Apriamo
il dibattito sul denaro: la responsabilità non è un segno dei tempi moderni?
C’è
chi preferisce tuffarsi nella Storia e guardare a esempi come Valdo (per il
mondo riformato) o ai sette
laici fiorentini che nel 1233 abbandonano famiglia, attività e professione per
ritirarsi a vita comune (i servi di Maria, nel mondo cattolico), altri
comprendono che il denaro ha un valore(!) fino a quando non aiuta all’esistenza
dignitosa di ogni persona umana e altri ancora ne fanno una sorta d’idolatria
che prevarica qualsiasi altra considerazione, in primis la responsabilità
individuale.
Non è
conveniente e “costa” troppo.
Le
chiese che si avvalgono oggi dell’otto per mille in Italia non danno una
bella immagine di se stesse ed è espressivo che un intervento di un professore
di teologia neotestamentaria non colga che il cristianesimo (ma anche lo stesso
ebraismo) non si può limitare all’atteggiamento o alle scelte delle
chiese o delle sinagoghe. Fortunatamente esistono anche i cristiani e gli ebrei
fuori dai templi che reinventano la propria testimonianza.
Ci
piacerebbe proprio ascoltare voci diverse su questo tema. In libertà.
Ecumenici
non ha alcun finanziamento ecclesiastico eppure esiste. Non è iscritta in
nessun registro di chiesa eppure opta sia per il confronto che per la libera
predicazione…. Oggi, dopo circa dieci anni di attività, ha un numero d’iscritti
superiore alla Chiesa evangelica luterana in Italia. C’è probabilmente qualcosa
che non funziona all’interno delle chiese oppure no?
Vi
leggiamo in bacheca su Facebook, almeno per chi desidera partecipare al
dibattito.

I precetti biblici sul denaro sono
ormai sorpassati? O sono invece di estrema attualità? E che cosa pensare
dell’invettiva di Gesù circa l’impossibilità di servire Dio e
Mammona (il denaro)? E ricordate le uscite del Riformatore Martin Lutero sul
denaro “sterco del demonio”? Intervista a Daniel Marguerat,
professore emerito di Nuovo Testamento alla facoltà di teologia
dell’Università di Losanna.
Quali sono le posizioni ebraica e cristiana riguardo al
denaro?
Il cristianesimo ha una relazione
equivoca con i soldi. Da un lato nel Nuovo Testamento si legge “Guai a voi,
ricchi”, “Beati siano i poveri”, ma dall’altro lato la
chiesa ha sempre vissuto della generosità dei ricchi e l’ha incoraggiata.
L’Antico Testamento, dal canto suo, valorizza moltissimo il denaro,
considerato come un segno della benedizione di Dio che permette all’uomo
di partecipare alla creazione. Il denaro non ha dunque nulla di vergognoso!
Israele è tuttavia anche sempre stato cosciente del fatto che i soldi generano
ingiustizie. Ed è per questo che il suo possesso va di pari passo con la responsabilità:
chi ha soldi deve ridistribuirli, affinché la vita dei poveri non diventi
miserabile. L’arricchimento non è mai uno scopo in sé: più si possiede,
più ci si deve preoccupare dei poveri.
Non assistiamo tuttavia oggi a un’enorme deriva del
valore imputato al denaro?
Sì, certo. Ecco perché la chiesa ha
il dovere di trasmettere questo principio della responsabilità e del dono.
Dimenticando questo legame tra ricchezza e responsabilità, il capitalismo è
diventato amorale. I soldi sono oggi un segno di successo, senza
responsabilità. Senza coscienza. Ma quando l’arricchimento diventa un
obiettivo in sé, assistiamo a una distorsione del rapporto con il denaro.
Gesù si è accontentato di riproporre i precetti
dell’Antico Testamento o è andato ancora più lontano nella critica del
rapporto tra l’uomo e il denaro?
