha pubblicato un tagliente articolo (6), in risposta ai  critici di Putin di ogni colore.   Jakushev, che non da oggi lamenta l’assenza in Russia di una forza  autenticamente “antimperialista” capace di condizionare pesantemente  “da sinistra” Putin (che pur sempre rimane il rappresentante della  “borghesia nazionale”, di cui incarna le aspirazioni e i limiti), entra  in durissima polemica con le tesi dei “radicali” e dei “sinistri”  sostenitori della “resistenza cecena” (indicando esplicitamente  Politkovskaja e Kagarlitskij), mettendo direttamente in relazione la  campagna scatenatasi in Russia e in Occidente con le dinamiche (7)  dell’attacco terroristico, che su tale campagna evidentemente intendeva  fare affidamento.

  Scrive Jakushev: “Si può affermare che il piano dell’attacco  terroristico di Beslan era il seguente: sequestrare una grande quantità  di bambini, allo scopo di rendere impossibile un assalto, e allo stesso  tempo ottenere la pressione dell’ “opinione pubblica democratica  mondiale” per costringere le autorità russe a sedersi al tavolo delle  trattative con i leader dei banditi, che nelle persone di Zakaev e  Maskhadov avevano già cercato di presentarsi come garanti degli  ostaggi. Naturalmente le trattative sarebbero potute cominciare solo  con la mediazione delle istituzioni dell’imperialismo. Tutto ciò non  rappresenta che il logico proseguimento della politica condotta  dall’imperialismo nella regione e in rapporto alla Russia”. Ma gli  avvenimenti non si sono svolti secondo le intenzioni dei mandanti  dell’attacco per ragioni puramente dovute al caso, quando l’esplosione  accidentale di un ordigno nella palestra della scuola di Beslan, ha  fatto precipitare la situazione, determinando le condizioni del  sanguinoso epilogo della tragedia, che certamente ha messo in rilievo  anche lo stato comatoso in cui versano le strutture della sicurezza  russa devastate dalle “riforme” postsovietiche.

  A Jakushev non sfugge l’elemento di novità rappresentato dalla  reazione di Putin in questa occasione, rispetto alle precedenti, quando  nelle dichiarazioni degli “ambienti ufficiali” russi ci si è sempre  attenuti esclusivamente al tradizionale “cliché” del “terrorismo  internazionale” e del richiamo alla sola matrice di “Al Qaeda”. Questa  volta, afferma ancora Jakushev, “si è manifestato un evento  straordinario e completamente nuovo…Mai in precedenza Putin aveva  indicato così chiaramente  i veri ispiratori del terrorismo”. Nel suo  messaggio alla nazione – fa osservare Jakushev – il presidente afferma,  con toni autocritici, che “bisogna riconoscere che non abbiamo mostrato  comprensione della complessità e della pericolosità dei processi che  avevano luogo nel nostro proprio paese e nel mondo intero. Quantomeno  non abbiamo saputo reagire adeguatamente. Abbiamo mostrato debolezza. E  ai deboli gliele suonano. Alcuni vogliono strapparci un pezzo più  grasso, altri li aiutano. Li aiutano pensando che la Russia, una delle  più grandi potenze nucleari, continui a rappresentare per loro una  minaccia. Dunque, la minaccia va eliminata. Il terrorismo,  indubbiamente, è solo uno strumento per raggiungere questi scopi” (8).

  Ora – è la conclusione di Jakushev -, “non si possono più nutrire  dubbi sul fatto che dietro ai banditi, che terrorizzano la popolazione  della Russia, ci siano i servizi speciali dell’imperialismo” e che “il  vero obiettivo di coloro che oggi sconvolgono il Caucaso settentrionale  non sia la libertà della Cecenia, ma l’attuale potere russo e la stessa  Russia”.

   Note

  (1) Incredibile appare l’esaltazione che il giornale “Liberazione”  (“Anna Politkovskaya, la giornalista che fa paura al Cremlino, 9  settembre 2004) fadel ruolo dei personaggi che gravitano attorno ai  vari comitati e fondazioni “per i diritti umani” (che, oltre alla causa  dei ceceni, stanno seguendo con trepidazione la “persecuzione” del  magnate truffatore ed evasore Khodorkovskij), dirette emanazioni delle  lobby statunitensi che intendono spartirsi la Russia. Tali organismi,  di cui sono noti i legami con gli attivisti radicali italiani   filo-NATO, che da tempo conducono un’isterica campagna antirussa nel  nostro paese, hanno il compito, esattamente come è avvenuto nella ex  Jugoslavia, di preparare le condizioni per ogni genere di interferenza  occidentale negli affari interni della Russia, proponendo uno scenario  da “emergenza umanitaria”, ingigantendo i numeri delle vittime e delle  distruzioni  che sarebbero provocate dalla presenza militare russa,  giustificando di fatto la bestiale ondata terroristica (questa si ad  aver provocato ormai migliaia e migliaia di vittime in diverse località  della Russia, in particolare tra gli appartenenti ad etnie caucasiche,  musulmani e cristiani ortodossi), dimenticando che molti osservatori  internazionali sono pronti a riconoscere che le consultazioni condotte  dall’amministrazione russa circa la proposta di autonomia alla Cecenia  in ambito federale non possono essere considerate una farsa.

  Non è privo di significato, poi, che gli stessi personaggi (a  cominciare dalla Politkovskaya), così ostinatamente schierati a fianco  del micronazionalismo dei banditi ceceni (solo perché così piace ai  loro amici americani), non esitino a scagliarsi contro le autonomie  presenti all’interno della confinante Georgia ( occorrerebbe ricordare  che in Abkhazia - dove Sabina Morandi, senza preoccuparsi della  coerenza delle proprie affermazioni, non ha alcuna esitazione ad  accreditare la tesi di Politkovskaya e soci su presunte  “pulizie  etniche” da parte dei russi - l’80% della popolazione ha tuttora il  passaporto della Federazione Russa!), in predicato di entrare nella  NATO, frequentata dalle truppe americane e retroterra del terrorismo  ceceno, avamposto dell’accerchiamento in atto della Federazione  Russa.  

  A proposito dell’attività delle organizzazioni “informali”  sembrano  appropriate le riflessioni che lo stesso presidente russo Vladimir  Putin ha fatto il 26 maggio scorso, in occasione del suo messaggio  all’Assemblea Federale: “Certo non tutti nel mondo hanno intenzione di  confrontarsi con una Russia indipendente, forte e fiduciosa in sé  stessa. Oggi nella concorrenziale lotta globale vengono attivamente  utilizzati strumenti di pressione politica, economica e informativa. Il  rafforzamento del nostro senso dello stato a volte viene spacciato per  autoritarismo... Alcune parole sulle organizzazioni sociali non  politiche. Nel nostro paese esistono e lavorano costruttivamente  migliaia di istituzioni e unioni civili. Ma non tutte sembrano  orientate alla difesa dei reali interessi delle persone. Per una parte  di queste organizzazioni il compito prioritario è diventato la  riscossione di finanziamenti da parte di influenti fondazioni  straniere. Per altre il mettersi al servizio di gruppi discutibili e di  interessi commerciali. Perciò i problemi più acuti del paese e dei suoi  cittadini non vengono presi in considerazione. Si deve dire che, quando  il discorso verte sulle violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo,  della limitazione degli interessi reali delle persone, a volte la voce  di simili organizzazioni neppure si leva. E ciò non stupisce:  semplicemente non possono “mordere la mano” da cui ricevono il  cibo(...). Sul messaggio di Putin all’Assemblea Federale è disponibile  una rassegna stampa nel n. 81 di  “Nuove Resistenti”,  http://www.resistenze.org.

Per capire la complessa rete che sta dietro alla campagna  internazionale di discredito del presidente russo, torna utile leggere  l’articolo apparso nelle pagine dell’autorevole giornale britannico  “The Guardian” (8 settembre 2004), firmato da John Laughland,  fiduciario del “British Helsinki Human Rights Group”:

“... Le cosiddette “crescenti critiche” sono di fatto dirette da uno  specifico gruppo dello spettro politico russo e dei suoi sostenitori  americani. Gli esponenti che dirigono le critiche russe al modo come  Putin ha gestito la crisi di Beslan sono i politici filo-USA Boris  Nemtsov e Vladimir Rizhkov – uomini associati alle riforme del mercato  neo-liberale più spinto che hanno avuto effetti tanto devastanti sotto  Boris Eltsin così amato dall’Occidente – e il Carnegie Endowment’s  Moscow Centre. Fondato dal quartier generale di Washington, questa  influente fondazione – che opera in coppia con la militare-politica  Rand Corporation, allo scopo di produrre documenti sul ruolo della  Russia nel sostegno agli USA a ristrutturare il “Più grande Medio  Oriente” – ha ripetutamente biasimato Putin per le atrocità in  Cecenia... Costoro tengono essenzialmente la stessa linea che è stata  espressa dai leader ceceni, come Ahmed Zakaev, in esilio a Londra...   La durezza nei confronti di Putin si spiega forse con il fatto che,  negli USA, il gruppo che  si impegna per la causa cecena è  rappresentato dal “comitato Americano per la Pace in Cecenia” (ACPC).  La lista degli “americani in vista” che sono suoi membri è una rassegna  dei più rappresentativi neoconservatori sostenitori entusiasti della  “guerra al terrore”. Essa include Richard Perle, noto consigliere del  Pentagono; Elliot Abrams con la fama di Iran-Contra; Kenneth Adelman,  ex ambasciatore USA all’ONU che aveva incitato all’invasione dell’Iraq,  pronosticando che sarebbe stata “una passeggiata”; Midge Decter,  biografo di Donald Rumsfeld e direttore della Heritage Foundation di  destra; Frank Gaffney del militarista Centre for Security Police; Bruce  Jackson, ex ufficiale dell’intelligence militare USA e una volta  vice-presidente della Loockeed Martin, ora presidente del Comitato USA  sulla NATO; Michael Ledeen dell’American Enterprise Institute,  ammiratore del fascismo italiano e ora fautore di un cambiamento di  regime in Iran; e R. James Woolsey, ex direttore CIA, che è uno dei  principali sostenitori dei piani di George Bush di rimodellare il mondo  musulmano in base alle direttive USA.   L’ACPC diffonde energicamente l’idea che la ribellione cecena mette  in  evidenza la natura non democratica della Russia di Putin, e ricerca  sostegni per la causa cecena, enfatizzando la serietà delle violazioni  dei diritti umani nella minuscola repubblica caucasica. Il comitato  paragona la crisi cecena alle altre cause “musulmane” alla moda, Bosnia  e Kosovo, giungendo alla conclusione che  solo un intervento  internazionale nel Caucaso è in grado di stabilizzare la situazione...  Provenendo da entrambi i partiti politici, i membri dell’ACPC  rappresentano la spina dorsale della politica estera dell’establishment  USA, e le loro opinioni sono di fatto quelle dell’amministrazione USA”

John Laughland, “The Cechens’ American friends”, The Guardian, September 8 2004 http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,1299318,00.html

  (2) Non ritorniamo sulle caratteristiche della “questione caucasica”,  che sono state da noi esaminate in precedenti lavori pubblicati, a più  riprese, da L’ERNESTO.

  (3) “Una politica esplosiva”   http://www.gazeta.ru/comments/2004/09/02_a_162210.shtml     (4) Esemplare è il lungo commento che il gruppo trotskista russo  “Resistenza socialista” dedica agli avvenimenti di Beslan, in cui,  invece di interrogarsi sul fatto che, nella situazione attuale di  grande debolezza dell’insieme delle forze comuniste e di tutto il  movimento di classe del paese, l’unica realistica alternativa a Putin e  al suo blocco sociale diretto dalla “borghesia nazionale” potrebbe  essere rappresentata dalla rivincita della “borghesia compradora” e dal  definitivo assoggettamento della Russia alle logiche dell’imperialismo,  si ipotizzano fantapolitici sbocchi rivoluzionari, e si discetta in  modo delirante addirittura sulla possibilità di sottrarre l’egemonia  sulla “resistenza cecena” alle mafie locali. “Beslan. L’inizio della  fine di Putin”.  http://www.socialism.ru/analyses/russia/2004/beslan.html

  (5) Interventi di Zjuganov e di altri esponenti comunisti russi sulla  questione cecena e, più in generale, su quella “delle nazionalità”,  sono apparsi in L’ERNESTO e in http://www.resistenze.org

  (6) Dmitrij Jakushev, “Chi dà ordini al terrore?”  http://www.left.ru/2004/12/yakushev_terror111.html

  (7) Sulla “regia occulta” del massacro di Beslan rimandiamo anche  alla  lucida analisi di Manlio Dinucci apparsa con il titolo “Il grande gioco  dietro la strage” in “Il Manifesto”, 10 settembre 2004. [vedi piu'  sotto]

  (8) La traduzione, a cura di Mark Bernardini, del “Messaggio alla  Nazione” di Vladimir Putin è reperibile nel n. 87 della rassegna “Nuove  Resistenti” in http://www.resistenze.org.

 === 2 ===

Tratto da www.anti-imperialism.net

Gli ostaggi della scuola in Russia: chi è il responsabile di tante  morti?

Peter Franssen

Durante gli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti hanno utilizzato alcuni  fondamentalisti religiosi in parecchie guerre sporche. L’uomo alla base di questa strategia è Zbigniew Brzezinski. Nel luglio  del 1979 è l’allora consigliare nazionale alla sicurezza e persuade il  presidente Jimmy Carter ad incastrare l’Unione Sovietica nella trappola  di una guerra di lunga durata. Il governo afgano avrebbe sicuramente  fatto appello all’Unione Sovietica se si fosse scontrato con una forte  opposizione militare interna, ritiene Brzezinski. E’ per questo che gli  USA organizzano questa opposizione, la addestrano e la dotano di un  armamento moderno. E quello che Brzezinski aveva previsto si avverò.  L’Unione Sovietica invia decine di migliaia di soldati in Afghanistan,  per poi ritirarsi dieci anni più tardi, indebolita e demoralizzata.

Gli americani hanno applicato questa strategia una seconda volta in  Bosnia negli anni ‘90. Un rapporto del Parlamento americano ha  affermato quanto segue: “Gli Stati Uniti hanno trasformato la Bosnia in  una base islamica militante dove vengono addestrati migliaia di  Mujaheddin.” Lo scopo ed il risultato, in questo caso, è la distruzione  della Jugoslavia.

Dal 1991, gli americani seguono la stessa strategia in Cecenia. Qui, la  strategia deve condurre all’esplosione del Caucaso ed all’indebolimento  della Russia. Zbigniew Brzezinski, attualmente, è co-presidente del Comitato  americano per la pace in Cecenia, un comitato che dice di lottare per  la pace in Cecenia, ma che, in realtà, determina la strategia di guerra  degli USA nel Caucaso. L’altro co-presidente è Alexander Haig, un  generale di estrema destra. Brzezinski è anche, e non è un caso, un  consigliere lautamente pagato della società petrolifera BP-Amoco. La  Cecenia si trova nel cuore del Caucaso, una regione ricca di petrolio e  di gas. È attraversata dalle condotte di gas e di petrolio che  collegano il Mare Caspio al Mare Nero. La Cecenia è importante a causa del petrolio, ma anche per la sua  posizione strategica. Nel passato, l’Europa occidentale ha considerato  la regione come una testa di ponte per fare esplodere la Russia da sud.  Dopo la rivoluzione comunista del 1917, è di là che le truppe francesi  e britanniche si sono dirette verso Mosca. Nel 1942, la Germania  nazista ha occupato una parte della Cecenia per aprire da lì un secondo  fronte. Se gli Stati Uniti arrivassero a staccare la Cecenia dalla  madre-patria, sarebbe un duro colpo per la Russia che ha perso già  l’Estonia, la Lettonia e la Lituania nel nord, l’Ucraina, la  Bielorussia e la Moldavia ad ovest, la Georgia e l’Azerbaigian a  sud-ovest, e le cinque repubbliche dell’Asia centrale.

Un massacratore “coraggioso e degno di elogi”

L'uomo che ha organizzato la presa di ostaggi nella scuola di Beslan la  settimana scorsa è Chamil Bassaïev. Nel 1991, con un mitra ed alcune  granate in mano, lo troviamo al fianco del futuro presidente della  Russia, Boris Eltsin, all’epoca del colpo di stato condotto da  quest’ultimo, che porterà alla frantumazione dell’Unione Sovietica. Più  tardi, la CIA (i servizi segreti americani) fa passare Bassaïev per i  suoi campi di addestramento in Afghanistan ed in Pakistan. L’uomo qui  riceve la visita del ministro della Difesa pakistano, Aftab Shahban  Mirani, del ministro degli Interni Naserullah Babar e del capo dei  servizi segreti pakistani, Javed Ashraf. Tre generali che collaborano  strettamente con la CIA e che sono gli organizzatori del sostegno  fondamentalista alla ribellione cecena. Chamil Bassaïev è in Cecenia dal 1995. È l’autore di parecchi orribili  atti di terrore, come il raid contro la città di Budennovsk. Qui prende  1.500 malati in ostaggio, in un ospedale. 147 di essi perderanno la  vita. Il maggiore americano Raymond Finch descrive questo crimine nella  rivista ufficiale dell’esercito USA, il Military Review del giugno  1997, e ne trae questa conclusione: “I metodi utilizzati da Bassaïev  sono crudeli e violano le leggi della guerra. Ma se consideriamo queste  azioni alla luce del lotta cecena per l’indipendenza, allora appaiono  come coraggiose e degne di elogi.” Quello stesso uomo coraggioso e  degno di elogi ha di nuovo sulla coscienza la morte di centinaia di  bambini. La citazione del maggiore non è un lapsus di un militare  isolato. All’inizio di agosto di quest’anno, Brzezinski stesso fa  sapere che gli Stati Uniti accorderanno l’asilo ad Ilyas Akhmadov.  Quest’uomo è complice di crimini di guerra. È uno dei collaboratori più  importanti del dirigente separatista ceceno Aslan Maskhadov. In luglio,  Maskhadov promette un aumento degli attentati. Promette di assassinare  chi vincerà le elezioni presidenziali di fine agosto. Cosa che non  impedisce gli americani di accordare l’asilo al suo collaboratore (come  suo “ministro degli esteri”, ndt) Akhmadov. Non solo, questo  personaggio è assunto con un buono stipendio alla National Endowment  for Democracy, un’organizzazione diretta da Paul Wolfowitz  (vice-ministro della Difesa), Frank Carlucci (ex-direttore della CIA) e  dal generale Wesley Clark (ex-comandante in capo della NATO). Gli  americani dimostrano così ancora una volta che sostengono il terrorismo  contro la Russia ed i Russi, uomini, donne e bambini.

La mancanza di volontà di Putin

All’epoca sovietica, si poteva passeggiare la sera senza paura nelle  grandi città. Uno o due volte all’anno, si sentiva uno sparo. Oggi, al  centro di Mosca e di Leningrado, dei colpi d’arma da fuoco echeggiano  50 volte al giorno. Fino al 1991, prima della restaurazione del  capitalismo nella vecchia Unione Sovietica, non c’erano frontiere interne. Nel Caucaso vivevano in  amicizia popoli russi e non russi. Nessuno si chiedeva dove era  esattamente la frontiera, per esempio, tra la Georgia e la provincia  russa della Cecenia. Non c’erano guardie alla frontiera, né degli  incidenti di frontiera. La sicurezza e la pace sono scomparse. La  restaurazione del capitalismo ha portato guerra e terrore. I genitori  russi si chiedono con ansia: il mio bambino oggi tornerà da scuola sano  e salvo? Nel 1945, alcuni politici e delle bande di mafiosi hanno provato a  separare l’Ucraina dall’Unione Sovietica. Ma gli operai ed i contadini  ucraini hanno organizzato dei gruppi di difesa e di propaganda  politica, dei comitati di quartiere, hanno rafforzato il Partito  comunista... Dopo cinque anni, quei banditi sono stati battuti. Ed ora?  Invece di fare la guerra ai terroristi, Putin ed i suoi predecessori  sono stati trascinati nella guerra contro il popolo della Cecenia. È la  ragione per cui i separatisti possono rimanere in sella per così tanto  tempo. Il presidente ed il governo, complici della restaurazione del  capitalismo, non vogliono mobilitare il popolo, perché questo  significherebbe la fine dei terroristi, ma anche la loro. In Russia non  c’è altra soluzione che il socialismo. Solo il popolo in prima persona  può eliminare il problema del terrorismo e del separatismo.

 === 3 ===

http://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru4i03.htm www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 03-09-04

da PTB - Parti du Travail de Belgique - www.ptb.be

Il terrore al servizio della NATO (con i complimenti di Brzezinski)

  di Jef Bossuyt

  Per comprendere le cause della terribile tragedia di Beslan,  riteniamo  utile riprendere alcuni brevi ed efficaci stralci del contributo di Jef  Bossuyt, apparso tempo fa nel sito internet del Partito del Lavoro del  Belgio, dopo l’assalto terrorista ceceno al Teatro Dubrovka di Mosca.

  Nel 1995, il terrorista ceceno Shamil Basajev penetrava in Russia con  due camion di esplosivo e 150 uomini armati. L’obiettivo: un’azione  terroristica a Mosca, con lo scopo di obbligare i russi a negoziare.  Veniva tuttavia bloccato nella piccola città di Budionnovsk, dove  prendeva in ostaggio 1.500 pazienti di un ospedale, dei quali più di  100 moriranno nel corso dell’assalto degli inseguitori. A tal  proposito, il maggiore americano Raymond C. Finch dichiarava: “I metodi  utilizzati da Basajev sono crudeli e violano le leggi di guerra. Ma se  noi giudichiamo queste azioni alla luce della lotta indipendentista  cecena, esse si rivelano coraggiose e degne di elogio” (Military  Review, Giugno 1997).   Il 7 ottobre 1999, in una lettera indirizzata al segretario generale  della NATO George Robertson, il presidente ceceno Maskhadov gli  chiedeva “di intervenire in Cecenia nel quadro del nuovo ordine  mondiale stabilito dalla NATO” (...)

  L’autorità di Maskhadov deriva dai suoi committenti stranieri, in  primo luogo da Zbigniew Brzezinski, ex consigliere di Reagan e di Bush  padre. Costui è presidente del Comitato americano per la democrazia in  Cecenia ed esige che Putin negozi una “soluzione politica” con il  presidente Maskhadov. Il 16 agosto 2002 (poco tempo prima dell’assalto  di Mosca, nota del traduttore), il Comitato si riuniva nel  Liechtenstein. Erano presenti, oltre ai fondatori americani, i ceceni  Khasbulatov e Aslakhanov, insieme al rappresentante del presidente  Maskhadov, il suo “plenipotenziario” (che ha trovato in seguito rifugio  in Occidente) Akhmed Zavkajev. Si è discusso un piano mirante a  conferire alla Cecenia uno statuto speciale sotto la sorveglianza  internazionale dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la  Collaborazione in Europa) (Sanobar Chermatova, in “Moskovskye Novosti”  del 27 agosto 2002)

  Nella sua opera “La grande scacchiera”, Brzezinski consigliava di  continuare ad indebolire la Russia e di scinderla in una  “confederazione russa più aperta, composta da una Russia europea, da  una repubblica della Siberia e da una repubblica dell’Estremo Oriente”.  (...)       

  Traduzione a cura del Centro di Documentazione e Cultura Popolare

 === 4 ===

da "Il Manifesto" del 10 settembre 2004 BESLAN

Il grande gioco dietro la strage

Interessi. Un intreccio geopolitico e affaristico che provoca vittime  innocenti

MANLIO DINUCCI

L'attacco alla scuola di Beslan non è stato solo un atto terroristico  di kamikaze ceceni ma una complessa azione militare professionalmente  preparata. Come confermano anche gli inviati del New YorkTimes, mesi  prima era stato nascosto sotto il parquet della biblioteca un grosso  deposito di armi e munizioni e i membri del commando, dotati di tute  mimetiche in uso nella Nato e maschere antigas, conoscevano  perfettamente la pianta della scuola. Tale azione non può essere stata  organizzata da un singolo gruppo, senza una rete diappoggi sia  all'interno che all'esterno della Russia. Dietro la nuova strage degli  innocenti vi è quindi non solo l'aspirazione all'indipendenza, che  anima il popolo ceceno sin dall'epoca zarista, e il rifiuto russo di  concederla. Vi è il «grande gioco» interno e internazionale attorno a  una posta di enorme importanza strategica: il controllo dell'ex Unione  sovietica e, in particolare, delle sue ricchezze energetiche.  All'interno della Federazione russa è in corso lo scontro tra grossi  esponenti dell'oligarchia economica e Vladimir Putin che,  contrariamente a quanto essi si aspettavano, ha accentrato il potere, e  con esso i profitti della vendita del petrolio e del gas naturale,  nelle mani degli uomini fidati della sua amministrazione. Il  miliardario Mikhail Khodorkovskij, padrone della compagnia petrolifera  Jukos, aveva tentato la scalata al potere politico con l'appoggio della  statunitense ExxonMobil cui stava per vendere un terzo della Jukos, ma  è stato imprigionato per aver evaso le tasse. Il banchiere Boris  Berezovskoj, rifugiatosi a Londra, da tempo sostiene e finanzia il  gruppo ceceno di Shamil Bassaev, indicato come organizzatore  dell'attacco di Bessan. Il fine politico di tale azione era quello di  colpire il prestigio di Putin, presentatosi come uomo forte in grado di  risolvere la questione cecena e garantire la sicurezza della Russia.

Lo ha ben capito Putin che, nel discorso televisivo di sabato sera  (sottovalutato dai media), sottolinea: «Alcuni vogliono strappare via  un grosso pezzo del nostro paese. Altri li aiutano a farlo. Li aiutano  perché pensano che la Russia, una delle più grandi potenze nucleari del  mondo, costituisce ancora una minaccia e che tale minaccia deve essere  eliminata. Il terrorismo è solo uno strumento per conseguire tali  scopi» (The New York Times, 5 settembre). Il messaggio è chiaro ed è  chiaro a chi è diretto.

Gli Stati uniti, disgregatasi l'Unione sovietica, proclamano  esplicitamente nel 1994 che la regione del Caspio rientra nella loro  «sfera d'interessi». Nello stesso anno, l'anglo-statunitense Bp-Amoco  si assicura in Azerbaigian (membro con la Russia della Comunità di  stati indipendenti) una prima concessione petrolifera. Nello stesso  anno scoppia la guerra in Cecenia (repubblica della Federazione russa),  i cui capi ribelli, arricchitisi dal 1991 con i proventi petroliferi,  sono sostenuti dai servizi segreti turchi (longa manus della Cia).  Quando, dopo gli accordi di pace del 1996, la Russia inaugura nel 1999  l'oleodotto tra il porto azero di Baku sul Caspio e quello russo di  Novorossiisk sul Mar Nero, esso viene sabotato nel tratto in territorio  ceceno. I russi realizzano allora un bypass attraverso il Daghestan, ma  in agosto un commando ceceno di Bassaev lo rende inagibile. In  settembre, Mosca effettua il secondo intervento armato in Cecenia.  Nello stesso anno, per iniziativa di Washington, viene aperto un altro  oleodotto che collega Baku al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero,  mettendo fine all'egemomia russa sull'esportazione del petrolio del  Caspio. Nello stesso anno, sempre su iniziativa statunitense, Turchia,  Azerbaigian, Georgia e Kazakistan decidono di costruire un oleodotto  che collega Baku al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo, sottraendo  alla Russia il controllo sull'esportazione della maggior parte del  petrolio del Caspio.

