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Lunedì 19 Aprile 2004 a Napoli ore 17,00
Presso la sala circoscrizionale del quartiere Avvocata
Piazza Dante 93, III piano
Presentazione del libro
CLASH!
SCONTRO TRA POTENZE
LA REALTA' DELLA GLOBALIZZAZIONE
Edito dalla Jaca Book di
Mauro Casadio, James Petras, Luciano Vasapollo
Saranno presenti gli autori.
Di James Petras, professore presso la State University di New York e
collaboratore di Noam Chomsky, si allega un testo recente sugli ultimi
avvenimenti in Iraq.
Resistenza nel Terzo Mondo e solidarietà intellettuale occidentale
James Petras
Falluya, Bagdad, Ramadi –tutto un popolo si è sollevato per affrontare
l’esercito di occupazione coloniale, i suoi mercenari, lacchè e collaboratori.
Prima, nelle enormi proteste pacifiche, furono massacrati dalle truppe degli
USA, Gran Bretagna, Spagna, Italia e Polonia: non avevano altre armi che le loro
mani contro i blindati e le mitragliatrici. La resistenza armata, una minoranza
all’inizio, oggi è indiscutibilmente la maggiore forza popolare, spalleggiata da
milioni. Gli eserciti coloniali, temendo qualunque iracheno, sparano
selvaggiamente verso le moltitudini e si ritirano, assediano città intere,
sparano razzi nei quartieri di lavoratori, gli elicotteri mitragliano case di
civili, fabbriche e moschee… agli occhi dei soldati occupanti il nemico è
ovunque. Solo che questa volta hanno ragione. La resistenza resiste in ogni
albergo, in ogni abitazione civile, in ogni negozio, si diffonde in ogni angolo.
Ogni edificio sopporta il bombardamento, la resistenza non diminuisce. Il popolo
aiuta i combattenti feriti, lava le loro ferite. Procura l’acqua agli assetati
–per placare la sete e rinfrescare le mani- perché le armi automatiche sono
incandescenti. E dove sono i mercenari occidentali? Gli affittati a 1000 dollari
al giorno, con i loro giubbotti antiproiettile, gli occhiali scuri, la loro
autosufficienza e insolenza? Sono spariti. Hanno potuto osservare che le
pallottole penetrano anche i loro antichi compagni di misfatti. Cento iracheni
sono stati assassinati, mille sono stati feriti, molti di più moriranno ma dopo
ogni funerale decine di migliaia ancora, i pacifici, gli apolitici, quelli che
“guardano e sperano”, prenderanno le armi dei caduti.
“E’ una guerra civile” grida la borghesia. Un semplice desiderio. Gli sciiti e i
sunniti stanno combattendo insieme, fratelli e sorelle (sì ci sono donne tra i
combattenti) coprono le spalle dei loro compagni mentre questi affrontano i
blindati. E la resistenza sta crescendo 5,10 o 20 per ogni soldato occupante. La
resistenza sta crescendo politicamente. Nessun collaboratore ha un futuro:
sopravviverà fino a quando ci saranno i militari nord-americani, ma voleranno
dai tetti dei loro covi appena l’armata degli invasori si ritirerà.
Militarmente, gli americani stanno avendo centinaia di riformati, decine di
morti e feriti ogni giorno di combattimento. A Washington i militaristi, gli
architetti della distruzione dell’Iraq sono nel panico. “Invieremo altre truppe”
dice Rumsfeld, Wolfowitz e il candidato alla presidenza Kerry. Dal ranch in
Texas, Bush proclama che il leader della resistenza Mogtada Sadr è un
“assassino”. Lontano dal fuoco, dagli ostacoli, i massacri, la sua televisione
non mostra il bambino con il viso schiacciato. Bush ancora una volta è lontano
dai campi della morte –Vietnam e ora Iraq. Ora deve sollecitare un pagherò –egli
è il presidente che dichiarò unilateralmente la fine della guerra nel maggio
2003. Ora, aprile 2004, ci sono più di 600 soldati americani morti, mentre la
resistenza irachena si solleva per affrontare la spacconata “Bring them on” e
strappare le strade all’esercito coloniale, avanza e conquista le città e
mantiene il terreno con coraggio e determinazione.
