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Privatizzazione Acqua a Napoli (Quadro complessivo)   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #158 di 310 |

Per favore fate girare (sarebbe importante che l\'informazione arrivasse
anche nelle scuole). Alf


Le ultime news sull\'ATO 2 (Ambito Territoriale Ottimale Napoli Volturno,
che il 23 novembre ha deliberato la privatizzazione dei servizi idrici con
bando per il 7 febbraio) sono che dopo la mobilitazione dal basso
l\'assemblea di ATO 2 starebbe davvero per essere convocata per correggere
la delibera. Il problema è che, come si evince anche dalla lettera della
Iervolino, non si parla comunque di gestione \"in House\" (pubblica), ma
comunque di una società mista. Sarebbero al più tolti i punti che
programmano già da adesso la dismissione della parte pubblica nei prssimi
due anni. Ma questo non garantisce niente, e soprattutto non bisogna
dimenticare che, anche nelle società miste a maggioranza pubbblica, le
strategie aziendali, di prassi, le decide il privato.


A seguire vi giro le informazioni che ho potuto mettere insieme per
tracciare un quadro della situazione, degli interessi, dei rischi e dei
comitati d\\\'affari (camorra compresa) che si muovono intorno a
quest\\\'enorme
affare da miliardi di euro. In particolare vi segnalo che, se i servizi
idrici sono in discussione, la giunta regionale ha già assegnato in via
diretta la gestione degli acquedotti all\\\'Eniacqua di Caltagirone e
Romiti,
con delibere del 31 dicembre 2003 e del 30 dicembre del 2004, insomma regali
di capodanno...