Contemporaneamente gli Stati uniti si muovono per distaccare da Mosca  le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, portandole nella  propria sfera d'influenza. Dopo l'11 settembre Washington dà la  spallata decisiva, installando basi e forze militari, oltre che in  Afghanistan, in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e  Georgia. L'area è dienorme importanza, sia per la sua posizione  geostrategica rispetto a Russia, Cina e India, sia per le grosse  riserve di petrolio e gas naturale del Caspio (su cui si affacciano  Kazakistan e Turkmenistan), sia per la sua vicinanza alle riserve  petrolifere del Golfo, dove con l'occupazione dell'Iraq gli Usa hanno  rafforzato la loro presenza militare. In compenso però Bush ha espresso  il suo dolore per le vite innocenti sacrificate a Beslan, assicurando  di «essere con il popolo russo, cui dedichiamo le nostre preghiere».


Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport'

Per annullare l'iscrizione a questo gruppo, manda una mail all'indirizzo:
marxiana-unsubscribe@yahoogroups.com

Pagina web della lista:
http://it.groups.yahoo.com/group/marxiana




#290 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Mar 21 Set 2004 2:43 pm
Oggetto: Fwd: Quelli che vogliono squartare la Russia (4)
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 

Quelli che vogliono squartare la Russia (1)

Quelli che vogliono squartare la Russia (2)

Quelli che vogliono squartare la Russia (3)

 

Quelli che vogliono squartare la Russia (4)

1. Reazioni e commenti in Russia dopo la tragedia di Beslan (di Mauro  Gemma / resistenze.org)

2. Gli ostaggi della scuola in Russia: chi è il responsabile di tante  morti? (di Peter Franssen / www.anti-imperialism.net)

3.  Il terrore al servizio della NATO (con i complimenti di Brzezinski)  (di Jef Bossuyt / ptb.be / resistenze.org)

4. Il grande gioco dietro la strage (di Manlio Dinucci / il manifesto)

 === 1 ===

http://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru4i18.htm

www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 18-09-04

Reazioni e commenti in Russia dopo la tragedia di Beslan

  di Mauro Gemma

  Come hanno reagito gli opinionisti russi di fronte agli sviluppi  della  tragica vicenda del massacro di Beslan?   Quello che balza immediatamente agli occhi è la singolare sintonia,  che sembra indicare una comune regia, con cui si sono mossi gli organi  di stampa più direttamente legati ai grandi oligarchi, oggi in rotta di  collisione con l’amministrazione presidenziale, a cui si sono associati  alcuni ambienti “radicali” (tale viene considerato il giornale “Novaja  Gazeta”, in realtà finanziato anch’esso dai magnati e in cui  scrivono  alcuni dei principali responsabili della catastrofe della Russia,  ruderi dell’era di Eltsin, di cui hanno esaltato il massacro del  Parlamento avvenuto nel 1993 (1)) e una parte della “sinistra estrema”.

  Costoro non hanno esitato a riprendere l’intero armamentario  propagandistico in merito alle questioni della politica russa in uso in  Occidente, il quale sembra proporsi come obiettivo prioritario quello  di mettere in difficoltà l’attuale presidente Vladimir Putin, oggi  impegnato, con una determinazione che non può non essergli  riconosciuta, a districarsi tra gli ostacoli e le contraddizioni che  incontra il suo tentativo di affermare, dopo i disastri provocati dal  decennio eltsiniano seguito alla vittoria controrivoluzionaria del 1991  e che hanno largamente influenzato anche un lungo periodo dei suoi  mandati, un ruolo di primo piano della Russia e la ricostruzione di  quelle fondamentali basi economiche e politiche necessarie al suo  risanamento.

  Tra le priorità c’è sicuramente la salvaguardia dell’unità e della  coesione del grande stato eurasiatico, la cui disgregazione e  destabilizzazione rappresenta fin dai primi anni ’90 dello scorso  secolo, senza ombra di dubbio, uno dei principali obiettivi strategici  dei concorrenti imperialisti della grande potenza nucleare, i quali  sono saldamente installati ai suoi confini e dispongono di un micidiale  meccanismo di alleanze politico-militari forse già in questo momento in  grado di intervenire in qualsiasi situazione di crisi che si manifesti  ai margini e all’interno stesso della Federazione Russa.

  Ecco allora che non stupisce il fatto che, immediatamente dopo la  presa degli ostaggi da parte del manipolo di terroristi ceceni, siano  apparsi in molti “media” (ricordiamo, che in misura  ragguardevole sono  tuttora controllati dai grandi gruppi oligarchici nazionali colpiti  dalle ultime iniziative di Putin e dai “network” delle comunicazioni  internazionali), pur nel contesto di una scontata esecrazione della  tragedia avvenuta nell’Ossezia settentrionale, una serie di  significativi “distinguo” rispetto al giudizio da dare in merito al  comportamento tenuto dalle strutture federali. Tali esternazioni  sembravano proporsi lo scopo di attribuire le principali responsabilità  della tragedia alle caratteristiche “tecniche” della reazione russa  all’attacco terroristico e ad un’attitudine “cinica” dello stesso  Vladimir Putin, che non avrebbe tenuto nella giusta considerazione gli  aspetti umanitari della vicenda.

  Sono state prevalentemente queste interpretazioni di alcuni tra i  principali organi “liberal” russi, ispirati dai loro finanziatori, ad  offrire il pretesto per le “richieste di chiarimento” partite da  governi dell’Occidente ed esponenti dell’establishment americano ed  europeo (a cui si sono immediatamente associati, con trasporto e senza  fermarsi a riflettere un attimo, settori significativi della cosiddetta  “sinistra antagonista” che sembrano aver abbracciato la causa di un  movimento separatista caucasico che, a nostro avviso, ha storicamente  meno ragioni di quelle che potrebbe addurre un eventuale “movimento per  l’indipendenza della nazione indiana” nel West nordamericano o un  movimento irredentista del Sud-Tirolo incorporato nello stato italiano  solo 86 anni fa! (2) ), tese con ogni evidenza a mettere in imbarazzo  nei confronti dell’opinione pubblica russa e internazionale e, in  qualche modo, a “ricattare” un Vladimir Putin alle prese con uno dei  più difficili momenti della propria carriera politica e ancora troppo  condizionato dallo scenario “geopolitico” emerso dalla disgregazione  dell’URSS, dalle pressioni che le potenze imperialiste e i grandi  gruppi economici internazionali sono in grado di esercitare su una  Russia indebolita e costretta ad un ruolo “di più basso profilo” nel  contesto planetario e dalle stridenti contraddizioni che caratterizzano  l’apparato statale e lo schieramento politico-sociale che lo hanno  sostenuto fino ad oggi.

  I “distinguo” si sono poi trasformati in un attacco pesantissimo  quando, ad esempio nel caso del commento apparso nel sito internet  “Gazeta.ru”, anch’esso notoriamente finanziato dagli oligarchi, si  invocava la necessità di convocare un tavolo di trattative con i  mandanti del massacro, mettendo così in atto la linea tracciata dal  principale ispiratore della politica americana verso la Russia,  l’autorevole consigliere di vari presidenti USA Zbignew Brzezinski e  dagli esponenti “neoconservatori” che hanno dato vita, insieme agli  uomini di Maskhadov e Zakaev, a un “Comitato Americano per la Pace in  Cecenia” (a cui sicuramente fa riferimento quella campagna dei radicali  italiani a sostegno della “resistenza cecena”, che oggi potrebbe  trovare inaspettate sponde anche in una “sinistra antagonista” pronta  ad “abboccare all’amo”, come già avvenne nel caso della Jugoslavia),  che si propone di fare pressione sulla Russia perché negozi il  definitivo sganciamento della Cecenia dal corpo dello stato federale  russo, preparando così le condizioni per la rivendicazione di nuove  “indipendenze”.

  Tutto ciò sta ad indicare con chiarezza la straordinaria sintonia  esistente tra gli sviluppi della situazione cecena e le mosse politiche  delle cordate dei magnati e dei loro protettori occidentali, i cui  interessi oggi vengono messi ancora più in discussione dalla prepotente  riaffermazione della necessità di forme efficaci di controllo statale  sulle risorse strategiche del paese. Nell’articolo di “Gazeta.ru” dal  titolo “Una politica esplosiva”, il suo autore afferma in modo  esplicito che “il detonatore principale  dei terroristi è rappresentato  da Putin e dalla sua crudele politica” e  si fa portavoce delle “elites  estromesse dal potere”, affermando che esse intendono rientrare in  gioco anche  esternando la loro disponibilità ad  intavolare un dialogo  con i terroristi a tutto campo e “non solo sulle questioni che fanno  comodo a Putin” (3).

  Un altro coro di violente critiche all’operato del presidente è  venuto  poi da alcuni settori dell’estrema sinistra, con l’attribuzione  all’attuale amministrazione di presunte caratteristiche “zariste”,  proponendo in alcuni casi la discutibile tesi dell’esistenza di un  aggressivo “imperialismo russo”, a cui si opporrebbe la “resistenza  cecena”, e sottovalutando, o addirittura rimuovendo del tutto, il ruolo  che l’imperialismo e i suoi alleati nella regione stanno svolgendo, con  frenetico attivismo (4).

  Una sottovalutazione del contesto internazionale, in cui si è  consumata la tragedia di Beslan, a onor del vero e a dispetto delle  valutazioni che questo partito aveva esplicitato almeno fino a non  molto tempo fa, caratterizza oggi, a nostro parere, anche le posizioni  del “Partito Comunista della Federazione Russa” (o almeno quella metà  circa del gruppo dirigente del PCFR che non ha seguito la scissione  dello scorso luglio che ha dato vita in questi giorni al “Partito  Comunista Russo del Futuro”), il quale, nella sua ormai radicata e per  certi aspetti pregiudiziale opposizione a quello che definisce il  “regime di Putin”, sembra dimenticare che il Presidente russo, nella  sua strenua difesa del carattere unitario della Federazione, non è poi  così distante dalle tesi che, a più riprese, i comunisti hanno espresso  in merito alle implicazioni geostrategiche della “questione cecena” e  che sono apparse in documenti ufficiali e negli interventi dello stesso  Ghennadij Zjuganov (5).

  Della  vera natura dell’attacco propagandistico dei “media” dimostra  invece di avere piena consapevolezza l’intellettuale marxista Dmitrij  Jakushev che, nel sito di “Levaja Rossija” (Russia di sinistra), di cui  è redattore, ha pubblicato un tagliente articolo (6), in risposta ai  critici di Putin di ogni colore.   Jakushev, che non da oggi lamenta l’assenza in Russia di una forza  autenticamente “antimperialista” capace di condizionare pesantemente  “da sinistra” Putin (che pur sempre rimane il rappresentante della  “borghesia nazionale”, di cui incarna le aspirazioni e i limiti), entra  in durissima polemica con le tesi dei “radicali” e dei “sinistri”  sostenitori della “resistenza cecena” (indicando esplicitamente  Politkovskaja e Kagarlitskij), mettendo direttamente in relazione la  campagna scatenatasi in Russia e in Occidente con le dinamiche (7)  dell’attacco terroristico, che su tale campagna evidentemente intendeva  fare affidamento.

  Scrive Jakushev: “Si può affermare che il piano dell’attacco  terroristico di Beslan era il seguente: sequestrare una grande quantità  di bambini, allo scopo di rendere impossibile un assalto, e allo stesso  tempo ottenere la pressione dell’ “opinione pubblica democratica  mondiale” per costringere le autorità russe a sedersi al tavolo delle  trattative con i leader dei banditi, che nelle persone di Zakaev e  Maskhadov avevano già cercato di presentarsi come garanti degli  ostaggi. Naturalmente le trattative sarebbero potute cominciare solo  con la mediazione delle istituzioni dell’imperialismo. Tutto ciò non  rappresenta che il logico proseguimento della politica condotta  dall’imperialismo nella regione e in rapporto alla Russia”. Ma gli  avvenimenti non si sono svolti secondo le intenzioni dei mandanti  dell’attacco per ragioni puramente dovute al caso, quando l’esplosione  accidentale di un ordigno nella palestra della scuola di Beslan, ha  fatto precipitare la situazione, determinando le condizioni del  sanguinoso epilogo della tragedia, che certamente ha messo in rilievo  anche lo stato comatoso in cui versano le strutture della sicurezza  russa devastate dalle “riforme” postsovietiche.

  A Jakushev non sfugge l’elemento di novità rappresentato dalla  reazione di Putin in questa occasione, rispetto alle precedenti, quando  nelle dichiarazioni degli “ambienti ufficiali” russi ci si è sempre  attenuti esclusivamente al tradizionale “cliché” del “terrorismo  internazionale” e del richiamo alla sola matrice di “Al Qaeda”. Questa  volta, afferma ancora Jakushev, “si è manifestato un evento  straordinario e completamente nuovo…Mai in precedenza Putin aveva  indicato così chiaramente  i veri ispiratori del terrorismo”. Nel suo  messaggio alla nazione – fa osservare Jakushev – il presidente afferma,  con toni autocritici, che “bisogna riconoscere che non abbiamo mostrato  comprensione della complessità e della pericolosità dei processi che  avevano luogo nel nostro proprio paese e nel mondo intero. Quantomeno  non abbiamo saputo reagire adeguatamente. Abbiamo mostrato debolezza. E  ai deboli gliele suonano. Alcuni vogliono strapparci un pezzo più  grasso, altri li aiutano. Li aiutano pensando che la Russia, una delle  più grandi potenze nucleari, continui a rappresentare per loro una  minaccia. Dunque, la minaccia va eliminata. Il terrorismo,  indubbiamente, è solo uno strumento per raggiungere questi scopi” (8).

  Ora – è la conclusione di Jakushev -, “non si possono più nutrire  dubbi sul fatto che dietro ai banditi, che terrorizzano la popolazione  della Russia, ci siano i servizi speciali dell’imperialismo” e che “il  vero obiettivo di coloro che oggi sconvolgono il Caucaso settentrionale  non sia la libertà della Cecenia, ma l’attuale potere russo e la stessa  Russia”.

   Note

  (1) Incredibile appare l’esaltazione che il giornale “Liberazione”  (“Anna Politkovskaya, la giornalista che fa paura al Cremlino, 9  settembre 2004) fadel ruolo dei personaggi che gravitano attorno ai  vari comitati e fondazioni “per i diritti umani” (che, oltre alla causa  dei ceceni, stanno seguendo con trepidazione la “persecuzione” del  magnate truffatore ed evasore Khodorkovskij), dirette emanazioni delle  lobby statunitensi che intendono spartirsi la Russia. Tali organismi,  di cui sono noti i legami con gli attivisti radicali italiani   filo-NATO, che da tempo conducono un’isterica campagna antirussa nel  nostro paese, hanno il compito, esattamente come è avvenuto nella ex  Jugoslavia, di preparare le condizioni per ogni genere di interferenza  occidentale negli affari interni della Russia, proponendo uno scenario  da “emergenza umanitaria”, ingigantendo i numeri delle vittime e delle  distruzioni  che sarebbero provocate dalla presenza militare russa,  giustificando di fatto la bestiale ondata terroristica (questa si ad  aver provocato ormai migliaia e migliaia di vittime in diverse località  della Russia, in particolare tra gli appartenenti ad etnie caucasiche,  musulmani e cristiani ortodossi), dimenticando che molti osservatori  internazionali sono pronti a riconoscere che le consultazioni condotte  dall’amministrazione russa circa la proposta di autonomia alla Cecenia  in ambito federale non possono essere considerate una farsa.

  Non è privo di significato, poi, che gli stessi personaggi (a  cominciare dalla Politkovskaya), così ostinatamente schierati a fianco  del micronazionalismo dei banditi ceceni (solo perché così piace ai  loro amici americani), non esitino a scagliarsi contro le autonomie  presenti all’interno della confinante Georgia ( occorrerebbe ricordare  che in Abkhazia - dove Sabina Morandi, senza preoccuparsi della  coerenza delle proprie affermazioni, non ha alcuna esitazione ad  accreditare la tesi di Politkovskaya e soci su presunte  “pulizie  etniche” da parte dei russi - l’80% della popolazione ha tuttora il  passaporto della Federazione Russa!), in predicato di entrare nella  NATO, frequentata dalle truppe americane e retroterra del terrorismo  ceceno, avamposto dell’accerchiamento in atto della Federazione  Russa.  

  A proposito dell’attività delle organizzazioni “informali”  sembrano  appropriate le riflessioni che lo stesso presidente russo Vladimir  Putin ha fatto il 26 maggio scorso, in occasione del suo messaggio  all’Assemblea Federale: “Certo non tutti nel mondo hanno intenzione di  confrontarsi con una Russia indipendente, forte e fiduciosa in sé  stessa. Oggi nella concorrenziale lotta globale vengono attivamente  utilizzati strumenti di pressione politica, economica e informativa. Il  rafforzamento del nostro senso dello stato a volte viene spacciato per  autoritarismo... Alcune parole sulle organizzazioni sociali non  politiche. Nel nostro paese esistono e lavorano costruttivamente  migliaia di istituzioni e unioni civili. Ma non tutte sembrano  orientate alla difesa dei reali interessi delle persone. Per una parte  di queste organizzazioni il compito prioritario è diventato la  riscossione di finanziamenti da parte di influenti fondazioni  straniere. Per altre il mettersi al servizio di gruppi discutibili e di  interessi commerciali. Perciò i problemi più acuti del paese e dei suoi  cittadini non vengono presi in considerazione. Si deve dire che, quando  il discorso verte sulle violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo,  della limitazione degli interessi reali delle persone, a volte la voce  di simili organizzazioni neppure si leva. E ciò non stupisce:  semplicemente non possono “mordere la mano” da cui ricevono il  cibo(...). Sul messaggio di Putin all’Assemblea Federale è disponibile  una rassegna stampa nel n. 81 di  “Nuove Resistenti”,  http://www.resistenze.org.

Per capire la complessa rete che sta dietro alla campagna  internazionale di discredito del presidente russo, torna utile leggere  l’articolo apparso nelle pagine dell’autorevole giornale britannico  “The Guardian” (8 settembre 2004), firmato da John Laughland,  fiduciario del “British Helsinki Human Rights Group”:

“... Le cosiddette “crescenti critiche” sono di fatto dirette da uno  specifico gruppo dello spettro politico russo e dei suoi sostenitori  americani. Gli esponenti che dirigono le critiche russe al modo come  Putin ha gestito la crisi di Beslan sono i politici filo-USA Boris  Nemtsov e Vladimir Rizhkov – uomini associati alle riforme del mercato  neo-liberale più spinto che hanno avuto effetti tanto devastanti sotto  Boris Eltsin così amato dall’Occidente – e il Carnegie Endowment’s  Moscow Centre. Fondato dal quartier generale di Washington, questa  influente fondazione – che opera in coppia con la militare-politica  Rand Corporation, allo scopo di produrre documenti sul ruolo della  Russia nel sostegno agli USA a ristrutturare il “Più grande Medio  Oriente” – ha ripetutamente biasimato Putin per le atrocità in  Cecenia... Costoro tengono essenzialmente la stessa linea che è stata  espressa dai leader ceceni, come Ahmed Zakaev, in esilio a Londra...   La durezza nei confronti di Putin si spiega forse con il fatto che,  negli USA, il gruppo che  si impegna per la causa cecena è  rappresentato dal “comitato Americano per la Pace in Cecenia” (ACPC).  La lista degli “americani in vista” che sono suoi membri è una rassegna  dei più rappresentativi neoconservatori sostenitori entusiasti della  “guerra al terrore”. Essa include Richard Perle, noto consigliere del  Pentagono; Elliot Abrams con la fama di Iran-Contra; Kenneth Adelman,  ex ambasciatore USA all’ONU che aveva incitato all’invasione dell’Iraq,  pronosticando che sarebbe stata “una passeggiata”; Midge Decter,  biografo di Donald Rumsfeld e direttore della Heritage Foundation di  destra; Frank Gaffney del militarista Centre for Security Police; Bruce  Jackson, ex ufficiale dell’intelligence militare USA e una volta  vice-presidente della Loockeed Martin, ora presidente del Comitato USA  sulla NATO; Michael Ledeen dell’American Enterprise Institute,  ammiratore del fascismo italiano e ora fautore di un cambiamento di  regime in Iran; e R. James Woolsey, ex direttore CIA, che è uno dei  principali sostenitori dei piani di George Bush di rimodellare il mondo  musulmano in base alle direttive USA.   L’ACPC diffonde energicamente l’idea che la ribellione cecena mette  in  evidenza la natura non democratica della Russia di Putin, e ricerca  sostegni per la causa cecena, enfatizzando la serietà delle violazioni  dei diritti umani nella minuscola repubblica caucasica. Il comitato  paragona la crisi cecena alle altre cause “musulmane” alla moda, Bosnia  e Kosovo, giungendo alla conclusione che  solo un intervento  internazionale nel Caucaso è in grado di stabilizzare la situazione...  Provenendo da entrambi i partiti politici, i membri dell’ACPC  rappresentano la spina dorsale della politica estera dell’establishment  USA, e le loro opinioni sono di fatto quelle dell’amministrazione USA”

John Laughland, “The Cechens’ American friends”, The Guardian, September 8 2004 http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,1299318,00.html

  (2) Non ritorniamo sulle caratteristiche della “questione caucasica”,  che sono state da noi esaminate in precedenti lavori pubblicati, a più  riprese, da L’ERNESTO.

  (3) “Una politica esplosiva”   http://www.gazeta.ru/comments/2004/09/02_a_162210.shtml     (4) Esemplare è il lungo commento che il gruppo trotskista russo  “Resistenza socialista” dedica agli avvenimenti di Beslan, in cui,  invece di interrogarsi sul fatto che, nella situazione attuale di  grande debolezza dell’insieme delle forze comuniste e di tutto il  movimento di classe del paese, l’unica realistica alternativa a Putin e  al suo blocco sociale diretto dalla “borghesia nazionale” potrebbe  essere rappresentata dalla rivincita della “borghesia compradora” e dal  definitivo assoggettamento della Russia alle logiche dell’imperialismo,  si ipotizzano fantapolitici sbocchi rivoluzionari, e si discetta in  modo delirante addirittura sulla possibilità di sottrarre l’egemonia  sulla “resistenza cecena” alle mafie locali. “Beslan. L’inizio della  fine di Putin”.  http://www.socialism.ru/analyses/russia/2004/beslan.html

  (5) Interventi di Zjuganov e di altri esponenti comunisti russi sulla  questione cecena e, più in generale, su quella “delle nazionalità”,  sono apparsi in L’ERNESTO e in http://www.resistenze.org

  (6) Dmitrij Jakushev, “Chi dà ordini al terrore?”  http://www.left.ru/2004/12/yakushev_terror111.html

  (7) Sulla “regia occulta” del massacro di Beslan rimandiamo anche  alla  lucida analisi di Manlio Dinucci apparsa con il titolo “Il grande gioco  dietro la strage” in “Il Manifesto”, 10 settembre 2004. [vedi piu'  sotto]

  (8) La traduzione, a cura di Mark Bernardini, del “Messaggio alla  Nazione” di Vladimir Putin è reperibile nel n. 87 della rassegna “Nuove  Resistenti” in http://www.resistenze.org.

 === 2 ===

Tratto da www.anti-imperialism.net

Gli ostaggi della scuola in Russia: chi è il responsabile di tante  morti?

Peter Franssen

Durante gli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti hanno utilizzato alcuni  fondamentalisti religiosi in parecchie guerre sporche. L’uomo alla base di questa strategia è Zbigniew Brzezinski. Nel luglio  del 1979 è l’allora consigliare nazionale alla sicurezza e persuade il  presidente Jimmy Carter ad incastrare l’Unione Sovietica nella trappola  di una guerra di lunga durata. Il governo afgano avrebbe sicuramente  fatto appello all’Unione Sovietica se si fosse scontrato con una forte  opposizione militare interna, ritiene Brzezinski. E’ per questo che gli  USA organizzano questa opposizione, la addestrano e la dotano di un  armamento moderno. E quello che Brzezinski aveva previsto si avverò.  L’Unione Sovietica invia decine di migliaia di soldati in Afghanistan,  per poi ritirarsi dieci anni più tardi, indebolita e demoralizzata.

Gli americani hanno applicato questa strategia una seconda volta in  Bosnia negli anni ‘90. Un rapporto del Parlamento americano ha  affermato quanto segue: “Gli Stati Uniti hanno trasformato la Bosnia in  una base islamica militante dove vengono addestrati migliaia di  Mujaheddin.” Lo scopo ed il risultato, in questo caso, è la distruzione  della Jugoslavia.

Dal 1991, gli americani seguono la stessa strategia in Cecenia. Qui, la  strategia deve condurre all’esplosione del Caucaso ed all’indebolimento  della Russia. Zbigniew Brzezinski, attualmente, è co-presidente del Comitato  americano per la pace in Cecenia, un comitato che dice di lottare per  la pace in Cecenia, ma che, in realtà, determina la strategia di guerra  degli USA nel Caucaso. L’altro co-presidente è Alexander Haig, un  generale di estrema destra. Brzezinski è anche, e non è un caso, un  consigliere lautamente pagato della società petrolifera BP-Amoco. La  Cecenia si trova nel cuore del Caucaso, una regione ricca di petrolio e  di gas. È attraversata dalle condotte di gas e di petrolio che  collegano il Mare Caspio al Mare Nero. La Cecenia è importante a causa del petrolio, ma anche per la sua  posizione strategica. Nel passato, l’Europa occidentale ha considerato  la regione come una testa di ponte per fare esplodere la Russia da sud.  Dopo la rivoluzione comunista del 1917, è di là che le truppe francesi  e britanniche si sono dirette verso Mosca. Nel 1942, la Germania  nazista ha occupato una parte della Cecenia per aprire da lì un secondo  fronte. Se gli Stati Uniti arrivassero a staccare la Cecenia dalla  madre-patria, sarebbe un duro colpo per la Russia che ha perso già  l’Estonia, la Lettonia e la Lituania nel nord, l’Ucraina, la  Bielorussia e la Moldavia ad ovest, la Georgia e l’Azerbaigian a  sud-ovest, e le cinque repubbliche dell’Asia centrale.

Un massacratore “coraggioso e degno di elogi”

L'uomo che ha organizzato la presa di ostaggi nella scuola di Beslan la  settimana scorsa è Chamil Bassaïev. Nel 1991, con un mitra ed alcune  granate in mano, lo troviamo al fianco del futuro presidente della  Russia, Boris Eltsin, all’epoca del colpo di stato condotto da  quest’ultimo, che porterà alla frantumazione dell’Unione Sovietica. Più  tardi, la CIA (i servizi segreti americani) fa passare Bassaïev per i  suoi campi di addestramento in Afghanistan ed in Pakistan. L’uomo qui  riceve la visita del ministro della Difesa pakistano, Aftab Shahban  Mirani, del ministro degli Interni Naserullah Babar e del capo dei  servizi segreti pakistani, Javed Ashraf. Tre generali che collaborano  strettamente con la CIA e che sono gli organizzatori del sostegno  fondamentalista alla ribellione cecena. Chamil Bassaïev è in Cecenia dal 1995. È l’autore di parecchi orribili  atti di terrore, come il raid contro la città di Budennovsk. Qui prende  1.500 malati in ostaggio, in un ospedale. 147 di essi perderanno la  vita. Il maggiore americano Raymond Finch descrive questo crimine nella  rivista ufficiale dell’esercito USA, il Military Review del giugno  1997, e ne trae questa conclusione: “I metodi utilizzati da Bassaïev  sono crudeli e violano le leggi della guerra. Ma se consideriamo queste  azioni alla luce del lotta cecena per l’indipendenza, allora appaiono  come coraggiose e degne di elogi.” Quello stesso uomo coraggioso e  degno di elogi ha di nuovo sulla coscienza la morte di centinaia di  bambini. La citazione del maggiore non è un lapsus di un militare  isolato. All’inizio di agosto di quest’anno, Brzezinski stesso fa  sapere che gli Stati Uniti accorderanno l’asilo ad Ilyas Akhmadov.  Quest’uomo è complice di crimini di guerra. È uno dei collaboratori più  importanti del dirigente separatista ceceno Aslan Maskhadov. In luglio,  Maskhadov promette un aumento degli attentati. Promette di assassinare  chi vincerà le elezioni presidenziali di fine agosto. Cosa che non  impedisce gli americani di accordare l’asilo al suo collaboratore (come  suo “ministro degli esteri”, ndt) Akhmadov. Non solo, questo  personaggio è assunto con un buono stipendio alla National Endowment  for Democracy, un’organizzazione diretta da Paul Wolfowitz  (vice-ministro della Difesa), Frank Carlucci (ex-direttore della CIA) e  dal generale Wesley Clark (ex-comandante in capo della NATO). Gli  americani dimostrano così ancora una volta che sostengono il terrorismo  contro la Russia ed i Russi, uomini, donne e bambini.