Gli arabi resistono mentre quella zucca ripiena di Sharon segue silenzioso. I
suoi agenti -una volta loquaci- Wolfowitz, Feith, Abrams e i suoi scudieri, sono
stranamente silenziosi. Sono preoccupati del massiccio ripudio verso quelli che
manipolarono l’informazione per appoggiare gli USA in una guerra dove migliaia
di soldati americani moriranno o resteranno invalidi, per “proteggere” Israele e
le sue pretese di dominio nel vicino Oriente.
All’inizio della primavera di quest’anno, 2004, in aprile per essere esatti, i
sogni di un nuovo impero coloniale si sono infranti sulle teste di coloro che
appoggiavano un Nuovo Ordine Mondiale, un impero indiscusso e unilaterale. Il
sogno degli Sharon- Wolfowitz-Blair-Cheney di “una sfera di co-prosperità nel
Vicino Oriente” La resistenza irachena ha convertito il sogno di Rumsfeld-
Wolfowitz di una serie di guerre contro Siria, Iran, Cuba e Corea del Nord, in
un incubo di sanguinosi combattimenti a Falluya e la città di Sadr, Bagdad.
L’eroismo, il valore, l’ispirazione, la resistenza di massa, è ogni volta più
grande nella misura in cui il popolo iracheno fa ricorso alla sua solidarietà,
alla sua storia particolare, al suo convincimento che saranno liberi e che
seppelliranno tutti i soldati dell’esercito coloniale lottando fino alla morte.
La frase “Patria o Morte” assume un significato speciale e più concreto in Iraq:
non è la consegna di un leader, un avanguardia per sollevare ed ispirare un
popolo, è la pratica stessa di tutta la popolazione. Patria o Morte viene dagli
adolescenti lottatori di strada così come dai venditori e le vedove con i loro
veli neri. I “giorni iracheni di aprile” sono una lezione per tutto il Terzo
Mondo e per ogni altro aspirante al potere coloniale imperialista: la resistenza
armata di massa non può essere sconfitta politicamente o militarmente. L’eroismo
della resistenza irachena si erge in fiero contrasto con la codardia consueta
dei leader arabi: i monarchi di Arabia Saudita e Giordania, il miserabile e
corrotto “presidente a vita” Mubarak, gli Ayatolla collaboratori iraniani.
Nessuno di questi ha mosso un dito per aiutare la lotta per la liberazione
irachena. Temono che l’esempio di una resistenza irachena trionfante possa dare
fuoco sotto i loro ampi deretani. E gli intellettuali occidentali? Da quando la
resistenza è iniziata un anno fa….né un solo intellettuale nord-americano né una
dozzina di progressisti, pensatori critici (“Non in mio nome”) ha avuto il
coraggio di dichiarare la sua solidarietà con la lotta anticoloniale. “Hanno
problemi” sento “ad appoggiare il fondamentalismo arabo, i terroristi,
l’antisemitismo, ecc”. Sono echi dell’intellettualità francese che si opponeva
alla resistenza popolare armata “perché i comunisti se ne appropriavano”..o più
tardi in Algeria “perché anche i coloni avevano diritto a vivere in Algeria”
(Albert Camus). Nel suo libro “Escucha yanqui” C. Wright Mills sfidò i
“progressisti” degli USA che vacillavano nell’appoggiare la rivoluzione cubana
agli inizi degli anni ’60. “Questa è una rivoluzione popolare di vero coraggio e
sangue” disse”voi potete fare la differenza, essere una soluzione o una parte
del problema”. Gli intellettuali occidentali hanno un problema. Non stanno
comandando le truppe ,tanto meno loro (o i figli o i nipoti) stringono i fucili
che assassinano studenti iracheni. “Ma- dicono – noi ci opponiamo alla guerra”
mentre agitano i salvadanai per sostenere il candidato Kerry che appoggia la
guerra e ancora di più, esige l’invio di altri 40.000 soldati perché sparino
razzi nei quartieri, sotto la protezione delle Nazioni Unite, come misura di
sicurezza. Allora, dove stanno gli intellettuali occidentali in questi momenti
quando il popolo iracheno si solleva con le armi in pugno per resistere al
Frankestein nord-americano? Ci sono due fazioni: una nazione intera che lotta
contro un esercito di occupazione coloniale e l’imperialismo USA. Gli
intellettuali politici seri e conseguenti devono fare una scelta. Rifiutarsi di
scegliere (prendere partito) è evidente complicità, l’autocompiacimento
intellettuale è un lusso per gli intellettuali che vivono nell’impero. Non
esiste in Iraq. Più di 1000 intellettuali e professori iracheni sono stati
assassinati durante l’occupazione. Questo non è un problema oscuro o complesso.
