Maria ha accolto
l´invito di raccontare la sua esperienza: grazie
Storie al femminile. Maria Carla Micono
"Se la società si impegnasse
a sentire ogni ferita inferta in qualsiasi luogo come ad un attentato
all´intera umanità, allora l´umanità tornerebbe ad assumere un pieno
significato anche per sé stessa".
Rigoberta Menchù
Premio Nobel per la pace 1992.
Premessa.
Queste "storie al
femminile" dovrebbero essere scritte a più mani, ma per
motivi di sintesi le racconto io.
Da due anni collaboro con
l´Associazione "Il Portone del Canavese" che si occupa di accogliere le persone
straniere e di insegnare loro la lingua italiana, non tanto attraverso la
grammatica e la sintassi, ma soprattutto confrontando mentalità, modi di
vivere, cercando di far conoscere reciprocamente le varie culture.
Con me ci sono Marica,
Luigina, Luisa, Letizia, Tiziana, Carolina; alcune sono Insegnanti in pensione,
altre sono giovani, e tutte concordiamo sull´impostazione metodologica
della nostra scuola.
E poi c´è anche un uomo,
Pino, che è l´ispiratore, e che interviene con i suoi consigli.
La
scuola di amicizia, di italiano, di ascolto.
La scuola accoglie
le persone che arrivano dai punti più svariati del mondo: è una vera scuola
globale la nostra, con tanti problemi aperti ma anche con alcuni punti fermi,
positivi, che hanno migliorato i rapporti con il territorio.
Infatti, oltre
all´apprendimento della lingua, sono stati individuati momenti di
partecipazione a feste, a manifestazioni, ad incontri con l´Unitre locale, a
collaborazione con altre agenzie .
Così c´è più tempo per
conoscerci e per farci conoscere, punto fermo per una vera integrazione sociale
delle persone.
Ho pensato di raccontare
alcune storie di queste persone, storie di donne, perché mi sembra un segnale
della loro fiducia nei nostri confronti, ma anche perché ho scelto tre storie
"positive", nel senso che stanno a testimoniare quanto sia importante sentire
qualcuno vicino, pur nelle difficoltà: e questo è l´inizio dell´amicizia.
Cristina è rumena,
sposata con un italiano, lavora, e quando può ci aiuta ad accogliere i nuovi
arrivi.
Veronica è
Naima lavora come
badante, ma quando può ritorna al corso di italiano, e soprattutto scrive, si
rende testimone di come la vita può essere difficile e dura, ma anche aperta a
nuove amicizie.
Storia di Cristina.
Sono una donna rumena di
28 anni. In Romania ho vissuto in due posti completamente diversi.
Sono nata in una città
situata ad est della Romania, però la mia famiglia è andata a vivere in
un´altra città più a ovest., in una zona dove i rumeni coesistevano con dei
"maghiari" (persone di nazionalità ungherese con cittadinanza rumena).
Perciò, sin dall´infanzia
sono stata abituata a sentire due lingue diverse, il rumeno e l´ungherese, e,
poi, da grande ho continuato ad avere due modi di pensare e di essere.
Questo mi ha aiutata da
una parte ad avere una visione più aperta sul mondo, ad accettare i ratti
distintivi che differenziano le persone appartenenti a nazioni diverse, e da un
altro lato ho imparato più facilmente le lingue straniere.
Così oggi conosco
l´italiano, l´inglese, il francese, il tedesco ed ho conoscenze di base di
olandese e spagnolo.
In Romania ho
seguito i corsi dell´Università di Bacau, con doppia specializzazione: Lingua e
letteratura inglese e Lingua e letteratura Rumena.
Dopo aver ottenuto la
laurea, ho fatto l´esame di stato per entrare nel mondo dell´insegnamento e
sono diventata professoressa di ruolo d´inglese in una città situata a
Passato il primo anno da
quando insegnavo mi sono iscritta ai corsi di Master della stessa Università
che avevo frequentato, per studiare Scienze della comunicazione e del
linguaggio.