La mancanza di volontà di Putin

All’epoca sovietica, si poteva passeggiare la sera senza paura nelle  grandi città. Uno o due volte all’anno, si sentiva uno sparo. Oggi, al  centro di Mosca e di Leningrado, dei colpi d’arma da fuoco echeggiano  50 volte al giorno. Fino al 1991, prima della restaurazione del  capitalismo nella vecchia Unione Sovietica, non c’erano frontiere interne. Nel Caucaso vivevano in  amicizia popoli russi e non russi. Nessuno si chiedeva dove era  esattamente la frontiera, per esempio, tra la Georgia e la provincia  russa della Cecenia. Non c’erano guardie alla frontiera, né degli  incidenti di frontiera. La sicurezza e la pace sono scomparse. La  restaurazione del capitalismo ha portato guerra e terrore. I genitori  russi si chiedono con ansia: il mio bambino oggi tornerà da scuola sano  e salvo? Nel 1945, alcuni politici e delle bande di mafiosi hanno provato a  separare l’Ucraina dall’Unione Sovietica. Ma gli operai ed i contadini  ucraini hanno organizzato dei gruppi di difesa e di propaganda  politica, dei comitati di quartiere, hanno rafforzato il Partito  comunista... Dopo cinque anni, quei banditi sono stati battuti. Ed ora?  Invece di fare la guerra ai terroristi, Putin ed i suoi predecessori  sono stati trascinati nella guerra contro il popolo della Cecenia. È la  ragione per cui i separatisti possono rimanere in sella per così tanto  tempo. Il presidente ed il governo, complici della restaurazione del  capitalismo, non vogliono mobilitare il popolo, perché questo  significherebbe la fine dei terroristi, ma anche la loro. In Russia non  c’è altra soluzione che il socialismo. Solo il popolo in prima persona  può eliminare il problema del terrorismo e del separatismo.

 === 3 ===

http://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru4i03.htm www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 03-09-04

da PTB - Parti du Travail de Belgique - www.ptb.be

Il terrore al servizio della NATO (con i complimenti di Brzezinski)

  di Jef Bossuyt

  Per comprendere le cause della terribile tragedia di Beslan,  riteniamo  utile riprendere alcuni brevi ed efficaci stralci del contributo di Jef  Bossuyt, apparso tempo fa nel sito internet del Partito del Lavoro del  Belgio, dopo l’assalto terrorista ceceno al Teatro Dubrovka di Mosca.

  Nel 1995, il terrorista ceceno Shamil Basajev penetrava in Russia con  due camion di esplosivo e 150 uomini armati. L’obiettivo: un’azione  terroristica a Mosca, con lo scopo di obbligare i russi a negoziare.  Veniva tuttavia bloccato nella piccola città di Budionnovsk, dove  prendeva in ostaggio 1.500 pazienti di un ospedale, dei quali più di  100 moriranno nel corso dell’assalto degli inseguitori. A tal  proposito, il maggiore americano Raymond C. Finch dichiarava: “I metodi  utilizzati da Basajev sono crudeli e violano le leggi di guerra. Ma se  noi giudichiamo queste azioni alla luce della lotta indipendentista  cecena, esse si rivelano coraggiose e degne di elogio” (Military  Review, Giugno 1997).   Il 7 ottobre 1999, in una lettera indirizzata al segretario generale  della NATO George Robertson, il presidente ceceno Maskhadov gli  chiedeva “di intervenire in Cecenia nel quadro del nuovo ordine  mondiale stabilito dalla NATO” (...)

  L’autorità di Maskhadov deriva dai suoi committenti stranieri, in  primo luogo da Zbigniew Brzezinski, ex consigliere di Reagan e di Bush  padre. Costui è presidente del Comitato americano per la democrazia in  Cecenia ed esige che Putin negozi una “soluzione politica” con il  presidente Maskhadov. Il 16 agosto 2002 (poco tempo prima dell’assalto  di Mosca, nota del traduttore), il Comitato si riuniva nel  Liechtenstein. Erano presenti, oltre ai fondatori americani, i ceceni  Khasbulatov e Aslakhanov, insieme al rappresentante del presidente  Maskhadov, il suo “plenipotenziario” (che ha trovato in seguito rifugio  in Occidente) Akhmed Zavkajev. Si è discusso un piano mirante a  conferire alla Cecenia uno statuto speciale sotto la sorveglianza  internazionale dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la  Collaborazione in Europa) (Sanobar Chermatova, in “Moskovskye Novosti”  del 27 agosto 2002)

  Nella sua opera “La grande scacchiera”, Brzezinski consigliava di  continuare ad indebolire la Russia e di scinderla in una  “confederazione russa più aperta, composta da una Russia europea, da  una repubblica della Siberia e da una repubblica dell’Estremo Oriente”.  (...)       

  Traduzione a cura del Centro di Documentazione e Cultura Popolare

 === 4 ===

da "Il Manifesto" del 10 settembre 2004 BESLAN

Il grande gioco dietro la strage

Interessi. Un intreccio geopolitico e affaristico che provoca vittime  innocenti

MANLIO DINUCCI

L'attacco alla scuola di Beslan non è stato solo un atto terroristico  di kamikaze ceceni ma una complessa azione militare professionalmente  preparata. Come confermano anche gli inviati del New YorkTimes, mesi  prima era stato nascosto sotto il parquet della biblioteca un grosso  deposito di armi e munizioni e i membri del commando, dotati di tute  mimetiche in uso nella Nato e maschere antigas, conoscevano  perfettamente la pianta della scuola. Tale azione non può essere stata  organizzata da un singolo gruppo, senza una rete diappoggi sia  all'interno che all'esterno della Russia. Dietro la nuova strage degli  innocenti vi è quindi non solo l'aspirazione all'indipendenza, che  anima il popolo ceceno sin dall'epoca zarista, e il rifiuto russo di  concederla. Vi è il «grande gioco» interno e internazionale attorno a  una posta di enorme importanza strategica: il controllo dell'ex Unione  sovietica e, in particolare, delle sue ricchezze energetiche.  All'interno della Federazione russa è in corso lo scontro tra grossi  esponenti dell'oligarchia economica e Vladimir Putin che,  contrariamente a quanto essi si aspettavano, ha accentrato il potere, e  con esso i profitti della vendita del petrolio e del gas naturale,  nelle mani degli uomini fidati della sua amministrazione. Il  miliardario Mikhail Khodorkovskij, padrone della compagnia petrolifera  Jukos, aveva tentato la scalata al potere politico con l'appoggio della  statunitense ExxonMobil cui stava per vendere un terzo della Jukos, ma  è stato imprigionato per aver evaso le tasse. Il banchiere Boris  Berezovskoj, rifugiatosi a Londra, da tempo sostiene e finanzia il  gruppo ceceno di Shamil Bassaev, indicato come organizzatore  dell'attacco di Bessan. Il fine politico di tale azione era quello di  colpire il prestigio di Putin, presentatosi come uomo forte in grado di  risolvere la questione cecena e garantire la sicurezza della Russia.

Lo ha ben capito Putin che, nel discorso televisivo di sabato sera  (sottovalutato dai media), sottolinea: «Alcuni vogliono strappare via  un grosso pezzo del nostro paese. Altri li aiutano a farlo. Li aiutano  perché pensano che la Russia, una delle più grandi potenze nucleari del  mondo, costituisce ancora una minaccia e che tale minaccia deve essere  eliminata. Il terrorismo è solo uno strumento per conseguire tali  scopi» (The New York Times, 5 settembre). Il messaggio è chiaro ed è  chiaro a chi è diretto.

Gli Stati uniti, disgregatasi l'Unione sovietica, proclamano  esplicitamente nel 1994 che la regione del Caspio rientra nella loro  «sfera d'interessi». Nello stesso anno, l'anglo-statunitense Bp-Amoco  si assicura in Azerbaigian (membro con la Russia della Comunità di  stati indipendenti) una prima concessione petrolifera. Nello stesso  anno scoppia la guerra in Cecenia (repubblica della Federazione russa),  i cui capi ribelli, arricchitisi dal 1991 con i proventi petroliferi,  sono sostenuti dai servizi segreti turchi (longa manus della Cia).  Quando, dopo gli accordi di pace del 1996, la Russia inaugura nel 1999  l'oleodotto tra il porto azero di Baku sul Caspio e quello russo di  Novorossiisk sul Mar Nero, esso viene sabotato nel tratto in territorio  ceceno. I russi realizzano allora un bypass attraverso il Daghestan, ma  in agosto un commando ceceno di Bassaev lo rende inagibile. In  settembre, Mosca effettua il secondo intervento armato in Cecenia.  Nello stesso anno, per iniziativa di Washington, viene aperto un altro  oleodotto che collega Baku al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero,  mettendo fine all'egemomia russa sull'esportazione del petrolio del  Caspio. Nello stesso anno, sempre su iniziativa statunitense, Turchia,  Azerbaigian, Georgia e Kazakistan decidono di costruire un oleodotto  che collega Baku al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo, sottraendo  alla Russia il controllo sull'esportazione della maggior parte del  petrolio del Caspio.

Contemporaneamente gli Stati uniti si muovono per distaccare da Mosca  le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, portandole nella  propria sfera d'influenza. Dopo l'11 settembre Washington dà la  spallata decisiva, installando basi e forze militari, oltre che in  Afghanistan, in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e  Georgia. L'area è dienorme importanza, sia per la sua posizione  geostrategica rispetto a Russia, Cina e India, sia per le grosse  riserve di petrolio e gas naturale del Caspio (su cui si affacciano  Kazakistan e Turkmenistan), sia per la sua vicinanza alle riserve  petrolifere del Golfo, dove con l'occupazione dell'Iraq gli Usa hanno  rafforzato la loro presenza militare. In compenso però Bush ha espresso  il suo dolore per le vite innocenti sacrificate a Beslan, assicurando  di «essere con il popolo russo, cui dedichiamo le nostre preghiere».


Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport'

#289 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Lun 20 Set 2004 8:44 pm
Oggetto: There can be no soft landing
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
There can be no soft landing

Larry Elliott
Monday September 20, 2004
The Guardian


Be afraid. Be very afraid. Three years after September 11, the International Monetary Fund believes the threat to the global financial system has passed. The Fund sees nothing but well-capitalised banks becoming more profitable on the back of a strengthening global economy.

"Short of a major and devastating geopolitical incident or a terrorist attack undermining, in a significant and lasting way, consumer confidence ... it is hard to see where systemic threats could come from in the short term."

The bullishness of that assessment virtually guarantees that something is about to go wrong soon, not because the Fund lacks expertise nor because its judgement is demonstrably untrue, but because that's the way life is. Those IMF staff members who are parachuted into crisis-stricken countries when the trouble starts would be advised to keep an overnight bag at the office, just in case.

The reason for the Fund's cheeriness is obvious. When the dotcom bubble burst, there were fears that the boom built on speculation would be followed by a colossal bust. These concerns were amplified by the shock to the global political system by September 11, which affected consumer and business confidence. Yet the west has only suffered the mildest of downturns, far less severe than those at the start of the two previous decades. The United States bounced back, Japan piggy-backed on China's boom, Britain has not had a single quarter of negative growth. Even Europe, the global tortoise, has been doing a bit better.

The explanation for this is twofold. At the policy level, central banks and finance ministries took action to boost demand - cutting interest rates and loosening fiscal policy. At the micro level, banks were more rigorous in their approach to risk management, which has made them financially healthier.

Looked at from this perspective, the recent signs of sogginess in the US are merely a blip. During the long upswing of the 1990s, there were what Alan Greenspan calls "soft spots" and this is one of those. After the lull, we can expect strong growth to resume, with the next cyclical downturn in the global economy delayed until the next decade.

This is a perfectly acceptable analysis, and many economists find it plausible. There are at least three reasons why the immediate outlook is not quite so rosy.

The first is the recent lack of volatility in stock, bond and currency markets may have encouraged hedge funds into taking reckless decisions. While some of the increase in the price of oil this year has been due to demand from China and worries over security of supply from the Middle East, a fair slug of the cost of crude is a speculative premium. The trials and tribulations of Long Term Capital Management at the time of the Russian debt default in 1998 shows how a highly leveraged hedge fund can be affected by sudden price movements. Even now, there may be funds nursing big losses following the increase in the cost of crude last week caused by the shutdown of US production caused by Hurricane Ivan.

The second cause for concern comes back to the Fund's belief that everything should be all right absent a geopolitical or terrorist shock, which presupposes the geopolitical situation as it stands is relatively benign and the possibility of another September 11 is much diminished. In the light of what is happening in Iraq and the Middle East, not to mention Russia, that seems contestable. What's happening to crude markets is not brainless speculation but has something to do with the fact that the global economy is increasingly dependent for its oil supplies on a Russia reverting to authoritarianism and an unstable Middle East.

The final reason to be cautious is the risk that the twin locomotives for the global economy - the US and China - come off the rails at the same time. This is not factored into any of the upbeat forecasts, which take it as read that the US is long past the worst of the dotcom aftermath and that Beijing will be successful in engineering a soft landing for China from unsustainably rapid growth.

Brian Reading, of Lombard Street Research, challenges this. He says the global economy is held together by a Bretton Woods-style fixed exchange rate regime that is doomed to collapse. Half the world, he says, is yoked together in a new dollar area, which has the US and Asia marching in step. The synchronised boom will end not in a soft landing but in synchronised diving in 2005-06 that could spawn a legacy of deflation and protectionism. The modern "dollar area" is made up of an inner core of countries - China, Hong Kong and Malaysia - pegged to the dollar and an outer ring of Japan, India, South Korea, Taiwan, Thailand, Indonesia, Singapore and Russia, managed against it. Including the US, these countries make up half the world's dollar GDP.

The original Bretton Woods collapsed in the 1970s, once the strain of holding it together proved too great. Bretton Woods was an attempt to revive the gold standard, albeit in a modified form. One difference was that under the gold standard a country running a deficit was forced to deflate while one operating a surplus had to reflate. This was painful but eventually restored equilibrium.

In the 1960s, America - paying for Vietnam and the Great Society welfare programmes - was running a big current account deficit, but had no intention of dealing with it by deflating domestic demand. The Europeans and the Japanese were opposed to the idea that they should run inflationary booms, so the circle was squared by the Americans flooding the global financial system with dollars. Given that under Bretton Woods system these dollars could be exchanged for gold, it was inevitable that at some point, creditor countries would start demanding gold for their dollars.

Reading's point is that Bretton Woods 2 is less stable than Bretton Woods 1. It is a marriage of convenience, rather than a formal arrangement; it was created by the countries on the periphery so the US has no obligation to resist a devaluation of the dollar, it is not a gold exchange system, and it has developed when US imbalances - a 5% current account deficit and a 5% budget deficit - are extreme. "It is more like late Bretton Woods than early, but worse", he notes.

There are only three ways to reduce the US current account deficit. One option would be for the dollar to depreciate, making US exports cheaper and imports from Asia and Europe dearer. This is certain to be resisted by the rest of the dollar area. A second option would be for Asia to continue booming, which Reading says is implausible. Action to deal with inflation will expose overinvestment and this will lead to a hard landing. This leaves the third option, slumping domestic demand in the US. That would amplify the downturn in China, the rest of Asia and Europe by reducing flows of imports into the US.

Reading's conclusion is sober but at least as plausible as the notion that the global economy is unscathed from its recent travails and is on the threshold of sustained, untroubled growth.

"The new dollar area, like Bretton Woods, must end in tears. The synchronised boom it has created cannot continue. There can be no soft landing for the US or China. Quite simply, Americans save too little and must save more, meaning demand and incomes must shrink. The Chinese invest too much and must invest less, meaning demand and incomes will contract. This is the recipe for synchronised sinking."

< A HREF="mailto:larry.elliott@...">larry.elliott@.../ A>


Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport'

#288 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 19 Set 2004 10:58 pm
Oggetto: L'Iraq tra occupazione militare, desaparecidos e terrorismo di Stato
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
http://www.contropiano.org/Retedeicomunisti/doc/2004/volantone_noi_accusiamo.pdf



___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#287 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 19 Set 2004 10:52 pm
Oggetto: Fwd: [uruknet.info - daily information from occupied iraq] newsletter 19 Sep 2004.
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
uruknet.info
:: information from occupied iraq
:: informazione dall'iraq occupato

The UN, Palestine and Iraq
Ibrahim Ebeid, Al-Moharer
Kofi Annan, The Secretary General of The United
Nations Organization,
declared that the US led war against Iraq was illegal.
He told the
British
Broadcasting Corp. radio that the US - led invasion
did not conform to
the
United Nations Charter. His comments do not represent
any change of
heart
in his position nor they introduce a genuine change in
the attitude of
the
United Nations Organization (...) In spite of not
having a Security
Council
Resolution "legalizing" this war, the United! Nations,
through its
Security
Council, recognized the US war against Iraq and
cooperated and still
cooperating with its programs and agenda...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5702&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5702


U.S. Plans Year-End Drive to Take Iraqi Rebel Areas
DEXTER FILKINS, NYTimes
Faced with a growing insurgency and a January deadline
for national
elections, American commanders in Iraq say they are
preparing
operations to
open up rebel-held areas, especially Falluja, the
restive city west of
Baghdad now under control of insurgents and Islamist
groups (...) "We
need
to make a decision on when the cancer of Falluja is
going to be cut
out,"
the American commander said. "We would like to end
December at local
co!
ntrol across the country"...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5711&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5711


Saddam's lawyers doubt trial soon
UPI
Defense lawyers representing former Iraqi President
Saddam Hussein said
Sunday they doubt Iraqi official claims that his trial
will soon start.
Jordanian defense lawyer Mohammad Najib al-Rashdan
told United Press
International statements by Iraqi Prime Minister Iyad
Allawi stating
Saddam's trial will begin next month are unlikely to
materialize.
Al-Rashdan, one of 24 lawyers defending the former
Iraqi president,
said
problems have begun to arise in the Iraqi court that
is set to hear the
trial...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5712&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5712


Blair told Bush he 'would not budge' in support for
war. Leaked
documents
show a gulf between public statements on Iraq and
private talks with
the
White House. Francis Elliott reports
Independent
Tony Blair privately promised George Bush he would not
budge in his
support
for "regime change" in Iraq more than a year before
the invasion. The
Prime
Minister was also told by an adviser he would have to
"wrongfoot"
Saddam
Hussein into providing an excuse to go to war, and
that Mr Bush had no
answer to the question of "what happens the mornin! g
after". An
extraordinary cache of leaked documents this weekend
forced Mr Blair to
deny that the planning for post-invasion Iraq had been
inadequate. Amid
a
deteriorating security situation in the country, Mr
Blair blamed
terrorists
for trying to stop the creation of a stable and
democratic Iraq. But
the
leak also lays bare the gulf between what Mr Blair and
his aides said
in
public about Iraq and their private discussions with
the White House.
On
the eve of Mr Blair's visit to Mr Bush's ranch in
Crawford, Texas, in
March
2002, for example, Mr Blair's official spokesman
dismissed suggestions
that
he was going for a "council of war"...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5714&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5714


Britain to cut troop levels in Iraq
Jason Burke, chief reporter, The Guardian
The British Army is to start pulling troops out of
Iraq next month
despite
the deteriorating security situation in much of the
country, The
Observer
has learnt. The main British combat force in Iraq,
about 5,000-strong,
will
be reduced by around a third by the end of October
during a routine
rotation of units...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5710&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5710


US air strike targets Falluja
Aljazeera.net
A US air strike has killed four people and left five
wounded in
Falluja,
hospital sources say, while a large offensive against
the city is being
planned, a US newspaper reports. The US military said
a strike was
carried
out at 1830 GMT on a checkpoint in northern Falluja.
"Four people were
killed and five wounded," said Dr Ali Hiad Mashalani
at Falluja General
hospital...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5709&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5709


UK ministers 'kept in dark' over abuses at Abu Ghraib
Severin Carrell and Andrew Buncombe
A senior British intelligence officer knew in January
this year that
Iraqi
prisoners at Abu Ghraib were allegedly being abused
but failed to tell
his
superiors, The Independent on Sunday can reveal.
Colonel Chris
Terrington,
one of the highest-ranking British military
intelligence experts posted
to
Iraq, was told there was "one or more" secret
inquiries into alleged
abuses
at the infamous prison - four months before Tony Blair
and Geoff Hoon,
the
S! ecretary of State for Defence, were informed...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5705&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5705


We're back at war in Iraq, says general
Sean Rayment
Gen Sir Mike Jackson, the head of the Army, has
admitted that British
troops in Iraq are "back at war". He is the first
authoritative figure
to
concede that war is still being waged in Iraq, 16
months after
President
George W Bush declared that combat operations were
over...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5703&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5703


Eclipsed in Iraq
William Greider, The Nation
...The United States is "losing" in Iraq, literally
losing territory
and
population to the other side. Careful readers of the
leading newspapers
may
know this, but I doubt most voters do. How could they,
given the
martial
self-congratulations of the President and relative
restraint from his
opponent? High-minded pundits tell us not to dwell on
the long-ago
past.
But the cruel irony of 2004 is that Vietnam is the
story. The arrogance
and
deceit - the utter waste of human life, ours and
theirs ! - play before
us
once again...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5704&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5704


TvNewsLIES.org Editor's Offer to George Bush & PNAC:
I'll Pay for Your
Vacation in Iraq or Afghanistan!
TvNewsLIES.org
Mr. Bush,

I have heard you, your administration, members of
Congress and your PR
firm
known as the American news media, repeat over and over
how much better
off
the world is with Saddam Hussein deposed. I have
however, yet to hear
any
detailed explanation or see any evidence that
validates this claim.
Prior
to your decision to obliterate a sovereign nation and
deliver the
equivalent of 10 September 11th events to the people
of Iraq, the
people if
Iraq were not afraid to walk the streets, go to work
or send their
children
to school. Your actions, which have resulted in the
murder of thousands
more civilians than all the terrorists in history
combined have been
capable, has made life in Iraq a living hell...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5701&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5701


Iraqi Resistance Report for events of Friday, 17
September 2004
Translated and/or compiled by Muhammad Abu Nasr,
member editorial
...American F-16 and F-18 fighter bombers as well as
Apache helicopters
carried out continuous and hysterical bombing from
3:30am until 5:00am
local time Friday morning of the Ridwaniyat Zawbi`
area in the village
of
Zaydan, 20km south of al-Fallujah. The area is home to
members of the
Zawbi` tribe. The local correspondent of Mafkarat
al-Islam reported
that
the American aircraft dumped more than 14! massive
anti-personnel
container
bombs as well as napalm on the rural community. Each
container bomb
consists of about 2,000 bomblets that blast apart near
the ground to
kill
any and all living things...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5694&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5694


The acid test of Bush's folly
Simon Tisdall, The Guardian
The corrosive impact of the Iraq crisis in almost all
areas of
international relations, as well as on Iraq's
long-suffering civilians,
was
dramatically demonstrated yesterday by the UN general
secretary Kofi
Annan's blunt declaration that last year's war was
illegal. The recent
spat
between the US and Iraq's northern neighbour Turkey is
a case in point.
Since the war officially ended, Turkey has fretted
about Iraq's
possible
fragmentation, Kurdish separatism, and the safety of
Ir! aq's ethnic
Turk
minority...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5690&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5690


How can you hold elections amid all this savagery?
Patrick Cockburn, Independent
"In Iraq, there's ongoing acts of violence but freedom
is on the
march,"
said President George Bush breezily earlier in the
week. No it isn't.
The
violence is getting worse by the day, and freedom is
visibly on the
retreat. The US and the interim Iraqi government do
not have full
control
of almost any Iraqi city or town outside Kurdistan.
The insurgency is
spreading. Iraqis speak of their country fragmenting
into competing
centres
of power like Lebanon in t! he 1970s...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5691&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5691


Mounting concern in US, Europe over Iraq debacle
Patrick Martin
A series of negative and critical comments—most
notably from UN
Secretary
General Kofi Annan—has highlighted the growing concern
in the political
and
media establishment that the US occupation of Iraq is
turning into a
political and military disaster. In both the United
States and Europe,
representatives of the ruling classes fear that the
Bush administration
has
set into motion a process of political upheaval, not
only in the Middle
East, but internationally...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5689&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5689


Turkey snaps over US bombing of its bretheren
K Gajendra Singh
For the first time since the acrimonious exchange of
words in July last
year following the arrest and imprisonment of 11
Turkish commandos in
Kurdish Iraq, for which Washington expressed "regret",
differences
erupted
publicly this week between North Atlantic Treaty
Organization allies
Turkey
and the US over attacks on Turkey's ethnic cousins,
the Turkmens in
northern Iraq (...) The deterioration in US-Turkish
relations
underlines
the fast-changing strategic scenario in the ! region
in the post-Cold
War
era after the collapse of the Soviet Union, the
September 11 attacks on
the
US, the US-led invasion on Iraq, now conceded as
illegal by United
Nations
Secretary General Kofi Annan, and the deteriorating
security situation
in
that country...


<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5686&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5686


Iraqi Resistance Report for events of Monday, 13
September 2004 through
Thursday, 16 September 2004
Translated and/or compiled by Muhammad Abu Nasr,
member editorial board
The
Free Arab Voice
...American snipers on Hayfa Street in Baghdad on
Monday spent their
afternoon picking off Iraqis going up the steps to the
Saddam Medical
Center across the street from their perch. Five
Iraqis, three of them
children, were shot to death by the US troops in this
manner, according
to
the local correspondent of Mafkarat al-Islam...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5685&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5685


Editorial: Iraq/Is it becoming a lost cause?
Star Tribune.
The news about Iraq this week has been all bad.
Indeed, if you read
what
the experts say, Iraq may now be a lost cause. Some
sensible people are
beginning to utter the unthinkable: Bring the troops
home and refuse to
pour more blood and money into an obvious -- and
monumental -- U.S.
defeat.
That is not an easy notion to contemplate for two
reasons: what it
would
leave in Iraq and the Middle East, and the explosive
repercussions it
would
have for the United States at home and ab! road. But
that it is being
uttered aloud in polite company underscores a reality
Americans must
face:
There is no good road forward in Iraq...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5684&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5684


Insurgency Deepens Plight of Iraq's Allawi
HAMZA HENDAWI, Associated Press
Ali Eidan knew exactly where to put the blame for the
blood he swept
off
the floor of his grocery store after a bomb blast
killed dozens of
people:
the interim government of Prime Minister Ayad Allawi
(...) The
perception
of Allawi as America's puppet is ever more entrenched
as he embarks
next
week on his first official trip to the West...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5683&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5683


AMS: US actions foiling hostage deal
Aljazeera.net
Iraq's influential Association of Muslim Scholars
(AMS) has accused the
US
army of hampering efforts to secure the release of two
abducted French
journalists Muhammad Ayash al-Kubaisi, the
representative of AMS
abroad,
said on Friday, "We are under the impression that the
American forces
do
not want the hostages to be freed, because each time
we get near a
solution, these forces push for a military
escalation"...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5682&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5682


US soldiers shoot first, no questions asked
Gethin Chamberlain
HIS name was Ahmed Hameed and he was 36 years old. He
had taken the
wrong
turning up to the checkpoint on the July 14 Bridge
which spans the
Tigris
on the south-eastern edge of what used to be known in
Baghdad as the
Green
Zone, but which has now been renamed the International
Zone. Now he
lies in
a body-bag a few yards away from the US army gun tower
which opened
fire on
him as he tried to turn his moped around...