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Sete D\'Affari

Giorni decisivi per la privatizzazione dei servizi idrici deliberata
dall’ATO 2 (Ambito territoriale ottimale) nell’area Napoli-Volturno, 136
comuni e oltre due milioni di utenti. Il bando dell’Ato (da pubblicare entro
il 7 febbraio) prevede infatti una società mista col 40% delle quote ai
privati, ma con una progressiva dismissione della partecipazione pubblica
nei due anni successivi.
Un affare per miliardi di euro, come quello appena realizzato dal Consorzio
Gori nella gestione dei servizi idrici decisa dall’ATO 3 sarnese vesuviano:
un milione e mezzo di utenti e investimenti già stanziati per oltre 750
milioni di euro. La Campania infatti è ai primi posti, con la Sicilia, nei
finanziamenti pubblici per le carenze del servizio idrico. Una regione ricca
di fonti, ma penalizzata dalla devastazione ambientale e dall’incredibile
livello di sprechi: circa il 48% dell’acqua viene persa, principalmente per
carenze strutturali.
Quello dei beni ambientali è quindi il grande business del decennio: ma chi
sono i gruppi pronti a “tuffarsi” nell’oro blu? Lo schema, già eseguito alla
perfezione nel caso di Ato 3, sembra proporre una ripartizione tra le grandi
multinazionali del settore e potenti gruppi imprenditoriali del territorio.
Il consorzio Gori vede infatti, insieme alla quota pubblica detenuta
dall’Ato stesso, la compartecipazione di Enel-Hydro (controllata dal colosso
francese Vivendi), della ex municipalizzata romana Acea, che multinazionale
lo sta diventando con l’acquisizione di appalti in Perù, Nicaragua e in
Armenia, e la Icar, che in partecipazione con DM e il consorzio Feronia
rappresenta la quota controllata da Marilù Mennella, consorte rampante
dell’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato.
Una ripartizione che, seguendo i boatos delle ultime ore, si riproporrà per
Ato 2: stavolta un ruolo chiave potrebbe spettare alla Suez-Lyonnaise des
eaux, altra multinazionale che con la Vivendi si spartisce già gran parte
del mercato mondiale dell’acqua. Ma si parla anche della spagnola Aqbar. Per
la quota locale si registra in queste ore il rilancio del sindaco Iervolino
per una partecipazione dell’Arin (attualmente l’Arin è l’azienda a totale
proprietà pubblica che gestisce i servizi idrici del comune di Napoli, ndr).
Con un ruolo forte dell’ex municipalizzata il sindaco ritiene di poter
venire incontro alle preoccupazioni espresse dalla società civile. Rischia
però di essere un cavallo di troia. Se infatti non cambiano le condizioni
del bando nessuno può garantire che il consiglio di amministrazione della
società non proceda poi a completare la privatizzazione. E’ comunque
l’ennesimo tentativo di lanciare l’Arin nel grande mercato dei servizi
ambientali dopo la proposta di fusione con Napoletanagas in società mista
con Gaetano Caltagirone. Un’operazione per ora bocciata dal Tar, per il
rischio evidente di creare un monopolio semiprivato in servizi fondamentali.
Proprio Caltagirone è un altro degli imprenditori in prima fila nei nuovi
affari ambientali: tramite Eniacqua, cui partecipa con la “Vianini lavori”,
ha avuto i lavori di ristrutturazione e la gestione del “Sico”, l’enorme
acquedotto che dalla foce del Gari serve la Campania occidentale, mentre
insieme ad Acea mira alla conquista dell’Acquedotto Pugliese. Eniacqua è un
nome papabile per lo stesso bando di Ato 2: in Campania è ormai un
gigante del settore, visto che una recentissima delibera della regione ( 30
dicembre /04) gli ha assegnato anche la gestione dell’Acquedotto Campano,
realizzato coi soldi della vecchia Cassa del Mezzogiorno. La sua
ristrutturazione è oggi inserita nel programma berlusconiano delle grandi
opere. La delibera del 30 dicembre in realtà conferma un diritto di gestione
già sancito negli anni ‘80 dai governi democristiani, quando però Eniacqua
era una società completamente pubblica… In particolare, oltre la Vianini di
Caltagirone, nel pacchetto azionario di Eniacqua c’è una quota molto
consistente per la Impregilo di Cesare Romiti (famigerata per le questioni
dell’immondizia ad Acerra).
Lo scenario campano comunque non è certo isolato. Quella per il controllo
privato dell’acqua è una vera e propria guerra internazionale, scatenata da
Banca Mondiale e Fmi circa dieci anni fa. Un tentativo di mercificare il
componente primario della vita, che ha già prodotto disastri. Nel sud del
mondo le tariffe sono aumentate anche dieci volte, lasciando migliaia di
persone a “secco” e inducendo autentiche rivolte come in Bolivia nel 2000.
E’ crollata invece la qualità dei controlli sanitari (con ovvi benefici per
la vendita di acqua minerale…). Anche in occidente gli aumenti superano
talvolta il 200% e del resto le multinazionali non hanno interesse a
ottimizzare l’estrazione dell’acqua, perché la scarsità ne aumenta il
valore. Esemplare il caso di Arezzo, in cui il privato ha rifiutato di fare
i lavori di manutenzione alla rete, perché erano troppo bassi i margini di
profitto. Un ulteriore elemento di preoccupazione è la probabile invadenza
degli interessi camorristici negli affari e nella distribuzione dell’acqua.
Un pericolo molto concreto in tutta la Campania ed in particolare nel
Casertano, stando alla denuncia del procuratore antimafia Vigna. Il
controllo dell’acqua infatti può essere non solo un’importante fonte di
profitto ma anche uno straordinario strumento di ricatto sociale e di
pressione politica, come ha già dimostrato la mafia siciliana. Altro
capitolo sensibile riguarda la perdita secca di posti di lavoro: almeno 1500
sono le unità in meno previste dal piano industriale di Ato2, malgrado le
generiche rassicurazioni richieste ai partecipanti del bando. Un calcolo
sottostimato, perché aziende come l’Arin hanno anche una serie di
controllate in altri settori (vedi la netservice con 110 dipendenti edili)
che rischiano di andare a picco quando la capofila non gestirà più la
distribuzione dell’acqua. Anche per questo i movimenti e il comitato civico
per la difesa dell’acqua chiedono la riconvocazione di Ato 2 e la
definizione di una gestione “in house”, cioè totalmente pubblica. Ma i
fautori della privatizzazione sono attivissimi. Un buon esempio è l’avvocato
Carlo Sarro di Forza Italia, sindaco di Piedimonte Matese, considerato
vicino a Ventre, presidente della provincia di Caserta. L’avvocato, già
membro del CDA di Ato 2, si è dimostrato particolarmente premuroso
nell’assemblea del 23 novembre in cui si ratificava la delibera che lui
stesso aveva partecipato a scrivere: si è presentato infatti con le deleghe
di ben quindici comuni fra cui S Cipriano e Casal di Principe! A volte la
geografia parla…