Per due anni,
dall´autunno del 2003 all´estate del 2005 ho continuato ad insegnare e, ogni
fine settimana ritornavo nella mia città natale per i corsi del master.
Nell´inverno del 2004,
durante le vacanze in Italia, ho conosciuto il mio attuale marito, cittadino
italiano. Poco prima di conoscerlo mi ero resa conto mi ero resa conto che i
miei successi professionali non mi bastavano per essere una persona
intera, sentivo il bisogno di una vita personale soddisfacente, volevo trovare
una persona con la quale condividere il mio futuro.
Perciò, dopo aver
conosciuto il mio attuale marito, e dopo aver deciso che volevamo appartenere
uno all´altra, ho dovuto scegliere tra la vita professionale promettente
che avevo in Romania e la felicità coniugale che mi aspettava in Italia.
Avendo tanta fede in Dio
e nella bellissima unione che mi aspettava ho rinunciato a quello che avevo a
casa, sperando che in Italia avrei fatto in fretta a trovare lavoro.
Non mi pento per la mia
scelta, anche se in poco tempo da quando ero arrivata qua mi ero resa conto
della situazione precaria del mercato del lavoro. E, come se non
bastasse, il fatto che i posti di lavoro scarseggiano, ho scoperto che essere
sposata è un problema per i datori di lavoro, perché ci sarebbe la
possibilità di una gravidanza nel futuro prossimo.
Viviamo in un mondo sadico
e ironico, perché non tanti anni fa ESSERE SPOSATO/A era una virtù ed
AVERE BAMBINBI una benedizione. Sfortunatamente i giovani di oggi hanno
paura del matrimonio e sono terrorizzati dall´idea di avere dei figli.
Considero che sono ben
integrata nel mondo italiano, però questa situazione non l´accetterò mai,
perché il mondo sarebbe vuoto senza bambini, i quali rappresentano il
nostro futuro. Rifiutando di averne , diciamo NO al futuro, e se diciamo
NO al futuro non abbiamo più nessuna ragione per vivere.
DOBBIAMO CAMBIARE
QUALCOSA!
Storia
di Naima.
Mi chiamo Naima
Elmarrhoub; ho 38 anni e provengo dal Marocco.
Sono laureata in lettere
moderne e specializzata in studi islamici nel 1992; ho anche conseguito
il diploma di tecnico di gestione nel 2000.
Sono in Italia da quattro
anni.
Nel mio paese, il
Marocco, è andato tutto bene fino all´età di vent´anni: era il 1989.
Quello è stato un anno di
cambiamento totale della mia vita: ero andata all´Università in una città
lontana dalla mia famiglia. I problemi erano quotidiani: vivevo in una camera
d´affitto insieme ad una mia amica; all´Università c´era una lotta continua per
il rispetto dei diritti come la mensa, l´autobus... forse per
qualcuno sembrano cose banali, ma per noi erano un grande obiettivo ed eravamo
pronte a sacrificare molte cose per ottenere tutto quello...
Malgrado questo,
l´Università è stata la più bella ed importante esperienza che ho avuto nella
vita: quel periodo ha fatto di me una ragazza responsabile della sua responsabilità,
che ha imparato a rifiutare la sottomissione, che ha imparato a far rispettare
il diritto di essere, di essere donna, che ha detto no al
silenzio e all´obbedienza cieca: ora non permetto a nessuno di annullare la mia
personalità e di cancellare la mia identità ed il mio desiderio di
esprimermi attraverso la poesia: la poesia era la voce della mia voce.
Nel
Così ho potuto venire in
Italia : sono arrivata il
Arrivata in Italia ero
consapevole che i primi anni avrei dovuto pazientare per arrivare a
realizzarmi.
Dio mi ha aiutata tanto: mi
sono state accanto delle persone che mi hanno dato la mano, mi hanno insegnato
la lingua, mi hanno offerto un lavoro, mi hanno dato affetto e, ciò che è stato
importante, abbiamo condiviso insieme i momenti belli e dolorosi della vita.
