Apprendiamo che ancora
oggi qualcuno in area cattolica o evangelica parla di poveri; preferiamo comunque
non nascondere il sorriso e metterci comunque in ascolto. Fra l’anticomunismo
cattovaldese di oggi possiamo ancora salvarci?
Bontà loro…
Un povero cristiano di
Ecumenici
L'amore
preferenziale per i poveri nella Bibbia
(mons. Rinaldo
Fabris)
La scelta preferenziale dei poveri
Mi affido alla parola di Dio e
da essa mi lascio guidare nella lettura dei testi biblici per conoscere e
accogliere l'amore di Dio che sceglie i poveri. Da parte mia aggiungo solo
qualche commento o una meditazione ad alta voce su un tema che mi è caro fin
dagli inizi degli studi biblici, perchè la ricerca sulla Lettera di Giacomo mi
ha messo a contatto con l'espressione: Dio
ha scelto i poveri che sono nel mondo per farli ricchi della fede ed eredi del
regno di Dio (cf. Gc 2, 5).
Questa espressione "Dio ha
scelto i poveri" con fatica si è imposta come orientamento pastorale della
chiesa universale. Essa ha le sue radici nelle chiese dell'America Latina, dove
è stata usata fin dagli anni settanta con qualche fraintendimento e sospetto.
Nell'azione pastorale di quelle chiese si parlava di "scelta preferenziale
dei poveri". Poi per la prima volta nella lettera enciclica
"Sollicitudo Rei Socialis" l'espressione è entrata a far parte del
linguaggio del magistero della chiesa. Nello stesso documento si parla di
"strutture di peccato" che è ancora una espressione della pastorale
della chiesa dell'America Latina.
Ancora qualche precisazione su
questo tema prima di passare all'ascolto della "Parola di Dio". Il
tema delle Giornate Pastorali non è: "La scelta dei poveri", ma
"L'amore per i poveri". Non so se con questo si è cercato di evitare
una difficoltà in quanto l'espressione "scelta preferenziale" dà
fastidio, pur essendo accolta anche nell'ultima lettera enciclica di Giovanni
Paolo II "Centesimus Annus", dove si dice: "La chiesa è
cosciente che il suo messaggio troverà credibilità nella testimonianza delle
opere prima che nella coerenza logica o interna dei discorsi". Prima
dunque il "fare" e poi il "parlare"! Anche da questa
consapevolezza deriva per la chiesa la "opzione preferenziale per i
poveri".
Il termine "opzione"
è un po' più sfumato. Preferisco il termine "scelta", perchè
corrisponde meglio al linguaggio biblico, dove la "elezione" di Dio
non discrimina nessuno. Gesù è eletto e in lui siamo eletti tutti. Anzi quanto
più siamo disgraziati, tanto più siamo eletti in Gesù, il Figlio amato. Prima
della creazione del mondo Dio Padre ci ha eletti nell'amore, nella carità (cf.
Ef 1, 4). Il concetto di elezione biblica non ha nulla a che fare con le
discriminanti delle elezioni o scelte umane. La elezione di Dio è fatta per
amore. Il fatto di vivere sua pure in uno stato precario di equilibrio, un po'
in salute un po' meno, è perchè Dio ci ha scelti, ci ha voluto bene. Ogni
nascita e la rinascita nella fede è elezione, è un gesto di amore: Io vi ho scelti e vi ho mandati perchè portiate
frutto, ed il vostro frutto rimanga (Gv 15, 16 b). E' la scelta da
parte di un amico, perchè un momento prima Gesù dice ai discepoli: Voi siete miei amici (Gv 15, 14),
Questo è il linguaggio della
Bibbia. Esso suscita qualche perplessità come lo rileva un alto dirigente di
una grande industria italiana in risposta ad una lettera del direttore della
rivista dell'"Unione Imprenditoriale Cattolici Italiani": "
È vero! La scelta preferenziale
dei poveri pone un problema, se essa si colloca in una prospettiva puramente
umana. L'aggiunta "preferenziale" complica le cose. Il vocabolo
"amore" sembra meno discriminante. Infatti l'espressione "scelta
dei poveri" suppone che gli altri non siano scelti. L'amore invece non
esclude l'attenzione agli altri. Ma Dio sceglie tutti, a partire - possiamo
dire - dal povero per eccellenza, che si è fatto povero per arricchirci con la
sua solidarietà (cf. 2 Cor 8, 8-9). Una povertà vissuta nella solidarietà. È
Gesù crocifisso il povero! Non si tratta solo di atteggiamento virtuoso. Gesù
non è solo mite e umile di cuore, ma realmente si è fatto povero.
Il dirigente di cui ho parlato
sopra dice che
Questa è solo la premessa per
avviare il discorso. Ma il problema del rapporto della chiesa con i poveri non
è solo questione di termini. Esso ha a che fare con l'immagine stessa di Dio,
con il rapporto che i credenti hanno con l'agire di Dio, con il suo stile. Ora
lasciamoci guidare dalla parola di Dio che ascoltiamo in tre momenti. In una
prima parte osserviamo l'amore preferenziale nella prospettiva dell'Esodo e
dell'Alleanza. In un secondo contempliamo l'amore preferenziale nella
prospettiva del Regno di Dio e infine consideriamo la scelta o l'amore elettivo
dei poveri nell'esperienza dello Spirito, che è quella della prima Chiesa.