<http://www.uruknet.info?s1=1&p=5678&s2=19>Read the
full article /
Leggi
l'articolo completo: www.uruknet.info?p=5678




<http://www.uruknet.info>www.uruknet.info: a site
gathering daily
information concerning occupied Iraq: news, analysis,
documents and
texts
of iraqi resistance available in Italian and English.




___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#286 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 19 Set 2004 7:18 pm
Oggetto: Britain to cut troop levels in Iraq
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Britain to cut troop levels in Iraq

Jason Burke, chief reporter
Sunday September 19, 2004
The Observer
http://www.guardian.co.uk/Iraq/Story/0,2763,1307980,00.html

The British Army is to start pulling troops out of
Iraq next month despite the deteriorating security
situation in much of the country, The Observer has
learnt.
The main British combat force in Iraq, about
5,000-strong, will be reduced by around a third by the
end of October during a routine rotation of units.

The news came amid another day of mayhem in Iraq,
which saw a suicide bomber kill at least 23 people and
injure 53 in the northern city of Kirkuk. The victims
were queueing to join Iraq's National Guard.

More than 200 people were killed last week in one of
the bloodiest weeks since last year's invasion,
strengthening impressions that the country is spinning
out of control.

Yesterday grim footage apparently showing a British
engineer kidnapped from a house in Baghdad last week
along with two American colleagues surfaced in a video
released in the Iraqi capital. The group holding the
three threatened to execute them unless Iraqi women
prisoners are released from jail.

And last night it was reported that 10 more staff
working for an American-Turkish company had been
seized as hostages.

There are now fears that scheduled Iraqi elections in
January will have to be delayed because of the growing
instability.

Last week Geoff Hoon, the Defence Secretary, said that
more troops could be sent to safeguard the polls if
necessary, although Whitehall sources said there was
no guarantee that they would be British.

The forthcoming 'drawdown' of British troops in Basra
has not been made public and is likely to provoke
consternation in both Washington and Baghdad. Many in
Iraq argue that more, not fewer, troops are needed.
Last week British troops in Basra fought fierce
battles with Shia militia groups.

The reduction will take place when the First
Mechanised Infantry Brigade is replaced by the Fourth
Armoured Division, now based in Germany, in a routine
rotation over the next few weeks.

Troop numbers are being finalised, but, military
sources in Iraq and in Whitehall say, they are likely
to be 'substantially less' than the current total in
Basra: the new combat brigade will have five or even
four battle groups, against its current strength of
six battle groups of around 800 men.

A military spokesman in Basra confirmed the scaling
back of the British commitment.

Currently there are 8,000 British troops in the
14,000-strong 'multinational division' in southern
Iraq, which has responsibility for about 4.5 million
people.

The cuts will occur in the combat elements of the
deployment - the 5,000-strong infantry and armoured
brigade that is committed to the provinces of Basra
and Maysan. Four Royal Navy ships will remain in the
Gulf.

However, the incoming force will leave its heavy
armour, mainly Challenger tanks, behind, but will be
equipped with a unit of Warrior armoured troop
carriers.

Senior officers say the scaling back of the British
commitment in Iraq is a sign of their success in
keeping order and helping reconstruction. But both
Basra and Maysan have seen heavy combat recently, with
some units sustaining up to 35 per cent casualties,
and remains restive. The al-Mahdi army, which was
responsible for most of the fighting, remains heavily
armed.

'Whatever they say, fewer troops mean less
capability,' a military expert told The Observer .
'You need as many boots on the ground as you can get
for low-intensity warfare and peace-keeping
operations.'

Iyad Allawi, the interim Iraqi Prime Minister, will
hold talks with Tony Blair at Chequers tomorrow on
security issues, including elections and the
strengthening of border patrols.

News of the troop withdrawal comes at a difficult time
for Blair, with the publication yesterday of leaked
documents suggesting that he was warned a year before
the invasion that it could prompt a meltdown.

However Tessa Jowell, the Culture Secretary and a
close ally of Blair, told The Observer that the Prime
Minister still believed that Britain's actions would
be justified by the restoration of democracy 'however
difficult and remote a prospect that seems at the
moment, when our headlines are crowded with further
attacks by the insurgents'.

In another embarrassment for the Prime Minister, a
draft report from the Iraqi Survey Group, set up to
investigate Saddam Hussein's weapons programme, has
concluded that the former dictator's only chemical or
biological armament was a small amount of poison for
use in political killings.





___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#285 Da: karlse <karlse@...>
Data: Dom 19 Set 2004 4:23 pm
Oggetto: Re: Parla - articolo completo
ilic_99
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Parla il capo degli irriducibili di Saddam: «L’Iraq è con noi, cacceremo gli
invasori americani»

Baghdad - La «resistenza» irachena esce allo scoperto, e lo fa con un’intervista
all’inviato della Stampa in Iraq. L'incontro, dopo mesi di contatti e rinvii,
avviene in una villetta semicentrale di Baghdad. L’uomo, che si fa chiamare con
il nome di battaglia Abu Moussa, non è armato: dicono avesse ricoperto alti
incarichi nell'esercito di Saddam, forse comanda la guerriglia a Baghdad o forse
ne è autorevole portavoce. Verificarlo è impossibile, però le cose che l'uomo
senza nome rivela sono di estremo interesse. «Il nucleo della resistenza
irachena - dice - è attivo dal 1998. Fu allora che il presidente Saddam,
ritenendo ormai inevitabile una guerra, decise di creare una struttura segreta
selezionando 15 mila uomini, i migliori elementi del "Baath" e la crema di
esercito e corpi speciali ». Distingue la guerriglia dai terroristi: «Noi
uccidiamo solo chi collabora con gli invasori. Quanti siamo? Ora un milione,
forse di più: batteremo gli americani e li cacceremo dall’Iraq»

«Noi siamo la resistenza, non quelli che sequestrano e sgozzano»: l'iracheno,
che si fa chiamare con il nome di battaglia di Abu Moussa e lancia questo
messaggio, è un uomo di mezz'età che ci sta parlando con tono tranquillo
rivelando vicende straordinarie. Contatti trascinati per mesi d'un tratto
sfociano nell' incontro, in questo momento colui che appare come il leader della
guerriglia a Baghdad ha accettato l'intervista con tanta facilità da far pensare
all'inizio di una campagna mediatica.

Per ragioni ancora non del tutto chiare la resistenza irachena deve aver deciso
di uscire allo scoperto: lo fa per distinguersi dalle bande di macellai che
sommergono il Paese, ma anche perchè probabilmente si sente abbastanza forte e
vuole ribadire una "leadership" che è già nei fatti. L'uomo che ci sta parlando
in una villetta semicentrale di Baghdad non è armato, anche se le camice a
quadri o i "disdasha" dei suoi mostrano chiari rigonfiamenti ascellari: dicono
avesse ricoperto alti incarichi nell'esercito di Saddam, forse comanda la
resistenza a Baghdad o forse ne è autorevole portavoce, verificarlo è
impossibile, pero le cose che l'uomo senza nomè rivela sono di estremo
interesse.

Domanda iniziale: voi siete "la resistenza", poi ci sono i terroristi islamici
poi le bande di Al Qaeda poi i semplici banditi. Come si fa a distinguervi?

«Mi piacerebbe risponderle che ad un occidentale sarebbe più utile capire
anzitutto cosa ci unisce. Pochi giorni dopo l'ingresso delle truppe americani a
Baghdad mi trovavo in auto fermo ad un "check point". E dinanzi alla mia era
l'automobile di un commerciante molto noto, proprietario di una catena di
pasticcerie che accompagnava il figlio e la sua fidanzata a fare acquisti in
vista del matrimonio, un matrimonio rimandato a quando la guerra fosse finita.
In un cassetto dell' auto aveva 15mila dollari, soldati volevano prenderli, i
figlio tentò di protestare e per questo venne picchiato col calcio dei fucili,
gettato sul marcia piede, legato con le mani dietro la schiena e maltrattato a
pugni e calci sotto gli occhi de padre e della donna». Questo era il primo
episodio cui assistevo direttamente ma nell'anno e mezzo successivo migliaia di
iracheni hanno visto genitori figli maltrattati o uccisi, carri armati che
distruggevano le case, la loro dignità calpestata ed i propri beni depredati: la
rabbia per tutto questo è l'elemento che unisce tutti coloro che in questo Paese
combattono l'occupazione».

Assieme con gli attentati, rapimenti, le autobombe, le decapitazioni?

«Noi finora abbiamo rapito soltanto camionisti turchi, siriani o giordani che
rifornivano le basi americane, abbiamo bruciato i loro mezzi e poi li abbiamo
rilasciati dopo avergli fatto giurare sul Corano che mai più avrebbero rifornito
l'invasore».

Nessuno di essi è stato ucciso?

«Neanche uno, e non è mai i accaduto che un elemento delh resistenza decapitasse
o sgozzasse prigionieri, se fosse successo costui sarebbe stato eliminato
immediatamente. Quanto alle autobomba, quelle piazzate da noi rappresentano
forse il dieci per cento del totale e si dirigono sempre verso basi americane o
sedi di uffici che collaborano con l'occupante».

Anche caserme di polizia?

«Anche però caserme dove si sono svolte attività particolarmente riprovevoli e
mai quelle in cui è il corso il reclutamento o dinanzi alle quali sostano
giovani iracheni. Non abbiamo alcun interesse a colpire la popolazione perchè la
popolazione è sempre più dalla nostra parte e d'altronde cinque anni di
preparazione non trascorrono invano...»

Cinque anni? Il dopoguerra è cominciato 18 mesi fa.

«Però il nucleo della resistenza irachena è attivo dal 1998. Fu allora che il
presidente Saddam, ritenendo ormai inevitabile una guerra, decise di creare una
struttura segreta selezionando i migliori elementi del "Baath" e la crema di
esercito e corpi speciali". Saddam Hussein era ben conscio che l'attacco
americano era inevitabile e avrebbe potuto opporvi soltanto carri armati fermi
dal '92, dunque decise la creazione di quest'ala segreta del "Baath" sconosciuta
anche al resto del partito, che avrebbe dovuto organizzarsi in nuclei di
resistenza quando l'Iraq fosse stato invaso».

Quanti eravate in questa struttura?

«In totale circa quindicimila, divisi in nuclei a comunicazione orizzontale e
dunque piuttosto compartimentati, le dotazioni consistevano essenzialmente in
armi leggere e depositi di esplosivo però molte altre armi ci sono arrivate dai
magazzini dell'esercito quando i reparti si stavano sfaldando».

Aveva un nome, questa armata segreta?

«Una denominazione ufficiale no, però si usava riferirsi al "Baath" parallelo
parlando di "Al Taljali", che più o meno significa "l'élite».

Qualcosa a che fare col corpo dei "fedayn" che il figlio di Saddam, Uday, creò
poco prima della guerra?

«No, quella era poco più di un'armata personale, noi avevamo invece il compito
dì difendere ogni angolo dell'Iraq riaffermando la dignità nazionale con l'unica
forma di azione possibile, ovvero la guerriglia».

Cominciaste subito?

«Quasi: la rivolta spontanea di Falluja contro le prevaricazioni di militari
ubriachi anticipò anche le nostre azioni che comunque hanno una data d'inizio
precisa: 10 aprile del 2003, con l'attacco contro tre carri armati americani ed
il loro incendio nel quartiere di Nafaqua Al Shurza, a Baghdad».

Quali sono fino ad oggi le azioni che considerate di maggiore successo?

«Quelle di Falluja hanno assunto carattere permanente, né gli americani né il
governo Allawi possono più controllare la città, a Falluja combattono sunniti
della zona, sciiti di Nassiriya ed anche curdi, come avveniva per il "Baath" la
resistenza non dà alcun valore all'elemento religioso o etnico ma punta sullo
spirito nazionale e sull'orgoglio arabo. Come singola azione, forse quella di Al
Haswa fu la più efficace...».

Lei dice che la resistenza attacca solo basi nemiche e collaborazionisti
iracheni, l'altro giorno due donne che lavoravano come interpreti nella "Green
Zone" sono state uccise a colpi di pistola su Saddoun Street e abbandonate
sull'asfalto con il "pass" americano bene in vista sul petto. Siete stati voi?

«E' molto probabile, un nucleo autonomo di resistenza deve aver accertato le
loro responsabilità».

La responsabilità di lavorare per vivere?

«Quando viene segnalato il caso di un iracheno che lavora per le truppe
straniere o fa la spia prima la resistenza indaga per sapere se l'accusa è vera,
e se è vera decide l'esecuzione. Anche di donne, se le colpe sono gravi, il mio
nucleo ha eliminato una che procurava ragazze ai soldati americani».

E chi pronuncia la condanna, avete magari un tribunale clandestino?

«No, la responsabilità spetta al comandante di ciascun nucleo, ma se non è
sicuro delle accuse questi può convocare il sospettato facendogli giungere una
lettera a casa...».

Un gruppo clandestino che spedisce lettere?

«Si, solo a Baghdad ne abbiamo recapitate a migliaia avvertendo ogni volta le
singole persone che sul loro conto circolavano queste accuse e potevano
presentarsi per tentare una discolpa».

Presentarsi dove, da chi?

«Ogni quartiere ha i suoi referenti, non tema, a Bahghdad ci conoscono
tutti...poi è accaduto diverse volte che i sospettati ci abbiano convinti della
loro innocenza e siano tornati a casa, anch'essi dopo aver giurato sul Corano».

Chi vi finanzia?

«Noi stessi, fondi accantonati prima della guerra, alcuni iracheni più ricchi di
altri ma anche moltissima gente comune che si quota per piccole somme».

Riscatti dei sequestri di persona?

«E' accaduto, però pochissime volte poichè il sequestro non appartiene ai nostri
sistemi e da parte nostra può riguardare solo ricchi stranieri o rappresentanti
di società che tentano di arricchirsi sulla pelle degli iracheni. Fra l'altro,
l'industria dei sequestri è partita immediatamente dopo l'occupazione americana
ed ha avuto ben altri organizzatori».

Quali?

«Per esempio Waheb El Shibli, uno sciita luogotenente di Ahmed Chalabi. Mesi fa
la polizia irachena l'arrestò accusandolo di almeno dieci sequestri di persona,
gli americani lo fecero tornare libero pochi giorni dopo. In questo povero Paese
la spoliazione s'è iniziata a guerra appena conclusa e con qualsiasi mezzo, sono
calati gruppi di ogni tipo spesso manovrati dall'esterno e di recente perfino il
governo di Allawi con i suoi vecchi arnesi del "Mukhabarat" ha cercato di
combatterci organizzando nuclei sulla falsariga dei nostri, gruppi misteriosi
che conducono misteriose missioni cercando di farle ricadere sudi noi o sulle
spalle di altri».

Ecco, gli altri: quali rapporti avete con Al Qaeda?

«Se per assurdo un giorno il Cielo si abbattesse sulla Terra, allora forse
potremmo avere rapporti con Al Qaeda. Le risulta che l'Iraq di Saddam fosse
luogo i terroristi o avesse rapporti con integralisti islamici? Noi siamo
l'espressione di quali' Iraq, laico, socialista, panarabo, Saddam è in carcere,
il "Baath" non esiste però resta l'orgoglio nazionale che continua a
cementarci».

Non avete contatti neanche col famoso Zarqawi?

«Al Zarqawi è uno specchietto per le allodole o forse uno spaventapasseri:
appare dovunque, interviene su qualsiasi cosa, parla o fa parlare attraverso
Internet o via radio, io dico che spesso quando viene citato non c'è e quando
c'è fa dell'altro».

In città come Falluja o Mahmouya avrete pure qualche contatto con i combattenti
islamici.

«Non contatti veri e propri ma una sorta di coordinamento».

Quanta gente oggi appartiene alla resistenza?

«Potrei risponderle un milione di persone ma la stima è impossibile, posso dirle
che gli iracheni ci sostengono ed anche nella nuova polizia contiamo più
simpatizzanti che avversari. Le ricordo che nel Duemila fra gli iscritti al
"Baath" c'erano 2 milioni e 700 mila iracheni sotto i 35 anni di età e quasi
tutti avevano moglie, figli, genitori a carico: un anno e mezzo fa una massa di
dieci milioni di persone si è trovata alla fame semplicemente a causa della
decisione americana di licenziare dai posti pubblici tutti i "baathisti". Oramai
le tribù di appoggiano e nelle città anche i ragazzini lanciano pietre contro
gli americani, si approssima il momento di una "intifada" irachena».

Secondo voi chi ha rapito i due giornalisti francesi e le ragazze italiane?

«Quanto ai francesi penserei alla banda di Wahab Al Amri perché si trovavano nel
suo territorio, le ragazze italiane ci paiono vittime di un'organizzazione di
altro genere, quella più "misterioso" a cui accennavo prima, che in apparenza
non si rendono conto dei danni provocati alla causa irachena. Anche noi vorremmo
sapere di chi si tratta, non crediamo alle voci che vogliono le italiane
"trasferite" da Abu Ghrejb a Falluja, anzi possiamo escluderne del tutto la
fondatezza».

Lo dicono esponenti del Consiglio degli imam.

«Se avessero informazioni credibili saprebbero anche come intervenire, in realtà
gli "imam" non hanno alcun contatto coi gruppi minori e possono comunicare con
noi solo per via indiretta. Per quanto ci riguarda, non li contattiamo perché
non abbiamo alcuna stima del loro Consiglio supremo».

Nelle mani di chi si trovano, dunque, le italiane?

«Le stiamo cercando anche noi».

da "La Stampa" - 19 settembre 2004

#284 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 19 Set 2004 12:23 pm
Oggetto: Parla la resistenza irachena
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
====Intervista su La Stampa di oggi a un esponente
della resistenza irachena====

Chi vi finanzia?

«Noi stessi, fondi accantonati prima della guerra,
alcuni iracheni più ricchi di altri ma anche
moltissima gente comune che si quota per piccole
somme».

Riscatti dei sequestri di persona?

«E' accaduto, però pochissime volte poichè il
sequestro non appartiene ai nostri sistemi e da parte
nostra può riguardare solo ricchi stranieri o
rappresentanti di società che tentano di arricchirsi
sulla pelle degli iracheni. Fra l'altro, l'industria
dei sequestri è partita immediatamente dopo
l'occupazione americana ed ha avuto ben altri
organizzatori».

Quali?

«Per esempio Waheb El Shibli, uno sciita luogotenente
di Ahmed Chalabi. Mesi fa la polizia irachena
l'arrestò accusandolo di almeno dieci sequestri di
persona, gli americani lo fecero tornare libero pochi
giorni dopo. In questo povero Paese la spoliazione s'è
iniziata a guerra appena conclusa e con qualsiasi
mezzo, sono calati gruppi di ogni tipo spesso
manovrati dall'esterno e di recente perfino il governo
di Allawi con i suoi vecchi arnesi del "Mukhabarat" ha
cercato di combatterci organizzando nuclei sulla
falsariga dei nostri, gruppi misteriosi che conducono
misteriose missioni cercando di farle ricadere sudi
noi o sulle spalle di altri».

Ecco, gli altri: quali rapporti avete con Al Qaeda?

«Se per assurdo un giorno il Cielo si abbattesse sulla
Terra, allora forse potremmo avere rapporti con Al
Qaeda. Le risulta che l'Iraq di Saddam fosse luogo i
terroristi o avesse rapporti con integralisti
islamici? Noi siamo l'espressione di quali' Iraq,
laico, socialista, panarabo, Saddam è in carcere, il
"Baath" non esiste però resta l'orgoglio nazionale che
continua a cementarci».

Non avete contatti neanche col famoso Zarqawi?

«Al Zarqawi è uno specchietto per le allodole o forse
uno spaventapasseri: appare dovunque, interviene su
qualsiasi cosa, parla o fa parlare attraverso Internet
o via radio, io dico che spesso quando viene citato
non c'è e quando c'è fa dell'altro».

....

Secondo voi chi ha rapito i due giornalisti francesi e
le ragazze italiane?

«Quanto ai francesi penserei alla banda di Wahab Al
Amri perché si trovavano nel suo territorio, le
ragazze italiane ci paiono vittime di
un'organizzazione di altro genere, quella più
"misterioso" a cui accennavo prima, che in apparenza
non si rendono conto dei danni provocati alla causa
irachena. Anche noi vorremmo sapere di chi si tratta,
non crediamo alle voci che vogliono le italiane
"trasferite" da Abu Ghrejb a Falluja, anzi possiamo
escluderne del tutto la fondatezza».

Lo dicono esponenti del Consiglio degli imam.

«Se avessero informazioni credibili saprebbero anche
come intervenire, in realtà gli "imam" non hanno alcun
contatto coi gruppi minori e possono comunicare con
noi solo per via indiretta. Per quanto ci riguarda,
non li contattiamo perché non abbiamo alcuna stima del
loro Consiglio supremo».

Nelle mani di chi si trovano, dunque, le italiane?

«Le stiamo cercando anche noi».


il resto su:
http://italy.indymedia.org/news/2004/09/627508.php



___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#283 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 19 Set 2004 8:52 am
Oggetto: The risks ahead for the world economy
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
The risks ahead for the world economy
Sep 9th 2004
From The Economist print edition

Fred Bergsten explains why policymakers need to act now in order to avert the danger of serious damage to the world economy

FIVE major risks threaten the world economy. Three centre on the United States: renewed sharp increases in the current-account deficit leading to a crash of the dollar; a budget profile that is out of control; and an outbreak of trade protectionism. A fourth relates to China, which faces a possible hard landing from its recent overheating. The fifth is that oil prices could rise to $60-70 per barrel even without a major political or terrorist disruption, and much higher with one.

Most of these risks reinforce each other. A further oil shock, a dollar collapse and a soaring American budget deficit would all generate much higher inflation and interest rates. A sharp dollar decline would increase the likelihood of further oil price rises. Larger budget deficits will produce larger American trade deficits, and thus more protectionism and dollar vulnerability. Realisation of any one of the five risks could substantially reduce world growth. If two or three, let alone all five, were to occur in combination then they would radically reverse the global outlook.

There is still time to head off each of these risks. Decisions made in America immediately after this year's elections will be pivotal. China, the new growth locomotive, is key to resolving the global trade imbalances and must play a central role in future. Action by a number of other countries will be essential to maintain global growth and to avoid deeper oil shocks and new trade restrictions.

The most alarming new prospect is another sharp deterioration in America's current-account deficit. It has already reached an annual rate of $600 billion, well above 5% of the economy. New projections by my colleague Catherine Mann (see chart 1) suggest it will now be rising again by a full percentage point of GDP per year, as actually occurred in 1997-2000. On such a trajectory, the deficit would exceed $1 trillion per year by 2010.

There are three reasons for this dismal prospect. First, American merchandise imports are now almost twice as large as exports; hence exports would have to grow twice as fast as imports merely to halt the deterioration. (In the past, such a relationship occurred only after the massive fall experienced by the dollar in 1985-87.) Second, economic growth is likely to remain faster in America than in its major markets and higher incomes there increase demand for imports much faster than income growth elsewhere increases demand for American exports. Third, America's large debtor position (it currently is in the red by more than $2.5 trillion) means that its net investment income payments to foreigners will escalate steadily, especially as interest rates rise.

Of course, it is virtually inconceivable that the markets will permit such deficits to eventuate. The only issue is how they are to be averted. An immediate resumption of the gradual decline of the dollar, as in the period 2002-03, cumulating in a fall of at least another 20%, is needed to reduce the deficits to sustainable levels.

If delayed much longer, the dollar's inevitable fall is likely to be much larger and much faster. Moreover, much of the slack in America's product and labour markets will probably have disappeared in a year or so. Sharp dollar depreciation at that stage would push up inflation and macroeconomic models suggest that American interest rates could even hit double digits.

The situation would be still worse if future increases in energy prices and the budget deficit compound such developments, as they surely could. The negative impact would also be much greater in other countries because of their need to generate larger and faster domestic demand increases in order to offset declining trade surpluses.

Fears of a hard landing for the dollar and the world economy are of course not new. The situation is much more ominous today, however, because of the record current-account deficits and international debt, and the high probability of further rapid increases in both. The potential escalation of oil prices suggests a parallel with the dollar declines of the 1970s, which were associated with stagflation, rather than the 1980s when a sharp fall in energy costs and inflation cushioned dollar depreciation (but still produced higher interest rates and Black Monday for the stockmarket). Paul Volcker, former chairman of the Federal Reserve, predicts with 75% probability a sharp fall in the dollar within five years.

The prospects for the budget deficit and trade protectionism further darken the picture. Official projections score the fiscal imbalance at a cumulative $5 trillion over the next decade, but exclude probable increases in overseas military and homeland-security expenditures, extension of the recent tax cuts and new entitlement increases proposed by both presidential candidates. This deficit could also approach $1 trillion per year (see chart 2), yet there is no serious discussion of how to restore fiscal responsibility, let alone an agreed strategy for reining in runaway entitlement programmes (especially Medicare).


The budget and current-account deficits are not “twin”. The budget in fact moved from large deficit in the early 1990s into surplus in 1999-2001, while the external imbalance soared anew. But increased fiscal shortfalls, especially with the economy nearing full employment, will intensify the need for foreign capital. The external deficit would almost certainly rise further as a result.

Robert Rubin, former secretary of the Treasury, also stresses the psychological importance for financial markets of expectations concerning the American budget position. If that deficit is viewed as likely to rise substantially, without any correction in sight, confidence in America's financial instruments and currency could crack. The dollar could fall sharply as it did in 1971-73, 1978-79, 1985-87 and 1994-95. Market interest rates would rise substantially and the Federal Reserve would probably have to push them still higher to limit the acceleration of inflation.

These risks could be intensified by the change in leadership that will presumably take place at the Federal Reserve Board in less than two years, inevitably creating new uncertainties after 25 years of superb stewardship by Mr Volcker and Alan Greenspan. A very hard landing is not inevitable but neither is it unlikely.

The third component of the “America problem” is trade protectionism. The leading indicator of American protection is not the unemployment rate, but rather overvaluation of the dollar and its attendant external deficits, which sharply alter the politics of trade policy. It was domestic political, rather than international financial, pressure that forced previous administrations (Nixon in 1971, Reagan in 1985) aggressively to seek dollar depreciation. The hubbub over outsourcing and the launching of a spate of trade actions against China are the latest cases in point. The current-account, and related budget, imbalances may not be sustainable for much longer, even if foreign investors and central banks prove willing to continue funding them for a while.

The fourth big risk centres on China, which has accounted for over 20% of world trade growth for the past three years. Fuelled by runaway credit expansion and unsustainable levels of investment, which recently approached half of GDP, Chinese growth must slow. The leadership that took office in early 2003 ignored the problem for a year. It has finally adopted a peculiar mix of market-related policies, such as higher reserve requirements for the banks, and traditional command-and-control directives, such as cessation of lending to certain sectors. The ultimate success of these measures is highly uncertain.

Under the best of circumstances, China's expansion will decelerate gradually but substantially from its recent 9-10% pace. When the country cooled its last excessive boom after 1992, growth declined for seven straight years. A truly hard landing could be much more abrupt and severe. Either outcome will, to a degree, counter the inflationary and interest-rate consequences of the other global risks. But a slowdown, and especially a hard landing, in China would sharply reinforce their dampening effects on world growth.