Malgrado le tante diversità del nostro modo di vivere ci legava il
rispetto, la stima reciproca ed il volersi bene: sapevamo che essere non è solo
vivere, ma condividere, lasciando da parte il figlio dell´ignoranza: il
razzismo.
In Italia ora spero di
realizzare il mio sogno: quello di costruirmi una famiglia e riuscire a dare ai
miei figli un futuro migliore del mio, poter aver l´opportunità di
dimostrare al mondo qual è il vero ruolo della donna nello sviluppo della
società, tanto è vero che non c´è limite al rischio, alle sconfitte, ma basta
avere coraggio, fiducia e fede perché senza questa la mente si chiude in
una cella solitaria: vorrei lottare per una vita dove regnano la pace e la
giustizia.
Storia
di Veronica.
Mi chiamo Veronica, sono
di origine peruviana ed ho 40 anni.
Vivo in Italia da 17
anni, dei quali 9 li ho vissuti a Milano e gli altri 8 nel territorio
canavesano, vicino a Torino.
Nel mio paese d´origine
lavoravo per un giornale e facevo anche l´insegnante di lingua spagnola; là mi
sono laureata in Scienze d ella comunicazione.
La mia vita era
tranquilla tra lavori, casa, amici. Mi piaceva tanto il mio lavoro di
giornalista: lavoravo per un settimanale che si interessava delle problematiche
lavorative e sociali dei peruviani; lì il mio compito era di parlare con gli
operai ed i lavoratori dei diversi settori, scrivere dei loro problemi e far
conoscere le loro realtà sociali e culturali. Tutte le loro
manifestazioni, le loro impressioni , trovavano spazio nel giornale.
Questo settimanale non
era però ben visto dal Governo e molte volte hanno tentato di farci chiudere;
per questo motivo avevo bisogno di un altro lavoro, e cioè facevo l´insegnante.
Lavoravo in una scuola
pubblica; era una scuola con più di 3.000 studenti; io avevo 5 sezioni della
scuola secondaria, ed in ogni aula c´erano circa 50 allievi, in alcuni casi si
arrivava anche a 60.
Era un bel lavoro, e mi
piaceva stare con i ragazzi perché sono pieni di emozioni, di iniziative; la
cosa che più li interessava era occuparsi del giornale della scuola, e poi, a
poco a poco siamo riusciti anche ad avere una stazione radio della quale
andavamo fieri.
I tempi però si sono
fatti duri , ed il lavoro cominciò a scarseggiare, e con questo il potere
di acquisto; incominciò ad arrivare molta gente dai paesini interni del Perù;
Lima in poco tempo era diventata una grande metropoli con enormi tentacoli che
si espandevano su territori di sabbia.
La popolazione aumentava,
ma aumentavano anche la disoccupazione, la povertà; iniziò in quel periodo una
reazione anche attraverso gruppi armati, come quello di Sendero Luminoso, MRTA
e anche da parte dello Stato. La gente non sapeva cosa fare e tutto diventò
caos.
Così, i più fortunati
cominciarono ad emigrare in massa verso l´estero, prima gli Stati Uniti , poi il
Venezuela, il Giappone, il Brasile,
Il giornale per il quale
lavoravo alla fine dovette chiudere ufficialmente ed entrammo in clandestinità,
ma la paga non arrivava quasi mai; meno male che lavoravo come Insegnante e
questo mi ha permesso di sopravvivere per un po´.
I giornalisti un poco
fastidiosi per il Governo erano controllati sempre; molti miei colleghi furono
arrestatati senza motivo; altri sono spariti nel nulla; altri sono stati uccisi
come bestie: il Governo diceva che erano traditori della patria....Che
bugia enorme!
Sono venuti anche a casa
mia per vedere cosa avevo, se ero parte di qualche gruppo sovversivo; ho subito
interrogatori, ma non mi hanno mai fatto del male fisico: sono stata una delle
poche fortunate che hanno lasciato andare, e così ho deciso di andare via: non
sopportavo più ciò che stava accadendo nel mio Perù.