Alcune Note:
1) Gli Ato sono gli “ambiti territoriali ottimali” previsti dalla legge
Galli del ’94 per razionalizzare e dare poi in gestione i servizi idrici a
società per azioni. Gli ATO sono formati fondamentalmente dagli
amministratori dei paesi coinvolti (con rappresentatività proporzionale al
numero di abitanti) e dai rappresentanti della provincia. E’ chiaro quindi,
per i fautori della gestione pubblica dell’acqua, che esiste un problema di
legislazione nazionale. La Galli prevede infatti anche la gestione in
“house”, cioè tramite una società a totale capitale pubblico, che però è
inevitabilmente vincolata alla logica privatistica delle norme societarie.
La soluzione in house è comunque in questo momento decisamente il meno
peggio, perché garantisce il controllo pubblico e la possibilità di
attenersi almeno al bilancio tra entrate e uscite senza cercare di fare
profitti.
La soluzione con società mista invece è quasi equivalente a quella
totalmente privata:
per consuetudine, infatti, al privato, seppur socio di minoranza, va il
compito di definire la gestione. Significativo il caso di Acea, il cui
pacchetto di
maggioranza appartiene al comune di Roma: sta diventando una vera
multinazionale, per cui i cittadini armeni e quelli di Panama pagano
bollette alla municipalità di Roma! Lo scorso anno ha fatto decine di
milioni (di euro) di
utili, ma sono stati vincolati al finanziamento di privati che volessero
reinvestirli. Insomma il comune di Roma si comporta più come una finanziaria
privata che come un… comune.

2) La maggioranza dei comuni di Ato 2 (almeno quelli della provincia di
Napoli) sono amministrati dal centrosinistra e molti degli uomini chiave di
questa privatizzazione sono trasversali ai due schieramenti: basta pensare a
Luca Stamati (rappresentante ancora della vecchia giunta della provincia di
Napoli) che è addirittura del correntone ds, o al diessino Giuseppe Bruni
che, alla guida dei ds di Castellammare, ha spinto per la privatizzazione di
Ato 3 e come dirigente del CDA Ato 2 sta facendo la stessa operazione. Anche
come dirigente delle terme di Castellammare ne aveva del resto tentato la
privatizzazione…

3) Sul piano mondiale il timone è nelle mani del Consiglio Mondiale
dell’Acqua, composto da tecnocrati e rappresentanti delle multinazionali e
significativamente presieduto da Camdessus (ex presidente del FMI e di
nazionalità francese come le due principali multinazionali del settore).
Solo il 3% dell’acqua mondiale è potabile e di questa la gran parte va
all’agricoltura industriale. Ne resta una piccola percentuale da bere. Se
pensiamo poi al rischio di scioglimento dei ghiacciai per effetto serra si
capisce come stia diventando un bene molto scarso. Il cui valore complessivo
è stimato dal FMI in centinaia di miliardi di dollari (quasi quanto quello
delle riserve petrolifere). Una parte dei conflitti attuali (vedi
l’oppressione israeliana della Palestina) si spiega anche col controllo
dell’acqua e sempre di più ne saranno coinvolte le guerre future. I due
paesi attualmente principali consumatori dell’acqua sono gli USA e la Cina…
(malgrado questo le prime otto multinazionali del settore sono europee). Un
momento decisivo sarà il prossimo incontro del WTO a Hong Kong (se non
ricordo male…), in cui l’acqua rischia di essere messa nel novero dei beni
commerciali…