The fifth threat is energy prices. In the short run, the rapid growth of world demand, low private inventories, shortages of refining and other infrastructure (particularly in America), continued American purchases for its strategic reserve and fears of supply disruptions have outstripped the possibilities for increased production. Hence prices have recently hit record highs in nominal terms. The impact is extremely significant since every sustained rise of $10 per barrel in the world price takes $250 billion-300 billion (equivalent to about half a percentage point) off annual global growth for several years. Mr Greenspan frequently notes that all three major post-war recessions have been triggered by sharp increases in the price of oil.

My colleague Philip Verleger concludes that this lethal combination could push the price to $60-70 per barrel over the next year or two, perhaps exceeding the record high of 1980 in real terms. Gasoline prices per gallon in America would rise from under $2 now to $2.60 in 2006. Prices would climb even more if political or terrorist events were further to unsettle production in the Middle East, the former Soviet Union or elsewhere.


The more fundamental energy problem is the oligopolistic nature of the market. The OPEC cartel in general, and dominant supplier Saudi Arabia in particular, restrict supply in the short run and output capacity in the long run to maintain prices far above what a competitive market would generate. They do not always succeed and indeed have suffered several sharp price falls over the past three decades. They are often unable to counter excessive price escalation when they want to, as at present.

Primarily due to the cartel, however, the world price has averaged about twice the cost of production over the past three decades. The recent price above $40 per barrel compares with production charges of $15-20 per barrel in the highest-cost locales and much lower marginal costs in many OPEC countries. This underlying problem also looks likely to get worse, as the Saudis have talked openly about increasing their target range from the traditional $22-28 per barrel to $30-40.

There is a high probability that one or more of these risks to global prosperity and stability will eventuate. The consequences for the world economy of several of them reinforcing each other are potentially disastrous. All five risks can be avoided, however, or their adverse effects at least substantially dampened, by timely policy actions. The most important single step is for the president of the United States to present and aggressively pursue a credible programme to cut the federal budget deficit at least in half over the coming four years and to sustain the improvement thereafter. This will require a combination of spending cuts, revenue increases and procedural changes (including the restoration of “PAYGO” rules in Congress), as well as rapid economic growth.

Such a programme would maximise the prospects for maintaining solid growth in America and the world by avoiding the crowding out of private-sector investment and by reducing the likelihood of higher interest rates. It would represent the best insurance against a hard landing via the dollar, by buttressing global confidence in the American economy. It should be feasible, having been more than accomplished during the 1990s. Its absence would virtually assure realisation of at least some of the inter-related global risks within the next presidential term.


America and its allies must also move decisively on energy. Sales from their strategic reserves, which total about 1.3 billion barrels (including 700m in the United States), would reverse the recent price increases for at least a while and demonstrate a willingness to counter OPEC. For the longer run, America must expand production (including in Alaska) and increase conservation (especially for motor vehicles). Democrats and Republicans must together take the political heat of establishing a gasoline, carbon or energy tax that will limit consumption, help protect the environment and reduce the need for future military interventions abroad.



All three major post-war recessions have been triggered by sharp increases in the price of oil

The most effective “jobs programme” for any American administration and the world as a whole, however, would be an initiative to align the global oil price with levels that would result from market forces. America should therefore seek agreement among importing countries (including China, India and other large developing importers as well as industrialised members of the International Energy Agency) to offer the producers an agreement to stabilise prices within a fairly wide range centred at about $20 per barrel.

Consumers would buy for their reserves to avoid declines below the floor of the range and sell from those reserves to preserve its ceiling. A sustained cut of $20 per barrel in the world price could add a full percentage point to annual global growth for at least several years. The resultant stabilisation of price swings would avoid the periodic spikes (in both directions) that tend to trigger huge economic disruption. Producers would benefit from these global economic gains, from their new protection against sharp price falls and from trade concessions that could be included in the compact to help them diversify their economies.

China must also play a central role in protecting the global outlook. Fortunately, it can resolve its internal overheating problem and contribute substantially to the needed global rebalancing through the single step of revaluing the renminbi by 20-25%. Such a currency adjustment would simultaneously address all of China's domestic troubles: dampening demand (for its exports) by enough to cut economic growth to the official target of 7%; countering inflation (now approaching double digits for inter-company transactions) directly by cutting prices of imports; and checking the inflow of speculative capital that fuels monetary expansion.

A sizeable renminbi revaluation is also crucial for global adjustment because much of the further fall of the dollar needs to take place against the East Asian currencies. These have risen little if at all, although their countries run the bulk of the world's trade surpluses. China has greatly intensified the problem by maintaining its dollar peg and riding the dollar down against most other currencies, further improving its competitiveness. Other Asian countries, from Japan through India, have thus intervened massively to keep their currencies from appreciating against the dollar (and, with it, against the renminbi). This has severely limited correction of the American deficit and thrown the corresponding surplus reduction on to Europe and a few others with freely flexible exchange rates. China should reject the US/G-7/IMF advice to float its currency, which is far too risky in light of its weak banking system and could even produce a weaker renminbi, and opt instead for a substantial one-shot revaluation. It should in fact take the lead in working out an “Asian Plaza Agreement” to ensure that all the major Asian countries make their necessary contributions to global adjustment.

Countries that undergo currency appreciation, and thus face reductions in their trade surpluses, will need to expand domestic demand to sustain global growth. China need not do so now because it must cool its overheated economy. But the other surplus countries, including Japan and the euro area, will have to implement structural reforms and new macroeconomic policies to pick up the slack. America and the surplus countries should also work together to forge a successful Doha round, renewing the momentum of trade liberalisation and reducing the risks of protectionist backsliding.


The global economy faces a number of major risks that, especially in combination, could throw it back into rapid inflation, high interest rates, much slower growth or even recession, rising unemployment, currency conflict and protectionism. Even worse contingencies could of course be envisaged: a terrorist attack with far larger economic repercussions than September 11th or a sharp slowdown in American productivity growth, as occurred after the oil shocks of the 1970s, that would further undermine the outlook for both economic expansion and the dollar.

Fortunately, policy initiatives are available that would avoid or minimise the costs of the most evident risks. America will be central to achieving such an outcome and the president and Congress will have to decide in early 2005 whether to address these problems aggressively or simply avert their eyes and hope for the best, taking major risks with their own political futures as well as with the world economy. China will have to play a new and decisive leadership role. The major oil producers and the other large economies must do their part. The outlook for the global economy for at least the next few years hangs in the balance.


Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport'

#282 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Sab 18 Set 2004 2:56 pm
Oggetto: (Nessun oggetto)
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Umanità Nova, numero 27 del 12 settembre 2004, Anno 84

Sangue, potere e petrolio
Partita mortale tra le macerie di Grozny e Beslan




Il Caucaso torna a far parlare di sé a seguito del duplice attentato aereo avvenuto ai danni di due apparecchi delle aviolinee russe e al sequestro mostre di Beslan dove alcune decine di guerriglieri ceceni hanno preso in ostaggio bambini e genitori di un complesso scolastico della città della Repubblica autonoma dell'Ossezia del nord appartenente alla Federazione Russa. La guerra in Cecenia sembra essere diventata permanente e a pagarne le spese sono sempre di più le popolazioni civili della Federazione Russa e della stessa repubblica secessionista ormai pesantemente martirizzata. Lo scontro ceceno, però, non è l'unica guerra in corso nella tormentata penisola ponte tra l'Europa e l'Asia. In Georgia il neo presidente Mikheil Saakashvili, dopo aver piegato la repubblica secessionista dell'Adzaria, posta tra la Georgia e la Turchia, ha iniziato le manovre di attacco all'Ossezia del Sud la cui popolazione è etnicamente e culturalmente la stessa del nord, ma il cui territorio è situato all'interno della Georgia. L'Ossezia del Sud è indipendente de facto dal 1993 quando emerse vittoriosa dalla breve guerra di secessione contro Tblisi all'indomani dello scioglimento dell'URSS. Tale secessione venne appoggiata dalla Russia che, grazie ai movimenti indipendentisti in Ossezia, Abkhazia e Adzaria poterono rientrare nella repubblica caucasica diventata indipendente in funzione di peace-keepers, costruendo basi militari sul suo territorio in zone non controllate da Tblisi. La cacciata del Presidente Shevardnadze avvenuta a dicembre del 2003 con l'appoggio degli Stati Uniti è stato il primo segnale del palesarsi di un progetto nazionalista georgiano per recuperare i territori perduti nel 1991-93. Tale progetto viene posto in essere oggi grazie all'appoggio esplicito degli USA che contano alcune centinaia di militari sul campo, ufficialmente in funzione antiterrorista, ma in pratica con quella di addestratori dell'esercito della repubblica caucasica. L'appoggio di Washington non nasce da spiccate propensioni americane a favorire la Georgia nella sua disputa territoriale con osseti ed abkhazi, ma dalla volontà di isolare in modo drastico Mosca dal trasporto degli idrocarburi del Mar Caspio verso l'Europa. Il nuovo presidente georgiano, infatti, si è impegnato alla costruzione dell'oleodotto Baku-Ceyan che dovrebbe portare il petrolio del Caspio dall'Azerbaigian al porto turco attraversando il territorio di Tblisi, mettendo così fuori gioco la linea di trasporto verso il porto russo di Novorossijsk sul Mar Nero. Inoltre, questo secondo oleodotto passa all'interno della Cecenia. Diventa così chiaro perché il conflitto in Cecenia ha un'importanza strategica nei rapporti Usa-Russia e perché Washington si stia mobilitando per consentire ai georgiani di piegare due piccole repubbliche ribelli e per espellere le basi e le truppe russe dalla repubblica caucasica. La costruzione di un oleodotto completamente controllato dalla Georgia nel momento in cui l'oleodotto concorrente è a continuo rischio di sabotaggio da parte della guerriglia cecena comporterebbe l'esclusiva USA nel controllo delle risorse petrolifere del Caspio meridionale, l'isolamento della Russia verso l'Europa e il completamento dell'accerchiamento dell'Iran.

All'interno di questo quadro deve essere posta la mobilitazione progressiva di decine di migliaia di soldati della Georgia ai confini dell'Ossezia e il rinnovato appoggio di Tblisi alla guerriglia cecena. Saakashvili spera di scatenare una guerra di breve durata che pieghi gli osseti, ne provochi la fuga verso il territorio russo e gli consenta di annettersi il territorio ribelle. Gli osseti da parte loro sanno, in caso di sconfitta di doversi aspettare una feroce pulizia etnica che "georgizzi" il loro paese e si preparano a una guerra di resistenza che probabilmente assumerà tratti di una ferocia inimmaginabile, dal momento che nessuno degli osseti si è dimenticato i 20.000 morti (quasi tutti civili) subiti da questa popolazione nel corso della guerra di secessione dalla Georgia. I russi dal canto loro sanno che la loro cacciata dalle basi ossete ed abkhaze vorrebbe dire l'emarginazione di Mosca da qualsiasi gioco caucasico e il diffondersi della ribellione all'interno delle molte repubbliche autonome della Federazione. Anche Mosca, quindi, non abbandonerà la mano se non a seguito di un conflitto catastrofico che potrebbe portare alla dissoluzione della stessa Russia in un insieme di staterelli oligarchici gestiti da locali feudatari di Washington.

La questione dell'oleodotto è quella attorno alla quale si è venuto a costruire il conflitto che più di ogni altro sta portando Russia e USA sulla strada del confronto armato, sia pure per interposto esercito. Inoltre Ossezia ed Abkhazia , in quanto stati de facto ma non riconosciuti sono da sempre basi perfette per il contrabbando, il traffico d'armi, di droga e di uomini, totalmente controllati dalla mafia russa e dai suoi molti appoggi all'interno del Kremlino e dell'Armata Russa; una ragione in più per la quale Mosca non può permettersi di abbandonare le due repubbliche caucasiche secessioniste.

Chi soffia sul fuoco: padri e padrini dell'indipendentismo ceceno

L'assalto alla scuola di Beslan e la successiva carneficina attuata dalla guerriglia cecena tra gli ostaggi (bambini, maestre e qualche genitore) in seguito all'attacco all'edificio condotto dalle forze speciali russe con il consueto mix di ferocia ed incapacità al quale hanno abituato il mondo negli ultimi anni si inserisce in questa partita come un episodio della stessa guerra che devasta il Caucaso dalla fine dell'URSS ad adesso. È vero, infatti, come ricordano molti commentatori sui media occidentali che la guerra coloniale russa in Cecenia è iniziata nella prima metà dell'Ottocento quando l'espansionismo russo toccò le terre del Caucaso meridionale e non è mai davvero finita, ma è altrettanto vero che la nuova fiammata indipendentista iniziata con la dichiarazione d'indipendenza del 1991 e con la successiva guerra voluta e persa da Eltsin nel biennio 1994-96, ha sponsor e padrini in parte coincidenti con quelli che oggi sponsorizzano la ventata nazionalista ed aggressiva georgiana. Il moderno indipendentismo ceceno nasce laico e guidato da ex ufficiali dell'esercito sovietico decisi ad approfittare dello sfascio russo seguito ai convulsi giorni dell'Autunno del 1991 per affermare l'indipendenza di un territorio che avrebbe potuto contare sulla rendita del transito petrolifero per garantirsi una certa prosperità. Gli anni successivi vedono la progressiva emarginazione della leadership laica e la sua sostituzione con una religiosa a base wahabita il cui finanziamento veniva effettuato in primo luogo dalla monarchia saudita desiderosa di estendere la propria influenza politica su tutti i territori a maggioranza islamica tramite l'esportazione della versione reazionaria ed oscurantista della religione musulmana nata in Arabia nel corso del XVIII secolo ed adottata dalla dinastia dei Saud, allora re beduini del Neged in perenne conflitto con gli altri regni della penisola arabica e con gli Sceriffi della Mecca appartenenti alla dinastia Hascemita (quella per intendersi che tuttora esprime il Re di Giordania). Accanto al wahabismo saudita opera all'islamizzazione dell'indipendentismo ceceno e alla sua trasformazione in una guerriglia feroce, capace di utilizzare l'attentato suicida come la strage di ostaggi, la guerra aperta come l'infiltrazione nel territorio russo, anche una delle principali compagnie petrolifere mondiali: la Chevron-Texaco, la cui consigliere per l'area caucasica, responsabile per le politiche locali, è una signora che tutto il mondo ha imparato a conoscere negli ultimi quattro anni: Condoleeza Rice, l'attuale ministro per la Sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush. La presenza di volontari wahabiti della più diversa estrazione nazionale (arabi, algerini, egiziani, afgani, bengalesi.) tra i guerriglieri ceceni indica, inoltre, che il reclutamento degli effettivi delle formazioni wahabite cecene avveniva fin dalla prima metà degli anni Novanta a cura dell'ISI, il famigerato servizio segreto pakistano inventore e sostenitore del regime talebano afgano e delle organizzazioni politiche e militari wahabita e deobandiste (un'altra scuola islamica a forte orientamento reazionario nata nel XIX secolo nell'India musulmana). Insomma, come in Afganistan la sinergia tra petroldollari ed ideologia religiosa saudita, logistica ed addestramento pakistani e supervisione geopolitica e geoeconomico a cura dell'intreccio tra dirigenza economica e politica a stelle e strisce. L'interesse della multinazionale americana nello sviluppo della guerriglia cecena è chiaro: mettere fuori gioco la concorrenza europea ed asiatica nel trasporto del greggio del Mar Caspio e tagliare le gambe al monopolio russo. Questi obiettivi vengono perseguiti con una politica di sostegno sempre più marcato alle oligarchie che governano in modo autocratico gli stati asiatici creati dalla disintegrazione dell'URSS, in primis l'Azerbaigian che possiede i giacimenti maggiormente sviluppati, e al contempo con una spinta aggressiva tendente a sabotare le linee di trasporto del greggio costruite al tempo dell'Unione Sovietica che, invariabilmente passano tutte all'interno della Russia. Da questo punto di vista l'insurrezione della Cecenia sul cui territorio passa la condotta che porta a Novorossijsk, il porto russo sul Mar Nero specializzato nell'esportazione petrolifera, viene colta come un'occasione unica per il perseguimento dell'obiettivo di inglobamento del controllo del petrolio. Le amministrazioni americane, dal canto loro, hanno continuato a perseguire una politica volta ad impedire che la Russia potesse ripresentarsi come potenza autonoma dagli Stati Uniti, capace di continuare la tradizione sovietica di contrapposizione alla potenza americana e a costruire le condizioni per le quali l'immenso paese potesse diventare una buona occasione per la speculazione finanziaria internazionale a guida USA. D'altro canto in questa politica hanno trovato l'interessata collaborazione all'interno del paese di una nuova classe di ex funzionari del Partito Comunista riciclatisi grazie alla loro posizione nei capitalisti della "nuova Russia", distruttivi dal punto di vista dello sviluppo produttivo ma estremamente abili nel fare profitti nel campo finanziario. Sono loro che hanno gonfiato al massimo la bolla della finanza russa esplosa poi nel 1998 travolgendo il risparmio nazionale del paese ma salvaguardando le immense fortune che questa classe di capitalisti senza imprenditoria avevano accumulato negli anni precedenti.

La guerra in Cecenia è sempre stata un buon affare per questa neo classe dominante; a prescindere dai profitti realizzati con il contrabbando e il commercio delle armi con il "nemico", in questi anni la guerriglia cecena è stata soprattutto un ottimo pretesto per indirizzare il malcontento della popolazione verso un obiettivo esterno e per decidere i destini politici della Russia del XXI secolo; Eltsin e la sua banda vengono definitivamente sacrificati grazie a una strana offensiva della guerriglia a suon di bombe a Mosca ed occupazione di ospedali in Daghestan (azioni, guarda caso, condotte dall'incredibile capo guerrigliero Dasayev, concorrente del Presidente ceceno in esilio Maskhadov, responsabile anche del rapimento carneficina di Beslan) nel 1999, mentre Putin viene presentato alla nazione come il futuro Presidente grazie all'offensiva che porta alla rioccupazione del martoriato paese caucasico e che tuttora non ha trovato la sua conclusione. Oggi non si può che sospettare che la stessa classe di grandi capitalisti finanziari, proprietari di tutte le risorse strategiche del paese, sia interessata a contrastare il tentativo del gruppo dirigente riunito attorno a Putin di costruire un capitalismo nazionale nel paese, sviluppando la propria base produttiva e rafforzando i propri legami commerciali e politici con i paesi europei e, necessariamente, esautorando questa classe di oligarchi legata a doppio filo al capitale finanziario americano e alla svendita delle materie prime del paese.

La facilità con la quale i guerriglieri ceceni sono riusciti a far saltare in aria due aviogetti, a far scoppiare due ordigni nella metropolitana di Mosca e, infine, ad assaltare la scuola osseta, rimandano alla presenza di sicure complicità all'interno del paese oltre che ai suoi vulnerabili confini con la Georgia con la quale, come abbiamo visto, è in corso una vera e propria guerra sul procinto di diventare calda con sullo sfondo l'appoggio statunitense a Tblisi. 

Dietro alle tragedie russe di questi giorni si configura un'alleanza spuria tra gli interessi strategici americani, quelli economici delle multinazionali petrolifere USA, quelli del nazionalismo georgiano e del fondamentalismo wahabita a guida saudita e quelli dell'oligarchia finanziaria russa. L'obiettivo di questa alleanza oggi è quello di dimostrare che l'amministrazione Putin non è in grado di difendere la Russia e di suscitare un clima che ne permetta la sostituzione con un'altra più morbidamente incline ad assecondare gli interessi interni ed esteri legati alla finanza internazionale.

L'assalto criminale con il quale le forze di sicurezza russe hanno chiuso la vicenda del sequestro di Breslan, con il corollario di centinaia di morti tra bambini ed adulti rinchiusi nella scuola osseta rimanda alla necessità per il gruppo dirigente putiniano di mostrarsi deciso e feroce nei confronti della guerriglia cecena per ottenere l'obiettivo di impadronirsi realmente della Russia  defenestrandone i padroni finanziari che continuano a muovere i fili fondamentali del potere nell'immenso paese eurasiatico. 

La posta in gioco è enorme e le conseguenze della vittoria di uno o dell'altro dei due contendenti sono tali che i massacri della popolazione civile, carne da macello e massa di manovra per gli interessi contrastanti dei contendenti in campo, sono destinati a continuare e ad approfondirsi, tanto più adesso quando, dopo il massacro di Breslan, l'ultimo dei tabù comunemente accettati dall'umanità, quello del rispetto della vita dei bambini, è stato definitivamente violato tanto dalla guerriglia che dalle forze di sicurezza russe in diretta televisiva mondiale.

Giacomo Catrame


Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport'

#281 Da: karlse <karlse@...>
Data: Ven 17 Set 2004 3:53 pm
Oggetto: cina
ilic_99
Offline Offline
Invia email Invia email
 
manifesto 17\09\2004

EDITORIALE
La Cina si scalda
ANGELA PASCUCCI
Il signor Hsu, direttore operativo di una compagnia taiwanese in Cina da 15 anni
dice che a sua memoria un'inflazione così non l'aveva mai vista. Da un mese
all'altro il prezzo dei noodles è aumentato del 27,4%, il riso del 23% e in
media tutti gli alimenti di base del 17%. Una volta sono le alluvioni, un'altra
la siccità. Le autorità hanno sempre una buona ragione. Il signor Hsu, che viene
dall'isola «rinnegata», avanza la sua idea: l'esercito di liberazione sta
facendo incetta in vista di una prossima guerra contro Taiwan. La verità è che
la Cina deve ormai comprare fuori. a caro prezzo, quel che mangia: quest'anno è
diventata importatore netto di prodotti agricoli e nei primi sei mesi del 2004
ha segnato un deficit di 4 miliardi di dollari. Per non parlare del petrolio,
del quale è ormai il quarto importatore mondiale. Dopo 15 mesi di deflazione e
quasi sette anni di stabilità dei prezzi, l'indice cinese dei prezzi al consumo
da parecchi mesi si agita (ad agosto l'incremento su base annuale è stato del
5,3%) e tutti hanno paura che il Dragone abbia la febbre da iperattività. E se
la febbre cinese si alza, con l'aria che tira tutti, l'Asia per prima, sono
esposti all'epidemia. Il governo centrale non è certo rimasto a dormire: ha
tirato un po' il freno. Ma un po' perché la velocità del treno è troppo elevata
, un po' perché i macchinisti sono troppi e alcuni fanno finta di non sentire,
un po' perché il freno è inadeguato, la locomotiva non rallenta. Bisognerebbe
andare giù un po' più duro, rischiando però il deragliamento.

Le misure prese da aprile per ridurre la crescita degli investimenti non hanno
funzionato, come mostrano i dati di agosto: + 26,3% rispetto allo stesso mese
del 2003. E poco consola che ci sia stato un calo rispetto al 32% di luglio. Ma
è la Cina, bellezza. Perché preoccuparsi? Forse perché una parte della crescita
è malsana, come rivela il livello crescente dei prestiti bancari inesigibili.
L'ammontare totale è una sorta di segreto di stato, ma secondo le agenzie di
rating straniere si aggirerebbe, per il complesso delle istituzioni finanziarie,
intorno agli 800 miliardi di dollari. Un freno ai prestiti, e ai criteri con cui
vengono concessi, è stato messo, ma, secondo Fitch ratings, la tendenza
peggiorerà: considerata la situazione, le autorità monetarie non possono usare a
cuor leggero lo strumento dei tassi che se da una parte potrebbero frenare le
tendenze più perniciose, dall'altra accrescerebbero il disastro.

Dall'inizio dell'anno il governo ha pompato 45 miliardi di dollari dalle sue
riserve (400 miliardi di dollari) dentro le casse esauste di due delle quattro
banche nazionali, per far fronte ai prestiti inesigibili concessi soprattutto
alle industrie di stato in difficoltà. Ma la fornace brucia danaro a ritmi
impressionanti. Lunedì scorso il premier Wen Jiabao ha riaffermato la linea dura
del governo: restringere il credito, frenare il sequestro delle terre agricole
per attuare progetti di sviluppo industriale e urbano. Ma ha ignorato quello di
cui tutti ormai riparlano: l'innalzamento dei tassi di interesse, per la prima
volta in nove anni.

#280 Da: "Antonio Pagliarone" <antonio.pagliarone@...>
Data: Gio 16 Set 2004 5:10 pm
Oggetto: Fw: Richebacher on Profits
antonio.pagliarone@...
Invia email Invia email
 
 
----- Original Message -----
Sent: Thursday, September 16, 2004 6:58 PM
Subject: Richebacher on Profits

THE GREAT MACRO PROFIT ILLUSION
by Kurt Richebächer
  (9 Sept 2004)

 

Is the U.S. economy stalling out, or is it resuming its strong growth, gaining traction for a self-sustaining expansion with healthy job and income growth?

In the consensus view, the economy's weakness in the second quarter was nothing more than a "soft patch." We are no less sure that "traction" will remain elusive. It is the essential outgrowth of an upturn that has been of miserable quality right from the start.

With its advance estimate of GDP growth in the second quarter of 2004, the Commerce Department's Bureau of Economic Analysis also released benchmark revisions to the national accounts data back to 2001. Notable adjustments include a markedly lower personal savings rate and a downward revision to economy-wide corporate profits for the past couple of years.

The biggest surprise in the GDP data was the reported sharp slowdown in consumer spending to just 1% at annual rate. But what about the other major demand components: business fixed investment, residential construction and inventories? Most important next to consumption is, of course, business fixed investment. In the consensus view, business investment spending continues to post healthy gains, thanks to exceptionally strong profit growth in the past two years. We have strong reservations about both the strength of investment spending and the exceptionally strong profit growth.

Over the full year to the second quarter, nonresidential fixed investment rose by $108 billion, a remarkable rate of about 10%. That is, in fact, a healthy gain. But as already pointed out, the stellar aggregate number conceals an unusually lopsided investment pattern. The outstanding contributor is computer investment, thanks to hedonic pricing. Investment in industrial equipment, the key component for industrial production, was virtually stagnant over the year.

In addition, the accelerated depreciation allowance for capital investment spending that was part of the last tax package will expire at the end of this year. If businesses have pulled forward investment projects from 2005 into 2004 to qualify for the tax break, investment spending might slow sharply after the turn of the year.

Another highly popular argument of the bulls is the U.S. economy's excellent profit performance in the past two years, as trumpeted by most Wall Street analysts. Here again, we must plead to keep things in perspective. Overall corporate profits peaked in 1997 and hit their low in the fourth quarter of 2001, virtually the end of the recession.

Our focus is always on the profits of the nonfinancial sector. At their high in 1997, they amounted to $504.5 billion. In the first quarter of 2000, just before the start of the economy's downturn, they were down to $426.2 billion. At their low, in the fourth quarter of 2001, they amounted to $236.5 billion. In the first quarter of 2004, they had recovered to $420.7 billion.

From the low to the new high, they increased by 77%.

Given the simultaneous steep fall of share prices, this number certainly has a highly bullish flavor. On closer look, the steep rise was rather more bearish than bullish. First of all, the profit level of the first quarter of 2000 was manifestly nothing to crow about. It ushered in the economy's downturn. Drawing this comparison, a further point to be taken into consideration is that today's nominal GDP is up almost 20% since then. In 2000, those profits were equivalent to 4.4% of GDP. Presently, they are 3.6%.

Bearing the structural distortions in the U.S. economy in mind, a most important aspect is the changes in profits between different sectors. They are, really, the numbers that matter most. For us, most striking, and also most telling, is the difference in the profit performance between manufacturing and retail trade. In 1998, manufacturing earned $157 billion, far more than retail trade, which earned $66.4 billion. But just six years later, in the first quarter of 2004, manufacturing profits were drastically down to $81.5 billion and retail profits sharply up to $80 billion.