Mi rivolsi ad Amnesty
International per capire in cosa mi potevano aiutare, ma i tempi si
allungavano e decisi di partire da sola verso un paese che non avesse molti
problemi, un paese dove si poteva trovare libertà di pensiero e di parola...avevo
deciso per
Ma il destino è sempre
diverso da ciò che a volte uno si propone di fare; per cui, quasi non so come,
mi trovai su di un aereo che partiva per l´Italia; ho pensato che potevo
restarci un mese , ma poi sarei andata in Francia.
Arrivata a Milano, non
conoscevo nessuno; a poco a poco trovai alcuni amici ed un lavoro:
qualche ora in una fabbrica di imballaggi, poi alcune ore di pulizia;
cominciava a piacermi l´Italia; andavo a scuola di italiano e con l´aiuto
di alcune amiche trovai un posto dove dormire; poi , con l´inverno un´amica mi
trovò un lavoro fisso presso una famiglia fuori Milano; lì la vita era un
po´ più dura; la famiglia non mi trattava male, ma io mi sentivo morire, le ore
non passavano mai; la sera leggevo tanto ed il sabato pomeriggio uscivo
di corsa perché era la mia giornata libera ed andavo con il treno fino a
Milano, per conoscere l´Italia: ero triste e pensavo di non farcela: fu un
brutto periodo.
Vivere da irregolare non
era facile. In quel periodo cominciarono ad arrivare i barconi carichi di
albanesi, e Milano cominciò ad essere una città più dura e pericolosa;
non avevo documenti e la famiglia dove lavoravo mi chiese di trovare il modo
per regolarizzare la mia posizione; io non ci riuscii e così dovetti
lasciare quel lavoro, ed adeguarmi alle circostanze per sopravvivere.
Dopo un mese trovai un
altro lavoro in un albergo a Milano, e lì rimasi per quattro anni; a fianco
dell´albergo c´era una cooperativa di servizi ed ogni tanto mi facevano fare le
notti per assistere gli anziani, oppure fare pulizie in casa.
Il lavoro in albergo mi
piaceva: lavoravo per 8 ore, ed ero riuscita ad imparare la lingua italiana; il
mio datore di lavoro mi aiutava come poteva, anche con l´apertura di un conto
bancario, cosa molto difficile per una irregolare.
In questo periodo ho
conosciuto un po´ di più l´Italia, la sua gente, il mangiare, le abitudini, la
burocrazia, il rispetto delle idee altrui, e a volte ho dovuto abbassare la
testa per non trovarmi in difficoltà.
Il processo di
integrazione non era facile, ma era iniziato.
Mi resi conto piano
piano che stavo facendo la vita di tutti gli immigrati; lavorare, fare
soldi, inviarli a casa; in pratica casa, lavoro, casa...ero quasi diventata una
macchina, e questo mi faceva sentire un po´ male.
Dovevo cambiare, fare
altro, o stavo morendo intellettualmente, non scrivevo più, non leggevo più,
arrivavo a casa troppo stanca; lavoravo dalle 6,30 del mattino fino alla
Io sentivo che dovevo
cambiare vita, così ero solo una macchina per fare soldi, ma mi spegnevo...
Un giorno mi dissero che
l´albergo doveva chiudere per ristrutturazione ed io sono stata trasferita in
un albergo più piccolo: questo albergo era più piccolo e brutto, non mi
piaceva. Era un posto dove "lavoravano" signorine nigeriane, slave ed anche
italiane, passavano persone stravaganti : matti, drogati, persone difficili.
La mia esperienza mi fa
capire dove sono, chi mi sta intorno, perché quelle donne fanno quel lavoro e
non possono uscire dal giro; ho visto passare anche vecchie signore
italiane, con i loro clienti di epoche lontane; a volte parlavo con queste
persone , mentre aspettavano il loro turno, parlavo di storie di guerra, del
fascismo, della vecchia Italia, della polenta, della cassoeula; penso di essere
stata testimone di una realtà diversa, e conobbi forse un´Italia emarginata .