Guardiamo ora qualcuna delle imprese che si stanno lanciando in quest’enorme
affare (di Acea ho già accennato ma bisognerebbe approfondire):

1) ICAR DELLE MIE BRAME

Lavoratori in rivolta e appalti miliardari, scatole cinesi e palazzinari di
ritorno. Le vicende della Icar spa, storico colosso dell’edilizia
napoletana, sembrano fatte su misura per raccontare rischi e pericoli dei
nuovi comitati d’affari che si muovono intorno alla privatizzazione
dell’acqua. Creata da Eugenio Cabib, ex presidente degli imprenditori
napoletani e già protagonista del sacco laurino, la Icar nasce e cresce in
funzione degli affari della ricostruzione nel post terremoto. Negli anni ’80
è saldamente vicina all’influenza dell’astro nascente Paolo Cirino Pomicino
e si trova coinvolta in tutti gli affari più discussi, dalla canalizzazione
dei regi lagni (finanziamento pubblico che da poche decine cresceva fino a
centinaia di miliardi di vecchie lire) ai lavori del Cis e dell’interporto
di Nola (finiti sotto inchiesta per il ruolo del boss Carmine Alfieri e i
subappalti ad imprese a lui vicine). Dopo tangentopoli, senza quello che
eufemisticamente potremmo definire il “mercato protetto” della
ricostruzione, la Icar va in crisi e nel 2001 viene rilevata dalla DM
(Development Multiservice spa) di Marilù Faraone Mennella, moglie del
presidente di Confindustria D’Amato. Non direttamente però: il pacchetto di
maggioranza di Icar appartiene a una società anonima con sede in
Lussemburgo, la Helios, tramite due finanziarie che vi fanno parte, Sofin e
Finrigel.
Un passaggio di proprietà che non esclude del tutto Cabib, che resta socio
di minoranza al 20%. La domanda sorge spontanea: perché Mennella acquista
una società tanto chiacchierata e indebitata? Per tuffarsi nel grande affare
dei servizi ambientali! Icar spa ha infatti un fatturato adeguato (a
differenza di DM) e prevede questo tipo di interventi nella sua ragione
sociale. Ma c’è qualche problema: le difficoltà economiche di Icar
potrebbero compromettere tutto. Due in particolare le situazioni più
spinose: gli appalti per i lavori al tribunale di Torre Annunziata (14
miliardi di finanziamento) e quelli col comune di Napoli per il collettore
fognario di Chiaiano. Situazioni in stallo con lavori bloccati per anni,
lavoratori che denunciano mancati pagamenti e rischio di procedure
fallimentari. Un incubo per la Mennella: anche solo una “rescissione per
colpa” rischierebbe di far decadere i preziosissimi appalti per l’acqua,
come quello di Ato 3, ma anche quello per i 5 depuratori campani del
progetto Ps3, per i quali è ancora attivo un contenzioso giudiziario con
Termomeccanica di La Spezia. Sulle questioni fallimentari però il tribunale
di Napoli procede con straordinaria lentezza e con grande celerità invece
Mennella ottiene la concessione della cassa integrazione straordinaria per
35 lavoratori. Secondo la denuncia di Ciro Crescentini della Fillea, “per i
lavori di Chiaiano Icar sta per avere un’incredibile rescissione in bonis
(consensuale, ndr) col placet del comune di Napoli e addirittura una
buonuscita di 200.000 euro, mentre intende mettere i lavoratori in cassa
integrazione malgrado i miliardari appalti”. A Torre Annunziata Icar si
affida infatti a soli dieci dipendenti, facendo invece uso e abuso del “nolo
a freddo”: l’affitto di macchine e lavoratori da altre imprese. Un
meccanismo più volte deprecato dalla commissione antimafia perché permette
di concedere di fatto subappalti saltando le gare e i relativi controlli.
Intanto Mennella prepara la cessione di ramo d’azienda per scorporare da
Icar Spa una Icar srl, cui viene affidato il ramo idrico e quello edilizio
sotto il controllo di una DM srl. Un gioco di scatole cinesi per avere un
contenitore che possa salvare gli appalti miliardari dell’acqua se le cose
dovessero precipitare. Insomma intermediazione di manodopera, cessione di
ramo d’azienda, una nuova legge sui fallimenti: le battaglie confindustriali
di D’Amato sposano singolarmente gli interessi imprenditoriali della
consorte. Che Berlusconi abbia fatto scuola!?

