http://www.reset-italia.net/2009/07/22/tra-donne-ci-si-riscrive-sulliran/

“Care Cristina e
Doriana, in allegato trovate un altro contributo. L’ho scritto dopo il sermone
di Rafsanjani e sono molto scossa da quello che quell’uomo sta cercando di
fare, lui che è responsabile di torture e uccisioni. Ciao e a presto Patrizia”
Che dovrei e
potrei fare? Vi invio quanto ha scritto Patrizia Fiocchetti, per la terza
volta. Credo possa interessare anche la prima, di giugno scorso, a questo link:
http://www.reset-italia.net/2009/06/26/tra-donne-sull-iran/
dove ringraziavo alla fine i
siti che avevano dato pubblicazione e diffusione, spero se ne aggiungano
altri e si ampli il dibattito e la conoscenza. Il secondo contributo di
Patrizia l’avevo intitolato Pizzica
Pizzica senza velo senza barba sull’ Iran sperando di pizzicare
l’attenzione. Abbiate pazienza, non c’è due senza tre, e per fortuna mi
dico, c’è ancora chi ha voglia di dire, di raccontare il proprio vissuto.
Doriana Goracci
La mia amica
iraniana al telefono piange accorata. La rabbia le stringe la gola e a malapena
riesco a capire quello che dice. “Proprio lui, che ha le mani sporche di sangue
più di chiunque altro. Lui, che da presidente ha massacrato centinaia di
oppositori nelle carceri. Lui, che ha voluto l’assassinio di Naghdi*. Lui si
appropria dei nostri morti”.
Venerdì 17
luglio l’hojatoleslam Rafsanjani ha tenuto il sermone della preghiera del
venerdì a Teheran. E il suo intento è stato innanzitutto quello di ricompattare
le fila del regime. “L’Iran è un paese in crisi. … Non penso che nessuna
fazione voglia che si finisca così. Abbiamo perso tutti e abbiamo bisogno di
più unità di sempre”. Nello scontro di potere che si consuma all’interno del
clero sciita, che proprio con Khomeini scelse il primato della politica sulla
religione, l’uomo che più di tutti incarna lo spirito del sistema creato dal
fondatore dello stato sciita, ha lanciato il suo grido di allarme:
Dopo anni di
colpi bassi, di rese dei conti svoltesi sempre nei preclusi ambiti delle
istituzioni religiose, ora si combatte allo scoperto. Ci sarebbe da ridere se
non fosse per le migliaia di morti ammazzati nei lunghi e oscuri 30 anni di
questa tirannia religiosa, per le centinaia di migliaia di prigionieri politici
che sono passati nelle spietate carceri iraniane, uniche rimaste a scandire la
continuità tra la monarchia dei Pahlevi e il Khomeinismo. Ci sarebbe da ridere,
dicevo, a sentire di come alcuni degli artefici della Repubblica Islamica, in
qualche modo stanno tentando di prenderne le distanze.
Ma il vecchio,
astuto Rafsanjani sa bene che il sistema deve rimanere intoccabile per
continuare a sopravvivere. E proprio per questo che come primo obiettivo
persegue l’affrancamento della “Guida Spirituale”, di quel Velaj-e-faghih da
cui tutto dipende, anche a costo di sostituirlo: già perché Khamenei ha trovato
la propria legittimità religiosa appoggiandosi al laico Ahmadinejad, primato dell’ala
militare più oltranzista.
La scommessa
sta proprio in questo: cambiare per non cambiare niente. Ha forse detto
Rafsanjani che
Cambiare per
non cambiare niente. Questa frase racchiude il timore dei miei amici iraniani
della diaspora, che alternano frustrazione a speranza per ciò che sta avvenendo
nel loro paese. Le morti di tanti giovani e l’incarcerazione di centinaia di
altri vengono cavalcati dall’una o dall’altra fazione con una sfacciataggine
che non può, non deve lasciare indifferenti. Anche se il mondo sembra scoprire
solo ora le torture, le esecuzioni sommarie all’interno delle carceri. Si
inorridisce di fronte alle dichiarazioni rilasciate dal basij al “Jerusalem
Post”, di aver sposato ragazze vergini stuprate prima dell’esecuzioni per far
sì che non abbiano diritto all’ingresso in paradiso; o al prezzo che i genitori
devono pagare per le pallottole che hanno tolto la vita ai propri figli. Ma
sono anni che tutto ciò accade in Iran, pratiche disumane, oltre ogni
immaginazione più malata, iniziate all’epoca del padre della Repubblica
Islamica. Già, da quel Khomeini celebrato da Rafsanjani nel suo sermone con
“Sappiamo ciò che Khomeini voleva Non voleva il terrore delle armi, anche nei
momenti di lotta”. Pratiche continuate nel silenzio della comunità
internazionale, rotto solo dalle denunce della resistenza iraniana all’estero o
da quelle di associazioni come Amnesty International.
Rafsanjani ha
chiesto di liberare gli imprigionati di “rimandarli alle proprie famiglie”. Ha
chiesto il lutto per gli uccisi nelle manifestazioni…Non vi fate ingannare,
dare una paternità a chi cade fa parte di quella realtà mistica sciita in cui
il valore epico del martirio ha un peso non indifferente nell’immaginario
collettivo.
Anche se a
dirlo è l’uomo conosciuto in Iran come “lo squalo”. Tante sono le famiglie
iraniane che a causa sua ancora piangono la morte dei propri cari. Non lo
dimentichino i nostri giornalisti quando di lui esaltano il ruolo di
riformatore, dell’artefice del cambiamento. Ma, appunto, cambiare per non
cambiare niente.
*Rappresentante
in Italia del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, ucciso in un
agguato a Roma nel marzo del 1993. All’epoca, Rafsanjani era presidente della
repubblica islamica dell’Iran

Le foto le
ho tratte da http://www.terraligure.it/blog/rivolta_iran2.jpg