There is a similar drastic divergence in profit performance within the manufacturing sector. Profits of the producers of consumer durables and capital goods have generally collapsed into persistent losses. In 1998, they earned a collective net profit of $83.4 billion, accounting for more than 50% of total manufacturing profits. By 2000, this had shrunk to $60 billion. But in 2003, a year of recovery, they ran a collective net loss of $3.5 billion.

It is most important to realize this extreme divergence in the U.S. economy's profit performance because it is symptomatic of the marked, structural distortion that has been going on in the U.S. economy. Most remarkable, certainly, is the persistent savage profit deflation of the producers of high-tech equipment, unquestionably due to fierce competition. It is needless to say that persistent losses are prone to choke new investment.

Yet most conspicuous from a macro perspective is the flagrant diversion in the development of profits between manufacturing and retail trade. We looked back into the mid-1980s and noted that manufacturing profits were then about four times those of the retailers. Today, they are equal.

That is, of course, what has to be expected in an economy in which consumer borrowing and spending reign supreme.



__________ Informazione NOD32 1.870 (20040915) __________

Questo messaggio è stato controllato dal Sistema Antivirus NOD32
http://www.nod32.it

#279 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Gio 16 Set 2004 12:14 pm
Oggetto: James Petras on Beslan
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
North Ossetia: Self-Determination and Imperial
Politics

James Petras - September 8, 2004
http://archives.econ.utah.edu/archives/a-list/2004w37/msg00031.htm

The monstrous deliberate slaughter of over 330 parents
and children in the Beslan school gymnasium by Chechen
terrorists is not as the BBC claims a “tragedy” but a
vicious criminal act.

To understand the nature of the conflict between the
Russian state and the Chechen terrorists it is
important to focus on the socio-political forces and
issues in dispute. For the bulk of the US and European
media the issue is the ‘self-determination” of the
Chechens. But who and what does the ‘self” refer to ?
With the disintegration of the former Soviet Union,
both in Russia and in the Baltic, Balkan and Caucasian
states criminal gangs allied with corrupt members of
the former Soviet apparatus seized and pillaged public
resources controlling the economies and state
apparatus. Gangsters became billionaires and
billionaires contracted assassins to eliminate rivals,
competitors and any regulatory authorities who
questioned their practices. According to Paul
Klebnikov - the recently assassinated editor of the
Russian edition of Forbes Magazine - one of the most
brutal of the vicious gangs operating in Moscow was
the Chechen mafia. Allied with Russian billionaires
and through them with the Russian security system they
accumulated large fortunes which they laundered via
Western banks and through their extensive networks
with their operatives in Chechnya. Any Chechen who
protested or questioned the Chechen mafia was quickly
eliminated. For the Chechen mafia operating in Russia,
Chechnya was the “home base” - the sanctuary to which
they could always find a safe haven. The Chechen mafia
was instrumental in financing arming and providing
military cadres and leaders to the Chechen
“independence movement”. What was at stake was the
creation of a mafia fiefdom controlled by gangsters,
warlords and Islamic fundamentalists.

Writing of the First Chechen War (1994-96), Paul
Klebnikov wrote:

“The Chechen War was a gangster turf war writ large.
Chechen organized crime groups in Moscow and other
Russian cities maintained subsidiaries in their
ancestral homeland. Chechnya was a key transit point
in the Russian narcotics trade and the Moscow-based
gangsters sent a large part of their profits back to
the homeland. The same Russian officials and security
officers who patronized Chechen organized crime groups
in Moscow also patronized the Chechen government by
allowing (it) to appropriate millions on tons of
Russian oil at little or no cost” (Godfather of the
Kremlin, Harcourt 2000, page 40).

Klebnikov went on to point out that the Chechen
warlords and gangsters received their arms from
corrupt Russian army commanders and security forces
(page 41). To the question of who are the political
forces of self-determination in the case of Chechnya,
the answer is the gangsters, warlords, and extremist
terrorists, like Shamil Basayen, Salman Raduyev and
fundamentalists like Movladi Udugov. Between 1995-97
the notorious Russian oligarch, Boris Berezovsky,
maintained a close relationship with these Chechen
warlords (Klebnikov, page 261). Today they both share
a common and absolute hostility to President Putin and
his attempt to control crime and pillage.

Chechen warlords sought to gain a semblance of
“legitimacy” for their fiefdom by provoking a conflict
with Russia and securing US and European support. From
the end of the 1980’s, but particularly after 1991,
the CIA gave the highest priority to fomenting the
break up of the Soviet Union by financing and arming
local separatist movements. The first wave of
break-ups took place in Kazakhstan, Uzbekistan and
Georgia. Washington and London were not at all
concerned about whether the new leaders were Islamic
fundamentalists, ex-Stalinist autocrats, or Mafia
gangsters - the important issue was to destroy the
USSR, and undermine Russian influence throughout the
Caucasus and South Asia. Following the “independence”
of these former Soviet republics, the US especially
moved in to create client regimes, signing oil
contracts and building military bases.
‘self-Determination” was a transitional slogan toward
rapid incorporation into the new US hegemonic zone.
Russia under US client ruler Yelsin acceded to all
these US acquisitions “advised” by gangsters, mafia
billionaires and the most corrupt “oligarchs” in
recent history.

The US empire, having succeeded in the first wave of
client acquisition, moved further to foment a second
wave to include other Russian autonomous territories,
even closer to strategic centers of the Russian state.
Chechnya was a choice target for historic reasons.
During the US-sponsored Islamic uprising and invasion
against the secular reform-minded Afghan republic in
1989, Washington teamed up with Saudi Arabia, Pakistan
and other Muslim states (including Iran) to recruit,
finance and arm tens of thousands of Muslim
Fundamentalists from all over the Middle East, North
Africa, Southern Caucasus and Southern Asia. Numerous
“volunteers” from Chechnya fought in Afghanistan
against the Afghan government and its supporters. The
US achieved a pyrrhic victory in Afghanistan: it
severely weakened the decaying Soviet state, but
created tens of thousands of well-armed and trained
fundamentalist network. While one sector of the
Islamic forces went into opposition to the US in Saudi
Arabia and elsewhere another group lent itself to US
imperial strategy in the dismemberment of Yugoslavia
and Russia.

Thousands of Afghans fighters from the Fundamentalist
armies went to Bosnia, where they were armed and
financed by the US to fight against the Yugoslavs and
in favor of a separatist state under US tutelage.

Many writers on the left ignored the presence of these
“volunteers” who were in the frontlines in ethnic
purges of Serb enclaves and who detonated a terrorist
bombing in a major market in Sarajevo to focus Western
opinion on Serb “genocide”. Following the successful
dismemberment of the major regions of Yugoslavia and
the division of the new “mini-states” into US and
European clients, the US moved toward adding a new
regions to the empire. Washington and Europe backed
the separatist Kosovo Liberation Army, first with
financing, training and arms and later by declaring
war against the remnant of Yugoslavia. Chechens
participated with the so-called Kosovo Liberation
Army, a widely recognized terrorist group that was
classified as “criminal” by Interpol prior to becoming
a Washington client. The KLA was financed from several
“internal sources”. In part it derived funds from its
control over the drug routes from South Asia and the
Middle East and in the large-scale trade in sex
slaves. Later it raked in dollars and euros from the
brothels in “liberated” Kosovo. Above all it stole
land, businesses and personal property from the
expelled Serb population and stole billions of dollars
from Western aid. Under Nato protection, the KLA
ethnically cleansed over 200,000 residents who were
not ethnic Albanians and became a de-facto client
state living off of Western handouts and with all of
its factories and mines shut. The US contracted
Halliburton to build huge military bases in Southern
Europe, Kosovo, Bosnia and Afghanistan all of which
were US battlegrounds where Washington had sponsored
separatist movements under the guise of
‘self-determination”. These are all now being
converted into client states.

Chechen separatists developed close working relations
and terrorist skills working with the US and Western
Europe in all of these conflicts and became the
beneficiaries of US diplomatic, political and military
support (via Saudi Arabia). Like the Kosovars, the
Chechen leaders came out of a mafia-financed network,
which uses nationalist rhetoric to cloak gangster
rule.

Throughout the 1990’s to the present, the West has
backed the Chechen terrorists even as they draw
heavily on support from Moscow gangsters and Islamic
fundamentalists. Their leaders embrace a “rule or
ruin” policy, refusing any status except to separate
from Russia and become a US client. For the US, a
victory for the Chechen terrorists would become a
springboard for further dismemberment of Russia
throughout the Caucasus.

The Chechens combine the violent tactics they learned
in controlling gangland activity in Russia with the
terrorist practices of the Afghan war which targeted
female rural school teachers and medical workers for
beheading, throat slitting and the skinning of
“Communist” captives alive. Their current practice of
placing of bombs in theaters, airplanes, apartment
complexes and the horrible killing and maiming of
hundreds of school children and their parents and
teachers has a bloody, US-sanctioned precedent. The
Chechens combine the worse of the Mafia and Islamic
fundamentalists - cold-blooded murder of innocent
victims to establish theocratic warlord rulership.
Western Policy In response to the Chechen terrorist
assaults, all the Western mass media continued to
refer to them as “nationalists”, “militants”, “rebels”
and as legitimate representatives of the Chechen
people, even after they had massacred the school
children. In the immediate aftermath, all the print
and electronic media, from the BBC to the Guardian, to
Le Monde, New York Times etc. criticized the Russians
for failing to negotiate with the terrorists - even as
the terrorists were murdering children and even after
they had set off explosives maiming innocent kids.
Nothing captures the profound media commitment to
empire and backing for the dismemberment of Russia
than its support of the terrorists in the midst of
mass murder. The most primitive and craven support for
terrorist demands in the midst of national grief and
international outrage finally provoked the Russian
state to react with indignation - and for some of the
media to temporarily downplay its support of the
terrorists and the breakup of Russia.

The Russian media was no exception. Most of the
privately owned media and commentators yearn for the
return of the Yeltsin period of servility and
enrichment and seek to discredit and destroy the Putin
regime. Many of the billionaire oligarchs have close
working relations with the Chechen leaders, especially
Boris Berezovsky. The oligarchs and their pundits in
the Russian media echo the Western political and media
line of blaming the Russian security forces rather
than the Chechen terrorists. Eyewitness survivors
provide vivid accounts of bombing and killings prior
to the Russian rescue operations - thus putting the
lie to the Western cover-up for the terrorist action.

In England the British government provides asylum to a
major Chechen terrorist leader sought by Russian
authorities. In the United States, one of Chechnya’s
separatist leaders, Ilyas Akhadov, was given asylum
last August, largely through the efforts of “American
Committee for Peace in Chechnya” chaired by Carter’s
National Security Adviser Zbigniew Brzezinski and
Reagan’s Secretary of State Alexander Haig - principle
backers of the Fundamentalist invasion and destruction
of the secular Republic of Afghanistan in the 1980’s.
Brzezinski’s life-long obsession has been the total
dismemberment of Russia - and its reduction to a
feudal enclave controlled by the West via local
oligarchs, warlords and gangsters - like those he
backs in Chechnya. Brzezinski and his neo-conservative
colleagues in the National Endowment for Democracy -
the civilian face of the CIA - awarded this terrorist
‘spokesman” a research grant, including a monthly
allowance, medial insurance and travel expenses.

Anglo-US governments and their “political fronts”
provide sanctuary to the Chechen terrorist leaders as
part of their strategy to sustain a war of attrition
against Russia and especially Putin using the Chechen
people as guinea pigs. The outcome of Chechen
independence would most likely resemble Kosovo - a
client state, with a big US military base, run by
gangsters and warlords, trafficking in drugs,
sex-slaves and military contraband - and deeply
involved in fomenting separatist terror along Russia’s
southern border - namely the Republic of Dagestan
(which is multi-ethnic and close to the oil and gas
rich Caspian Sea). The enemy of Russia is not an
autonomous Chechen Republic but a terrorist
gangster-run state, controlled by US and British
security forces, aimed at further dismembering Russia
and destroying Putin’s efforts to reform the Russian
state.

One of the possible unanticipated consequences however
is that the terrorist slaughter and maiming of
hundreds of children and parents in Beslan’s public
school, may give Putin the chance to get rid of all
the security officials left over from the Yeltsin
regime. It may force Putin to create a new efficient
security regime capable of breaking up the gangs and
gangsters (Chechen and otherwise) who have financed
the terrorists. More important he will have to realize
that Anglo-US imperialism is not a partner against
terror but an accomplice of terrorists in their
mission to fragment Russia and destroy its public
authority. Conclusion To understand Washington’s
application of the principle of ‘self-determination”
of nations requires a critical class perspective of
the concept. Washington applies it in cases like
Kosovo and Chechnya where it controls the client
forces, despite their political illegitimacy their use
of terrorist methods. For the Anglo-American empire
builders ‘self-determination” is used as a slogan to
dismember adversarial states, and convert the new
mini-entity into an enclave or military base and
political client.

The fundamental question that needs to be raised prior
to the issue of self-determination is what is the
nature of the political and social forces supporting
self-determination - are they part of a national
project or are they mere puppets of an imperial power
struggle. Chechnya illustrates the latter, while Iraq
and Palestine represent cases of independent national
struggles against colonial occupation. The rather
mindless support of many on the left of the Kosovo and
Chechen gangsters under the principle of
‘self-determination” without any prior analysis of the
context and politics reveals their mediocrity and
worse their servile submission to imperial propaganda.

  The question of the day is Anglo-American global
imperial expansion - directly through colonial wars
and indirectly through surrogate ‘separatist”
terrorists. The mass murder in Chechnya should at a
minimum, provoke some critical re-thinking of the
issue of what is involved in the Chechen War, who are
its backers and who stands to benefit.

In the United States the principle backers of the
Chechen ‘separatists” are the same neo-conservative
Zionists, who promoted the invasion of Iraq and are
unconditional backers of Israel and ethnic cleansing
of Palestinians: Perle, Wolfowitz, Ledeen, Feith and
Adelman among others. The pro-Chechen “left” travels
with strange comrades!

The dual standards which the US and Europe apply when
evaluating terrorism is most blatantly evident in the
case of Chechnya’s terrorist leaders. Ilyas Akmadov
was awarded asylum in the US despite the fact that
Russian security investigators claim they have
evidence of Akhmadov’s ties to Chechen terrorist
leaders, Aslan Maskhadov and the notorious Shamil
Basayev. Britain has granted asylum to Akmed Zakayev -
a spokesman for Maskhadov and a “Cultural Minister” of
his “opposition government”, as the terrorist network
is referred to by their sponsors. Maskhadov has sent
Umar Khabuyev to France, Apti Bisultanov to Germany ,
among other “ministers at large”. The Western regimes
demonstrate that when it comes to pro-Western Chechen
terrorist there is no crime - even the mass murder of
over 150 children - which is sufficiently brutal to
warrant extradition.

Western regimes” dual policy toward terrorism is
informed by the question of whom the terror is
directed against. It is a myth to speak, as Washington
does, of worldwide struggle against terror. Washington
and Europe in the past and in the present support
terrorist groups in Kosovo, Afghanistan and Chechnya -
as they supported them in the 1980’s in Nicaragua,
Mozambique and Angola. For Washington, the issue of
terror is subordinated to a more basic question: Does
it weaken the enemies or opponents of empire? Does it
lead to future military bases? Can the terrorist
groups be recycled as client regimes? For the past 13
years the US and Europe has been instrumental in
fomenting separatist movements in the former Soviet
Union, Russia and Yugoslavia, which practice terror
and violence to secure their aims. It is only recently
that President Putin has come to realize that there is
no end to imperial expansion - short of Red Square.
His co-operation with Washington in fighting terror
directed against the US (Al Queda) has not resulted in
reciprocal support for Russian efforts to defeat
terror in the Caucasus. The big question is whether
Putin is willing or able to have a complete
reappraisal of Russian foreign policy especially a
reappraisal of US-Russian relations, which is central
to the Kremlin’s struggle against terror.

Finally one may ask why do so many apparent
“progressives” and “leftist intellectuals” parrot the
US imperialist line of ‘self-determination” for
Chechnya? Is it ignorance of the social forces in
Chechnya? Do they simply decontextualize terrorist
acts and impose abstract principles out of slovenly
intellectual habits? Or are they simply bending to
pressure by their right-wing colleagues to
“consistently support ‘self-determination”
everywhere”? Whatever the case these pro-imperialist
toadies are incurable: Even in the midst of Chechen
mass murder of harmless children in Beslan, they blame
“the Russians for not surrendering to terrorists”
demands. Did any of these progressives and principled
leftists condemn Bush after 9/11 for not negotiating
and rewarding Osama Bin Laden? Of course not! They
supported Bush’s “war on terrorism” even when it
involved invading and occupying a foreign country. Why
then the reticence in supporting Putin’s effort to
stamp out terrorism within the boundaries of Russia?
Can it be that the progressives have more in common
with their imperial rulers than they care to admit,
especially when it comes to questions of war and
peace, terrorism and self-determination?






___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#278 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 12 Set 2004 11:14 pm
Oggetto: new book on Marxism by Armando Hart
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Forthcoming book from Armando Hart

MARXISM & HUMANISM A Latin American Perspective by
Armando Hart

  A new book by Cuban leader Armando Hart addresses the
relevancy of Marxism in the 21st Century. An historic
participant in the Cuban Revolution, Hart is one of
the outstanding Marxist intellectuals of Latin
America.

The four parts of the book are: (1) How we arrived at
socialist ideas, (2) In defense of the contemporary
relevance of the works of Marx and Engels, (3) Marx
and Engels in the Cuban Revolution and (4) Marti and
Marx.

Published by Ocean Press in English and Spanish
editions, "Marxism and Humanism" will be available in
January 2005.

  ****************************************

Excerpt from chapter on "How we arrived at socialist
ideas and why we defend them"

If solidarity and kindness are not promoted as
fundamental elements of socio-economic growth, all
hope that humans will leave lasting and positive
imprints upon the earth will also be lost. How tragic
if beings so much closer to what many call God,
blessed with greater intelligence and tenderness than
us, arrive on planet earth in the coming centuries or
millenniums and find nothing but an immense cemetery
containing the remains of a distant past when humans,
flowers and poetry flourished.

No one rejects science and technology, just like they
don’t reject games or flowers as parts of human
nature. But the challenges that face us at the end of
the millennium will not be resolved with empty
post-modern gestures. A culture of profound human and
ethical design is required.

It is crucial for the international economy,
understood in its true sense, that development occurs
on the basis of moral and cultural responsibilities
that protect both spiritual life and human survival on
the planet. If those responsibilities are to enjoy
full respect, they must be set out in universally
applicable terms. We must speak of the development of
all humanity, not just of parts or groups, because
life on earth is at stake.

Only with dedication and intelligence will we grasp
the gravity of the socio-economic drama that awaits
us, uncover possible solutions and rally the
systematic strength needed to bridge the gigantic gulf
that exists today between rich and poor.

Wherein lies the weakness of the social, historical
and economic sciences of the dominant system? It is
that they utterly ignore an essential part of reality:
the pain and misery that grows around us. The
articulation of politics, ethics and economy is
essential to tackle this weakness. If we don’t bind
development to culture we will fall before the
challenges facing humanity in the 21st century.

We now find ourselves in a different historical
context to that of the previous century.
Globalization, a process which we are both unable and
unwilling to abandon, could bring disaster if we don’t
act appropriately, but it could also be a necessary
phase in the transformation of our ideas and
ourselves. Our efforts must be on the basis of the
globalization of solidarity.

An educated response to uneducated globalization is to
join culture and development, where culture is that
demanded by the poor and exploited of the world as the
only ethical and philosophical solution. Only culture
born of the needs of those people can save humanity
from disaster. At the dawn of the new millennium,
Latin America must do in philosophy and politics what
it did in literary modernism at the beginning of last
century: a radically creative regeneration.

On an international level the conflict between
identity, universality and civilization shakes modern
life. Its roots are economic and are exposed in the
intellectual and moral chaos which the policy makers
of the dominant social system use to interpret
reality. The confrontation between those three
elements in our hemisphere is at the very eye of a
storm involving financial instability, terrorism,
drugs, widespread disorder, etc.

In Latin America, neoliberal strategies hid their true
effects behind apparently impressive economic
indicators that have vanished into the thin air of a
harsh reality. Structural maladjustment and the
growing millions of people living in extreme poverty
are the modern expressions of the age-old conflict
between rich and poor.

At this stage in the evolution of our civilization all
emphasis must be placed on the union of culture and
development, identity, universality and civilization.
True post-modernity is in the struggle to establish
that union.

Latin American culture must embrace today’s reality
and set itself the achievable goal that is contained
in the expression “the universal human utopia”. As
part of our natural evolution, we humans are endowed
with the undeniable desire for a better future which,
although we may not live it, we are nevertheless
inspired to work in its favor.

We must never forget that our times are radically
different to those that have gone before. Never have
culture and cohesion been so essential to successfully
confront the tasks and challenges that face humanity.
Pragmatic Anglo Saxon civilization, whose scientific
and technical merits we must both recognize and openly
accept, is insufficient for the spiritual trials
facing our end of the millennium world. To pour scorn
on the poetic and heroic facets of human life, from
where the future is seen at its most transcendental,
could provoke serious errors and lead to human
catastrophe.

Latin America’s cultural history is an important tool
with which to face 21st century challenges. Our region
is blessed with enormous potential to follow the path
towards the universal ideal of human redemption. One
of the chief sources of these ideas is the struggle
for American independence led by Simón Bolívar.

We must promote culture free from conflict between
science and ethics or science and religious beliefs.
Our duty is to examine the make-up of the so-called
superstructure, as we are at least partly responsible
for the subversion of legal, ethical and cultural
values that were constructed over long and difficult
centuries as the very pillars of civilization.

We must place solidarity and the human capacity to
cooperate towards common goals at the heart of a
regeneration that focuses scientific, technical and
professional talent from all disciplines on the battle
to promote universal justice that overcomes all
barriers and distinctions. Without a keen sense of the
importance of creating a culture of solidarity we will
not be able to overcome those obstacles.

We must begin with love and justice, two concepts that
have been tossed aside by a civilization that
considers itself superior because of its technology
and scientific knowledge, but lacks the basic
ingredients of lasting culture and humanistic ethics.

The worst primordial human instincts and impulses have
been allowed to reign and only love and justice will
save our species from possible extinction at the hands
of the anarchic and uncontrolled explosion of ego.

When we exalt humankind’s most noble aspirations we
promote the essence of our history. This is what our
people must give to civilization. Solidarity must
become our universal heritage and springboard for the
multiplication of virtue in human relations.

Kindness is a word that was lost in the contradictory
and tragic unraveling of the last century. This word
should not be mentioned without a cry of anguish in
the cities where children have exchanged their
traditional pastimes for electronic games that
hypnotize them in their solitude, teach them the art
of killing and lead them into an adulthood of empathy
with the violence of so-called urban tribes.

All over the world we are enslaved and "dumbed down"
by a pseudo culture that is rooted in violence and
unfettered selfishness and inevitably leads to rising
crime. Geopolitical plans are forced upon us using the
most diverse methods and media.

We are worn down by a culture of selfishness whose
slogan is “more at any cost and whatever the price”.
Are we numb to the risk of ecological disaster that
hangs like a sword of Damocles over the very holes in
the ozone layer through which our atmosphere expires?
All that matters are the huge profits to be made and
no thought is spared for a more just distribution of
wealth.

The words liberty, equality and fraternity are worn
out in rhetoric where even the first is unattainable,
not only for those languishing behind totalitarian
walls, but also for millions and millions of people
trapped inside their fight for survival without ever
realizing their full human potential.

This collection of problems will only be surmountable
when we embark upon a new era that recognizes the
value of hope and utopia. But some people glorify the
birth of new reason on the basis of rehashed
diabolical myths. On the  contrary, all emphasis must
lie in promoting rationality in its most radical
verticality. For the triumph of rationality with truly
human value, cold figures and statistics belonging to
“theologies” that have nothing to do with Martí’s
definition of God as representing and being contained
within the idea of Good, are simply not enough.

We must place culture, science and education at the
center of development strategies. All this has been
discussed in academic and intellectual circles and
even in international political forums. But what has
until now been mere procrastination is now a political
necessity for the present and future. The recognition
of culture is an unavoidable necessity. We must fight
tirelessly to once and for all bind the development of
the productive forces with a rationality that
preserves the human condition.

Our societies cannot continue as hostages to
destructive technologies and arbitrariness born of
unilateral economic globalization and unfettered
consumerism. We will only be free by promoting
authentic modern rationality pledged to the most
universal humanistic values arising from integrated
education that cultivates the very best in human
beings.

Without conscious design or pretension, our home,
Cuba, has become a banner of hope in a world where
poverty and inequality grow, human dignity is crushed
and a crisis that could threaten our very existence on
the planet quickly approaches. How can we Cubans
fulfill our historic responsibilities? By emphasizing
the ethical and cultural values present throughout
more than 200 years of history and transmitting them
in education, politics and every sphere of national
life. And by fortifying the legal culture and strict
observance of the law that ever since the declaration
of independence and the Guáimaro Assembly, with the
decree of the Abolition of Slavery, has been focused
on the needs of the workers and oppressed.

On the basis of these principles my people are ready
and willing to interact with the world. In our
experience, however, and given the situation we find
ourselves in, I have reached one clear conclusion: to
avoid excluding one or all it is necessary to bind, as
if we were the architects of history, the three
concepts already mentioned: identity, universality and
civilization. No identity is acceptable if it seeks to
impose itself over another. All political dialogue
that does not contain a central cultural character
will inevitably exclude one or both of the other
concepts. The final term, that is so widely used by
contemporary intellectuals, is the most important of
all for the relations between individuals, nations and
human identities.

There is no other logic to guarantee respect for
identity than to defend the right of all people and
communities to a higher civilization. If this right is
not respected the basic principle of identity is at
risk and exclusions will be created.

When this occurs, regardless of the ethical principle
violated, an objective setback is felt and harm
inflicted on both the identity under attack and the
attacker. The Modern Age has this lesson to teach us.

Wherein lies the original Latin American and Caribbean
accent that can assist in the resolution of these
inter-millennial challenges? It is in

the spiritual and specifically moral culture that is
one of Our America’ s distinctive traits.

We possess an arsenal of redemptive ideas and feelings
that could give our people, and even western culture
in general, the breath of life they need to survive.

Cuba is part of that enormous family of nations that
extends from the Antilles and Mexico in the north to
Chile and Argentina in the south. Solidarity must
become a universal heritage that acts as a springboard
for the multiplication of virtue amongst human beings.

Our culture has always bred thinkers and actors in our
socio-historical heritage that spread the belief in
fusing goodness with intelligence and with human
happiness on earth. This was the belief, teaching and
example of José Martí, as Cuban as he was Latin
American and universal. He taught us that invisible
threads join people throughout history, clearly
demonstrating that since the days of Bolívar the
desire for integration has spanned nations, races and
cultures from the Río Grande to Patagonia.

We represent utopia and we have centuries of
experience. To embrace utopia in today’s world is both
a practical necessity and a crucial tool for planetary
salvation. This utopia has been purified by time and
is alive in Latin American and Caribbean culture. We
must reclaim that tradition to stimulate the political
will towards transformation in favor of full human
dignity.

The world requires a master plan of ethical literacy
that would prioritize the preservation of the most
important spiritual heritage of all humankind. A
synthesis of the cultural history of the world is
needed and Our America can provide it.