Una parte esige elezioni libere, una stampa libera e l’autodeterminazione,
mentre l’altra parte, i funzionari coloniali, proibiscono i giornali, promuovono
burattini al governo e assassinano gli oppositori.
La paralisi degli intellettuali nord-americani ed europei di sinistra, la loro
incapacità ad esprimere solidarietà con la resistenza irachena è un’infermità
che affligge tutti gli intellettuali “sinistri” dei paesi occupanti. Temono
prima il problema (la guerra coloniale) e temono la sua soluzione (la
liberazione nazionale).
Alla fine i confort e le libertà di cui godono, il plauso universitario e
l’adulazione che ricevono nella patria occupante hanno più peso che il prezzo da
pagare per la dichiarazione diretta di appoggio ai movimenti di liberazione
rivoluzionari.
Ricorrono a sciocchezze come “l’equivalenza morale” contro la guerra e contro i
“fondamentalisti”, i “terroristi”, contro chiunque sia occupato nella propria
lotta di autoemancipazione e non presta attenzione sufficiente a coloro che si
sono autodesignati guardiani dei Valori Democratici Occidentali.
Non è difficile comprendere l’assenza di solidarietà con i movimenti di
liberazione tra le intellettualità progressiste occidentali nei paesi imperiali:
sono stati colonizzati essi stessi mentalmente e materialmente.
Migliaia di persone umili in Iraq stanno dando a questi eruditi occidentali una
lezione pratica di solidarietà dal 4 aprile del 2004. Nel mezzo dei blindati
minacciosi e degli elicotteri superarmati, in migliaia hanno marciato da Bagdad
a Falluya portando alimenti e medicine a coloro che stavano combattendo
assediati in una città che sarà ricordata per sempre come la culla
dell’emancipazione.
Fisseranno la loro attenzione su quanto è successo? Possono almeno far circolare
un manifesto “In Nostro Nome” di solidarietà con la resistenza irachena?
Frattanto la resistenza popolare di massa in Iraq combatte i ben nutriti e
superarmati eserciti di occupazione in un eccezionale scontro. Essi non si
chiedono se i loro vicini, amici o compagni, sono sunniti, laici, sciiti, del
partito baath o comunisti e non arretrano di un passo quando una moschea, una
scuola, un edificio civile viene bombardato o mitragliato… Hanno giurato a se
stessi di impegnarsi nella lotta, di unirsi in un movimento nazionale per
espellere l’invasore, i ladri di petrolio, gli assassini, quelli a portata di
mano e i loro mandanti lontani.
È una disgrazia, più per loro stessi che per il materiale contributo che
potrebbero dare a questa lotta storica, il fatto che gli intellettuali
progressisti degli Usa hanno deciso di astenersi e una volta di più hanno
dimostrato la loro irrilevanza (quella degli Intellettuali Occidentali) ai fini
della liberazione del Terzo Mondo.
7/4/2004
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"comitatonowar" <comitatonowarna@...>
chefare2001
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