Se fosse sfuggito, segnalo questo interessante intervento di Taiq Ali comparso
sul manifesto di ieri a proposito della lotta all'occupazione in Iraq e sui vari
distinguo con molti se e molti ma che caratterizzano la discussione in Italia in
questa fase.
Ci sono delle constatazioni elementari e di buon senso fatte dall'autore che
nessuno può impunemente aggirare senza dare l'impressione che l'oppozione
all'occupazione occidentale dell'Iraq sia più di facciata che di sostanza.
Credo che il contributo sia utile anche per il prosieguo della nostra
discussione.
un saluto a tutti, roberto
Bush è in Babilonia Dove sono i pacifisti?
TARIQ ALI
L'Iraq è ancora oggi teatro di incredibili sofferenze, del tipo che solo esseri
umani che agiscano per conto di stati e governi (autoritari e democratici) sono
capaci di infliggere ad altri esseri umani. L'Iraq, oggi, è il primo paese nel
quale possiamo studiare l'impatto di una conquista e una colonizzazione datate
ventunesimo secolo. Era per prevenire una tale calamità che, il 15 febbraio
2003, milioni e milioni di persone hanno marciato per le strade del mondo. Solo
a Roma, ce n'erano due milioni. (...) Perché, allora, tante persone che si sono
opposte attivamente alla guerra hanno assunto un atteggiamento passivo di fronte
all'occupazione? È possibile che la mentalità coloniale, che molti di noi
avevano sperato fosse un triste ricordo del passato, sia ancora radicata
nell'inconscio collettivo del Nord del mondo? O lo è la convinzione, a essa
collegata, che la civiltà occidentale debba essere imposta con le bombe alle
popolazioni degli Stati recalcitranti? O, forse, si tratta del semplice
desiderio di fare del bene, per cui l'imperialismo è visto come una combinazione
di Oxfam e McDonald's? O, forse, quelli tra voi che non erano a favore della
guerra credono tuttavia che il ritiro delle truppe sarebbe sbagliato e che
l'occupazione/colonizzazione sia il male minore? Accadde lo stesso, quando
Mussolini occupò l'Albania e l'Abissinia? Certo, era un dittatore fascista. Ma
se i politici eletti democraticamente si comportano in maniera simile, perché le
loro azioni dovrebbero essere considerate accettabili? Per chi si trova a
subire, c'è ben poca differenza. Contro la guerra ma a favore dell'occupazione?
Questa è evidentemente l'opinione dei leader dei Ds, come anche dei loro amici
che dispongono di spazio illimitato sulle pagine della «Repubblica», i quali
preferirebbero una maschera Onu, sebbene questo non cambierebbe il carattere
dell'occupazione, né della lotta che viene condotta contro di essa. Quando
Bernando Valli definisce «terrorismo» la resistenza irachena chiude
deliberatamente gli occhi davanti alla verità. Anche negli Stati Uniti la
decisione di riferirsi alla lotta irachena con il termine di «azioni di
guerriglia» o «insorti» piuttosto che «resistenza» è stata presa dai direttori
editoriali del Los Angeles Times e del New York Times, scavalcando gli inviati
che seguivano la guerra in Iraq. Che giornalisti del calibro di Valli diventino
propagandisti del governo è allo stesso tempo inspiegabile e imperdonabile.
Significa negare al popolo iracheno il diritto alla determinazione del proprio
futuro. Significa accettare che il «Consiglio Nazionale Iracheno» altro non sia
che uno strumento del potere americano. E tutto questo dopo il 12 novembre 2003,
il giorno fatale in cui la base dei carabinieri italiani a Nassiriya è stata
attaccata dal maquis iracheno e sono stati uccisi degli italiani al servizio
dell'occupazione. Una domanda, caro lettore. La frase precedente suona strana
anche a te? Perché c'è una base dei carabinieri italiani nell'Iraq del Sud? Per
aiutare la «ricostruzione»? Aiutare chi? A ricostruire cosa?
Una valutazione più equilibrata si può leggere sulla New York Review of Books
del 18 dicembre 2003 e presumo nella sua edizione italiana, che raccomanderei a
Valli e D'Alema. Il giornalista Mark Danner nell'articolo Delusions in Baghdad
riporta una sua conversazione con un ufficiale italiano addetto alla sicurezza,
due settimane prima del 12 novembre. Cosa ha detto il militare al giornalista
americano? Stando a Danner: «Parlò chiaro: disse che chiunque aiuti gli
americani sarà un obiettivo; che gli americani non possono proteggere i propri
alleati e garantire sicurezza agli iracheni; che il disordine cresce e che la
decisione di collaborare con gli americani, i quali nel loro isolamento sembrano
una presenza poco autorevole e in ogni caso effimera, non è la mossa più
prudente; che la guerra, nonostante tutte le belle parole che il presidente Bush
può pronunciare dalla sua portaerei, non è finita».
