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Rispondi | Inoltra Messaggio #219 di 486 |

Maria ha accolto l´invito di raccontare la sua esperienza: grazie

 


 

 

 

Storie al femminile.

 

 

Maria Carla Micono

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


"Se la società si impegnasse a sentire ogni ferita inferta in qualsiasi luogo come ad un attentato all´intera umanità, allora l´umanità tornerebbe ad assumere un pieno significato anche per sé stessa".

Rigoberta Menchù

Premio Nobel per la pace 1992.

 

Premessa.

Queste "storie al femminile"   dovrebbero essere scritte a più mani, ma  per motivi di sintesi le racconto io.

Da due anni collaboro con l´Associazione "Il Portone del Canavese" che si occupa di accogliere le persone straniere e di insegnare loro  la lingua italiana, non tanto attraverso la grammatica e la sintassi, ma soprattutto confrontando mentalità, modi di vivere, cercando di far conoscere reciprocamente le varie culture.

 

Con me ci sono Marica, Luigina, Luisa, Letizia, Tiziana, Carolina; alcune sono Insegnanti in pensione, altre sono  giovani, e tutte concordiamo sull´impostazione metodologica della nostra scuola.

E poi c´è anche un uomo, Pino, che è l´ispiratore, e che interviene con i suoi consigli.

 

 

La scuola di amicizia, di italiano, di ascolto.

La scuola  accoglie le persone che arrivano dai punti più svariati del mondo: è una vera scuola globale la nostra, con tanti problemi aperti ma anche con alcuni punti fermi, positivi, che hanno migliorato i rapporti con il territorio.

Infatti, oltre all´apprendimento della lingua, sono stati individuati momenti di partecipazione a feste, a manifestazioni, ad incontri con l´Unitre locale, a collaborazione con altre agenzie .

Così c´è più tempo per conoscerci e per farci conoscere, punto fermo per una vera integrazione sociale delle persone.

Ho pensato di raccontare alcune storie di queste persone, storie di donne, perché mi sembra un segnale della loro fiducia nei nostri confronti, ma anche perché ho scelto tre storie "positive", nel senso che stanno a testimoniare quanto sia importante sentire qualcuno vicino, pur nelle difficoltà: e questo è l´inizio dell´amicizia.

 

 

 

 

 

Cristina è rumena, sposata con un italiano, lavora, e quando può ci aiuta ad accogliere i nuovi arrivi.

Veronica è la Presidente dell´Associazione, e questo fatto rende più   sentito il vincolo di fiducia che si instaura tra insegnanti e allievi.

Naima lavora come badante, ma quando può ritorna al corso di italiano, e soprattutto scrive, si rende testimone di come la vita può essere difficile e dura, ma anche aperta a nuove amicizie.

 

 

 

 

 

 

 

Storia di Cristina.

 

Sono una donna rumena di 28 anni. In Romania ho vissuto in due posti completamente diversi.

Sono nata in una città situata ad est della Romania, però la mia famiglia è andata a vivere in un´altra città più a ovest., in una zona dove i rumeni coesistevano con dei "maghiari" (persone di nazionalità ungherese con cittadinanza rumena).

Perciò, sin dall´infanzia sono stata abituata a sentire due lingue diverse, il rumeno e l´ungherese, e, poi, da grande ho continuato ad avere due modi di pensare e di essere.

Questo mi ha aiutata da una parte ad avere una visione più aperta sul mondo, ad accettare i ratti distintivi che differenziano le persone appartenenti a nazioni diverse, e da un altro lato ho imparato più facilmente le lingue straniere.

Così oggi conosco l´italiano, l´inglese, il francese, il tedesco ed ho conoscenze di base di olandese e spagnolo.

 

In  Romania ho seguito i corsi dell´Università di Bacau, con doppia specializzazione: Lingua e letteratura inglese e Lingua e letteratura Rumena.

Dopo aver ottenuto la laurea, ho fatto l´esame di stato per entrare nel mondo dell´insegnamento e sono diventata professoressa di ruolo d´inglese in una città situata a 60 Km ad ovest della città in cui vivevo.

Passato il primo anno da quando insegnavo mi sono iscritta ai corsi di Master della stessa Università che avevo frequentato, per studiare Scienze della comunicazione e del linguaggio.