Un giorno la responsabile
della cooperativa mi chiamò e mi disse che potevo cambiare lavoro: il comune di
Milano aveva dato in appalto tutti i servizi domiciliari per gli anziani e le
famiglie bisognose; così lasciai l´albergo, anche se alla fine quel posto era
ricco di storie...
Intanto era arrivata una
sanatoria, e la cooperativa mi assunse come loro collaboratrice.
Con il permesso di soggiorno
la mia vita cambiò molto; arrivò anche mio figlio,e lo accolsi con tanta gioia:
ero sola, ma questo bimbo era la mia speranza.
Vivere a Milano con un
bambino era difficile; grazie a Dio ho avuto la fortuna che questo bambino era
anche italiano ed aveva alcuni diritti , e cos´ all´età di sei mesi lo portai
all´asilo nido: era il primo ad arrivare e l´ultimo ad uscire, ma ce l´abbiamo
fatta...
Fu allora che decisi di
approfittate di alcune ore "buche" per iscrivermi all´Università, e così
la mia vita riprese ad avere un senso; in cooperativa mi chiedono di occuparmi
dei servizi domiciliari come impiegata.
Ho conosciuto in quel
periodo un amico italiano che mi parlò di alcuni progetti; volli saperne di più
e in meno di un anno aprimmo il primo giornale multietnico di Milano con il
nome di "Alien": questo piccolo giornale, che ancora esiste, diventa così una
creatura mia, ma poi per motivi politici ho dovuto lasciarlo.
Nella vita di un
immigrato c´è tutto: allegrie, tristezze, solitudini, realizzazioni, e
soprattutto cambiamenti.
E qui, per caso, ho
conosciuto un piemontese, che in poco tempo mi ha fatto lasciare Milano e mi ha
portata lontano dal chiasso della città, vicino alla campagna, e qui la mia
vita cambia ancora, mi trovo con gente nuova, con tante cose da fare.
Adesso i miei pensieri
non sono solo per me, ma per i miei figli ( sono nati un maschio ed una
femmina), per tutta la mia famiglia, per il loro futuro.
A loro parlo nella mia
lingua del Perù: sono tornata in Perù due volte in 17 anni, e sempre dopo 15
giorni volevo già ritornare in Italia perché sento qui la mia casa, non riesco
più ad abituarmi a quel modo di vivere: forse perché mi sento ora cittadina
italiana.
Pensieri al femminile.
Roberto Alonge* , nella
presentazione del libro "Rosa e Azzurro" dice :"Il Novecento è stato definito
il secolo delle donne e la loro -si è detto- è l´unica rivoluzione pacifica del
XX secolo. Le donne infatti sono uscite dalla segregazione secolare in cui
erano state tenute e sono oggi presenti in tutti gli ambiti della nostra
società- nelle attività produttive, nello studio, in politica- ponendo
nuove sfide e sollecitando la ricerca di un diverso equilibrio (vedi le
problematiche della conciliazione tra lavoro e famiglia) ".
Questa affermazione è
oggi estremamente attuale e soprattutto va interconnessa con altre
considerazioni derivate, ad esempio, da alcuni documenti del ministero della
Pubblica Istruzione (CM 205/90) sui "Nodi dell´interculturalità", che
sottolineano:
-nodo della costruzione
dell´identità entro la società globale;
-nodo della relazione tra
diversità secondo una logica costruttiva: verso una casa comune ancora da
costruire, da costruire assieme;
-nodo inter-relazione tra
universalismo e relativismo;
-nodo del riconoscimento;
-nodo della decostruzione-costruzione;
nodo della gestione e
della conflittualità nonviolenta tra differenze.
*Roberto
Alonge "Rosa e azzurro"
Edizioni Rosenberg e Sllier
Le storie delle persone
immigrate sono rivelatrici di uno stato d´animo particolare: la nostalgia
della lontananza, ma anche il desiderio di affermazione ed ,in alcuni casi, il
desiderio forte di restare qui, perché il momento è forse pronto per riportare
dignità e parità alla donna.
