Iran:
maledetta teocrazia
Uno dei
nodi profondi del conflitto è di natura religiosa, finché non si scinderà il
rapporto tra religione e potere politico regnerà una sorta di fascismo
clericale
Giuseppe
Platone (pastore in ingresso nella comunità valdese di Milano)
In Italia i
giornali non ne hanno parlato, fatto salvo «Il Giornale» del 18 giugno.
Decisamente l’evento avrebbe meritato un’attenzione particolare da
parte dei media. Si tratta dell’imponente manifestazione della resistenza
iraniana in Europa svoltasi a Parigi il 20 giugno. 90. 000 persone hanno
partecipato al grande raduno a Villepinte, sobborgo della grande banlieue
parigina. La data rinvia a quella del 1981 quando un bagno di sangue voluto
dall’allora Ayatollah Khomeini gettò nella disperazione il mondo
dell’opposizione al regime. Da allora a oggi sono stati fucilati 150. 000
prigionieri politici. Così il 20 giugno è diventato un anniversario annuale del
Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnr) che mai come oggi
rappresenta una speranza concreta per il futuro dell’Iran. Arrivano ormai
alla cifra di cinque milioni gli iraniani all’estero, la maggioranza di
loro sono profughi per ragioni politiche. Un flusso che ormai dura da anni.
C’è un detto significativo che circola a Teheran: «Se oggi in Iran
aprissero per sole 24 ore le frontiere non resterebbe più nessuno».
All’incontro di Parigi cui ha partecipato anche un nostro giovane
collaboratore Davide Meinero (il suo reportage compare sul sito della
Fondazione Camis de Fonseca, www.fondazionecdf.it
) che ha potuto ascoltare il coraggioso discorso di Maryam Rajavi, presidente
del Cnr.
Secondo
Rajavi l’unica via auspicabile per il futuro dell’Iran è la «terza
via» ovvero «il cambiamento democratico e la restaurazione della sovranità
popolare da parte della popolazione iraniana e della resistenza».
Abbiamo
incontrato in redazione Yoosef Lesani, da venticinque anni in Italia,
farmacista, esponente di spicco della resistenza contro il regime iraniano.
L’Associazione «Iran libero e democratico» di cui è membro attivo è,
significativamente, presieduta da Tullio Monti che è anche coordinatore della
Consulta torinese per la laicità delle istituzioni. Lesani riceve informazioni
dirette dall’Iran, come molti altri resistenti, attraverso la rete
Internet (quando la censura lo permette) o il telefonino. La sua biografia è
drammatica, simile del resto a quella di migliaia di altri profughi da un
regime totalitario che ha fatto della teocrazia il punto di forza del regime.
Con Lesani discutiamo in primis dell’aspetto religioso della situazione
iraniana, uno dei principali motivi del conflitto. «Sono profondamente convinto
– dice Lesani – che l’Islam in quanto religione veicoli un
messaggio di pace, di uguaglianza, di misericordia. Naturalmente, come in molte
altre religioni al mondo ci sono aspetti letteralisti, fondamentalisti,
fanatici. Ayatollah significa in sostanza inviato direttamente da Dio. Quindi
quello che dice ex cathedra l’Ayatollah di turno è una verità indiscussa
perché discende dall’Assoluto, da Dio stesso. Il potere che esprime
l’Ayatollah e la sua corte, come i mullah, deriverebbe direttamente da
Dio. E Dio non può essere messo in discussione. Khomeini diceva: «O con me o al
cimitero», affermazione che la dice lunga sullo spirito totalizzante della
religione professata. In questo modo non c’è più spazio per chi la pensa
diversamente. Siamo di fronte a una vera e propria clericalizzazione del potere
politico ed economico che fa dei guardiani della religione una cittadella
inespugnabile. Ma se Mousavi, rifacendo per ipotesi le elezioni, vincesse,
sarebbe un’alternativa?
«No,
sarebbe solo – replica Lesani – una variazione dello stesso tema.
Il vero nodo da sciogliere – insiste Lesani – è la separazione tra
Stato e religione. Questa è la sfida più difficile da vincere perché implica
una rivoluzione culturale». Ma la gente che manifesta per le strade, composta
in maggioranza da giovani (l’Iran ha settanta milioni di abitanti di cui
il 70% al disotto dei trent’anni, ndr) in sostanza vuole nuove elezioni?