Il momento fondativo della fede
biblica è quello dell'esodo. Questo punto di partenza non dipende da una
visione demagogica. Qualcuno solleva questo sospetto. La chiesa, per non
perdere i poveri, si dà al volontariato, all'assistenza, organizza le Caritas,
perchè i poveri sono i suoi clienti. La scelta dei poveri non è una tattica per
avere clienti. Essa non è neppure solo una risposta alle esigenze degli esseri
umani che attendono aiuto e solidarietà. I credenti rispondono prima di tutto
alla parola di Dio. Dio stesso li educa ad avere questa attenzione di amore per
i poveri.
Dio si fa
solidale con i poveri
Il momento fondativo della fede
biblica non è la creazione, ma la costituzione del popolo di Dio. Esso è un
popolo di poveri liberati. I poveri sono gli oppressi, i curvati, secondo un
termine ebraico che è entrato a far parte della spiritualità cristiana. I
poveri sono gli anawîm, i
sottoposti, nei confronti dei quali Dio si curva, diventa il misericordioso
perchè volge lo sguardo ai miseri. L'inizio di questa avventura dell'epopea
dell'esodo si trova al capitolo terzo dell'Esodo subito dopo la manifestazione
di Dio a Mosè sulla montagna santa: Il
Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho
udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti. Conosco infatti le sue
sofferenze" (Es 3, 7). È un Dio solidale. Sullo sfondo sta
l'immagine del "riscattatore", di colui che interviene in forza di un
vincolo, di un legame di sangue, di un vincolo sociale com'è il parente o
l'amico che libera l'oppresso. Il testo prosegue: Conosco le sue sofferenze, perciò sono sceso per liberarlo dalla mano
dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso
(Es 3, 8).
Così incomincia la storia di
liberazione che è anche il primo articolo del credo biblico fondamento del
credo cristiano. Al centro della fede cristiana sta l'incarnazione, passione e
risurrezione di Gesù Cristo. In lui Dio si curva sulla miseria umana. Ma l'incarnazione
della Parola di Dio incomincia da lontano. Non è Nazareth o Betlemme il primo
luogo dell'incarnazione. Non è l'anno zero della storia cristiana il suo
inizio, ma questo curvarsi di Dio sugli oppressi in terra d'Egitto. In tal modo
egli offre il modello dell'agire per ogni essere umano.
Dio si fa
garante della libertà e dignità dei poveri
A questo segue l'uscita e la
costituzione del popolo in libertà sulla base delle "dieci parole" o
decalogo. Esse si riassumono nei due principi: la fedeltà a Dio come unico
Signore e la fedeltà al prossimo. Essi sono inseparabili: Non ti prostrarrai davanti a false immagini e non
ridurrai l'altro a oggetto. Queste sono le condizioni per vivere in
libertà. L'alleanza con Dio è radice della libertà. Nella cornice dell'alleanza
si trova un'antica raccolta di norme chiamate "Codice dell'alleanza".
Esse esprimono l'impegno a vivere l'alleanza, dove si afferma e tutela il
diritto del povero.
La norma è formulata con la
stessa autorità delle "dieci parole" o decalogo. Il testo di Esodo
dice così: Non molesterai il forestiero, nè
l'opprimerai perchè voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Non
maltratterai la vedova e l'orfano. Se tu lo maltratti quando invocherà da me
l'aiuto io ascolterò il suo grido (Es 22, 20-22). L'Esodo comincia
quando Dio ascolta il grido degli Ebrei in Egitto: E Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza... Dio
guardò la loro condizione... se ne prese pensiero (Es 2, 24-25). Da
qui inizia l'avventura dell'uscita alla libertà. Anche nel codice di alleanza,
Dio dice: Io ascolterò il loro grido e la
mia collera si accenderà e vi farò morire di spada. Io ascolterò il suo grido
perchè io sono un Dio pietoso" (Es 22, 23). La tutela del
povero è in mano a Dio. I poveri nell'ambito della comunità ebraica possono
contare su questo intervento misericordioso di Dio.
Un'ultima raccolta di queste
norme a tutela dei poveri si trova nel libro del Deuteronomio. Esso ha alle
spalle la lunga storia di invasioni, deportazioni, l'esilio, dal tempo di Mosè
fino all'esilio, dal XIII al VI secolo a.C. È una storia di violenze, di cui si
fanno eco i testi profetici. Nella raccolta più umanitaria del Deuteronomio,
che è la riedizione o seconda legge, si ha la motivazione più esplicita di
questo intervento a favore dei poveri con una ragione teologale, cioè che
rimanda all'agire di Dio. Non si tratta solo di una riflessione sulla fede. Ma
è l'agire stesso di Dio che fonda il comportamento di quelli che fanno parte
dell'alleanza: Non lederai il diritto dello
straniero o dell'orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova (Dt
24, 17). I poveri non sono più gli Ebrei, sottoposti allo sfruttamento del
faraone, ma quelli che sono privi di disgnità e libertà nella terra di Canaan.
Sono l'orfano, la vedova e lo straniero.