Per due anni, dall´autunno del 2003 all´estate del 2005 ho continuato ad insegnare e, ogni fine settimana ritornavo  nella mia città natale per i corsi del master.

 

Nell´inverno del 2004, durante le vacanze in Italia, ho conosciuto il mio attuale marito, cittadino italiano. Poco prima di conoscerlo mi ero resa conto mi ero resa conto che i miei successi professionali non mi bastavano per essere una  persona intera, sentivo il bisogno di una vita personale soddisfacente, volevo trovare una  persona con la quale condividere il mio futuro.

 Perciò, dopo aver conosciuto il mio attuale marito, e dopo aver deciso che volevamo appartenere uno all´altra, ho dovuto scegliere tra la vita professionale  promettente che avevo in Romania e la felicità coniugale che mi aspettava in Italia.

Avendo tanta fede in Dio e nella bellissima unione che mi aspettava ho rinunciato a quello che avevo a casa, sperando che in Italia avrei fatto in fretta a trovare lavoro.

 

 

Non mi pento per la mia scelta, anche se in poco tempo da quando ero arrivata qua mi ero resa conto della situazione precaria del mercato del lavoro.  E, come se non bastasse, il fatto che i posti di lavoro scarseggiano, ho scoperto che essere sposata è un problema per i datori di lavoro, perché  ci sarebbe la possibilità di una gravidanza nel futuro prossimo.

Viviamo in un mondo sadico e ironico, perché non tanti anni fa ESSERE SPOSATO/A  era una virtù ed AVERE BAMBINBI  una benedizione. Sfortunatamente i giovani di oggi hanno paura del matrimonio e sono terrorizzati dall´idea di avere dei figli.

 

Considero che sono ben integrata nel mondo italiano, però questa situazione non l´accetterò mai, perché il mondo sarebbe  vuoto senza bambini, i quali rappresentano il nostro futuro. Rifiutando di averne , diciamo  NO al futuro, e se diciamo NO al futuro non abbiamo più nessuna ragione per vivere.

DOBBIAMO CAMBIARE QUALCOSA!

 

 

 

 

 

Storia di Naima.

 

Mi chiamo Naima Elmarrhoub; ho 38 anni e provengo dal Marocco.

Sono laureata in lettere moderne e specializzata in studi islamici nel 1992; ho anche  conseguito il diploma di tecnico di gestione nel 2000.

Sono in Italia da quattro anni.

Nel mio paese, il Marocco, è andato tutto bene fino all´età di vent´anni: era il 1989.

Quello è stato un anno di cambiamento totale della mia vita: ero andata all´Università in una città lontana dalla mia famiglia. I problemi erano quotidiani: vivevo in una camera d´affitto insieme ad una mia amica; all´Università c´era una lotta continua per il rispetto dei diritti come la mensa, l´autobus...   forse per qualcuno sembrano cose banali, ma per noi erano un grande obiettivo ed eravamo pronte a sacrificare molte cose per ottenere tutto quello...

Malgrado questo, l´Università è stata la più bella ed importante esperienza che ho avuto nella vita: quel periodo ha fatto di me una ragazza responsabile della sua responsabilità, che ha imparato a rifiutare la sottomissione, che ha imparato a far rispettare il  diritto  di essere, di essere donna, che ha detto no  al silenzio e all´obbedienza cieca: ora non permetto a nessuno di annullare la mia personalità e di cancellare la mia identità  ed il mio desiderio di esprimermi attraverso la poesia: la poesia era la voce della mia voce.

Nel 1992 mi sono laureata e pensavo che i problemi fossero finiti, invece a causa della burocrazia e della corruzione ad alto livello ho dovuto attendere otto anni per avere un lavoro in una fabbrica tedesca come istruttrice delle auto Wolkswagen, ma con meno di un euro l´ora. Il mio stipendio mensile era di 180 EUR : circa 70 euro andavano per l´affitto di una camera umida a Tangeri; 100 euro andavano per la spesa e mi rimanevano 10 euro; non avevo il diritto di stare male e di andare dal dottore perché non avevo soldi per pagarlo, non avevo la mutua ed inoltre, dopo due anni di la lavoro avevamo scoperto che la Direzione della fabbrica non ci versava i contributi: quelle maestranze tedesche ci avevano sfruttati in tutti i modi: l´unica cosa positiva di quel lavoro era  stato il visto turistico, come premio per essere una buona lavoratrice.

