La
recente notizia che il Prefetto di Milano ha consentito il raduno della destra
europea nazifascista ci ha sconvolto... è l'aver firmato l'appello dell'ANPI
non ci fa sentire affatto con la coscienza a posto. Ho deciso anche questa
volta di rivolgermi ai figli di Ferdinando Visco Gilardi.
Scroprirete piano piano di chi si tratta: leggendo i nostri articoli in queste
sere qui o direttamente sul sito.
Un abbraccio fraterno e prolungato a Leonardo Visco, autore di questo testo.
Legnano, Nuovo Comitato Nazionale di Liberazione della Cultura.
Maurizio Benazzi
"Oltre quel muro -
La storia poco conosciuta delle donne e degli uomini che si opposero alle SS e
che diedero vita a un Comitato Clandestino di assistenza ai deportati in una
mostra con decine di documenti inediti.
Con Fossoli, Borgo San Dalmazzo e Trieste, che furono parte integrante del
sistema concentrazionario nazista, il Durchgangslager di via Resia a Bolzano,
uno dei quattro in Italia, era un campo di transito verso l’inferno germanico
e l’anticamera dei campi di sterminio di Mauthausen, Dachau, Flossenbürg,
Ravensbrück e Auschwitz.
Erede del campo di Fossoli, chiuso a giugno del 1944 di fronte
all’avanzata degli Alleati, il Campo di concentramento di Bolzano vide
passare tra il 1944 e il 1945 circa 9500 persone provenienti da 31 Paesi del
mondo, che venivano rivestite con una tuta blu e una croce rossa sulla schiena
e contraddistinte da un triangolo di colore diverso per ogni gruppo di
internati: partigiani antifascisti, ebrei, zingari, rastrellati, renitenti alla
leva, ostaggi, molti sudtirolesi, soldati alleati catturati, delinquenti comuni
e anche qualche criminale fascista o nazista. Molte donne, resistenti, mogli,
sorelle, figlie di perseguitati antifascisti. Infine diversi bambini,
provenienti da famiglie prese in ostaggio, ebree, zingare e slave già deportate
per motivi razziali.
Partirono per il Reich in 3500; 2050 non sono più tornati.
La mostra documentaria, realizzata da Dario Venegoni e Leonardo Visco Gilardi
(figli di deportati nel lager nazista di Bolzano) per conto della Fondazione
Memoria della Deportazione, in 26 pannelli presenta decine e decine di
documenti inediti, a testimonianza di un'incessante attività clandestina che
coinvolse centinaia di persone dentro e fuori il Lager di via Resia, in aperta
sfida alle SS. Si tratta di fotografie, lettere e documenti reperiti in diversi
archivi italiani e tra le carte personali dei familiari di molti ex deportati
nel Lager.
Dopo l’8 settembre 1943, la fuga del re a Brindisi, la disfatta
dell’Esercito italiano, l’occupazione germanica dell’Italia,
Bolzano divenne il capoluogo della Zona di Operazioni delle Prealpi
(Alpenvorland), di fatto annessa al III Reich, governata dal Gauleiter Franz
Hofer, che comprendeva anche le province di Trento e Belluno. Il nazismo, fin
dal 1933, aveva recluso gli oppositori in campi di concentramento, che poi
divennero un sistema scientificamente organizzato di migliaia di luoghi di
detenzione, di sfruttamento di lavoratori coatti (resistenti, rastrellati,
omosessuali, Testimoni di Geova) e di campi di sterminio di massa (ebrei,
zingari). Le deportazioni dal Nord Italia ai lager del III Reich, attraverso
Bolzano, erano rigorosamente e centralmente pianificate.
La giornata tipo in via Resia aveva inizio con la sveglia alle cinque del
mattino, nel gelo dei "blocchi" degli ex capannoni del genio militare
italiano, e con l’”appello” che prevedeva anche l'ossessivo
cerimoniale del "Mützen ab, Mützen auf" (“Cappelli giù,
cappelli su”). Agli ordini del sadico maresciallo Haage, consisteva nel
doversi togliere e mettere il berretto, per ore intere, in sincronia perfetta
con il resto del gruppo: gli “errori” diventavano uno degli
infiniti momenti di violenza e di umiliazione per i reclusi.
A Bolzano la struttura repressiva nazista aveva due sedi principali: il lager
di via Resia, dipendente dal Comando delle SS di Verona, e il Corpo
d’Armata, luogo di sevizie e torture, occupato dalla Polizia Segreta,
Il Campo era diretto dal tenente Tito e dal maresciallo Haage. Alle loro
dipendenze una guarnigione di tedeschi, sudtirolesi ed ucraini. Pessime le
condizioni di vita, massacranti i tempi di lavoro, numerosi i casi di tortura
ed assassinio. Fame, percosse e umiliazioni erano la realtà quotidiana.