Possono quindi cambiare le
figure. Oggi - ad esempio - metteremmo i nomi di altre categorie. Restano
ancora le vedove, restano ancora gli orfani, ma soprattutto gli stranieri, che
non hanno protezione e accoglienza. Lo straniero è esposto all'offesa e al
ricatto. Il testo biblico prosegue: (Tu non farai questo), ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e
che di là ti ha liberato il Signore tuo Dio: perciò ti comando di fare questa
cosa (Dt 17, 18). Alcuni vedono nell'interesse della chiesa per i
poveri, per gli immigrati, per gli stranieri, per tutte le categorie deboli,
semplicemente il soddisfacimento di un bisogno sociale. Fare assistenza e la
carità è visto come una dimensione morale e sociale dell'agire cristiano. Credo
che si dimentichi qual'è la radice teologale di questo agire. Non è solo
un'esigenza sociale o etica o morale, ma è la riproduzione del modo di agire di
Dio: Per questo ti comando di fare queste
cose, perchè il Signore ti ha liberato. Tu devi difendere, accogliere
il povero perchè hai fatto esperienza di libertà e dell'amore di Dio, e perciò
lo devi testimoniare e rendere presente con un'attitudine e un modo di agire
corrispondente. Si potrebbe dire che la professione di fede biblica non è
fatta, come vedremo nel Vangelo, da un insieme di dichiarazioni verbali o da un
sistema teorico coerente e perfetto, ma diventa amore reso attivo e pratico nei
comportamenti.
Dio interviene
per la difesa dei poveri
Da questo primo confronto con
la parola di Dio risulta che il credo biblico si fonda sull'esperienza
dell'Esodo. A sua volta esso dà l'impulso ad un modo di agire corrispondente.
Le norme che regolano questo agire stanno alla base di una società di cui i
poveri ritrovano la loro dignità. Questo trova conferma nei testi dei profeti,
dove si vede Dio che interviene per difendere i poveri.
Dopo l'esperienza dell'esodo,
l'ingresso nella terra promessa doveva garantire a tutti la libertà e la
dignità. Ma non fu così. I tentativi di far ripartire l'esperienza dell'Esodo
con il giubileo, cioè con la ridistribuzione delle terre, delle propprietà e la
liberazione degli schiavi ogni sette anni e poi ogni quarantanove anni non
ebbero successo. Il contenuto del giubileo biblico potrebbe essere ancora
attuale in occasione del prossimo giubileo cristiano. Una delle proposte, che è
sfuggita all'attenzione degli esperti di finanza internazionale o di politica
economica è la "remissione" del debito internazionale dei Paesi
poveri. Il Papa l'ha suggerita nella lettera apostolica (TMA), ma nessuno l'ha
presa sul serio.
Eppure questa scelta è un modo
di vivere la fede e non solo un gesto sociale per fare bella figura. È la
risposta della fede al Dio dell'esodo che dà la libertà agli oppressi. Egli si
fa garante di questa libertà e dignità nella terra di Canaan. Essa doveva
essere terra di libertà, ma diventa terra di schiavitù quando i campi vengono
accaparrati dai grandi proprietari e le case dai ricchi possidenti. Allora si
torna nella condizione di schiavitù dell'Egitto. A questo punto si tenta di
rimettere in moto l'esodo con il giubileo, cioè con la remissione dei debiti,
la restituzione delle case, dei campi e soprattutto con la liberazione delle
persone. Probabilmente il giubileo in questa forma non è mai stato attuato,
perchè comportava delle complicazioni di carattere economico e sociale. In
questo contesto intervengono i profeti, uomini dello Spirito. Essi sono la
coscienza critica del popolo di Dio. Siamo abituati a chiamare profeti quelli
che predicono il futuro. I profeti biblici sono invece quelli che guardano al
passato per giudicare il presente. Il futuro è la speranza che essi aprono. Non
sono dei preveggenti nel senso dei nostri oroscopanti che tentano di ipotecare
il futuro. Per il profeta il futuro è nelle mani di Dio. Egli invece guarda al
presente per cambiarlo. E il modello di riferimento è il passato.
Su questo sfondo si può capire
l'intervento del profeta Amos, un amministratore agricolo che diventa profeta.
Egli non è solo un allevatore di bestiame, ma un personaggio colto che
interviene nel regno del Nord in un momento critico, quando si diffonde il
latifondismo a causa del fiscalismo che improverisce i piccoli contadini e
commercianti. Ascoltiamo queste parole di Amos: Per tre misfatti d'Israele e per quattro non revocherò il mio decreto,
perchè hanno venduto il giusto per denaro ed il povero per un paio di sandali:
essi calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri; fanno deviare
il cammino dei miseri (Am 2, 6-7). Questo peccato di ingiustizia è
congiunto con il culto idolatrico, il culto delle divinità straniere e delle
forze cosmiche. Infatti quando si perde il contatto con l'unico Signore che non
è l'energia del cosmo e neanche l'energia psichica e neppure l'influsso degli
astri o l'energia atomica o il dollaro o il marco, allora si perdono di vista
anche i poveri. Quando al posto di Dio si mette una forza politica, economica,
sociale o una forza della natura divinizzata, allora l'essere umano è degradato
e sfigurato.
