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Sent: Wednesday, July 28, 2010 4:57 PM
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Subject: [JUGOINFO] L'operaio low cost e la "Fiat Bomba"
L'operaio low cost e la
"Fiat Bomba"
1) L' operaio low cost di Zastava: Con quei 400 euro
sono rinato (E. Livini)
2) La Fiat Bomba / Le newco del mondo
libero (A. Di Meo / A. Robecchi)
=== 1 ===
L' operaio low cost di Zastava
Con quei 400 euro sono rinato
KRAGUJEVAC - L'
incubo di Mirafiori è un omone di un metro e 90 con una stretta di mano che fa
scrocchiare le nocche: «Piacere Boris Djoric!» si presenta nell' anticamera del
suo piccolo appartamento tra i casermoni di Stara Radnika Kolonija a
Kragujevac, 140 km. a sud di Belgrado. Il cognome stampato con una vecchia Dymo
sotto il campanello di casa sarebbe un altro. Ma lui strizza l' occhio: «Non ci
faccia caso - dice - . Mi fido di lei e la ricevo solo perché mi è stato
presentato da un carissimo amico». Messaggio ricevuto. «La prego di capirmi. Ho
quasi cinquant' anni, fino a vent' anni fa non ci sarebbero stati problemi -
spiega sprofondando in una vecchia poltrona - Lavoravo alla catena di montaggio
di Zastava-Fiat. Prendevo 1.800 marchi (quasi mille euro) di stipendio al mese.
E con mia moglie ci concedevamo il ristorante una volta alla settimana. Ma sa
qual è adesso il più bel giorno della mia vita? Il 28 febbraio scorso. Quando
ho finito il periodo di prova in Fiat Automobili Srbija. E, dopo aver buttato
via due decenni della mia esistenza, ho ritrovato un posto di lavoro fisso».
Stipendio? «Poco più di 400 euro, una fortuna che non posso permettermi di
rischiare ora». Nell' era del «Dopo Cristo» dell' auto - per dirla con Sergio
Marchionne - la felicità è una categoria soggettiva. A Mirafiori è allarme
rosso per la decisione del Lingotto di spostare a Kragujevac la produzione
della nuova monovolume del gruppo. Boris invece - l' operaio low cost che
guadagna un quinto di quanto prendeva nel `90 - fa festa. «Capisco i miei
colleghi italiani. Siamo tutti sulla stessa barca, spero alla fine ci sia
lavoro per tutti. Ma per me è la fine di un incubo». La sua storia è quella del
suo Paese. «Tutto è iniziato ad andare male con le sanzioni a inizio anni '
90», racconta. Poi è arrivata la guerra. «Ho visto gli aerei Nato bombardare la
fabbrica dove lavoravo. E nel ' 95 sono rimasto senza lavoro». Come altri
45mila qui a Kragujevac, orfani dello smantellamento del glorioso conglomerato
serbo. «Come ho fatto a campare? Mi sono arrangiato - ricorda facendo ballare
tra le mani una tazza di caffè - Ho vissuto per oltre 10 anni con un assegno
mensile di 16mila dinari (150 euro) garantiti dallo Stato. Ho arrotondato
vendendo metallo e macchinari recuperati delle fabbriche distrutte. Ho avuto
qualche impiego saltuario nell' edilizia». Ristoranti zero. «In tavola ci sono
stati solo pane e frittelle di grano per mesi. Ho tagliato le sigarette da 20
al giorno a due alla settimana». Una vita d' inferno: «Già nel ' 93 con mia
moglie avevamo abbandonato il sogno di un figlio. Nel ' 97 mi hanno tagliato la
corrente perché non pagavo le bollette. Due anni dopo ho lasciato casa mia, 120
euro d' affitto al mese, per trasferirmi in una baracca con i servizi di
fortuna a 70. E solo tre anni fa il governo mi ha trasferito a 100 euro qui. E
chiude un occhio se ritardo con i pagamenti». Il vento però è cambiato. Boris,
i suoi affitti arretrati e la sua rassegnazione («trent' anni fa non mi sarei
mai immaginato che la vita potesse andare indietro invece che avanti») sono un'
occasione irripetibile per un capitale che insegue per il mondo la stella
polare dei bassi costi. I politici di Belgrado e Veroljub Stevanovic, storico
sindaco di Kragujevac e per 15 anni direttore di Zastava-Fiat, hanno cavalcato
l' onda: «Eravamo, siamo e saremo la città dell' automobile. Eravamo, siamo e
saremo figli della Fiat», dice il primo cittadino. Hanno messo sul piatto
incentivi d' oro, benefici fiscali, 200 milioni di investimenti statali per