Sono i servili politici italiani, con la loro ansia di dimostrare la propria
fedeltà, ad essere responsabili della morte degli italiani a Nassiriya. Loro
sarebbero dovuti essere bersaglio della stampa democratica italiana, non gli
iracheni che stanno cercando di liberare il paese. Noi sappiamo che certamente
Silvio Berlusconi e il suo principale compagno, Gianfranco Fini, non sono grandi
ammiratori della Resistenza italiana. Non ci si può aspettare che
improvvisamente sostengano una variante irachena o palestinese.
Il summit di Fini con Ariel Sharon è stato simbolico da diversi punti di vista.
È stato carino da parte sua chiedere scusa per l'«antisemitismo» italiano, ma
non per il fascismo in toto. Dopo tutto, è andato lì per appoggiare la
costruzione di un muro che agli israeliani ricorda molto il ghetto. E poi
entrambi questi grandi leader, che hanno molto in comune, hanno parlato della
necessità di combattere il «terrorismo». Quello che voglio dire è che non ci si
può aspettare che la destra italiana appoggi una resistenza contro l'occupazione
imperialista, ma l'opposizione si sbaglia se crede che una combinazione di
Guantánamo e Gaza sia uguale a «libertà per l'Iraq». Tutti i rapporti dall'Iraq
sulla stampa americana stanno mettendo in luce quanto la brutalità della
colonizzazione sia fortemente radicata. Sulla prima pagina del New York Times
(Barriers, Detentions and Razings Begin to Echo Israel's Anti-Guerrilla Methods,
7 dicembre 2003) l'inviato a Baghdad invia un lungo dispaccio che comincia così:
«Con l'intensificarsi della guerriglia contro i ribelli iracheni, i soldati
americani hanno cominciato a circondare interi villaggi con il filo spinato. In
alcuni casi, i soldati americani stanno demolendo edifici che si ritiene vengano
utilizzati dagli attaccanti iracheni. Hanno cominciato a imprigionare i parenti
di sospetti guerriglieri nella speranza di spingere i ribelli a consegnarsi».
Suona familiare? È in corso un'occupazione coloniale. Echi di Algeria, Vietnam,
Aden, Iraq sotto gli inglesi, Angola, Sudafrica. Su tale questione, almeno, il
regime di Berlusconi, che molti di voi comprensibilmente disprezzano, è più
coerente. Dopo tutto, l'Italia ha appoggiato la guerra. Inviare contingenti per
dimostrare la propria fedeltà all'impero americano è il passo successivo,
proprio come gli Stati dell'Est che sono passati tranquillamente da un'alleanza
all'altra mantenendo la loro condizione di stati satellite. (...)
Pochi possono negare che l'Iraq sotto l'occupazione americana si trovi in uno
stato assai peggiore di quando era sotto Saddam Hussein. Non c'è ricostruzione.
C'è disoccupazione di massa. La vita quotidiana è fatta di sofferenza e
l'occupazione e i suoi fantocci non riescono nemmeno a provvedere alle necessità
di base della popolazione. Gli Stati uniti non si fidano degli iracheni neanche
per pulire le loro caserme e così vengono impiegati immigrati filippini e
dell'Asia Meridionale. Questo è il colonialismo dell'epoca del capitalismo
neoliberista, e così gli Stati uniti e le multinazionali «amiche» hanno la
precedenza. Anche nelle migliori circostanze un Iraq occupato diverrebbe
un'oligarchia di compari capitalisti, il nuovo cosmopolitismo di Bechtel e
Halliburton.
Alle società statunitensi è stata fornita la massima protezione, mentre le
istituzioni pubbliche (biblioteche, scuole, ospedali, università) o sono state
bombardate o sono state lasciate in balia di folle ben manovrate. È anch'esso un
modo per privatizzare un paese.
La combinazione di tutti questi fattori alimenta la resistenza e incoraggia
molti giovani a combattere. Pochi sono pronti a tradire quelli che combattono.
Questo è di cruciale importanza perché, senza il tacito appoggio della
popolazione, una resistenza prolungata è praticamente impossibile.