Ora si capisce perchè i profeti
richiamano la fedeltà all'unico Dio, il Dio dell'esodo che è garante della vita
dei poveri: Io vi ho fatto uscire dal paese
d'Egitto, vi ho condotto per quarant'anni per darvi in possesso il paese... (Am
2, 10). Non siete voi i padroni del paese, dice il profeta. La terra appartiene
a quelli che sono liberati. I profeti non sono demagoghi o populisti. Essi si
richiamano all'agire di Dio per denunciare le ingiustizie. A sua volta
l'ingiustizia per i profeti è infedeltà al rapporto con l'unico Dio. Essa ha
come risvolto l'oppressione dei poveri e dei miseri. Dice ancora Amos: Io vi ho eletto tra tutte le stirpi della terra
(Am 3, 2). Ma l'elezione non è un privilegio, ma un impegno a vivere nella
relazione di amore con Dio. La risposta a questo amore che ci ha scelti è
l'amore per i poveri.
Ancora qualche accenno a questa
storia che sta alla base della prima parte della biblioteca del popolo di Dio.
Essa è la sua memoria storica, fondata sull'agire di Dio. Nessuna meraviglia
allora che alla fine di questa storia si trovi la parola forte di Gesù che
identifica il suo destino di Figlio di Dio con i fratelli più piccoli. Egli sta
dentro questa grande cornice dell'agire di Dio che si prende cura dei poveri. I
profeti si fanno portavoce di questo modo di valutare la storia umana da parte
di Dio. Le parole dei profeti ci aiutano a collocare nella giusta cornice
l'amore preferenziale per i poveri.
Tralascio i testi di Isaia, un
cittadino di Gerusalemme, colto e raffinato, che conosce molto bene i traffici
che fanno i grandi proprietari di case e di campi a Gerusalemme. Essi
ingrandiscono la loro proprietà fino a non lasciare posto per nessuno nella
città e poi spendono i soldi accumulati comprando i magistrati - non è cambiato
molto dall'800 avanti Cristo ad oggi - oppure nella vita notturna di
Gerusalemme. Sono accesi in volto, si dilettano nell'ascoltare la musica, nel
bere bevande inebrianti! (cf. Isaia 5, 8-24). Isaia, che conosce queste forme
di ingiustizia, denuncia un culto che egli chiama "abominio". È il
culto fatto nel tempio, consacrato da Salomone, discendente di Davide, secondo
le prescrizioni levitiche. Eppure esso è abominio perchè, dice Isaia, voi alzate le mani che sono sporche di sangue, ma non
del sangue delle vittime, ma del sangue deelle violenze. Cessate di praticare
il male, fate il bene, fate giustizia all'orfano e alla vedova (cf.
Is 1, 13-17). Questo è solo un testo fra i tanti. Per il profeta la difesa dei
poveri non è una moda, ma è la conseguenza della fede nel Dio dell'Esodo.
Voglio concludere questa parte
del primo testamento ebraico, che tramite Gesù e i suoi discepoli ebrei è
diventato il nostro, con un testo del profeta Geremia. È un uomo forse meno
deciso di Isaia, ma più profondo nel collegare insieme la fedeltà a Dio e la
fedeltà all'essere umano povero di cui Dio si fa garante. Geremia si rivolge ai
responsabili della giustizia, cioè ai membri della casa regnante ed in
particolare al re di Giuda, discendente di Davide, che deve esercitare il
diritto e la giustizia a difesa dei poveri. Questa è la condizione perchè possa
continuare la stirpe di Davide. La promessa di Dio è legata alla fedeltà
all'alleanza.
Geremia si rivolge ad uno dei
figli di Giosia, il quale si è fatto costruire la residenza estiva facendo
lavorare gli operai senza pagarli. Il profeta lo interpella così: Guai a chi costruisce la casa senza giustizia ed il
piano di sopra senza equità (le case a due piani sono quelle dei
signori, in questo caso quella del re). Che
dice 'Mi costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra' e vi apre
finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso (Ger
22, 13-14). Geremia gli dice: Forse tu
agisci da re perchè ostenti la passione per il cedro? Forse tuo padre - Giosia
- non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto
andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava
bene: questo non significa infatti conoscermi? (Ger 22, 15-16). Il
termine "conoscere" per Geremia, come per il profeta che lo precede
di qualche anno, Osea, è la relazione intensa e profonda con Dio. Essa
corrisponde alla fede unita all'amore. Fede e amore insieme sono la conoscenza
di Dio. Dunque "conoscere" Dio, aderire a Lui vuol dire praticare la
giustizia. E' inseparabile la fede nel Dio dell'Esodo dall'impegno a tutelare
il diritto del povero. Per Geremia i poveri sono gli orfani, la vedova, lo
straniero, come nella raccolta di norme o di leggi del Deuteronomio.
Tra i "saggi" della
Bibbia un testo del maestro di Gerusalemme Gesù ben Sira, il nostro Siracide,
meriterebbe una particolare attenzione. E' un testo che può essere accostato al
linguaggio nel Nuovo Testamento, soprattutto ai testi di Giacomo. Ben Sira non
solo dice che fare l'offerta con i beni dei poveri è abominio, una cosa che Dio
respinge, ma che non dare il salario agli operai, cioè sfruttarli, equivale
all'omicidio (cf. Sir 34, 22). Una parola simile si trova nella prima lettera
di Giovanni: Chi odia il fratello è un
omicida (cf. 1 Gv 3, 15). Questo discorso si trova già nei saggi e
nei profeti del primo testamento. Gesù ben Sira, di Gerusalemme, tiene i suoi
discorsi ai figli delle famiglie bene che saranno i magistrati di domani, i
capi della società ebraica. Egli denuncia le forme di sfruttamento dei poveri
equiparando l'ingiustizia all'omicidio: Colui
che toglie pane al povero - afferma - è come chi sparge sangue (cf. Sir 34, 21). Siamo ormai alle
soglie del Nuovo Testamento. Gesù ben Sira si fa portavoce nell'ambiente di
Gerusalemme delle esigenze della fede nel Dio dell'esodo, definite dal decalogo
per chi vive nell'ambito dell'alleanza.