Tra i guardiani e i secondini vanno anche ricordati per crudeltà Michael
“Misha” Seifert, Otto Sain, Albino Cologna, Hildegard Lächert.
Costei, 22 anni, detta la “Tigre”, è un tipico esemplare della
ferocia gratuita, scientificamente studiata, con cui i nazisti cercavano di
“annientare” la personalità dei prigionieri inermi con torture,
frustate e percosse. Arrivò a Bolzano dopo un lungo apprendistato nei peggiori
campi di sterminio nazisti: Ravensbrück, Majdanek, Plaszow, Auschwitz. Terminò
la carriera a Mauthausen.
Il capo della Gestapo era il maggiore August Schiffer, già coinvolto in
incarichi repressivi a Kiev e a Trieste, che dirigeva le indagini e gli
interrogatori con violenza e torture, ricorrendo spesso al “terzo
grado”: “Pronto ad offrire una sigaretta, a fare un complimento, a
pestare di botte, a ordinare una tortura”. “Mein lieber Mann
…” era il suo approccio, falsamente cordiale ma minaccioso. Nel
1947, Schiffer fu processato da un tribunale alleato e impiccato.
Il Comitato clandestino di assistenza ai deportati di Bolzano,
nell’ambito del CLNAI, Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta
Italia, si organizzò in una rete di uomini e donne, che operarono - con rischio
personale, pagando anche con la vita - inviando ai deportati migliaia di pacchi
con viveri, vestiario, medicinali, sigarette, denaro; distribuendo fra la
popolazione la propaganda clandestina antifascista; progettando e portando a
termine almeno 83 evasioni; garantendo ospitalità, cure ed aiuto agli evasi e
alle staffette che arrivavano da Milano; ma soprattutto realizzando un
eccezionale servizio postale segreto che consentì scambi di notizie e di
informazioni fra i prigionieri, i loro familiari e
Il CLN di Bolzano iniziò ad operare in modo organizzato all’inizio del
1944, sotto la guida di Manlio Longon, dirigente aziendale e Martire della
Resistenza: fu strangolato, dopo atroci torture nei sotterranei del Corpo
d’Armata per ordine del maggiore Schiffer. Lasciò la moglie e quattro
figlie.
Il compito del CLN era quello di arruolare uomini da avviare alle formazioni
partigiane del Trentino e del bellunese, rifornirsi di armi ed esplosivi,
costituire nelle fabbriche cellule per la difesa degli impianti produttivi,
creare la rete delle staffette che garantivano collegamenti e informazioni,
fare propaganda antinazista, creare basi operative sicure e rifugi per gli
operatori radio delle tre missioni alleate che operarono nel Trentino Alto
Adige e dovevano trasmettere informazioni di ogni tipo ai comandi alleati.
Il lavoro del CLN di Bolzano fu un esempio di Resistenza “senza
armi”, adeguata alle difficili condizioni di quel territorio, in quanto
l’organizzazione operava nel cuore di una regione sotto amministrazione
nazista, con una popolazione a maggioranza di lingua tedesca.
Ma va ricordata anche una Resistenza sudtirolese: Michael Gamper, canonico,
Hans Egarter, leader dell'Andreas Hofer Bund, Franz Thaler, deportato a Dachau,
Josef Mayr-Nusser, presidente dell'Azione cattolica, "Ludi"
Ratschiller, partigiano, disertore della Lutwaffe, Erich Ammon, fra i fondatori
della Svp, centinaia di famiglie deportate nel campo in ostaggio a causa dei
loro congiunti renitenti alla leva. Loro, sudtirolesi e anti-italiani perché violentemente
oppressi per oltre vent’anni dal fascismo, avevano scelto di opporsi al
nazifascismo.
L’organizzazione della rete clandestina fu affidata dal CLNAI a
Ferdinando Visco Gilardi.

“Giacomo”
riuscì – assieme a Enrico Pedrotti, Rinaldo Dal fabbro, don Daniele Longhi,
Giuseppe Bombasaro, Tullio Degasperi e altri - a costruire una struttura
capillare e diffusa - sorretta dalla solidarietà di decine e decine di donne,
uomini, ragazzi di Bolzano, dagli operai della Zona Industriale, da intere
famiglie del rione popolare delle Semirurali – che operò fino alla
Liberazione, anche dopo l’arresto del 19 dicembre di tutti i membri del
CLN, senza che le SS ne sospettassero l’esistenza.