risistemare la fabbrica (su un miliardo totale). E persino, ciliegina sulla
torta, il progetto di un maxi-monumento alla Fiat: «Un' automobile su una
piattaforma girevole nella seconda rotonda all' ingresso del paese, subito dopo
il grande Crocefisso della prima rotonda», anticipa l'orgoglioso borgomastro
[cfr. http://www.cnj.it/documentazione/orrori.htm
]. Sforzi che come dimostra il caso di Boris (e malgrado i 20mila disoccupati
sui 200mila abitanti della città) iniziano a pagare. «Quando l' autunno scorso
mi hanno convocato con i 3mila reduci di Zastava auto per i colloqui in Fiat
ero emozionato come per un esame a scuola», racconta. Ha preso il suo foglio,
risposto a quasi tutte le domande del test («di quelle di meccanica non ne ho
sbagliata una». E quando a gennaio il Lingotto ha assunto le prime mille
persone («saranno 2.500 quando nel 2012 produrremo 220mila auto l' anno, come
vent' anni fa», dice soddisfatto il sindaco») Boris era nella lista. «Il giorno
in cui me l' hanno detto ho chiamato mia moglie e per la prima volta dal ' 91
siamo usciti a cena». Salsicce, verdure e dolce con vista sul fiume Lepenica
(«una volta sapevamo di che colore stavano verniciando le auto dalla tinta
dell' acqua», scherzano qui). Prezzo 900 dinari, nove euro. «Un mezzo tesoro
per noi, ma dopo tanti guai». E' la legge dei vasi comunicanti. L' Italia e gli
operai di Mirafiori rischiano di scendere la scala dei diritti sociali e del
lavoro. Kragujevac e il suo operaio low-cost Boris ritornano a salire. «So che
sono uno strumento, non sono stupido. Fiat è qui per guadagnare, non per
migliorare la mia vita. Ci pagano poco, in fabbrica tra di noi ci lamentiamo. E
magari tra 15 anni perderemo il lavoro a favore di una fabbrica a basso costo
in Africa. Ma dopo tutto quello che ho passato non penso al domani. E mi tengo
stretti i miei 400 euro. L' unico problema è che in Fiat non posso più fumare
alla catena di montaggio come si faceva in Zastava». Qualcuno in Italia -
buttiamo lì - sostiene che la scelta di Kragujevac per la monovolume sia solo
una boutade di Marchionne per strappare concessioni a Mirafiori. Boris si
irrigidisce sulla poltrona, trangugia l' ultimo sorso di caffè e guarda fuori
dalla finestra, verso le gru gialle al lavoro per rinnovare lo stabilimento di
Fiat Automobili Srbija. «Non ci voglio nemmeno pensare». Con quel che ha
passato è difficile dargli torto.
=== 2 ===
La Fiat Bomba
Nell’articolo di Alessandro Robecchi di domenica scorsa su “il
manifestoâ€, “Le newco del mondo liberoâ€, mancava all’elenco un modello di auto:
la Fiat Bomba.
Questa potrebbe davvero essere prodotta in Serbia, proprio in quella fabbrica,
la Zastava, distrutta dai bombardamenti del 1999. Ci racconta Rajka Veljovic,
del sindacato Samostalni, che ormai non esiste più, messo all’angolo e lasciato
senza i secondi...
“Nel 99 fummo uniti a difendere la Zastava. Stavamo dentro, invitammo le
maggiori testate televisive europee per dire che non avremmo abbandonato quella
che era la nostra seconda casa. Ma ci bombardarono lo stesso.â€
L’intera intervista è riportata nel film-documentario “L’urlo del Kosovoâ€, che
in questi giorni esce unitamente al libro di cui Tommaso Di Francesco ha
scritto appassionata recensione il 23 luglio [cfr. http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6808
].
Quella che era la Torino dei Balcani, la città jugoslava di Kragujevac e quella
che era la Fiat dei Balcani, la Zastava, furono bombardate senza nessun tipo di
remora o ritegno, il giorno della Pasqua ortodossa, mandando in frantumi
strutture, macchinari e... uova pasquali, colorate e pronte da distribuire fra
i lavoratori. In un vortice dove tutto si mischia, vita e morte, dramma e
grottesco, lacrime e scoppi di risate, fu bombardata quella che era la seconda
casa di questi lavoratori, così come tutta la Serbia e così come tutto il
Kosovo, ultima amputazione in ordine cronologico della Jugoslavia, ultimo
schiaffo in faccia ai Serbi.