L'amore preferenziale per i
poveri si esprime nelle scelte e nelle parole di Gesù. E' nota la sua parola
programmatica: Beati voi poveri perchè
vostro è il regno di Dio (Lc 6, 20). Per capire questa parola di
Gesù in tutta la sua forza di provocazione e di stimolo si deve tener conto del
mondo biblico. Qualcuno ha detto che il Nuovo Testamento può parlare così dei
poveri perchè in realtà i primi discepoli di Gesù non hanno responsabilità
economiche, politiche e sociali. Essi formano piccole comunità in cui si
risolve il problema del disagio fisico, psichico o della mancanza di beni
aiutandosi, dandosi una mano. Manca invece un disegno economico e sociale che
risponda alle esigenze dei poveri togliendo le cause che riproducono
continuamente la miseria. Le parole dell'Esodo, del Deuteronomio, dei profeti e
del maestro di Gerusalemme Gesù ben Sira si collocano nel contesto di una
società, dove l'alleanza e il credo dell'esodo sono il punto di riferimento
fondamentale. Nella storia biblica di Israele si tenta quindi di costruire una
società e una economia che tengano conto del principio dell'alleanza. Se questo
progetto sia riuscito, è un altro problema.
La ricerca sui testi biblici
non vuole accendere facili entusiasmi o favorire fughe in avanti. Quello che
conta è di ritrovare le radici profonde dell'agire che non sono solo morali,
anche se hanno un risvolto nel campo morale. Non sono neppure ragioni sociali,
ma religiose e teologali. Qualcuno potrebbe obiettare: E dopo che abbiamo
scoperto le radici, non succede niente se non abbiamo gli strumenti adatti per
agire. Ma lasciamo da parte per ora il problema di come attuare l'adesione di
fede al Dio dell'amore che si rivela nell'esodo e nell'alleanza, che si rende
presente il Gesù crocefisso e risuscitato e che comunica questo amore nello
Spirito. Questa fede deve essere collegata con le scelte pratiche sia della
piccola comunità, che ha i suoi poveri, sia con quelle della grande comunità
che deve fare i conti con i poveri del mondo che sono la maggioranza.
Questo è il dramma di oggi e
probabilmente anche lo scandalo di una chiesa fatta da cristiani che devono
annunciare il vangelo in una situazione di disparità che li rende poco
credibili. Come si fa a dire ai poveri: "Dio vi vuole bene" e nello
stesso tempo non fare nulla per comunicare questo amore? Questo problema deve
essere affrontato non per creare sensi di colpa, ma semplicemente per cominciare
a chiedere perdono e considerarci i primi poveri che hanno bisogno di essere di
nuovo amati da Dio. Forse l'aiuto ai poveri è la condizione per riscoprire il
vangelo come buona notizia per noi.
Gesù annuncia
la "buona notizia" ai poveri
Ma riprendiamo il nostro
cammino parlando della scelta di Gesù e della prima Chiesa. Gesù organizza la
sua attività pubblica, che si riduce ad un paio di anni, secondo il programma
delle beatitudini che egli riprende dalla tradizione biblica. Egli annuncia che
il Regno di Dio, cioè la sua azione sovrana, libera e gratuita è a favore dei
poveri. I "poveri" sono quelli dell'esodo. Chi legge
Per interpretare la sua
missione Gesù ricorre alla parola profetica di Isaia maturata nel dopo esilio
al tempo della ricostruzione e rinascita. I rimpatriati dall'esilio sono
scoraggiati dal contrasto con i locali e coi Samaritani. Il testo di Isaia
dice: Lo spirito del Signore è sopra di
me... Lo Spirito è la potenza o la forza di Dio. Per questo mi ha consacrato con l'unzione.
L'unzione era riservata ai re, poi, quando sono spariti i re, è stata
attribuita anche ai sacerdoti e ai profeti, ma originalmente era destinata solo
ai re. L'unto o il consacrato era il re. Gesù come è Messia o re, realizza il
regno di Dio con la forza dello Spirito, non con una unzione come Saul oppure
Davide. Egli è re perchè è incaricato dalla forza dello Spirito di Dio per
questa missione. Mi ha mandato a portare la
buona notizia ai poveri. Il testo del vangelo di Luca prosegue: per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai
ciechi la vista,per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di
grazia del Signore (Lc 4, 18-19). L'anno di grazia è quello della
remissione che consiste nella ridistribuzione delle terre, nel restituire ai
proprietari le loro case e soprattutto nella liberazione degli schiavi per
debiti.