Le storie delle donne
sono una traccia preziosa per conoscere altre mentalità, altre culture, altre
speranze di realizzazione che vanno ben oltre il desiderio di un lavoro, come
affermano gli uomini; queste storie di donne evidenziano una forte
motivazione ad affermarsi, come del resto avviene anche per noi donne
occidentali, anche in quei settori che sono da sempre prerogativa maschile,
vedi il potere politico.
Ritengo molto importante
che la cultura, l´alfabetizzazione in genere, possano aumentare questa consapevolezza
di emergere, perché ogni persona sia in grado di far sentire il proprio
pensiero e sia soprattutto in grado di comunicare il proprio dissenso di fronte
a scelte che non condivide.
Alcune di queste donne
già hanno vissuto in modo diretto e violento le loro scelte di vita.
Cristina, Naima,
Veronica, sono alcune delle donne che hanno frequentato il corso di italiano
per stranieri dove insegno.
Veronica , Naima e
Cristina si sono inserite nel contesto in cui vivono, acquisendo anche una
notevole capacità di linguaggio che permette loro di far sentire ciò che
pensano, riuscendo anche ad essere un modello di riferimento per altri.
Esse hanno una capacità
culturale ottima già in partenza: hanno frequentato l´Università nei loro
paesi ed il possesso di questi strumenti ha loro permesso di acquisire
molto velocemente le differenze culturali, le informazioni cui accedono,
la capacità di andare a cercare altre informazioni, di volere il confronto sui
temi sociali, politici, religiosi.
Anche le donne italiane ,
benché da tempo abituate a discutere e a cercare occasioni per riuscire ,
abituate a "sgomitare" per arrivare ai posti che loro spettano e che non
potevano ottenere in passato solo perché donne, sanno bene quanto lungo sia il
percorso per arrivare alla parità delle opportunità.
Dice Tina Anselmi*:" La
nostra storia di italiani ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene
delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo su certi
terreni, precedentemente concimati. E concimati attraverso l´assunzione di
responsabilità di tutto un popolo. Ci potrebbe far riflettere sul fatto
che la democrazia non è solo libere elezioni- quanto libere? - , non è soltanto
progresso economico - quale progresso e per chi? E´ giustizia. E´ rispetto della
dignità umana, dei diritti delle donne. E´ tranquillità per i vecchi e speranza
per i figli. E´ pace".
Io penso che sia il
momento per porci alcune domande:
-Quante donne non sono
ancora consapevoli dei loro diritti?
-Solo le donne straniere?
O anche in Italia, e comunque anche nei paesi industrializzati c´è ancora una
parte della società che deve essere responsabilizzata su questi temi?
-Che cosa si può fare?
-Quali potrebbero essere
indicazioni concrete per aumentare l´autostima delle donne e far sì che siano
rispettati i loro diritti?
*Tina Anselmi "Storia di una passione
politica" Sperling e Kupfer Editori
Lo scorso anno ho seguito il corso Interfacoltà " Donne, Politica, Istituzioni"
a Palazzo Nuovo; la professoressa Claudia Piccardo ha affermato che
bisogna sempre più prestare attenzione alle parole che si dicono e si
sentono, cioè "leggere" con occhi nuovi ogni cosa che ci capita.
Se, come citato, "
il senso comune abita al piano superiore", è dunque ora di utilizzare un
pensiero divergente, è ora di sfatare alcuni modi di essere che hanno
perpetuato un certo stereotipo del femminile e provare a cambiare l´ottica di
osservazione.
L´ho già affermato:
l´istruzione, la cultura, la discussione, il confronto sono i primi strumenti
che permettono una consapevolezza maggiore dei propri diritti. Le donne, nei
paesi industrializzati , stanno superando per scolarizzazione l´universo
maschile; devono ancora fare il passo successivo ed acquisire le stesse
opportunità lavorative e sociali ; ma il processo va avanti, anche perché, se
una madre è più consapevole, i figli avranno un vantaggio a partire dal
linguaggio , dalla trasmissione culturale dei valori basilari .