Così ho potuto venire in Italia : sono arrivata il 2 gennaio 2003 lasciando il mio paese, la mia famiglia come scelta forzata, anche perché stavo perdendo la fiducia in me stessa: mi sentivo come in un tunnel senza una luce per l´uscita e quindi senza speranza di poter continuare: la cosa più triste era che quella situazione era normale per un paese dove che ha una laurea  in fisica nucleare vende polli al mercato per sopravvivere!

Arrivata in Italia ero consapevole che i primi anni avrei dovuto pazientare per arrivare a realizzarmi.

Dio mi ha aiutata tanto: mi sono state accanto delle persone che mi hanno dato la mano, mi hanno insegnato la lingua, mi hanno offerto un lavoro, mi hanno dato affetto e, ciò che è stato importante, abbiamo condiviso insieme i momenti belli e dolorosi della vita. Malgrado le tante  diversità del nostro modo di vivere ci legava il rispetto, la stima reciproca ed il volersi bene: sapevamo che essere non è solo vivere, ma condividere, lasciando da parte il figlio dell´ignoranza: il razzismo.

In Italia ora spero di realizzare il mio sogno: quello di costruirmi una famiglia e riuscire a dare ai miei figli un futuro migliore del mio, poter aver l´opportunità di  dimostrare al mondo qual è il vero ruolo della donna nello sviluppo della società, tanto è vero che non c´è limite al rischio, alle sconfitte, ma basta avere coraggio, fiducia e fede perché senza questa  la mente si chiude in una cella solitaria: vorrei lottare per una vita dove regnano la pace e la giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia di Veronica.

 

Mi chiamo Veronica, sono di origine peruviana ed ho 40 anni.

Vivo in Italia da 17 anni, dei quali 9 li ho vissuti a Milano e gli altri 8 nel territorio canavesano, vicino a Torino.

Nel mio paese d´origine lavoravo per un giornale e facevo anche l´insegnante di lingua spagnola; là mi sono laureata in Scienze d ella comunicazione.

 

La mia vita era tranquilla tra lavori, casa, amici. Mi piaceva tanto il mio lavoro di giornalista: lavoravo per un settimanale che si interessava delle problematiche lavorative e sociali dei peruviani; lì il mio compito era di parlare con gli operai ed i lavoratori dei diversi settori, scrivere dei loro problemi e far conoscere le loro realtà sociali  e culturali. Tutte le loro manifestazioni, le loro impressioni , trovavano spazio nel giornale.

Questo settimanale non era però ben visto dal Governo e molte volte hanno tentato di farci chiudere; per questo motivo avevo bisogno di un altro lavoro, e cioè facevo l´insegnante.

Lavoravo in una scuola pubblica; era una scuola con più di 3.000 studenti; io avevo 5 sezioni della scuola secondaria, ed in ogni aula c´erano circa 50 allievi, in alcuni casi si arrivava anche a 60.

 

Era un bel lavoro, e mi piaceva stare con i ragazzi perché sono pieni di emozioni, di iniziative; la cosa che più li interessava era occuparsi del giornale della scuola, e poi, a poco a poco siamo riusciti anche ad avere una stazione radio della quale andavamo fieri.

I tempi però si sono fatti duri , ed il lavoro cominciò a scarseggiare, e con questo  il potere di acquisto; incominciò ad arrivare molta gente dai paesini interni del Perù; Lima in poco tempo era diventata una grande metropoli con enormi tentacoli che si espandevano su territori di sabbia.

La popolazione aumentava, ma aumentavano anche la disoccupazione, la povertà; iniziò in quel periodo una reazione anche attraverso gruppi armati, come quello di Sendero Luminoso, MRTA e anche da parte dello Stato. La gente non sapeva cosa fare e tutto diventò caos.

Così, i più fortunati cominciarono ad emigrare in massa verso l´estero, prima gli Stati Uniti , poi il Venezuela, il Giappone, il Brasile, la Spagna, l´Italia, il Cile, l´Argentina...