La lettura che propone
l'evangelista Luca è più spirituale. L'"anno di grazia" è la
liberazione da tutte le forme di schiavitù. Però non vorrei che leggessimo in
maniera spiritualistica - spirituale è un'altra cosa - la proposta di Gesù,
perchè quando dice: "Mi hai mandato a portare la buona notizia ai poveri,
a dare la vista ai ciechi", non si limita a dire: "Guardate che voi siete
ciechi spiritualmente!". Egli incontra i malati e li guarisce. E questo
non è solo un'opera buona per mostrare che Dio è buono. Gesù non fa solo le
opere di carità, ma attua la sua promessa che il Regno di Dio è per i poveri.
Egli conferma l'azione sovrana del Dio dell'Esodo che ha fatto uscire gli
schiavi dall'Egitto.
Gesù
interviene a favore dei poveri
Con i suoi gesti di guarigione
Gesù sottrae i poveri dalla schiavitù, che è la condizione del malato. Guarisce
chi è privo di dignità e di libertà. In una società e cultura teocratica il
malato è l'escluso dalla vita civile e religiosa. Gesù lo libera da questa
condizione. Egli dice: "Cammina, guarda con i tuoi occhi, sii purificato,
sii reintegrato nella tua dignità!". Questi sono i discorsi che Gesù tiene
ai malati. "Sei liberata dal tuo male! Confida figlia, la tua fede ti ha
salvata!". E' la parola che rivolge alla donna che vive nella segregazione
femminile a causa di una legge e che le impedisce di avere contatti perchè la
sua condizione la sottrae non solo ai rapporti sociali, ma anche alla vita
religiosa. La donna impura non ha dignità. Gesù la fa uscire da questo stato di
dipendenza e di esclusione.
Questo modo di agire di Gesù
riflette il suo progetto. I venti racconti di guarigione e di altri prodigi
riportati dai Vangeli sono la parte sostanziale dell'attività di Gesù:
liberazione di indemoniati, guarigione di malati, il pane distribuito agli
affamati, la dignità restituita alle donne o agli stranieri. Questa attività di
Gesù viene interpretata in una preghiera che si trova al centro del vangelo di
Matteo e di Luca. È una delle poche preghiere di Gesù. La seconda è quella che
lo prepara ad affrontare con libertà filiale la morte. Nella prima preghiera
egli dice: Ti benedico, o Padre, Signore del
Cielo e della terra, perchè ... hai rivelato queste cose - che sono
quelle del regno, il suo progetto - ai
piccoli. Sì, o Padre, perchè così è piaciuto a te (Mt 11, 25-26).
C'è anche la parola: Perchè hai tenuto
nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti. Questi sono
quelli che pensano di poter controllare l'agire di Dio, sono i segretari di
Dio, quelli che hanno il telefonino diretto con il "Padreterno":
scrivi e farisei che controllando le Scritture e manovrando le leggi possono
dire cosa fa e cosa pensa Dio.
"Ti ringrazio, o Padre -
dice Gesù - perchè non hai rivelato le cose del Regno, il tuo agire sovrano a
questi, ma ai piccoli". I "piccoli" non sono solo i bambini, ma
sono gli oppressi e affaticati di cui parla subito dopo (Mt 11, 28-30). Sono
gli oppressi da una religione formalista proposta da quelli che impongono pesi
insopportabili alla gente ed essi non li muovono neppure con un dito. Essi
hanno l'autorità per fare questo, perchè siedono sulla cattedra di Mosè (cf. Mt
23, 1-4). Gli oppressi e affaticati sono la povera gente, quella che con il
linguaggio del tempo si chiamava "il popolo della terra", ignorante e
perciò incapace di conoscere e di osservare la legge (cf. Gv 7, 49). A questi
Gesù rivolge la sua attenzione. Sono i peccatori, le donne, i bambini, gli
ammalati, gli stranieri. Gesù vede in questo il compimento del progetto del
Padre: "Ti ringrazio per questo, perchè così è piaciuto a Te!". Qui
si vede la "elezione" di Dio, da non tradurre con "scelta",
ma forse meglio con amore. E' l'amore libero, gratuito e sovrano di Dio. Ma
qualcuno può dire: "E gli altri allora non sono eletti?". Ebbene,
anche questi sono destinatari del regno di Dio, ma solo attraverso l'attitudine
di chi lo accoglie come un dono gratuito e non come un diritto.
Gesù lo dice chiaramente nelle
parabole: "Gli ultimi chiamati ricevono la paga intera, non perchè hanno
diritto, ma perchè io sono buono" (cf. Mt 20, 1-15). E' molto chiaro. Ma
dove sta la giustizia che prescrive di dare ad ognuno il suo? È vero! Esiste la
giustizia contrattuale, ma esiste anche la giustizia di Dio. Egli è giusto
perchè è fedele, perchè dona là dove non ci sono diritti. Adesso si capisce
anche la proposta che Gesù fa al giovane ricco. Egli non dice semplicemente di
dar via i beni (cf. Mt 19, 16-22). Spesso la parola del vangelo viene
interpretata così e si pensa di attuare la povertà unicamente perchè si
rinuncia ai beni. Se vuoi imitare l'unico "buono", dice Gesù, quello
che dona là dove non ci sono diritti, và, vendi quello che hai, dallo ai
poveri!".
