Proprio in
queste ore di sofferenze e dolore e’ opportuno interrogarsi sulla
preghiera. E’ questo solo un mio piccolo contributo per riflettere ma
anche per pregare insieme in favore della popolazione abruzzese tutta. Ci
scusiamo per il ritardo ma Facebook ha bloccato oggi e per diverse ore questo
gruppo senza dare alcuna spiegazione o preavviso.
Ricordati - in ogni caso - che la nostra esistenza dipende anche dalla tua
vigilanza affinché la libera espressione di Fede possa essere garantita. Non
abbiamo padrini o padroni. Anzi siamo certi che il principio protestante -
diceva il teologo Paul Tillich - è sempre contro qualunque pretesa di
assolutezza che si levi a favore di una realtà relativa, anche se questa
pretesa viene da una chiesa o da una cultura che si definisce
protestante”.
Utilizziamo per la preghiera comune la versione c.d. cattolica del padre nostro
e ringraziamo l’ Associazione Buddhista Culturale Kalideva Milano per i
sinceri auguri di Buona Pasqua a tutti noi. Possa l’Eterno compensare la
loro attività, ricolmandovi di tutte le benedizioni necessarie e stringerci in
amicizia fraterna.
Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi
il nostro pane quotidiano,
rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo
ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Amen
La preghiera del Regno
Ci domandiamo spesso quale sia il fine della preghiera e se possiamo pregare
per noi personalmente ma anche per le cose. Nella preghiera che ci è stata
trasmessa da Gesù che è la preghiera per il Regno per eccellenza includiamo
tutto e tutti. Se cercheremo la giustizia del Regno che significa anche
misericordia il resto ci viene dato semplicemente in più.
C’è nel Padre nostro una semplicità e una brevità stupefacente che
racchiude un’infinita ricchezza e una profondità abissale. Era una preghiera
di fatto già in uso nella spiritualità ebraica sia pur con forme diverse, più
stringate ma ben radicate. Cipriano, teologo del III secolo, la definiva il
riassunto della fede cristiana ma ignorava quanto ora qui ricordato.
All’epoca la fase antigiudaica del cristianesimo era un elemento
distintivo. I nostri peccati di cristiani contro l’ebraismo sono stati
del resto sempre presenti e non solo nel secolo scorso. Peccati spesso anche di
falsità o di omissioni nel dire la verità.
Nell’invocazione della preghiera del padre nostro ci si rivolge veramente
a Dio, Padre (o meglio papà, traducendo il termine aramaico di riferimento) e
Signore. Il suo Nome – ossia il suo Essere - deve essere santificato. Si
prega quindi per il suo Regno e non meramente per cose puramente personali. Per
questo si dice del continuo, non “mio” o “me” ma
“nostro” e “noi”. Il nostro bisogno individuale è
incluso nella richiesta del Regno di Dio e proprio per questo riceve il suo
pieno diritto. Quindi prima viene la causa di Dio e non ad esempio quello delle
religioni. E’ infatti il suo Regno che deve avvenire prima del giudizio
finale e della risurrezione dei morti. Non è – come generalmente si pensa
- la terra a dover essere attirata su in cielo ma il cielo sulla terra.
In questo il Regno di Dio dice una cosa molto diversa dal cristianesimo
tradizionale (cattolico, luterano o riformato conservatore) in cui si separa un
settore interno e uno esterno, riservando il primo a Dio e il secondo al
“principe di questo mondo”. Chi domandava a Gesù quando ci sarà il
regno, lui rispondeva quando l’interno sarà come l’esterno e il
visibile come l’invisibile. In Luca 17,20 e seguenti è scritto il Regno
di Dio è in mezzo a voi e non dentro di voi! E la famosa frase detta a Pilato,
espressione della realtà imperiale, “il mio Regno non è di questo
mondo” non vuol affatto dire che il Regno sia nell’al di là ma che
è il Regno del mondo “che viene” e che “verrà”, diverso
da questo mondo.
Sembrano frasi apparentemente insignificanti ma proprio queste impediscono la
fuga da questo mondo e la necessità dell’impegno nella realtà civile,
politica e sociale. Il messaggio realmente cristiano non è spiritualistico ma
possiamo dire materialistico, di un materialismo sacro, che attraverso
Certo sconfiggere le nostre paure umane non è semplice e non lo sarà nemmeno
per le prossime generazioni. Basti pensare alla paura del bisogno, del vuoto,
della morte, del destino... ma non è certo la sete di possesso che può o potrà
colmare la nostra angoscia di sprofondare nel vuoto della distruzione fisica
personale, di una catastrofe, di una guerra, della povertà, di una malattia.
La protesta credente davanti alla morte si radica in modo altrettanto chiaro
nei Vangeli. A chi immaginasse una qualunque complicità di Dio con
l’opera della morte i quattro testi dei redattori dei Vangeli (che non
sono quattro ma si tratta di opere a più voci e a più mani) offrono una
flagrante smentita. Gesù non scende mai a patti con la morte, non vi si
arrende, la affronta. Dalla rianimazione della figlia di Iairo, del figlio
della vedova di Nain, coi suoi pianti e la sua lotta di fronte alla morte di
Lazzaro si mostra sempre da che parte sta: non già nella disgrazia o nella
distretta ma nella lotta. Dio non è sovrano della morte bensì il maestro dei
viventi. Figuriamo se il suo Regno possa essere confinato dopo la morte!
La menzogna di molti cristiani ( non di tutti) continua anche in questo secolo
che viviamo.
Ragaz ci ha insegnato che vivere il cristianesimo all’aria aperta
significa liberarci da questi schemi o modi di pensare che rinunciano
all’evangelo sociale e che si può e forse si deve non avere vincoli
stretti con lo Stato, le Chiese e la società.
I teologi che sono venuti dal dopoguerra in avanti ci hanno fatto capire che la
creazione continua ed è affidata anche nelle nostre mani. Lo Spirito non ha mai
smesso di soffiare e si avvale anche delle nostre piccole mani. Sta a noi
mettere queste mani a disposizione e costruire - sotto l’amore di Dio -
le pietre vive della nuova città. Il Regno è quindi vicino anche a te. Anche se
non sei credente.
Il Dio vivente ci accompagni a ricostruire le rovine delle nostre città. I
cuori sconsolati. Il dolore incolmabile.
E lo sentiamo ancora gridare : esci Lazzaro da quelle pietre!
Maurizio Benazzi