 

Il giornale per il quale lavoravo alla fine dovette chiudere ufficialmente ed entrammo in clandestinità, ma la paga non arrivava quasi mai; meno male che lavoravo come Insegnante e questo mi ha permesso di sopravvivere per un po´.

I giornalisti un poco fastidiosi per il Governo erano controllati sempre; molti miei colleghi furono arrestatati senza motivo; altri sono spariti nel nulla; altri sono stati uccisi come bestie: il Governo diceva che erano traditori  della patria....Che bugia enorme!

Sono venuti anche a casa mia per vedere cosa avevo, se ero parte di qualche gruppo sovversivo; ho subito interrogatori, ma non mi hanno mai fatto del male fisico: sono stata una delle poche fortunate che hanno lasciato andare, e così ho deciso di andare via: non sopportavo più ciò che stava accadendo nel mio Perù.

Mi rivolsi ad Amnesty International per capire in cosa mi potevano aiutare, ma  i tempi si allungavano e decisi di partire da sola verso un paese che non avesse molti problemi, un paese dove si poteva trovare libertà di pensiero e di parola...avevo deciso per la Francia.

 

 

 

 

 

Ma il destino è sempre diverso da ciò che a volte uno si propone di fare; per cui, quasi non so come, mi trovai su di un aereo che partiva per l´Italia; ho pensato che potevo restarci un mese , ma poi sarei andata in Francia.

Arrivata a Milano, non conoscevo nessuno; a poco a poco trovai alcuni amici  ed un lavoro: qualche ora in una fabbrica di imballaggi, poi alcune ore di pulizia; cominciava a piacermi l´Italia; andavo a scuola di  italiano e con l´aiuto di alcune amiche trovai un posto dove dormire; poi , con l´inverno un´amica mi trovò un lavoro fisso  presso una famiglia fuori Milano; lì la vita era un po´ più dura; la famiglia non mi trattava male, ma io mi sentivo morire, le ore non passavano mai; la sera leggevo tanto ed il sabato pomeriggio  uscivo di corsa perché era la mia giornata libera ed andavo con il treno fino a Milano, per conoscere l´Italia: ero triste e pensavo di non farcela: fu un brutto  periodo.

 

Vivere da irregolare non era facile. In quel periodo cominciarono ad arrivare i barconi carichi di albanesi, e Milano cominciò ad essere una città più dura e pericolosa;  non avevo documenti e la famiglia dove lavoravo mi chiese di trovare il modo per regolarizzare la mia posizione; io non ci riuscii e così dovetti  lasciare quel lavoro, ed adeguarmi alle circostanze per sopravvivere.

Dopo un mese trovai un altro lavoro in un albergo a Milano, e lì rimasi per quattro anni; a fianco dell´albergo c´era una cooperativa di servizi ed ogni tanto mi facevano fare le notti per assistere gli anziani, oppure fare pulizie in casa.

 

Il lavoro in albergo mi piaceva: lavoravo per 8 ore, ed ero riuscita ad imparare la lingua italiana; il mio datore di lavoro mi aiutava come poteva, anche con l´apertura di un conto bancario, cosa molto difficile per una irregolare.

In questo periodo ho conosciuto un po´ di più l´Italia, la sua gente, il mangiare, le abitudini, la burocrazia, il rispetto delle idee altrui, e a volte ho dovuto abbassare la testa per non trovarmi in difficoltà.

Il processo di integrazione non era facile, ma era iniziato.

Mi resi conto piano piano  che stavo facendo la vita di tutti gli immigrati; lavorare, fare soldi, inviarli a casa; in pratica casa, lavoro, casa...ero quasi diventata una macchina, e questo mi faceva sentire un po´ male.

Dovevo cambiare, fare altro, o stavo morendo intellettualmente, non scrivevo più, non leggevo più, arrivavo a casa troppo stanca; lavoravo dalle 6,30 del mattino fino alla mezzanotte: alle 6,30 andavo a fare pulizie in un cinema; alle 9 andavo in albergo e restarci fino alle 18; poi andavo alla cooperativa per pulire gli uffici, mangiare qualcosa al volo e alle 21 andavo a pulire altri uffici; a volte non tornavo a casa  perché restavo ad assistere anziani per la notte...