Questo è diverso dal semplice
rinunciare ai beni. La rinuncia la fanno anche i filosofi stoici. La fanno
anche i maestri di spirito delle religioni orientali per non avere fastidi con
le cose materiali. La spiritualità biblica, cristiana ed evangelica non disprezza
la ricchezza. Alcuni dicono: "La chiesa e i cristiani hanno il complesso
di non saper affrontare con realismo il problema della ricchezza!". Il
vangelo propone di usare i beni come segno di amore gratuito. I beni non
possono essere concentrati come potere per controllare gli altri, ma vanno
condivisi come segno di comunione. Questo è il modo di vivere la povertà
evangelica.
Attualmente ci troviamo in
questa situazione paradossale. Da una parte in nome del Dio dell'esodo e di
Gesù i cristiani cercano di combattere la povertà! Dall'altra sono invitati a
scegliere i poveri senza comprendere sempre quali sono le ragioni di questa
scelta. Allora si dice: "Se siamo tutti poveri non possiamo aiutare i
poveri!". Che senso ha la semplice rinuncia al possesso dei beni? La
risposta evangelica, che deriva dalla tradizione profetica e sapienziale, è
questa: "I beni possono occupare il cuore, diventare mammona, l'idolo che
prende il posto di Dio" (cf. Mt 6, 24). Ma nella prospettiva della sequela
di Gesù il problema non è il possesso o il controllo dei beni, ma l'imitazione
dell'unico "buono", Dio, che comunica i beni a tutti a partire dai
bisognosi, dai non aventi diritto.
Gesù si rende
solidale con i poveri
Completiamo questa lettura del
progetto di Gesù col momento finale, quando egli ricostruisce in una parabola
la scena del giudizio e dà i criteri per riconoscere la propria verità di
esseri umani prescindendo da qualsiasi appartenenza religiosa. Questa pagina
del Vangelo di Matteo impressiona tutti, credenti o meno, praticanti e non
praticanti (Mt 25, 31-46). Quando verrà il Figlio dell'uomo siederà sul trono
della sua gloria. Il "Figlio dell'uomo" è Gesù in quanto solidale con
la condizione umana: è il crocefisso esaltato da Dio. Egli porrà alla sua
destra e sinistra tutte le genti che saranno convocate davanti a Lui. Quindi
non sono convocati per il giudizio solo i cristiani, ma tutte le genti. Il
giudizio di Dio riguarda tutti i popoli. Il giudice dirà a quelli di destra:
"Venite benedetti, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla
creazione del mondo". Non è un regno conquistato, ma dato come la vita.Che
cosa abbiamo fatto per meritare di vivere sani nonostante tutti i malanni che
ci sono? E' un dono gratuito!
La ragione per essere accolti
nel regno del Padre è questa: Gesù riconosce come figli di Dio e suoi fratelli
quelli che hanno compiuto un gesto di accoglienza: "dar da mangiare, dar
da bere, accogliere il pellegrino, visitare il malato, il carcerato". Sono
i gesti di amore feriale, che non hanno nulla di eroico. "Ogni volta che
lo avete fatto ad ognuno di questi miei fratelli più piccoli...". Qui si
ritrovano i "piccoli" della preghiera di Gesù: "Ti ringrazio,
Padre, perchè hai scelto, hai amato i piccoli come destinatari del tuo
amore!". L'unico buono, Dio, si interessa di quelli che hanno bisogno .
Alla fine le genti o i popoli saranno accolti come figli nel regno di Dio
perchè hanno attuato l'amore verso i piccoli coi quali Gesù, il Figlio
dell'uomo, si identifica. Ora si capisce come questa identificazione non è solo
un modo di dire. Realmente Gesù può collocarsi tra i piccoli, tra gli ultimi.
Questa identificazione è la sostanza della fede cristiana, perchè Gesù
crocefisso è l'ultimo della scala sociale.
Perciò egli può dire: "Chi
accoglie uno di questi piccoli in mio nome accoglie me. E chi accoglie me,
accoglie colui che mi ha mandato" (cf. Mc 9, 37). Questa è la scala della
graduatoria secondo il vangelo: Dio creatore, Gesù, il piccolo. Gesù si
identifica con il piccolo, con tutti i crocefissi della storia di ieri e di
oggi. Questa è teologia, non è solo morale, non è sociologia indorata di
venature romantiche sentimentali. E' la sostanza della fede in Dio creatore,
nel Dio dell'esodo, nel Dio con il quale Gesù il crocifisso si identifica. Dio
non ha altro volto se non quello di Gesù crocefisso sul Golgota. E i piccoli
sono il "sacramento", il segno visibile, la presenza permanente di
Gesù crocefisso e risuscitato.
La terza parte è un po' più
semplice. L'agire della prima chiesa è guidato dallo Spirito comunicato da Gesù
risorto. A Pentecoste nasce una comunità che, secondo Luca, realizza l'deale
biblico e anche greco della fraternità e dell'amicizia: "Eerano un cuor
solo e un'anima sola!" (cf. At 4, 32). L'amicizia e la fraternità
immaginate da Platone e da Aristotele diventano una realtà. Nella comunità dei
discepoli di Gesù a Gerusalemme si manifesta lo Spirito di Dio che scende il
giorno della Pentecoste. E' lo Spirito di Gesù che tiene uniti i discepoli in
forza dello stesso amore che lo ha portato a dare vita per loro. Luca descrive
così questa comunità: Chi aveva proprietà e
sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno (At
2, 45). E più avanti fa una puntualizzazione che aiuta a dirimere la questione
dei poveri e dei ricchi, dei primi e degli ultimi nella chiesa. Nessuno infatti tra loro era bisognoso perchè quanti
possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato
venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli: e poi veniva distribuito a
ciascuno secondo il bisogno (At 4, 34-35).