We must prevent the waters of the north and the south
from joining and engendering a serpent. They must
rather bring forth a dove to fly higher than the
eagles. As Martí said, we must avoid unnecessary
conflict between the two hostile camps of the Western
hemisphere and therefore contribute to global
equilibrium. All this requires complete independence
for Cuba, the Antilles and the whole of Latin America.

  Copyright (c) Armando Hart and Ocean Press

www.oceanbooks.com.au

***********************************

Armando Hart is also the author of the introduction to
the new Ocean Press title "Manifesto" (published in
English and Spanish editions). "Manifesto" contains
three of the classic revolutionary manifestos: Marx
and Engels' "Communist Manifesto", Rosa Luxemburg's
"Reform or Revolution" and Che Guevara's "Socialism
and Man in Cuba". The Preface to this book is by
Adrienne Rich.



MARXISM AND HUMANISM A Latin American Perspective by
Armando Hart 200p  ISBN 1-920888--15-2 (available
January 2005)

  MANIFESTO Three Classic Essays on How to Change the
World by Karl Marx, Friedrich Engels, Rosa Luxemburg
and Ernesto Che Guevara 200 pages  ISBN 1-876175-98-2

  For more information contact Ocean Press:

UNITED STATES PO Box 1186 Old Chelsea Station New
York, NY 10113-1186 Telephone: 1-212-260 3690

AUSTRALIA Street Address: 360 Victoria Street, North
Melbourne, Victoria 3051, Australia Postal Address:
GPO Box 3279, Melbourne, Victoria 3001, Australia
Phone: (61-3) 9326 4280 Fax: (61-3) 9329 5040 E-mail:
info@...

CUBA Calle 7 Tarara, Havana Tel/fax: (53-7) 961 456
E-mail: oceanhav@...

www.oceanbooks.com.au




___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#277 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 12 Set 2004 10:59 pm
Oggetto: 'Time to consider Iraq withdrawal' > Financial Times Editorial, 10 September, 2004
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
> 'Time to consider Iraq withdrawal' > Financial Times
Editorial, 10 September, 2004

> This week a macabre milestone was passed in Iraq.
More than 1,000 American soldiers have now been killed
since the US-led invasion of the country began nearly
18 months ago. The overwhelming majority lost their
lives after President George W. Bush declared major
combat operations over in his now infamous "Mission
Accomplished" photo-opportunity in May last year.

> In that time, an unknown number of mostly civilian
Iraqis, certainly not less than 10,000 and possibly
three times that number, have perished, and hundreds
more are dying each week. After an invasion and
occupation that promised them freedom, Iraqis have
seen their security evaporate, their state smashed and
their country fragment into a lawless archipelago
ruled by militias, bandits and kidnappers.

> The transitional political process, designed to lead
to constituent assembly and general elections next
year, has been undermined because the nervous
US-dominated occupation authority has insisted on
hand-picking various permutations of interim Iraqi
governors, mostly exiles or expatriates with no
standing among their people. Whatever Iraqis thought
about the Americans on their way in - and it was never
what these emigré politicians told Washington they
would be thinking - an overwhelming majority now views
US forces as occupiers rather than liberators and
wants them out.

> The aftermath of a war won so quickly has been so
utterly bungled, moreover, that the US is down to the
last vestiges of its always exiguous allied support,
at the time when Iraq needs every bit of help it can
get. The occupation has lost control of big swathes of
the country. Having decided that all those who lived
and worked in Iraq under Saddam Hussein bore some
degree of collective guilt, Washington's viceroys
purged the country's armed forces, civil service and
institutions to a degree that broke the back of the
state, marginalised internal political forces,
sidelined many with the skills to rebuild Iraq's
services and utilities and, of course, fuelled an
insurgency US forces have yet to identify accurately,
let alone get to grips with.

> There are signs that US officials are beginning to
"get it" - in the phrase Donald Rumsfeld, US defence
secretary, patronisingly used this week to
characterise Iraqis' grasp of the security situation.
But if they are increasingly aware that what they have
created in Iraq is a disaster, they seem at a loss to
know what to do about it.

> The core question to be addressed is this: is the
continuing presence of US military forces in Iraq part
of the solution or part of the problem?

> As occupying power, the US bears responsibility for
Iraq under international law, and is duty-bound to try
to leave it in better shape than it found it. But
there is no sign of that happening.

> The time has therefore come to consider whether a
structured withdrawal of US and remaining allied
troops, in tandem with a workable handover of security
to Iraqi forces and a legitimate and inclusive
political process, can chart a path out of the current
chaos.

> Faced with a withdrawal timetable, Iraqis who
currently feel helpless will know that the opportunity
to craft a better future lies in their hands.

> Take security. Iraqi forces are being rebuilt to
take over front-line tasks. This is slow work, but
that is not the real problem. It is that those forces
already trained cannot stand alongside a US military
that daily rains thousands of tonnes of projectiles
and high explosives on their compatriots. Each time
there is a siege of Fallujah or Najaf, with the US
using firepower that kills civilians by the hundred,
these Iraqi forces melt away. Until eventual
withdrawal, there would have to be a policy of
military restraint, imposed above all on those US
commanders who have operated without reference to
their own superiors, let alone the notionally
sovereign Iraqi government.

> Politically, if next year's elections are to have
any chance of reflecting the will of the Iraqi people,
the process must be opened up. Last month's national
conference or proto-assembly was monopolised by
expatriate politicians aligned with the interim
government of Iyad Allawi. The only way national
coalitions can be woven from Iraq's religious and
ethnic patchwork is by including the opposition to the
occupation. That means negotiating with the
insurgents, probably through religious leaders of the
stature of Ayatollah Ali al-Sistani. It also means an
amnesty, which should help Iraqi authorities acquire
the legitimacy to crush jihadist and other hold-outs.

> Ideally, the US would accompany withdrawal by
stating it has no intention of establishing bases in
Iraq, and instead wishes to facilitate regional
security agreements. That would be more stabilising
than the current policy of bullying neighbours such as
Iran and Syria, whose borders with Iraq the US in any
case cannot control.

> None of this will be less than messy. But whether Mr
Bush or John Kerry wins the upcoming election, the US
will eventually have to do something like this. Chaos
is a great risk, and occupiers through the ages have
pointed to that risk as their reason for staying put.
But chaos is already here, and the power that is in
large part responsible for it must start preparing now
to step aside and let the Iraqis try to emerge from
it.




___________________________________
Scopri Mister Yahoo! - il fantatorneo sul calcio di Yahoo! Sport
http://it.seriea.fantasysports.yahoo.com/

#276 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 5 Set 2004 5:14 pm
Oggetto: Fwd: Cecenia, stuprate e martiri
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Fulvio Grimaldi <bassottovic@...> wrote:
>Mi spieghi perchè diffondi queste scempiaggini di
>marca pannelliana. Non bastano Moscato, Dakli, Pannella?
>Fulvio


Non ho dubbi che l'imperialismo statunitense voglia rinfocolare il conflitto ceceno. Se prendiamo la questione dal lato più "semplice", ma forse piu' concreto: interesse dei russi è porre fine a questo conflitto, interesse dell'imperialismo è invece alimentarlo.
 
150 anni di storia dall'Irlanda alla Palestina dimostrano che non si pone fine con la forza a questi conflitti se non con le "soluzioni finali", cioè il genocidio.
 
Dal punto di vista puramente informativo Piovesana (autore dell'articolo) non può essere buono solo quando diffonde le notizie sulle torture statunitensi in Iraq.
 
La politica di Putin non può essere quella dei comunisti. La politica di Putin è stata quella del "grande russo" contro le piccole nazionalità, contro cui metteva in guardia Lenin in uno dei suoi ultimi scritti (http://web.infinito.it/utenti/c/communism/classici/lenin/it/ultimo/georgia.html )
 
Comunque mi sono andato a rileggere la discussione sulla questione di un paio di anni fa, le cose scritte le condivido ancora oggi.
 
 
Da:  "Gennaro Scala" <gennarolasca@y...>
Data:  Mar Nov 12, 2002  10:06 pm
Oggetto:  Ancora sulla questione cecena


Nessun dubbio che il conflitto in Cecenia sia strumentalizzato in modo più o meno coperto dall'imperialismo statunitense. Vedi ad es. Brzezenski che dirige un "Comitato per la pace in Cecenia" ( e che scrive al governo danese in favore della liberazione Zakayev, fatto arrestare su richiesta della Russia.
 
Tuttavia questo non è sufficiente per concludere che il conflitto sia introdotto dall'esterno o frutto dell'azione di bande criminali. Una guerra che dura ormai da dieci anni, decina di migliaia di morti da ambo le parti, una intera città distrutta (come dice lo stesso Zyuganov) dimostrano incontestabilmente che si tratta di una guerra contro un popolo. Non si può sostenere una cosa del genere.
 
Zyuganov che pur dice delle cose interessanti riguardo al problema della disoccupazione in Cecenia, mette in primo piano la difesa dell'intervento dell'esercito. A mio parere, è più sensata, più leninista, più antimperialista la posizione Kuvajev, segretario cittadino di Mosca del PCFR, che invita a ricercare una soluzione pacifica:
 
"è una guerra insensata. E stata deliberatamente creata per distogliere lattenzione del popolo dai problemi reali. Il problema non può essere risolto con strumenti militari. Hanno già cercato di farlo in epoca zarista e la guerra si è protratta per lungo tempo. Ma questo governo non ha intenzione di risolvere la questione con mezzi politici. Lhanno creata loro stessi. Oggi, ogni giorno, 20-25 soldati russi vengono uccisi o feriti. Il paese è distrutto e il denaro, che doveva servire per ricostruire la Cecenia, non è mai arrivato. Naturalmente ci sono poderosi interessi coinvolti, il petrolio ad esempio. Ma è inammissibile sacrificare tante giovani vite in questo modo. Dobbiamo trovare una soluzione politica, attraverso negoziati con il popolo ceceno".
 
Il principio leninista del rispetto della volontà delle nazionalità è valido non solo in una fase rivoluzionaria (non si può costruire una società diversa sulla base dell'oppressione nazionale), ma anche in una fase in cui è più forte il vento della reazione. Il tentativo di risolvere questo conflitto militarmente porta alla ribalta gli elementi peggiori e mantiene vivo un focolaio in cui si inserisce l'imperialismo statunitense.
 
L'unica politica antimperialistica è quella della risoluzione pacifica dei conflitti nazionalistici, se necessario anche con la concessione dell'indipendenza. Nel caso della Cecenia, la vicinanza geografica, l'integrazione economica e la storia comune di questi anni permettono la ricerca di un accordo che garantisca la Russia sul passaggio degli oleodotti e sul fatto che la Cecenia non diventi la sede di basi militari straniere.
 
La Russia è una nazione ancora oggi importante, i comunisti hanno un consenso minore di quello che potrebbero avere, viste le condizioni in cui il capitalismo ha ridotto le masse russe. Tuttavia secondo quel 20 % che vota i comunisti, probabilmente lo fa soltanto perché gli altri fanno oltremodo schifo. Se i comunisti non si liberano dell'influenza del vecchio apparato e dell'influenza delle "nostre forze armate", potranno soltanto continuare a fare commemorazioni sempre più stanche della Rivoluzione d'Ottobre, a cui partecipano soltanto nostalgici ultrasessantenni, la base sociale dell'attuale Pcfr (come si vede dalle foto di queste manifestazioni).





----------------------------



Cecenia, stuprate e martiri

http://www.peacereporter.org/it/canali/storie/031204cecenia/
 

Le donne cecene vittime di violenze sessuali da parte
dei soldati russi reagiscono spesso votandosi al
martirio in nome della causa indipendentista



Grozny (Cecenia, Fed. Russa) 4 dicembre 2003  La
famiglia Kugayev viveva alla periferia del villaggio
di Tangi-Chu. Quella notte, come ogni altra, Visa e
Rosa avevano messo a letto i loro cinque figli vestiti
di tutto punto, pronti per fuggire rapidamente in caso
di pericolo. E quella notte il pericolo si
materializzò intorno alluna, quando il silenzio del
villaggio che dormiva fu spezzato dal rombo dei motori
di tre camion militari russi e dalle secche raffiche
di fucili mitragliatori. Così i soldati russi
annunciano solitamente il loro arrivo.

I coniugi Kugayev si svegliarono di soprassalto. Visa
corse a svegliare la figlia maggiore, Elsa, di
diciotto anni, dicendole di svegliare i suoi fratelli
e sorelle minori e di scappare. Ma non fecero a tempo.
Quattro soldati della 160esima divisione corazzata
dellesercito russo sfondarono la porta e fecero
irruzione in casa. Tutti si aspettavano il solito
comportamento, la solita perquisizione in cerca di
guerriglieri fuggiaschi o di armi, condita da urla,
insulti, minacce, botte e distruzione delle povere
suppellettili della casa. Invece no.

Quella notte i militari entrarono in silenzio,
puntarono dritti verso la camera dei figli e presero
Khava, la sorella mezzana di tredici anni. Ma subito
mollarono la presa accorgendosi della presenza di
Elsa, la maggiore. La presero e la portarono via,
mentre lei urlava chiedendo aiuto ai familiari, che
non potevano fare nulla sotto la minaccia dei
kalashnikov puntati addosso. Usciti dalla casa i
militari, Adlan, il fratello più piccolo, corse fuori
dalla porta per inseguire la sorella, ma un soldato lo
colpì alla testa col calcio del fucile facendolo
svenire.

Elsa venne portata in una caserma, violentata
ripetutamente e infine strangolata. I Kugayev sono
fuggiti in Inguscezia, da dove hanno lottato per
chiedere giustizia. E dopo tre anni hanno vinto. Il
colonnello Yuri Budanov, che quella notte del 26 marzo
2003 guidava loperazione dal cassone di un camion,
dopo essere stato assolto in primo grado, è stato
condannato in appello a dieci anni di prigione per
rapimento, omicidio e stupro. Purtroppo Budanov è uno
dei pochi ufficiali russi ad aver pagato per le
proprie azioni: la giustizia russa tende ad insabbiare
ogni caso che riesca ad arrivare fino in tribunale.

I casi di violenza sessuale su ragazze cecene da parte
di militari russi sono allordine del giorno. E
costituiscono, oltre che una tragedia e uningiustizia
che pesano come macigni sullimmagine del Cremlino, la
principale causa di un fenomeno triste e inquietante.
Gli stupri sono la causa principale di conversione
delle donne alla lotta armata, o meglio al terrorismo
suicida. Le vittime delle violenze, che nella società
cecena subiscono il biasimo e lemarginazione da parte
della collettività, si chiudono in loro stesse e
spesso si votano alla morte diventando shaheed,
martiri.

E stato, ad esempio, il caso delle sorelle Ganiyevys,
due kamikaze del commando ceceno che il 23 ottobre
2002 parteciparono alla famosa azione al teatro
Dubrovka di Mosca. Tutto si risolse con un blitz delle
forze speciali russe che, facendo uso di gas letali,
uccisero 118 persone tra ostaggi e sequestratori.
Aminat e Khadizhat, nel 2001 erano state rapite dai
soldati russi come Elsa, e come lei violentate dai
militari. Vennero rilasciate. Tornate al loro
villaggio non parlarono più con nessuno. In quel
silenzio di vergogna e rancore maturarono la loro
decisione di sacrificare le loro vite per la causa
dellindipendenza cecena.

Purtroppo, la risposta di Mosca a questo fenomeno
nuovo delle donne kamikaze è stata la peggiore
possibile. Dopo la tragedia del teatro il Cremlino ha
avviato unoperazione militare in Cecenia mirata a
colpire le donne cecene sospettate di partecipare alla
lotta armata separatista. Loperazione Fatima,
questo il suo nome in codice, è stata ovviamente
pretesto di nuove violenze contro le donne. E produrrà
nuove martiri e nuovi martirii.

Enrico Piovesana



#275 Da: andrea <andreamartocchia@...>
Data: Sab 4 Set 2004 9:40 am
Oggetto: Storia (anche) italiana: infiltrazione CIA nella CGIL e CGT
andreamartoc...
Offline Offline
Invia email Invia email
 
http://www.reseauvoltaire.net/article14074.html

Focus

Ingérence syndicale

AFL-CIO ou AFL-CIA ?

Dès le début de la Guerre froide, les États-Unis se sont appliqués à
neutraliser l'influence soviétique dans le mouvement syndical européen.
S'appuyant sur l'AFL-CIO, une organisation qui tient plus de la
corporation de branche que du syndicat de classe, la CIA a fait
exploser la CGT française et a financé la dissidence de Force ouvrière.
Puis, l'Agence a regroupé les centrales atlantistes européennes au sein
d'une Confédération des syndicats libres. Le système a été
ultérieurement étendu à l'Afrique et à l'Asie. L'opération a été
dirigée par Irving Brown, responsable du réseau stay-behind en Europe.

2 juin 2004

---

Après s'être alliés pour lutter contre les forces de l'Axe au cours de
la Seconde Guerre mondiale, les États-Unis et l'URSS entrent, dès 1945,
dans une lutte d'influence mondiale qualifiée, à partir de 1948, de
« Guerre froide ». Les deux superpuissances évitent soigneusement
l'affrontement militaire direct, mais développent un combat idéologique
dans leurs zones d'influence et des guerres périphériques.

Depuis l'effondrement de l'URSS, les réseaux pro-soviétiques
appartiennent à l'Histoire. Ils sont de mieux en mieux connus,
notamment grâce à l'ouverture des archives. Au contraire, les réseaux
atlantistes n'ont pas disparu avec la fin de la Guerre froide. Ils ont
été mis en sommeil par l'administration Bush père, puis réactivés par
l'administration Bush fils. Nous avons entrepris de les décrire dans
ces colonnes, non comme des souvenirs d'un passé révolu, mais comme des
éléments explicatifs de la crise politique mondiale actuelle. Nous
avons ainsi relaté la mise en place de réseaux d'ingérence, les
stay-behind [1] et celle du soft-power de la Fondation nationale pour
la démocratie (NED/CIA) [2]. Nous avons analysé de grandes opérations
sectorielles comme le financement des intellectuels européens par la
CIA [3]. Nous en venons aujourd'hui à la manipulation des syndicats.

Convaincu que les démocraties occidentales sont menacées par le « péril
communiste », dont l'un des relais serait naturellement le
syndicalisme, les États-Unis mettent en place, dans le cadre du plan
Marshall, un réseau de confédérations syndicales internationales,
chargées de contrer l'influence communiste dans le monde du travail. En
février 1945 se tient à Londres une conférence mondiale visant à
réaliser l'unification du syndicalisme international, à l'initiative du
Trades Union Congress (TUC) britannique. 53 organisations y sont
présentes. L'American Federation of Labor (AFL), premier syndicat
états-unien, boycotte la réunion pour protester contre la présence de
représentants soviétiques. Le Congress of Industrial Organizations
(CIO), son grand rival sur la scène syndicale états-unienne, tente de
son côté de jouer un rôle de médiateur entre les membres de
l'Internationale syndicale rouge (ISR), proche de Moscou, et la
Fédération syndicale internationale (FSI), créée à Amsterdam en 1919 et
qui refuse les syndicalistes soviétiques. Les deux courants devaient
être rassemblés au sein d'une Fédération syndicale mondiale (FSM), qui
naît effectivement à Paris en 1945. Mais le rapprochement échoue. La
Confédération internationale des syndicats chrétiens (CISR) refuse de
rejoindre la nouvelle structure, tout comme l'AFL, qui décide en
octobre 1946 de rassembler tous les syndicats "libres" et installe à
Bruxelles un bureau de correspondance avec à sa tête Irving Brown.

Le plan Marshall achève de diviser la FSM naissante : le Secrétariat de
la Fédération dénonce un plan « qui porte atteinte à l'indépendance des
États européens », tandis que les syndicats britanniques organisent une
conférence rassemblant des partisans du projet. Rapidement, la FSM se
retrouve donc largement dominée par les centrales syndicales des pays
socialistes : la CGT française et la CGIL italienne seront les deux
seules organisations occidentales à y adhérer.

Les efforts de Washington pour diviser les syndicats communistes et
aider ceux qui refusent l'anticapitalisme et la domination de Moscou se
font alors plus pressants. Trois hommes vont superviser le dispositif.
Le premier est Jay Lovestone, alors directeur de la section
internationale de l'American Federation of Labor. Ancien dirigeant du
Parti communiste états-unien avant la Seconde Guerre mondiale,
Lovestone a rompu avec l'URSS en 1929, après une rencontre avec
Staline. Il lui avait en effet suggéré que les États-Unis offraient une
configuration politique et sociale particulière, nécessitant une
stratégie communiste adaptée. Se sentant menacé, il quitte Moscou en
toute hâte et, de retour à New York, devient un anticommuniste
militant. Il s'allie alors avec l'International Ladies Garment Workers
Union, un important syndicat monté par des immigrés juifs et italiens
qui tente également de limiter l'influence de ses militants
communistes. Ceux-ci sont finalement écartés grâce aux efforts des
« modérés » emmenés par David Dubinsky. À la même époque, Jay Lovestone
noue une relation d'amitié avec le dirigeant de l'AFL, George Meany,
également anticommuniste patenté. Pendant la Seconde Guerre mondiale,
Lovestone travaille en collaboration étroite avec le Bureau des
travailleurs de l'Office of Strategic Services (OSS, ancêtre de la
CIA), dirigé par Arthur Goldberg, futur secrétaire au Travail de
Kennedy et membre de la Cour Suprême. Il est notamment chargé
d'organiser la résistance des ouvriers à l'Allemagne nazie en Europe et
en Afrique du Nord. Au sortir de la guerre, il poursuit ses activités
sur le terrain européen.

Il est secondé en cela par Irving Brown, membre de l'AFL et adjoint
pour l'Europe de Lovestone à partir de 1944. Né en 1911, Irving Brown
devient un membre important de l'AFL dans les années 1930. Sa femme est
alors la secrétaire de Jay Lovestone [4]. Son premier fait d'armes
concerne la France. Allié stratégique de Washington du fait de sa
puissance économique et démographique, mais aussi de sa situation
géographique (sa frontière avec l'Allemagne, dont une moitié du pays
est occupée par les troupes soviétiques, en font un partenaire
privilégié en cas d'offensive de l'URSS), le pays connaît d'importantes
turbulences sociales une fois l'état de grâce de la Libération disparu.
Les grèves de Renault d'avril-mai 1947 font éclater l'accord de
gouvernement entre le Parti communiste français, la SFIO et le MRP.
Paul Ramadier révoque les ministres communistes, et plonge la vie
politique dans une instabilité menaçante. D'autant que les difficultés
économiques s'accumulent : pénurie de charbon et de denrées
alimentaires, hausse des prix, provoquent des mouvements sociaux
importants dans tout le pays. La CGT, premier syndicat du pays, est
secouée par des dissensions internes entre ceux qui acceptent « le rôle
dirigeant du PCF dans le mouvement ouvrier et ceux qui s'y
opposent » [5]. Washington profite de l'occasion : la CIA aborde le
secrétaire général de la CGT, Léon Jouhaux, à l'occasion de son voyage
à l'ONU. Jouhaux accepte de provoquer la scission qui donnera naissance
à Force ouvrière, en 1948, et affaiblira durablement le syndicalisme
français. Une fois l'opération terminée, George Meany déclare au Press
Club de Washington : « Je suis fier de vous dire, parce que nous
pouvons nous permettre de le révéler maintenant, que c'est avec
l'argent des ouvriers de Detroit et d'ailleurs qu'il nous a été
possible d'opérer la scission très importante pour nous dans la CGT, en
créant le syndicat ami Force ouvrière » [6]. Mais, en 1967, Thomas W.
Braden, ancien directeur de la division internationale de la CIA,
révèle sans ambages [7] qu'en réalité les fonds furent initialement
fournis par l'International Ladies Garnment Union de David Dubinsky
puis « quand ils manquèrent d'argent, il s'adressèrent à la CIA. Ainsi
commencèrent les versements de fonds secrets aux syndicats libres qui,
bientôt, s'étendirent à l'Italie. Sans ces versements, l'histoire de
l'après-guerre aurait été différente » [8].

Un groupe de militants anti-soviétiques joue un rôle central dans la
scission : il s'agit de trotskistes récupérés par le stay-behind.
Pendant la Seconde Guerre mondiale, après la rupture du Pacte
germano-soviétique, ils avaient fait le choix, autour d'Henri Molinier,
de lutte contre Staline en adhérant à l'ultra-collaborationniste
Mouvement social révolutionnaire (MASR) d'Eugène Deloncle et Eugène
Schueller [9]. Sous l'impulsion d'Irwing Brown, ils constituent en 1953
un nouveau parti, le MPPT, autour de Pierre Boussel-Lambert. Ces
militants obtiennent bientôt des emplois dans des Caisses
d'assurance-maladie et se consacrent à l'encadrement de FO.

À la même époque, « la SFIO marseillaise a elle aussi profité des
dollars de la CIA qui, par exemple, renflouent le journal Le Populaire,
le quotidien socialiste à l'échelle nationale » [10]. Les activités
d'Irving Brown sont en effet particulièrement visibles dans la région
marseillaise, alors au c ?ur de la French connection qui gère à
l'époque l'essentiel du trafic mondial d'héroïne. Ses financements
viennent en général directement de la CIA, soit via l'attaché de
l'ambassade états-unienne à Paris pour les questions syndicales, John
Phillipsborn, soit via un compte en banque basé à Zürich au nom du
président du Comité méditerranéen, Pierre Ferri-Pisani [11].

Parallèlement à ces opérations ponctuelles, Irving Brown lance fin 1949
la Confédération internationale des syndicats libres (CISL / FTUC), qui
refuse tout contact avec la Fédération syndicale mondiale, considérée
comme trop proche de Moscou. La CISL regroupe une soixantaine de
centrales, venues de 53 pays et représentant près de 50 millions de
travailleurs. Par ailleurs se constitue une structure au sein de l'AFL,
la Confédération des syndicats libres, financée à hauteur de 35 000
dollars par la maison-mère. Le président de cette organisation est
Matthew Woll, David Dubinsky sert de trésorier et George Meany,
secrétaire-trésorier de l'AFL, se charge de la coordination entre la
jeune structure et la maison-mère [12]. L'initiative en direction des
syndicats européens non-communistes va faire prendre une nouvelle
ampleur à l'organisation. Et de nouveaux soutiens : à partir de 1950,
la CIA finance la CISL à hauteur de 170 000 dollars par an. Avec un tel
budget, la centrale syndicale peut financer largement le Centre
international des syndicalistes libres en exil (CISLE / ICFTUE), qui
tient son premier Congrès à Paris en octobre 1948 dans les locaux de
Force Ouvrière, à peine remis de sa scission avec la CGT.
L'organisation, présidée par F. Bialas et A. Skorodzki, est
officiellement chargée d'accueillir des travailleurs immigrés et des
organisations socialistes d'Europe de l'Est. Dans les faits, elle
permet surtout de soutenir les groupes dissidents établis de l'autre
côté du rideau de fer. Certains d'entre eux, non allemands, avaient
rejoint les rangs des forces armées allemandes, voire de la Waffen SS,
au cours de la Seconde guerre mondiale et ne pouvaient retourner dans
leur pays d'origine une fois le conflit terminé. Ils constituent donc
de solides appuis anti-communistes dans les pays où ils se trouvent
réfugiés. Qu'ils aient réussi ou non à franchir à temps le rideau de
fer, ils sont de toute façon accueillis à bras ouverts au sein du
Centre international des syndicalistes libres en exil [13].
L'organisation édite une revue, Le Syndicaliste Exilé [14] et a accès
aux ondes de Radio Free Europe et Radio Liberty, toutes deux financées
ouvertement par la CIA. À la même époque, la CISL aide à l'organisation
et au financement de la réunion fondatrice du Congrès pour la liberté
de la culture à Berlin en 1950.