Ps:
i protettori di Icar non sono poi tanto mutati. Se è conosciuta infatti la
predilezione di Antonio D’Amato per il centrodestra, suo padre è stato però
un grande finanziatore della rivista Itinerario, il collettore di tangenti e
alleanze animato da Cirino Pomicino. Del resto Pomicino, di scuola
Andreottiana, è un maestro della consociazione e del trasversalismo. Col suo
braccio destro degli anni ruggenti, l’ingegnere idraulico e faccendiere
Vincenzo Maria Greco, continua a interessarsi del mattone ma rivolge la sua
attenzione al nuovo mercato dei servizi ambientali: non per niente hanno
piazzato un loro uomo a presiedere l’Arpac (L’agenzia regionale per
l’ambiente della campania).
Chi vuole invece interessarsi ai giochi di ruolo si faccia una camminata a
piazza de Martiri n° 30. Vi troverà un importante studio di commercialisti
guidato da Silvio De Simone, consulente fra l’altro di Ato2. Per lui lavora,
tra gli altri, anche un giovane commercialista, Massimo Scognamiglio, che
risulta essere nientemeno che l’amministratore delegato di Icar… Non è
difficile capire come questo studio sia uno dei luoghi di progettazione
degli affari dell’acqua

2) Eniacqua: si tratta di un azienda che prima era totalmente pubblica
(dell’ENI appunto), ma che ora vede diverse partecipazioni importanti e
cospicue nel pacchetto azionario, come la Impregilo (controllata da Cesare
Romiti e già attiva nella gestione della questione rifiuti ad Acerra), la
Vianini di Caltagirone (che possiede anche vari gruppi editoriali come il
Mattino e il Messaggero e spiega come mai gli affari dell’acqua finiscano
spesso sotto silenzio), la Snam, la Snam progetti, la Grassetti (impresa
torinese un tempo vicina al psi e coinvolta in molti affari “discussi”), la
nuovo Pignone di Firenze ecc. Questa visura camerale è però di un paio di
anni fa e andrebbe rifatta almeno per le partecipazioni minori.
Da notare come Eniacqua sia un’azienda a “ciclo completo” nel settore acqua
e rifiuti: si occupa infatti di depurazione, smaltimento, servizi idrici e
energia. E’ inoltre un’impresa che ha una capacità d’influenza del tutto
trasversale, se pensiamo ai buoni uffici di Caltagirone con Bassolino (basta
pensare agli affari di Bagnoli o alle delibere di affidamento degli
acquedotti – a proposito: l’acquedotto è in genere la struttura che prende
l’acqua dalla fonte, l’Ato si occupa della distribuzione territoriale),
oppure alle relazioni bipartisan di Romiti (finanziatore ad esempio
dell’associazione Italiani-Europei di D’Alema).
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Ven 21 Gen 2005 11:00 pm

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