L'obiettivo non è di avere i
poveri per poter fare opere buone, ma di farli sparire. Ma questo avviene non
in nome di pianificazioni economiche, ma in forza dell'amore che riconosce il
diritto di vivere con dignità a tutti gli esseri umani a partire dagli ultimi.
Non so se è possibile costruire una società o tentare di mettere in piedi
un'economia tenendo conto di queste coordinate o di questo orizzonte di fede
biblica e evangelica. La parola di Dio non ci offre se non un orizzonte, non dà
nessun modello operativo, nè in termini di società nè di economia politica. Ma
l'obiettivo indicato dalla Parola di Dio è chiaro. I miseri non ci saranno più
quando i beni saranno fatti circolare. Si tratta di un ideale e di una promessa
già presenti nel Deuteronomio (cf. Dt 15, 4). Non si tratta di fare una regola
sulla proprietà e sull'uso dei beni come proponevano gli Ebrei separatisi da
Gerusalemme sulle rive del Mar Morto, a Qumran. Il progetto che deriva dallo
Spirito di Pentecoste nasce dall'amore che fa trovare anche le strade ed i
mezzi per far sparire la miseria e per ridare dignità a tutti gli esseri umani.
Come conclusione propongo un
testo della prima Lettera di Giovanni che presenta l'amore di Dio come fonte e
modello dell'amore umano. Essa inizia con la contemplazione della Parola di
vita che era presso Dio e si è resa visibile, perciò noi abbiamo potuto
vederla, non solo ascoltarla, ma abbiamo potuto toccarla con le nostre mani (1
Gv 1, 1-4). La parola di Dio è Gesù crocefisso e risorto, il Signore che
comunica lo Spirito. In questa meditazione l'autore dice: "Dio è l'amore,
chi rimane nell'amore dimora in Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio"
(cf. 1 Gv 4, 7-8). Nel contesto di questa meditazione si comprende il
significato di queste parole che l'autore della prima Lettera di Giovanni
scrive ai cristiani, come segno di riconoscimento della loro fede in Gesù,
Figlio di Dio venuto nella carne. Non è un Gesù ridotto a Spirito, a messaggio
o dottrina. Gesù crocefisso rivela il suo amore nell'autodonazione della croce:
Da questo abbiamo conosciuto l'amore (1
Gv 3, 16). In Gesù Cristo si rivela il volto di Dio che ama. Egli ha dato la vita per noi; quindi anche noi
dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze in questo mondo e,
vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come
dimorerà in lui l'amore di Dio? (1 Gv 3, 16-17). Non ha possibilità
di dimostrarlo, se non per mezzo di un amore che si dona.
Lo dice anche Giacomo nella sua
Lettera: "Se io ho la fede e non ho le
opere dell'amore, come posso dimostrare la mia fede? È come se dicessi a quelli
che vengono a casa mia e mi chiedono pane e vestiti: 'Andate in pace, cercate
il vestito ed il pane'" (cf. Gc 2, 14-17). Queste parole non
servono a nulla. La fede dunque si attua attraverso l'amore. Questa è la fede
in Dio, nel Dio dell'esodo, che si rivela in Gesù crocefisso risuscitato dai
morti.
Conclusioni
Lo scopo di questo ascolto e
della meditazione dei testi biblici sull'amore preferenziale per i poveri è di
riscoprire le radici e le ragioni dell'azione pastorale della chiesa. Tutta la
chiesa che segue il suo Pastore, Gesù Cristo, ha una vocazione pastorale. Egli
è il modello di ogni pastore e dell'impegno pastorale di ogni battezzato.
Perciò l'azione pastorale non è riservata ai soli pastori che hanno ricevuto il
sacramento dell'ordinazione, ma tutta la chiesa è chiamata a riprodurre l'amore
del pastore che è Dio, che si rivela nel pastore autentico che è Gesù.
La conclusione della ricerca
sull'amore preferenziale per i poveri nella Bibbia può essere riassunta in
questi termini: la novità biblica rispetto a tutte le intuizioni della ricerca
umana sul problema della mancanza di beni, della sofferenza e del dolore che
travagliano il genere umano, è che Dio si fa povero. Non semplicemente
Dio guarda ai poveri, ma egli si fa povero per amore dei poveri. Questo
è l'amore preferenziale, che non si limita a fare discorsi sui poveri o ai
poveri. Dio per amore si fa povero coi poveri.
Allora se si vuole incontrare
il Dio dell'esodo, crocefisso risuscitato in Gesù, bisogno non solo aiutare i
poveri, ma diventare destinatari di questo amore di Dio mettendosi tra i
poveri. La salvezza ci verrà data gratuitamente, se diventiamo
"poveri" liberandoci della nostra ricchezza; se cesseremo di
considerare quello che siamo e che abbiamo come un diritto e lo viviamo come un
dono da condividere con gioia e semplicità con gli altri.