Io sentivo che dovevo cambiare vita, così ero solo una macchina per fare soldi, ma mi spegnevo...

Un giorno mi dissero che l´albergo doveva chiudere per ristrutturazione ed io sono stata trasferita in un albergo più piccolo: questo albergo era più piccolo e brutto, non mi piaceva. Era un posto dove "lavoravano" signorine nigeriane, slave ed anche italiane, passavano persone stravaganti : matti, drogati, persone difficili.

La mia esperienza mi fa capire dove sono, chi mi sta intorno, perché quelle donne fanno quel lavoro e non possono uscire dal giro; ho visto passare anche  vecchie signore italiane, con i loro clienti di epoche lontane; a volte parlavo con queste persone , mentre aspettavano il loro turno, parlavo di storie di guerra, del fascismo, della vecchia Italia, della polenta, della cassoeula; penso di essere stata testimone di una realtà diversa, e conobbi forse un´Italia emarginata .

Un giorno la responsabile della cooperativa mi chiamò e mi disse che potevo cambiare lavoro: il comune di Milano aveva dato in appalto tutti i servizi domiciliari per gli anziani e le famiglie bisognose; così lasciai l´albergo, anche se alla fine quel posto era ricco di storie...

 

 

 

 

Intanto era arrivata una sanatoria, e la cooperativa mi assunse come loro collaboratrice.

Con il permesso di soggiorno la mia vita cambiò molto; arrivò anche mio figlio,e lo accolsi con tanta gioia: ero sola, ma questo bimbo era la mia speranza.

Vivere a Milano con un bambino era difficile; grazie a Dio ho avuto la fortuna che questo bambino era anche italiano ed aveva alcuni diritti , e cos´ all´età di sei mesi lo portai all´asilo nido: era il primo ad arrivare e l´ultimo ad uscire, ma ce l´abbiamo fatta...

Fu allora che decisi di approfittate di alcune ore "buche"  per iscrivermi all´Università, e così la mia vita riprese ad avere un senso; in cooperativa mi chiedono di occuparmi dei servizi domiciliari come impiegata.

Ho conosciuto in quel periodo un amico italiano che mi parlò di alcuni progetti; volli saperne di più e in meno di un anno aprimmo il primo giornale multietnico di Milano con il nome di "Alien": questo piccolo giornale, che ancora esiste, diventa così una creatura mia, ma poi per motivi politici ho dovuto lasciarlo.

Nella vita di un immigrato c´è tutto: allegrie, tristezze, solitudini, realizzazioni, e soprattutto cambiamenti.

E qui, per caso, ho conosciuto un piemontese, che in poco tempo mi ha fatto lasciare Milano e mi ha portata lontano dal chiasso della città, vicino alla campagna, e qui la mia vita cambia ancora, mi trovo con gente nuova, con tante cose da fare.

Adesso i miei pensieri non sono solo per me, ma per i miei figli ( sono nati un maschio ed una femmina), per tutta la mia famiglia, per il loro futuro.

A loro parlo nella mia lingua del Perù: sono tornata in Perù due volte in 17 anni, e sempre dopo 15 giorni volevo già ritornare in Italia perché sento qui la mia casa, non riesco più ad abituarmi a quel modo di vivere: forse perché mi sento ora cittadina italiana.

 

 

Pensieri al femminile.

 

Roberto Alonge* , nella presentazione del libro "Rosa e Azzurro" dice :"Il Novecento è stato definito il secolo delle donne e la loro -si è detto- è l´unica rivoluzione pacifica del XX secolo. Le donne infatti sono uscite dalla segregazione secolare in cui erano state tenute e sono oggi presenti in tutti gli ambiti della nostra società-  nelle attività produttive, nello studio, in politica- ponendo nuove sfide e sollecitando la ricerca di un diverso equilibrio (vedi le problematiche della conciliazione tra lavoro e famiglia) ".

Questa affermazione è oggi estremamente attuale e soprattutto va interconnessa con altre considerazioni derivate, ad esempio, da alcuni documenti del ministero della Pubblica Istruzione (CM 205/90) sui "Nodi dell´interculturalità", che sottolineano:

-nodo della costruzione dell´identità entro la società globale;

-nodo della relazione tra diversità secondo una logica costruttiva: verso una casa comune ancora da costruire, da costruire assieme;

-nodo inter-relazione tra universalismo e relativismo;

-nodo del riconoscimento;

-nodo della decostruzione-costruzione;

nodo della gestione e della conflittualità nonviolenta tra differenze.