L’originalità introdotta da
Gesù è l’idea che il denaro può in ogni momento diventare un idolo, un
dio cui si sacrifica la propria esistenza. Il denaro può diventare Mammona. Il
rapporto con i soldi non si limita quindi più a una questione morale, diventa
una questione spirituale. L’utilizzo che io faccio del denaro indica
quali sono i miei valori. Quando Gesù dice “Non potete servire
contemporaneamente Dio e Mammona”, sottolinea che non posso dedicare la
mia vita al denaro ed essere allo stesso tempo fedele a Dio.
Perché è impossibile?
Perché i soldi non sono degni di
fiducia. L’evangelo definisce il potere dei soldi
“ingannatore”, letteralmente “Mammona
l’ingiustizia”. Questo per due ragioni: da un lato poiché i soldi
circolano in un sistema economico che genera ingiustizie. Dall’altro lato
il denaro è ingannatore poiché non offre ciò che promette. È un dio le cui
promesse sono illusorie, poiché non trasforma le nostre debolezze in potere, né
la nostra fragilità in eternità. Il giornale Le Monde recentemente titolava:
“Bisogna detronizzare il dio denaro”. Sì, perché i soldi non sono
degni di fiducia. Jacques Ellul diceva: “Bisogna profanare il denaro,
ovvero abbandonare l’illusione che sia affidabile, abbandonare l’illusione
che la mia sicurezza possa fondarsi sul profitto, che i soldi garantiranno il
mio futuro. Profanare, detronizzare il denaro, significa riassegnarli il ruolo
di semplice strumento, mezzo, e smettere di considerarlo un valore rifugio nel
quale investire il proprio bisogno di sicurezza”.
L’attuale crisi contribuisce
alla desacralizzazione del denaro: il re è nudo. Il denaro è nudo. La crisi è
la dimostrazione della vecchia espressione evangelica di “Mammona
ingannatore”.
Eppure sono in molti a correre dietro al denaro. Che cosa si
nasconde dietro questa ricerca?
Credo che si tratti della
cupidigia. La crisi è il figlio perverso della cupidigia. Ciò che nutre
l’avidità, è l’idea che i soldi possano essere un rifugio contro
l’angoscia, contro la paura di morire, contro la nostra fragilità. La
ricerca frenetica dei soldi però è vana; significa cercare nel denaro una
sicurezza che quest’ultimo non può offrire. Per denunciare questa
attitudine non serve tuttavia a niente fare discorsi moralisti contro
l’avidità. È meglio riconoscere che siamo degli esseri pieni di paure che
hanno bisogno di sicurezze. Il Gesù dei Vangeli ricorda che bisogna bussare
alla porta giusta, e che non sono i soldi che ci proteggeranno
dall’angoscia del futuro.
Bisogna dunque vergognarsi di essere ricchi?
No. Quando Gesù si autoinvita a
casa di Zaccheo, non lo colpevolizza per la sua ricchezza. Dopo il loro
incontro, però, Zaccheo sceglie di modificare l’uso che fa del proprio
denaro: fino ad allora i soldi avevano innalzato un muro di invidia e odio fra
lui e gli altri. Riparando ai suoi torti e ridistribuendo parte dei suoi beni
ai poveri, Zaccheo inverte la funzione del denaro, che diventa vettore di
generosità, di condivisione, che crea delle relazioni trasmettendo una reale
compassione. Consacrare una parte delle proprie ricchezze e alleviare la
miseria non è pietà: significa riconoscere il diritto dei poveri a beneficiare
di un minimo della Creazione. Il messaggio di Gesù è un appello a riconoscere
questo diritto. Rinnova le richieste dei profeti d’Israele a riparare
l’ingiustizia di cui sono vittima i poveri.
Questa forma di solidarietà è
d’altronde indispensabile per evitare che la società esploda, poiché
l’ingiustizia sociale è generatrice di violenza. Si tratta di un
messaggio di grande attualità!
Per quanto riguarda i cristiani e
le chiese, è un appello a lottare contro la disumanizzazione di coloro che
vengono distrutti dalla povertà. Ancora una volta, il torto dei ricchi non è
quello di guadagnare troppo, ma di arraffare tutto senza ridistribuire nulla.
Accettano il dono, ma rifiutano la responsabilità che ne consegue
(intervista di Corinne Baumann; Vie Protestante, febbraio 2009; trad. it.
Amanda Pfändler).