Il maquis iracheno ha indebolito la posizione di Bush nel suo paese e ha fatto
sì che alcuni democratici criticassero la Casa Bianca, ma non la povera Hillary
Clinton, gli occhi fissi sul premio che crede sia in serbo per lei, se non
questa volta la prossima. Anche i benpensanti che si sono opposti alla guerra ma
hanno appoggiato l'occupazione e hanno condannato la resistenza sanno fin troppo
bene che, senza di essa, avrebbero dovuto affrontare i cori di trionfo dei
guerrafondai. E, cosa ancora più importante, il disastro in Iraq ha rimandato a
data da destinarsi ulteriori avventure in Iran e Siria.
Uno degli episodi più comici degli ultimi mesi è stato quando Paul Wolfowitz,
durante uno dei suoi numerosi viaggi, ha dichiarato in una conferenza stampa a
Baghdad che «il problema principale è che ci sono troppi stranieri, in Iraq». Il
fatto che la maggioranza dei giornalisti occidentali presenti non sia scoppiata
a ridere è in un certo senso inquietante. Gran parte degli iracheni vede le
truppe d'occupazione come i veri «terroristi stranieri». Perché? Perché una
volta che occupi un paese, devi comportarti da colonizzatore. Ciò accade anche
dove non c'è resistenza, come nei protettorati come la Bosnia e il Kosovo, ma
dove c'è una lotta armata contro l'occupazione, allora l'unico modello possibile
è quello dell'occupazione israeliana della Palestina. E sono dei consulenti
militari israeliani che ora stanno istruendo i soldati statunitensi su come
trattare gli arabi recalcitranti.
E non si addice ai commentatori occidentali come Valli, per non parlare degli
abbattuti e intimiditi giornalisti del Corriere della Sera, i cui paesi stanno
occupando l'Iraq, dettare le condizioni a quelli che si oppongono. È una brutta
occupazione, e questo determina la risposta. Ci sono più di quaranta diverse
organizzazioni di resistenza in Iraq, grandi e piccole. Sono composte da
baathisti, comunisti dissidenti disgustati dal tradimento del Partito comunista
iracheno che ha appoggiato l'occupazione, nazionalisti, gruppi di soldati e
ufficiali congedati dagli occupanti e gruppi religiosi sunniti e sciiti (anche
se questi ultimi sono ancora molto esigui). (...)
In altre parole, la resistenza è prevalentemente irachena, anche se non sarei
sorpreso se altri arabi stessero attraversando i confini per prendervi parte.
Perché non dovrebbero? Se ci sono polacchi e ucraini e bulgari a Baghdad e
Najaf, italiani a Nassiriya, inglesi a Bassora, spagnoli a Baghdad, perché gli
arabi non dovrebbero aiutarsi l'uno con l'altro? Il fattore chiave della
resistenza, oggi, è che essa è decentralizzata: il classico primo stadio della
guerriglia contro un esercito invasore. Se questi gruppi passeranno o no al
secondo stadio e istituiranno un «Fronte nazionale di liberazione iracheno»
resta da vedere.
Per quanto concerne il ruolo di «onesto mediatore» dell'Onu, togliamocelo dalla
testa, specialmente in questo paese. Parte del problema è proprio questo.
Lasciando da parte il suo operato precedente (come fautore delle sanzioni killer
e sostenitore dei settimanali bombardamenti aerei angloamericani sull'Iraq per
dodici anni), il 16 ottobre 2003 il Consiglio di Sicurezza ha fatto un'altra
figura vergognosa salutando con favore «l'atteggiamento positivo della comunità
internazionale verso un Consiglio Governativo ampiamente rappresentativo [...] e
il sostegno agli sforzi del Consiglio Governativo per mobilitare la popolazione
dell'Iraq». E ci si è affrettati ad assegnare il seggio dell'Iraq nell'Onu a un
impostore raggiante di gioia, Ahmed Chalabi. Non si può fare a meno di ripensare
all'insistenza degli Stati uniti e della Gran Bretagna perché Pol Pot
conservasse il suo seggio per più di un decennio, dopo essere stato rovesciato
dai vietnamiti. L'unica vera norma riconosciuta dal Consiglio di Sicurezza è la
forza bruta, e oggi esiste una sola e unica potenza in grado di impiegarla ed è
per questo che per molti, nell'emisfero meridionale e altrove, Onu significa
Stati uniti, nonostante la strana ostentazione del contrario. (...)