«In questi anni atroci gli iraniani hanno disperatamente cercato
un’occasione per scendere in piazza tutti insieme. Non è mai stato
possibile per la ferocia del regime. Non dimentichiamo che da gennaio a oggi ci
sono già state 190 impiccagioni in piazza. Esistono nel Paese 55 centri di
repressione specializzati per ogni settore della vita sociale, è un campo di
concentramento a cielo aperto. I brogli elettorali hanno rappresentato
quest’occasione tanto attesa. I brogli sono stati solo la scusa per
manifestare la propria infelicità profonda nei confronti di un regime che
uccide, tortura, discrimina in nome di Dio. Il primo giorno si gridava contro i
brogli, ora che i manifestanti hanno superato il milione, gridano: “No
alla dittatura! Viva la libertà! ”. La gente e soprattutto i giovani
vogliono la democrazia. E per averla c’è una sola possibilità, mandar via
questo regime di fascismo clericale con il suo capo supremo che fucila gli
oppositori. Un Dio sanguinario non è il nostro Dio». L’Iran è un Paese
ricchissimo, essendo il secondo produttore al mondo di petrolio, ci sono
potenzialità enormi… «In Iran l’80% della popolazione –
continua Lesani – vive sotto la soglia di povertà. Più di 10 milioni sono
disoccupati. Più di tre milioni di bambini sono senza genitori e vagano in
preda alla disperazione per città e campagne. Ma lo Stato è ricco
all’eccesso. A cominciare dagli stessi dirigenti religiosi che hanno, in molto
casi, conti protetti all’estero. Per non dire della rete di iscritti, in
tutto il mondo, a libro paga del regime, infiltrati anche in importanti mezzi
di informazioni per sviluppare una critica blanda che non modifichi lo status
quo né turbi i rapporti commerciali». Ma l’Iran, un secolo fa, era ancora
la culla di una grande, antichissima civiltà, quella persiana... «L’Iran
è da sempre multietnico. Fa parte della nostra identità nazionale. Cento anni
fa, a Teheran, gli abitanti erano trecentocinquantamila, c’erano 12
sinagoghe ben frequentate. Convivevano senza problemi cristiani, ebrei,
musulmani, armeni, zoroastriani. Gli iraniani amano la diversità, sono eredi di
un’antica civiltà del mondo, ma ormai siamo stati svenduti con la
complicità dell’Occidente che ha solo sete di petrolio, forse ora le cose
cambieranno. Il Consiglio della resistenza, fondato nel 1981 che raggruppa
organizzazioni e leader democratici, è pronto a entrare in campo per voltare
pagina. Esiste un parlamento iraniano in esilio composto da 500 persone di
varie tendenze, anche religiose. Uno dei punti qualificanti della svolta sarà
la divisione della religione dallo Stato, il rispetto dei diritti umani, libere
elezioni, no alle discriminazioni». Ci crede Yoosef Lesani e si commuove
pensando al bagno di sangue che si sta consumando tra i suoi connazionali.
Rifletto
sul fatto che la teocrazia è una vera e propria maledizione. La storia del
resto lo spiega chiaramente e l’attualità iraniana lo dimostra.
Parafrasando Karl Barth: Dio è in cielo e noi siamo qui sulla terra nella
dimensione della responsabilità politica. Il potere in politica non discende da
Dio ma è espressione del consenso popolare. Come eredi di Calvino siamo andati
avanti rispetto al XVI secolo quando il mix religione e politica era molto
stretto con effetti (anche) nefasti. Era una teocrazia quella di Ginevra in cui
si compì un primo prezioso passo verso la distinzione tra Chiesa e Stato, tra
religione e politica. Da allora ci sono voluti un bel po’ di secoli per
capire che la distinzione tra appartenenza religiosa e diritto di cittadinanza
è essenziale per non creare ghetti, discriminazioni, demonizzazioni. Dopo tanti
massacri compiuti in nome di Dio abbiamo cominciato a scoprire umanità e
misericordia di un Dio che non è quello del cinturone del «Gott mit uns». Ma
non è così semplice per chi ha le leve del potere in mano e si sente investito
direttamente dall’alto e non vuole sentire ragioni. Non rimane che
l’insurrezione.