La CIA finit tout de même par trouver les activités de Lovestone et
Brown trop coûteuses. De 1950 à 1955, elle réduit donc ses financements
et presse les deux hommes de réorganiser leurs activités d'une manière
plus efficace. Ce sera fait en 1955 lorsque les deux principaux
syndicats états-uniens actifs en Europe, l'AFL (représenté par Irving
Brown) et le CIO (représenté par Victor Reuther) fusionnent pour donner
naissance à l'AFL-CIO, avec la bénédiction d'Averell Harriman, nouvel
administrateur du plan Marshall, et de son émissaire en Europe, Milton
Katz. George Meany en prend la présidence. Les activités de la
Confédération des syndicats libres cessent donc, pour être remplacées
par des opérations de plus grande ampleur de la part de la nouvelle
centrale syndicale unifiée. Celle-ci en profite pour décupler ses
efforts d'« ingérence syndicale » à l'échelle de la planète. Irving
Brown s'implique dans l'Afrique post-coloniale, tandis que d'autres
militants tels que Richard Deverall et Harry Goldberg font de l'Asie
leur terrain de prédilection. Serafino Romualdi, un socialiste
d'origine italienne, agit pour sa part en Amérique latine [15].

Les activités d'ingérence en Europe connaissent alors un coup d'arrêt
dans le domaine syndical. Tout le département est réorganisé sous 1962,
au moment où le président Kennedy crée l'US Agency for International
Development (USAID), qui finance quasi-exclusivement cette branche
d'activité de l'AFL-CIO. Une stratégie défendue devant le président
Kennedy par Cord Myer, Arthur Goldberg, George Meany, Jay Lovestone,
entre autres. La centrale syndicale états-unienne crée alors trois
sous-structures semi-indépendantes. La principale est l'American
Institute for Free Labor Development [16], qui vise à reprendre le
contrôle des mouvements syndicaux en Amérique latine. Une initiative
lancée dès la fin des années 1950 par Cord Meyer, et qui assura la
formation de plus de 200 000 syndicalistes venus d'Amérique Latine au
centre de Front Royal, en Virginie [17]. Les deux autres organismes
sont l'African Labor College, dirigé par Irving Brown, et
l'Asian-American-Free Labor Institute, qui voit le jour en 1968, au
moment de la guerre du Vietnam. Le remaniement écarte donc l'Europe du
champ d'action de l'AFL-CIO. Il permet en revanche l'émergence d'un
nouvel outil d'ingérence dans les pays du Tiers monde, que l'on verra
rapidement à l' ?uvre lors du renversement de Sukarno en Indonésie, de
Joao Goulart au Brésil, et de Salvador Allende au Chili.


                  Paul Labarique


[1] Voir la série d'enquêtes sur le stay-behind du 20 août, 27 août et
10 septembre 2001.

[2] Voir « La nébuleuse de l'ingérence démocratique », Voltaire, 22
janvier 2004.

[3] Voir « Quand la CIA finançait les intellectuels européens », par
Denis Boneau, Voltaire, 27 novembre 2003.

[4] D'après The Point Man : Irving Brown and the deadly post-1945
struggle for Europe and Africa, par Ben Rathbun, Minerva Press, 1996.

[5] « CGT-FO, le grand schisme », par René Mouriaux, Le Monde, 13 avril
1998.

[6] Cité dans E ? comme espionnage par Nicolas Fournier et Edmond
Legrand, Éditions Alain Moreau, 1978

[7] « I'am Glad the CIA is Immoral » par Thomas W. Braden, Saturday
Evening Post, 20 mai 1967

[8] Cité dans D ? comme Drogue, par Alain Jaubert, Éditions Alain
Moreau, 1973.

[9] Le MSR est alors un parti au sein du RNP de Marcel Déat avec lequel
il vient de fusionner. Voir « L'histoire secrète de L'Oréal » par
Thierry Meyssan, Voltaire, 3 mars 2004.

[10] Ibid.

[11] Le Comité méditerranéen est l'organisme au sein duquel Irving
Brown mène ses activités autour de la région marseillaise. Il finance
par exemple des briseurs de grève lors de la grève des dockers de
Marseille, qui cherchaient à empêcher le débarquement de matériel
militaire destiné aux troupes états-uniennes stationnées en France.

[12] « The Origins of CIA Financing of AFL Programs », par Anthony
Carew, CovertAction Quaterly, été 1999.

[13] « The International Centre of Free Trade Unionists in Exile », par
Peter E. Newell, Lobster, juin 1996.

[14] En janvier 1964, Roger Louet, président de Force ouvrière, accepte
la direction du journal. « The International Centre of Free Trade
Unionists in Exile », op.cit.

[15] « Plumbers and Presidents : Labor Sources for Diplomatic
Historians », par Edmund F. Wehre, University of Maryland at College
Park.

[16] L' American Institute for Free Labor Development était financé par
un large panel comprenant les entreprises états-uniennes les plus
importantes telles que Rockefeller, ITT, Kennecott, Coca Cola, IBM,
Pfizer International, Standard Oil, Shell Petroleum, Pan American World
Airways. Toutes persuadées, selon le président de l'AIFLD, George
Meany, qu'il était « dans l'intérêt des États-Unis d'aider au
développement de syndicats libres en Amérique Latine ». Le président du
Conseil d'administration n'est autre que J. Peter Grace, également
président de la W.R. Grace Corporation.

[17] The Rise and Decline of the CIA, par John Ranelagh, Simon &
Schuster, 1987.

#274 Da: "istcom2000" <istcom@...>
Data: Mar 31 Ago 2004 9:40 pm
Oggetto: Buggerru, 4. settembre. 1904
istcom2000
Offline Offline
Invia email Invia email
 
ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI
                     Karl Marx - Friedrich ENGELS
                            istcom@...
                              www.istcom.it


Contributo per un approfondimento storico.
                  BUGGERRU 4. sett. 1904

Le organizzazioni sindacali CGIL – CISL – UIL hanno inteso
organizzare una iniziativa forte per il 1° Centenario dell'eccidio
di Buggerru, zona mineraria in provincia di Cagliari, avvenuto il 4.
set-tembre. 1904, che vedrà la presenza a Buggerru il 4. settembre.
2004 di Epifani, Pezzotta, Angeletti.
In novembre a Milano vi sarà un Convegno di Studi.

         A Buggerru, in Sardegna il 4 settembre. 1904 minatori in
lotta per un aumento salariale, mentre si trovava-no dinanzi alla
direzione della miniera in sostegno della delegazione sindacale in
trattativa, viene violentemente caricata dai carabinieri: un eccidio
7 morti e decine di feriti.
La risposta del movimento operaio a livello nazionale non si fa
attendere ed il 16. settembre si ha il primo scio-pero generale
nazionale, con l'adesione di tutto il popolo lavoratore italiano.
La risposta padronale è la serrata politica: il re scioglie il
Parlamento per nuove elezioni, con l'intento di scaricare sul
movimento dei lavoratori l'odio, la rabbia, il livore di tutta la
piccola e media borghesia, dei ceti di campagna ed isolare così il
proletariato italiano.
A prima vista può sembrare una reazione spropositata, anche se
quello del 16. settembre era il primo sciopero generale nazionale.
Le nuove elezioni, svoltesi in un pesante clima di repressione,
violenze, intimidazioni, brogli, in un clima di ossessiva caccia
all'operaio sovversivo vedono un sostanziale consolidamento delle
posizione del giovane Partito Socialista Italiano, costituitosi nel
1892.
La borghesia ed suoi organi di informazione sbandierano come grande
vittoria la perdita di alcuni seggi del PSI; era, invece, la resa.
La linea liberale doveva fare le valigie, arrendersi al movimento
dei lavoratori che nel corso di venti anni aveva isolato prima e
battuto dopo.
  Inizia così il periodo dell'epoca giolittiana in cui la borghesia
deve fare i conti con la forza del movimento organizzato dei
lavoratori.

         Il 1904 si presenta effettivamente come spartiacque tra due
fasi della storia italiana:
1860 – 1904 e 1904 – 1919.
Da una parte giunge a maturazione il complesso processo di
formazione del proletariato in classe nazionale egemone e dirigente
e quindi del suo gruppo dirigente: partito, sindacato, istituzione,
cooperative.
Dall'altra si consumano gruppi dirigenti e strategie della borghesia
italiana in una lotta disperata per contrastare l'ascesa della
classe del proletariato.
La scelta cavouriana dell'unità nazionale, ossia della formazione
del mercato unico nazionale, o come si dice del Risorgimento,
consuma tutta la sua spinta propulsiva evidenziando appieno tutti i
limiti e le ristrettezze, che caratterizzeranno poi sia la natura
bottegaia della borghesia italiana e sia lo sviluppo asfittico del
capitalismo italiano, che ne farà un " imperialismo straccione".
La scelta era quella di alleare la borghesia del centro-nord,
sostanzialmente quella lombardo-piemontese con gli agrari
latifondisti meridionali e costituire questi il blocco sociale
dell'Italia, per non mobilitare le masse po-polare: contadini,
artigiani, lavoratori, artigiani, per non dover dare spazi ed
agibilità a questi.
In sostanza: i rapporti di produzione capitalisti non sorgono sulle
ceneri di quelli feudali, ma si innestano sul vecchio troncone
feudale. E' questa la " via italiana al capitalismo".
Federico Engel, nella sua lettera del 26. gennaio. 1894 a Turati
descrive la situazione italiana:
         " La borghesia, giunta al potere durante e dopo
l'emancipazione nazionale non seppe né volle completare la sua
vittoria. Non ha distrutto i residui di feudalità né ha
riorganizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno.
Incapace di far partecipare il paese ai relativi e temporanei
vantaggi del regime capitalista, gliene impose tutti i carichi,
tutti gli inconvenienti. Non contenta di ciò, perdette per sempre,
in ignobili bindolerie bancarie, quel che le restava di
rispettabilità e di credito.".
     Dopo il periodo 1860-1876 alla destra cavouriana succede con
un'operazione trasformistica – anche questa sarà una costante nella
vita politica e culturale italiane, prodotto di quella " via
italiana" –
succede la " sinistra" borghese con Crispi.
L'avvento al potere della Sinistra borghese non si differenzia dalla
precedente politica della Destra, si ha una graduale fusione del
personale politico dei due gruppi borghesi: trasformismo.
Sinistra e destra non rappresentavano interessi di classi
contrastanti, ma piuttosto interessi molteplici di gruppi in cui
erano suddivise le forze economiche dominati in Italia. Con un
tale " trasformismo" i partiti si degradano a consorterie e
clientele, diventano strumento di difesa degli interessi e delle
ambizioni di questo o quel gruppo. Il deputato in Parlamento
mercanteggia il suo voto: propone la costruzione di questa o quella
strada, l'abolizione di questa o quella tassa, in base ad accordi
con le cricche che lo avevano portato al Parlamento.
La " sinistra" svolge una politica di compromesso con le forze del
cattolicesimo reazionario – anche questa è un'altra caratteristica
del processo politico italiano: la presenza di un capitale
finanziario sostanzialmente paras-sitario, legato a rendite
fondiarie, immobiliari e speculative, il capitale finanziario
vaticano, che copre, e si fa scudo,  tali suoi interessi attraverso
la mobilitazione del sentimento popolare religioso: il
cattolicesimo. Non solo si insabbia il processo di eversione della
proprietà ecclesiastica ma nel contempo si consente attraverso
l'aumento di conventi, ecc. – che invece con la Destra erano stati
ridotti – l'estensione della proprietà immobiliare e fondiaria
vaticana.
Con le tariffe doganali del 1887, fortemente protezionistiche mentre
si crea un'atmosfera artificiale per il profitto degli industriali,
non più costretti a battersi contro la concorrenza straniera, si
favoriscono i grandi proprietari terrieri ed i latifondisti, specie
meridionali, che hanno la sicurezza, così, di un alto e stabile
prezzo del grano.
         Il periodo 1880 – 1904, che  vede la formazione del
proletariato in quanto classe nazionale egemone e diri-gente, si
apre con la " Lettera ai miei amici di Romagna" di Andrea Costa che
segna la separazione del movi-mento operaio italiano dal patronato
del capitale, che si era esercitato con il cavourismo prima (1848–
1860) ed il mazzinianesimo ( 1861 – 1871 ), poi.
La forma naturale, spontanea, di rigetto, di questa rottura fu
l'estremismo. La forma che esso prende, l'anarchismo, è determinata
dalle specifiche condizioni del capitalismo italiano, ossia della "
via italiana al capi-talismo".
La lettera di Costa segna la rottura con l'anarchismo e l'avvio di
un complesso processo di formazione di piccoli gruppi,
organizzazioni su base locale, regionale o tutt'al più
interregionale.
L'intero processo è stimolato dallo sviluppo della lotta di classe
che queste organizzazioni imprimeranno con la loro azione di
organizzazione e di lotta e dallo sviluppo delle contraddizioni del
sistema capitalistico mondiale: affermazione dell'Imperialismo,
quale fase suprema del capitalismo.
Questo comporta profonde modifiche e lacerazioni nel blocco sociale
borghese con fazioni e frazioni che si staccano per essere attratte
verso il proletariato. In primo luogo si opera una scissione tra
l'ala democratica e quella reazionaria, che determina l'approdo di
forze intellettuali borghesi al proletariato che, in quella fase,
l'arricchiranno ( Turati, Labriola, ecc. ).
Al tempo stesso all'interno delle stesse forze, cavouriana e
mazziniane, presenti nel movimento operaio si ha un processo di
chiarificazione e divisione tra un'ala destra ed un'ala sinistra, di
cui parte prenderà parte attiva al processo di formazione del
Partito Socialista Italiana, confluendovi ( De Marinis, Maffi,
ecc. ) ed unitamente a questo la formazione di gruppi operai (
Osvaldo Gnocchi Viani, Lazzari ).
Questo processo si coniuga, e ne è stimolato, dalle lotte che il
proletariato italiano conduce per miglioramenti salariali, per la
democrazia, per la costituzione ed affermazione delle sue
organizzazioni: il sindacato, le cooperative, il partito.
Il proletariato italiano, diretto dalle sue avanguardie, in questo
periodo si forma e si afferma come classe nazio-nale egemone e
dirigente.
E' infatti il proletariato che diviene il centro decisivo della
trasformazione democratica del Paese, ove le organizzazioni
sindacali svolgeranno un ruolo importante e per certi tratti
decisivo. E' grazie alla saggia direzione delle avanguardie del
proletariato che viene conquistato una prima forma di suffragio
universale maschile e ancora limitato per censo e basato sul saper
leggere e scrivere. Esse, se pur divise, sanno unirsi su questo
punto ed essere l'anima ed il motore della Lega della Democrazia, E'
questa lotta che pone il proletariato al centro della scena
nazionale e che determina un'egemonia e l'attrazione di forze
intellettuali e strati democratici bor-ghesi. E' nel corso di questa
battaglia che si avranno scissioni significative nel blocco
borghese, prima fra quel-la all'interno della rivista " Cuore e
Critica" che sposta Turati ed una parte consistente della rivista
nel campo del proletariato e che si traduce nella fondazione della
rivista " Critica Sociale".
Ed è questa azione che intacca decisamente l'egemonia ed il credito
del blocco sociale borghese, che risponde con la più brutale e
feroce repressione.
" Nel periodo 1890-1900 la borghesia si pone risolutamene il
problema di organizzare la propria dittatura e lo risolve con una
serie di provvedimenti di carattere politico ed economico da cui è
determinata la successiva sto-ria italiana."
Il periodo in esame vede uno sviluppo ed estensione della lotta di
classe: lotte di operai, contadini, braccianti, dirette dalle
organizzazioni operaie, ove le organizzazioni sindacali, le Borse
del Lavoro ed altre strutture, assolvono ad un ruolo decisivo. A
nulla varranno le leggi reazionarie di scioglimento delle
organizzazioni dei lavoratori, esse dovranno essere ritirate e si
risolveranno in un rafforzamento del politico, organizzativo ed ege-
monico del proletariato.
Alle lotte operaie si uniscono possenti movimenti popolari, primo
tra tutti quello che attraversa la Sicilia del 1893 ed in cui si
affermano nuovi dirigenti del movimento popolare: Bosco, Barbato, De
felice. La repressione è spietata: centinaia di morti, migliaia gli
arresti, stato di assedio. Vengono sciolti i circoli dei lavoratori
in tutta Italia, le organizzazioni sindacali, le società operaie:
viene abolito il diritto di associazione. Contro i capi si im-
bastisce un mostruoso processo per " cospirazione".
La risposta del popolare lavoratore non si fa attendere.
Nelle elezioni del 1895 Barbato e De Felice, imprigionati per i moti
in Sicilia, vengono eletti nei collegi elettorali di Milano, Cesena
e Roma; mentre Andrea Costa candidato a Palermo si vede negato il
collegio per pochis-simi voti.
Questo costituisce un ulteriore momento centrale nel processo di
formazione della coscienza nazionale del proletariato e quindi della
sua formazione in classe nazionale egemone e dirigente.
Erano questi movimenti e lotte che proseguivano il movimento
ascensionale iniziato nel 1870:
nel 1871 gli scioperi furono 26, salirono a 64 nel 1872, a 103 nel
1873; dopo il 1878 si furono i primi scioperi agricoli;  e trovano
la loro prosecuzione in un ulteriore e maggiore movimento
ascensionale.
La carestia del 1897 suscita una serie di rivolte popolari nel 1898.
Già nei primi mesi del 1898 si hanno rivolte locali in Sicilia, ad
Ancona, nelle Marche, in Umbria a Firenze, a Voltri; nei mesi
successivi il movimento si espande. La polizia spara sulla folla a
Modica e Troina in Sicilia, a Firenze ed a Livorno.
Il 6. maggio. 1898 il popolo milanese insorge, la borghesia schiera
contro il popolo lavoratore l'artiglieria pe-sante: cannoni contro
il popolo lavoratore, un eccidio, centinaia i morti, migliaia i
feriti ed altrettanti gli arresta-ti. La borghesia scioglie non solo
le organizzazioni socialiste ma anche quelle repubblicane e perfino
quelle cat-toliche: i dirigenti Turati e De Andreis sono condannati
con un pretesto a dodici anni di reclusione. In questo periodo un
qualsiasi pretesto veniva utilizzato per incarcerare dirigenti
sindacali, che avevano organizzato scioperi o lotte di resistenza.
La borghesia è oramai allo sbando: accecata dal furore colpisce
all'impazzata seminando confusione al suo stesso interno ed
aggravando il suo isolamento al suo stesso interno.
Il XIX secolo si chiude con l'eccidio di Milano.
Ma il nuovo, il XX, secolo vede lo sviluppo ulteriore della lotta di
classe con forte moto ascensionale. Esso si caratterizza per
l'offensiva finale del proletariato per la liquidazione del vecchio
gruppo dirigente borghese, che aveva oramai trascinato il paese
nell'odio e nella confusione e sul piano internazionale ne aggravava
l'isolamento.
Nel 1901 si hanno 1671 scioperi, di cui 1042 nell'industria e 629
nell'agricoltura. Sia nell'industria che nell'agricoltura prevalgono
gli scioperi di conquista su quelli difensivi: aumenti salariali e
diminuzione dell'orario di lavoro. Aumenta la durata degli scioperi.
Si calcola che nel solo 1901 i lavoratori strappano au-menti
salariali per circa 150milioni di lire. Crescono e si sviluppano le
Camere del Lavoro: ne erano rimaste in piedi nel 1898 4 e 19 nel
1900; ma salgono nel 1901 a 58, sono 71 nel 1902. Gli eccidi
accompagnano le mani-festazioni operaie.
Il tentativo di cambiare il cavallo in corsa con Giolitti nel 1903
non sortisce alcun effetto.
Questo un elenco incompleto del periodo 1901-1904:
Berra Ferrare, 27 giugno 1901: 3 morti e 23 feriti; Cassano del
Murge ( Bari ), 5. agosto. 1902: 1 morto e 4 feriti; Candela (
Foggia ), 8. settembre 1902 : 5 morti e 10 feriti; Giarratana (
Ragusa ), 13. ottobre. 1902: 2 morti e 50 feriti; Setacciato (
Campobasso ) 23 febbraio 1903, 3 morti e 30 feriti; Putignano (
Bari ) 14. marzo 1903: 8 feriti; Camajore ( Lucca ) 21. maggio,
1903: 3 morti ed 1 ferito; Torre Annunziata ( Napoli ) 31. marzo
1903: 7 morti e 40 feriti, Cerignola, 7. maggio 1904: 3 morti e 14
feriti; Buggerru ( Cagliari ) 4 settembre. 1904: 7 morti e 20 feriti.

Alcune riflessioni.
       Il dato storico da fermare è l'importanza fondamentale,
esclusiva, dell'azione del proletariato, che imprime una svolta alla
società italiana, connotandola sia in senso democratico  e sia nel
senso dell'ammodernamento industriale.
E' il proletariato che abbatte limiti, vincoli, legacci, rapporti
compromissori che limitavano, soffocavano, ostacolavano lo stesso
sviluppo economico capitalistico, soffocavano la società civile,
istituzionale, culturale, politi-ca.
Con la " sinistra" vincoli e legacci – come si è visto – non erano
stati allentati, ma stretti ancora di più e lo svi-luppo economico,
industriale, era schiacciato da questi legacci, che tagliavano lo
stesso sviluppo capitalistico fuori dalle grandi correnti di
sviluppo del capitalismo mondiale.
Ad una classe borghese, a cui competeva la risoluzione di tali
problemi, ad una classe borghese bottegaia, inerte, incapace,
profondamente accattona, senza alcuna coscienza e respiro statali e
nazionali, si oppone un proleta-riato che si fa carico dei più
generali problemi del Paese, che imprime così un respiro ed una
coscienza nazionali.
E' questa una caratteristica fondamentale nella storia di questo
Paese, a differenza di altri: Francia, Inghilterra, Stati Uniti.
Essa vede da una parte il proletariato motore delle trasformazioni
del Paese, che si trascina al seguito la borghesia, imponendole
scelte anche di rinnovamento ed ammodernamento industriali, oltre
che civili, politici, sociali, culturali.
  Vede dall'altra una borghesia che quando decide di poter fare a
meno del proletariato, perché si sente forte – e lo è sempre per
qualche accordo e svendita con qualche paese imperialista, di cui si
mette al servizio – e recidere il suo rapporto con il proletariato,
dando vita a furiosi attacchi al proletariato ed alle sue
organizzazioni, trascina sempre il Paese tutto nell'avventura ed a
disastri.
Puntualmente poi compete al proletariato ed alle sue organizzazioni
condurre una dura battaglia prima per liquidare quel blocco
affaristico, che prima di cedere il passo provvede sempre a lasciare
una striscia di sangue e di violente repressioni e scelte
illiberali, e poi avviare il rinnovamento, ripristinando le
precedenti condizioni di vita civile, democratica e sociale ed
ampliarle, riposizionandole sulle grandi coordinate delle sfide dei
tempi.

#273 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Lun 30 Ago 2004 10:36 am
Oggetto: Sulla morte di Baldoni
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
"A questo punto i sospetti, sottoscritti oggi dal
palestinese Ali Rashid sul Manifesto ("Sequestro
guidato?"
  http://www.ilmanifesto.it/oggi/art14.html ),
sull’esistenza di qualcosa di poco chiaro nella morte
del nostro Baldoni, possono essere rinforzati con
l’analisi logica del gruppo di rapitori. Si tratta del
procedimento andreottiano del “a pensar male si fa
peccato, ma si indovina”, supportato però da notevoli
evidenze logiche.
Prima di tutto questo gruppo non è conosciuto, o
riconosciuto, da altre componenti della resistenza
irachena, nessuno sa chi siano.
Un altro particolare importante è che non invia i
video delle esecuzioni, pur esibendo una maggiore
padronanza tecnica dei video, non manda i video delle
esecuzioni.
Quello che più insospettisce è però altro.
E’ molto strano che un gruppo riesca ad accanirsi
tanto contro quegli stranieri che non approvano
l’occupazione: un pacifista italiano, un diplomatico
iraniano, due giornalisti francesi.
In particolare, il rapimento dell’iraniano desta
stupore, in questo momento i resistenti iracheni non
hanno certo bisogno di un Iran ostile. Gli iraniani
hanno capito benissimo, e protestano per il rapimento
direttamente con gli americani.
Una scelta degli ostaggi al limite dell’autolesionismo
politico, richiede qualche spiegazione che non viene
fornita nei messaggi, ma neanche dai nostri
commentatori e politici.
Un altro mistero, poco glorioso, sono gli ultimatum
impossibili nel quale si è specializzato il gruppo. Le
48 ore di tempo per ritirare i soldati italiani
dall’Iraq, o per cambiare la legge religiosa in
Francia, sanno tanto di presa in giro, comunque
denotano la volontà di scuotere le pubbliche opinioni
senza che i governi coinvolti possano fare alcunchè.
Cui prodest?
A chi giova una tattica che attira sulla resistenza
irachena disonore, l’ostilità di parte dell’opinione
pubblica contraria all’intervento e nessun altro
vantaggio? "
(da "mazzetta"
http://italy.indymedia.org/news/2004/08/610689.php )

Vittorio Nevano, documentarista della rai ritiene
molto probabile che il video sia stato manipolato
http://italy.indymedia.org/news/2004/08/610648.php

Baldoni, in una mail a Diario, annunciava
un'intervista (già fatta) al comandante dell'esercito
del Mahdi. Da Diario, mail di Baldoni: "Tornato da
Najaf... stato in casa di al sadr, entrato mausoleo di
ali, visto morire guerrigliero, incontrato comandante
esercito al mahdi..."
http://www.reporterassociati.org/index.php?option=news&task=viewarticle&sid=3346

Baldoni è stato l'unico giornalista italiano, che io
sappia, a stabilire un canale con la resistenza
irachena. Forse è questa la vera causa della sua
morte, insieme al tentativo di manipolare l'opinione
pubblica.


---
I blog di Baldoni
http://bloghdad.splinder.com
http://ribelli.splinder.com
http://ribelli2.splinder.com








___________________________________
Yahoo! Companion - Scarica gratis la toolbar di Ricerca di Yahoo!
http://companion.yahoo.it

#272 Da: Gennaro Scala <gennarolasca@...>
Data: Dom 29 Ago 2004 10:27 am
Oggetto: Fwd: Un testo marxista sul freesoftware
gennarolasca
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Se qualcuno vuole collaborare alla traduzione puo' scrivere a
openecon@...

G.
----


Ciao,

Ho da poco pubblicato sul mio sito un testo di uno dei componenti del
gruppo Oekonux, di cui tu sei il traduttore.

Siccome sul sito (e precisamente su un Wiki dedicato alle traduzioni)
stiamo traducendo collettivamente ed in modo volontario - ti confesso
tra mille difficolta e con parecchi stalli - un saggio molto accurato
e documentato di analisi marxiana sul freesoftware, tratto dalla
rivista elettronica First Monday, mi chiedevo se ci potevi dare una
mano a finire la traduzione :) Se sulla lista "Marxiana" c'e' qualche
altro traduttore, spargi pure la voce!

Il testo si intitola:

Copyleft vs. Copyright: Una Critica Marxista, di Johan Soderberg

e lo trovi qui:

http://www.open-economy.org/modules.php?
op=modload&name=phpWiki2&file=index&pagename=ParoleLibere

[non cliccarci su, ma copia ed incolla l'intero link sul browser]

ciao
magius

---
Open-Economy Project
www.open-economy.org

Messaggi 272 - 301 di 9600   Più nuovo  |  < Più recente  |  Meno recente >  |  Più vecchio
Avanzata

Copyright ? 2010 Yahoo! Tutti i diritti riservati.
La Tua Privacy - Testo aggiornato - Condizioni generali di utilizzo del servizio - Linee guida - Aiuto

?