Le donne del Comitato - “Anita” che prese il posto di Gilardi alla
guida del lavoro quotidiano, “Marcella” moglie di
“Giacomo”, Fiorenza, Elena, Luciana, Rosa, Teresina, Nives,
Tarquinia, e tante altre - ricostruirono i contatti fra le persone,
ristabilirono le relazioni con il CLNAI di Milano e continuarono senza deflettere
il lavoro di assistenza, di propaganda e di informazione.
Il Comitato esterno era collegato con il Comitato unitario interno al Lager -
guidato da Ada Buffulini e composta da Laura Conti, Armando Sacchetta, Nella
Lilli e tanti altri - che provvedeva a spedire e ricevere informazioni,
lettere, a distribuire gli aiuti, ma soprattutto a comunicare gli elenchi di
deportati. Un lavoro preziosissimo per le famiglie che spesso ignoravano il
destino dei congiunti e per contrastare uno degli obiettivi del nazismo: la
scomparsa totale degli oppositori. I deportati diventavano un numero, perdendo
identità e possibilità di essere ricordati.
La rete poteva contare su basi logistiche come le fabbriche della Zona
Industriale (Falck, Magnesio, FRO, Lancia, ecc.) in cui le
“cellule” operaie ricevevano e smistavano gli aiuti che arrivavano
da Milano nascosti fra i macchinari e le materie prime per la produzione. Ma
anche sulla solidarietà del quartiere operaio delle Semirurali, in cui
risiedevano la maggior parte dei “cospiratori” che inviavano gli
aiuti all’interno del Lager; e sul reparto del prof. Chiatellino
all’Ospedale di Bolzano, in cui i medici Bailoni, Rizzi, Settimi, Zanoni,
suore e infermieri, garantirono cure e salvezza ad alcuni fuggiaschi,
gravemente feriti.
Va ricordato anche il prezioso lavoro di collegamento fra il CLNAI di Milano,
in seno al quale Lelio Basso era il coordinatore ed il referente per
l’assistenza e la propaganda, e il CLN di Bolzano garantito da alcuni
“agenti” di collegamento (Enrico Serra “Nigra”,
Virginia Scalarini, Gemma Bartellini).
In quel campo che era una porta aperta verso lo sterminio dei lager nazisti,
Una rete segreta che ha pagato duramente con la morte dei
“capi-cellula” nelle fabbriche: Erminio Ferrari, Girolamo
Meneghini, Adolfo Berretta, Walter Masetti, Romeo Trevisan, Decio Fratini,
membri del CLN, arrestati, torturati, deportati e uccisi in Germania.
Il Lager di Bolzano, progettato inizialmente per 1.500 prigionieri su di
un'area di due ettari, con un blocco femminile e 10 baracche per gli uomini, fu
successivamente ampliato e raggiunse una capienza massima di circa 4.000
prigionieri. Da via Resia dipendevano i Lager satellite di Bressanone, Merano,
Sarentino, Campo Tures, Certosa di Val Senales, Colle Isarco, Moso in val
Passiria e Vipiteno. Il Lager era anche un’impresa di profitto per le SS
che sfruttavano i deportati, vendendoli come forza-lavoro.
Fra le molte tragiche vicende vissute nel Lager di Bolzano bisogna ricordare
l’eccidio delle Caserme Mignone: il 12 settembre 1944, prelevati alle 4
del mattino, 23 giovani italiani furono condotti nelle stalle delle caserme e
assassinati a colpi di pistola. Erano militari dell’Esercito Italiano
che, paracadutati in Alta Italia per missioni informative, erano stati
arrestati dalla Gestapo. Nel Campo di via Resia morirono decine di persone: i
morti documentati sono circa 60, ma si tratta di un numero certamente
approssimato per difetto.
Tra il 29 aprile e il 1° maggio 1945 la liberazione del Campo: gli internati, a
scaglioni, vennero rilasciati con un regolare permesso firmato dal tenente
Tito, nel tempo in cui le SS si davano alla fuga, non prima di avere distrutto
praticamente tutti i documenti del campo, cancellando così la gran parte delle
prove dei loro misfatti.
In via Resia sopravvive solo il muro di cinta, oggi monumento storico, unica
testimonianza rimasta di quel lager dal quale sono passati tra i tanti Piero
Caleffi, Odoardo Focherini, Ludovico Belgioioso, Gian Luigi Banfi, Giuseppe
Pagano Pogatschnig, Teresio Olivelli, Luigi Azzali, Raffaello Giolli, Roberto
Lepetit, Emilio Sacerdote, Laura Conti, Mike Bongiorno, Maria Arata, Egidio
Meneghetti ...
Una idea d'insieme del Lager la si può trarre solo da poche foto del dopoguerra
e da alcuni disegni tracciati sulla base delle testimonianze dei superstiti.
Sull'area del campo sorgono oggi 12 palazzine di edilizia residenziale.
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