Mi ricordo, a questo
proposito, di una ricerca condotta in campo psicolinguistico negli anni
`70/´80: i bambini della scuola dell´infanzia e della scuola elementare non
presentavano una grande
differenza nei modi di
apprendere fin verso i 6 anni; successivamente iniziava una diversificazione
legata al grado di istruzione delle madri: là dove una mamma era diplomata o
laureata i bambini avevano più strumenti linguistici e comunicativi che
permettevano loro di capire meglio i libri di testo, le spiegazioni degli insegnanti,
le relazioni tra pari.
Ecco, le donne devono
trovare queste modalità di affermazione, si è visto anche dalle brevi storie
che ho raccontato: là dove le donne straniere hanno strumenti culturali il
percorso di integrazione diventa più chiaro e più incisivo nella società
in cui si trovano; naturalmente ciò vale anche per le donne occidentali.
Al convegno delle
Settimane sociali di Bologna del 2004, Mario Marazziti, della Comunità di
Sant´Egidio, disse che non è molto intelligente chiamare e trattare da
clandestini più di un milione e mezzo di stranieri che oggi sono
naturalmente regolari e che hanno diritto, già in buona parte, ad essere
immigrati stabili e nuovi cittadini.
Infatti, altro elemento
necessario ed impellente, è sicuramente quello di revisione normativa per
consentire diritti a chi lavora, produce, vive nella nostra comunità.
Si parla dunque di
possibilità di voto per chi è regolare, e che quindi può esprimersi per il
governo delle città, dei quartieri, degli Enti Locali; per poter tenere insieme
la complessità del quotidiano è importante che tutte le risorse si attivino.
Diceva ancora Marazziti
che "occorre resistere ai luoghi comuni che sembrano verità solo perché non ci
sono altri luoghi in cui far risuonare un pensiero diverso con forza simile,
costruendo alternative".
Ogni diversità è una
risorsa, ogni pensiero è un tassello significativo per la costruzione più
equilibrata del domani, a partire dalla presenza femminile alla pari nei
posti decisionali, a tutti i livelli, della società.
Ricordo ancora un
concetto di Danilo Dolci, che parlava di comunicazione come strumento per
"rendere il mondo comune", cioè favorire la convivenza ed il dialogo, mentre
oggi quasi stiamo assistendo al tradimento della comunicazione e del suo autentico
significato.
Ma le donne , credo,
andranno avanti.
Mi sembra significativa,
e conclusiva di questa breve trattazione, la poesia che Naima Elmarrhoub
ha presentato al concorso Lingua madre 2006 : Non mi arrendo.
Non mi
arrendo.
Quante trappole mi avete
teso
Quanti lupi mi hanno
seguito
Non mi arrendo
Smettetela di farmi male
La pazienza è sangue
nelle mie vene
Il mio cuore è una roccia
su cui è scritto
Non mi arrendo
Non obbedisco, non mi
inchino
Domani sorgerà il sole
Sapete perché
Perché non mi arrendo.
Vorrei che questo
diventasse l´obiettivo di tutte noi: non ci arrendiamo: soprattutto crediamo
nell´amicizia e nella solidarietà e non è certamente retorica dire che
possiamo partire da queste storie, unendo storie di donne italiane, ma avere
tutte insieme la convinzione che "si può".
Maria Carla Micono
con la collaborazione di:
Chiappero Carolina
Feira Luisa
Fornero Luigina
Macario Tiziana
Valdambrini Marica
Vietti Letizia
Bibliografia:
Tina
Anselmi
Storia di una passione
politica
Sperling & Kupfer Editori
Lingua
Madre
Duemilasei
Edizioni SEB
IRRE
Piemonte
Rosa e Azzurro
Rosenberg
& Sellier
Mario
Marazziti
Atti Settimane sociali
2004
Bologna