L'Oriente arabo è oggi teatro di una duplice occupazione: l'occupazione
americano-isrealiana di Palestina e Iraq. (...). Dopo la caduta di Baghdad, il
guerrafondaio leader israeliano, Ariel Sharon, disse ai palestinesi: «Tornate in
voi, ora che il vostro protettore è finito». Come se la lotta palestinese
dipendesse da Saddam o da qualsiasi altro individuo. Questa vecchia concezione
coloniale che gli arabi sono persi senza un capo viene attualmente contestata a
Gaza e Baghdad. (...)
E il futuro? Prima o poi tutte le truppe straniere dovranno lasciare l'Iraq. Se
non lo faranno di loro spontanea volontà, saranno cacciate. La loro prolungata
presenza (come quella delle compagnie americane) è un incitamento alla violenza.
Quando il popolo iracheno riconquisterà il controllo del proprio destino,
deciderà le strutture interne e la politica estera del proprio paese. C'è da
sperare in una combinazione di democrazia e giustizia sociale, una formula che
ha risollevato l'intera America Latina ma che ha molto danneggiato l'impero.
Nel corso di un recente viaggio nel New Mexico, negli Stati Uniti, un'amica mi
chiese se avessi mai letto qualcosa dello scrittore americano Cormac McCarthy.
Scossi la testa con vergogna e ammisi la mia ignoranza. «Leggi Meridiano di
sangue», mi suggerì, «ti piacerà». Durante il lungo volo di ritorno a Londra
lessi quel libro. È una delle rappresentazioni più feroci delle origini
dell'impero americano e, caro lettore italiano, ti vorrei raccomandare vivamente
di leggerlo. Ancora riecheggia nella mia mente. Ti lascio con una breve,
concentrata descrizione di un massacro coloniale attuato dai pionieri
dell'impero alle prese con i nativi: «Nel giro di questo primo minuto la
carneficina era diventata generale. Donne e bambini nudi urlavano, e un vecchio
saltò fuori sventolando un paio di pantaloni bianchi. I cavalieri giravano in
mezzo ai Gileños e li uccidevano con le mazze o i coltelli. Cento cani legati
ululavano e altri correvano all'impazzata fra le capanne mordendosi a vicenda e
azzannando quelli legati, e il pandemonio e il clamore non andarono mai calando
dall'arrivo dei cavalieri nel villaggio. Già numerose capanne bruciavano e una
processione di fuggitivi percorreva la spiaggia verso nord urlando
selvaggiamente, e i cavalieri andavano avanti e indietro come mandriani tra il
bestiame, abbattendo per primi i più lenti. Quando Glanton e i suoi luogotenenti
tornarono ad attraversare il villaggio, la gente correva e finiva sotto gli
zoccoli dei cavalli, e i cavalli si slanciavano in avanti e alcuni degli uomini
giravano fra le capanne torce alla mano e trascinavano fuori le vittime,
macchiati di sangue, gocciolanti, e colpivano i morenti e decapitavano quelli
che si inginocchiavano per supplicarli». Questo era il Vietnam. Non si è
raggiunto lo stesso livello in Iraq, ma i segnali non sono dei migliori. E, caro
lettore, conosco la portata del problema in Italia. Un sistema televisivo
degradato e controllato dal presidente del Consiglio (...), per gentile
concessione del governo precedente che, impaurito dalla sua stessa ombra, non ha
democratizzato i media. Ora ci serve un'equivalente italiana di Al Jazeera.
Forse si potrebbe chiamare Al Gramsci, come tributo all'intellettuale che
comprese quanto l'egemonia del ricco togliesse libertà al povero. Ma questa è
un'idea utopistica. Nel frattempo, la guerra in Iraq continua la sua escalation.
Non so se altri italiani vi moriranno. Spero di no, come spero che non siano
uccisi altri iracheni o soldati americani, ma questo accadrà solo con un ritiro
di tutti i contingenti occupanti dal paese. E per questo, abbiamo bisogno di un
rinnovato movimento pacifista. Concludo con una nota ottimistica, rendendo
omaggio al coraggio di quei piloti dell'aeronautica israeliana che si sono
rifiutati di prendere parte ai bombardamenti in Palestina. Hanno dichiarato che
si erano arruolati nell'aviazione, non in un'associazione mafiosa che compie
stragi per ritorsione. Spero che Fini fosse all'ascolto. E spero che tu, lettore
italiano, accoglierai questo libro come un'offerta del Sud al Nord del mondo.
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