 

 

*Roberto Alonge    "Rosa e azzurro"     Edizioni   Rosenberg e Sllier

 

 

 

 

 

 

Le storie delle persone immigrate  sono rivelatrici di uno stato d´animo particolare: la nostalgia della lontananza, ma anche il desiderio di affermazione ed ,in alcuni casi, il desiderio forte di restare qui, perché il momento è forse pronto per riportare dignità e parità alla donna.

 

Le storie delle donne sono una traccia preziosa per conoscere altre mentalità, altre culture, altre speranze di realizzazione che vanno ben oltre il desiderio di un lavoro, come affermano gli uomini; queste storie di donne  evidenziano una forte motivazione ad affermarsi, come del resto avviene anche per noi donne occidentali, anche in quei settori che sono da sempre prerogativa maschile, vedi il potere politico.

 

Ritengo molto importante che la cultura, l´alfabetizzazione in genere, possano aumentare questa consapevolezza di emergere, perché  ogni persona sia in grado di far sentire il proprio pensiero e sia soprattutto in grado di comunicare il proprio dissenso di fronte a scelte che non condivide.

Alcune di queste donne già hanno vissuto in modo diretto e violento le loro scelte di vita.

 

 Cristina, Naima, Veronica, sono alcune delle donne che hanno frequentato il corso di italiano per stranieri  dove insegno.

Veronica , Naima e Cristina si sono inserite nel contesto in cui vivono, acquisendo anche una notevole capacità di linguaggio che permette loro di far sentire ciò che pensano, riuscendo anche ad essere un modello di riferimento per altri.

Esse hanno una capacità culturale ottima già in partenza: hanno frequentato l´Università nei loro paesi  ed il possesso di questi strumenti ha loro permesso di acquisire molto velocemente  le differenze culturali, le informazioni cui accedono, la capacità di andare a cercare altre informazioni, di volere il confronto sui temi sociali, politici, religiosi.

Anche le donne italiane , benché da tempo abituate a discutere e a cercare occasioni per riuscire , abituate a "sgomitare" per arrivare ai posti che loro spettano e che non potevano ottenere in passato solo perché donne, sanno bene quanto lungo sia il percorso  per arrivare alla parità delle opportunità.

Dice Tina Anselmi*:" La nostra storia di italiani ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo su certi terreni, precedentemente concimati. E concimati attraverso l´assunzione di responsabilità di tutto un popolo. Ci potrebbe far riflettere  sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni- quanto libere? - , non è soltanto progresso economico - quale progresso e per chi? E´ giustizia. E´ rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. E´ tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. E´ pace".

 

Io penso  che sia il momento per porci alcune domande:

-Quante donne non sono ancora consapevoli dei loro diritti?

-Solo le donne straniere? O anche in Italia, e comunque anche nei paesi industrializzati c´è ancora una parte  della società che deve essere responsabilizzata su questi temi?

-Che cosa si può fare?

-Quali potrebbero essere indicazioni concrete per aumentare l´autostima delle donne e far sì che siano rispettati i loro diritti?

 

*Tina Anselmi     "Storia di una passione politica"  Sperling e Kupfer Editori

 

 

 

 

 

 

 

Lo scorso anno ho seguito il corso Interfacoltà " Donne, Politica, Istituzioni" a Palazzo Nuovo; la professoressa Claudia Piccardo ha affermato che  bisogna sempre più prestare attenzione alle parole che si dicono e si  sentono, cioè "leggere" con occhi nuovi ogni cosa che ci capita.

Se, come  citato, " il senso comune abita al piano superiore", è dunque ora di utilizzare un pensiero divergente, è ora di sfatare alcuni modi di essere che hanno perpetuato un certo stereotipo del femminile e provare a cambiare l´ottica di osservazione.

L´ho già affermato: l´istruzione, la cultura, la discussione, il confronto sono i primi strumenti che permettono una consapevolezza maggiore dei propri diritti. Le donne, nei paesi industrializzati , stanno superando per scolarizzazione l´universo maschile; devono ancora fare il passo successivo ed acquisire le stesse opportunità lavorative e sociali ; ma il processo va avanti, anche perché, se una madre è più consapevole, i figli avranno un vantaggio a partire  dal linguaggio , dalla trasmissione culturale dei valori basilari .

 

Mi ricordo, a questo proposito, di una ricerca condotta in campo psicolinguistico negli anni `70/´80: i bambini della scuola dell´infanzia e della scuola elementare non presentavano una grande

differenza nei modi di apprendere fin verso i 6 anni; successivamente iniziava una diversificazione legata al grado di istruzione delle madri: là dove una mamma era diplomata o laureata  i bambini avevano più strumenti linguistici e comunicativi che permettevano loro di capire meglio i libri di testo, le spiegazioni degli insegnanti, le relazioni tra pari.

Ecco, le donne devono trovare queste modalità di affermazione, si è visto anche dalle brevi storie che ho raccontato: là dove le donne straniere hanno strumenti culturali il percorso di integrazione diventa più chiaro e più incisivo nella società  in cui si trovano; naturalmente ciò vale anche per le donne occidentali.

 

Al convegno delle Settimane sociali di Bologna del 2004,  Mario Marazziti, della Comunità di Sant´Egidio, disse che  non è molto intelligente chiamare e trattare da clandestini  più di un milione e mezzo di stranieri che oggi sono naturalmente regolari e che hanno diritto, già in buona parte, ad essere immigrati stabili e nuovi cittadini.

Infatti, altro elemento necessario ed impellente, è sicuramente quello di revisione normativa per consentire diritti a chi lavora, produce, vive nella nostra comunità.

Si parla dunque di possibilità di voto per chi è regolare, e che quindi può esprimersi per il governo delle città, dei quartieri, degli Enti Locali; per poter tenere insieme la complessità del quotidiano è importante che tutte le risorse si attivino.

Diceva ancora Marazziti che "occorre resistere ai luoghi comuni che sembrano verità solo perché non ci sono altri luoghi in cui far risuonare un pensiero diverso con forza simile, costruendo alternative".

Ogni diversità è una risorsa, ogni pensiero è un tassello  significativo per la costruzione più equilibrata del domani, a partire  dalla presenza femminile alla pari nei posti decisionali, a tutti i livelli, della società.

Ricordo ancora  un concetto di Danilo Dolci, che parlava di comunicazione come strumento per "rendere il mondo comune", cioè favorire la convivenza ed il dialogo, mentre oggi quasi stiamo assistendo al tradimento della comunicazione e del suo autentico significato.

Ma le donne , credo, andranno avanti.

Mi sembra significativa, e conclusiva di questa  breve trattazione, la poesia che Naima Elmarrhoub ha presentato al concorso  Lingua madre 2006 : Non mi arrendo.

 

 

 

 

 

 

 

Non mi arrendo.

Quante trappole mi avete teso

Quanti lupi mi hanno seguito

Non mi arrendo

Smettetela di farmi male

La pazienza è sangue nelle mie vene

Il mio cuore è una roccia su cui è scritto

Non mi arrendo

Non obbedisco, non mi inchino

Domani sorgerà il sole

Sapete perché

Perché non mi arrendo.

 

 

Vorrei che questo diventasse l´obiettivo di tutte noi: non ci arrendiamo: soprattutto crediamo nell´amicizia e nella solidarietà e non  è certamente retorica dire che possiamo partire da queste storie, unendo storie di donne italiane, ma avere tutte insieme la convinzione che "si può".

 

 

Maria Carla Micono 

 

con la collaborazione di:

 

Chiappero Carolina

Feira Luisa

Fornero Luigina

Macario Tiziana

Valdambrini Marica

Vietti Letizia

 

 

 

 

Bibliografia:

 

 

Tina Anselmi                    Storia di una passione politica                  Sperling & Kupfer Editori

 

Lingua Madre                  Duemilasei                                                   Edizioni SEB

 

IRRE Piemonte                Rosa e Azzurro                                            Rosenberg & Sellier

 

Mario Marazziti             Atti Settimane sociali 2004                          Bologna

 



Lun 1 Set 2008 2:43 pm

mauriziobenazzi
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mauriziobenazzi
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