A Kragujevac un inquinamento ambientale spaventoso dovuto alle fuoriuscite di
materiale tossico e oli combustibili usati nelle lavorazioni industriali, ha
causato e causa tuttora, nascite con malformazioni e l’insorgenza di malattie
tumorali mentre i profughi, che da Kragujevac a Kraljevo vivono sparsi in
decine di migliaia, molti dei quali provenienti dalle fabbriche satelliti della
Zastava, in particolare da Pec, nel Kosovo occidentale, hanno reso, loro
malgrado, la situazione di vita quotidiana drammatica per tutti. Cacciati senza
nessuna possibilità di ritorno dalla loro terra, dalla loro vita, nel giro di
poche ore dal 10 giugno del 1999, con la Kfor che assisteva “distratta†alle
violenze dell’estremismo panalbanese, vivono spesso di sussidi, aiuti, e lavori
saltuari. Lavoro diventato una chimera anche per chi lo aveva sempre avuto
garantito.
Salari che non arrivano ai 200 euro, prezzi che salgono alle stelle, le verdure
più semplici che arrivano anche a un euro al chilo, mentre rasenta i due euro
al chilo la carne, senza contare le spese fisse per elettricità, riscaldamento
e altro, con il dinaro che ogni mese perde punti, (dall’inizio dell’anno
a oggi è passato da 95 per 1 euro ai 105 attuali), se non fosse per le secolari
capacità di adattamento alla tragedia delle donne e degli uomini di questo
popolo, sarebbe la catastrofe.
E invece, eccoli che ancora resistono. Si resiste a Kragujevac, città che
nell’ottobre del ’41 vide intere generazioni di uomini e ragazzi e adolescenti
ammazzate in un giorno e mezzo dalla belva nazifascista. Oggi un parco ricorda
quell’eccidio al cui confronto le nostre Fosse Ardeatine diventano una carezza.
Sa sopportare la gente di Kragujevac il destino avverso, ci vuole ben altro che
un Marchionne qualunque per piegarla. Ma questa contrapposizione fra lavoratori
italiani e serbi fa molto male, soprattutto a loro. Perché nella sede del
vecchio sindacato campeggiano alle pareti le foto della solidarietà, che ancora
unisce i lavoratori italiani e serbi, attraverso i sostegni a distanza di
centinaia di famiglie di operai o ex operai della Zastava. Dalla Fiat non è
arrivata una lira, ancora oggi, mentre dai lavoratori delle varie
organizzazioni sindacali la solidarietà non è mai mancata, da quel maledetto 24
marzo 1999 fino a oggi. Non avrebbero mai pensato di doversi trovare coinvolti
in queste strumentalizzazioni, vere e proprie guerre fra poveri.
Dalla Fiat, che prima delle bombe era solita mandare panettoni, sono arrivati
solo diktat e imposizioni che hanno avuto, come conseguenza, licenziamenti in
massa, subappalti, ritmi di lavoro disumani, perdita di garanzie e diritti,
impoverimento dei salari, perdita di futuro.
Bisogna che questi ponti fra lavoratori italiani e serbi non vengano distrutti
dalla superficialità e dalla propaganda, così come vennero distrutti tanti
ponti della Serbia durante i bombardamenti. Vogliono le guerre fra i poveri, ma
è ora che i “poveri†comincino a guardare oltre il loro stretto utile
quotidiano, perché ci sarà sempre qualcuno più ricattabile pronto a fare gli
interessi di manager e aziende senza scrupoli. E gli stessi lavoratori dovranno
diffidare dei tanti, soprattutto politici che, a parole, sono con loro ma poi,
nei fatti, li lasciano soli. Chi sta rischiando davvero di essere ridotto alla
fame, sono soltanto loro, i lavoratori. Pensano di ridurli a più miti
pretese, tenendoli sotto ricatto. Ma potrebbero sbagliare e dare modo alla
solidarietà di avere il sopravvento.
E allora, questa Fiat Bomba davvero potrebbe diventare un veicolo affidabile,
da prodursi in cooperazione Italo-Serba. La Fiat Bomba, della solidarietà.
Alessandro Di Meo
---
Il Manifesto del 25.07.2010, p.1
FOGLIETTONE |
di Alessandro Robecchi
Le newco del mondo libero
Grazie alle nostre talpe nella sede centrale Fiat, a Detroit, siamo giunti in
possesso dei futuri piani di sviluppo dell'azienda americana. Eccoli.
La Fiat
Lapa, burinissima e riconoscibile dai tatuaggi sulle portiere, verrà
prodotta nel Borneo meridionale. L'accordo prevede sgravi fiscali per i
prossimi duemila anni ad aziende guidate da figli di scrittori imbolsiti il cui
nome cominci per E e finisca per lkann. Per ogni operaio assunto, il governo
darà alla Fiat l'equivalente di ottomila dollari in banane. Marchionne si è
mostrato interessato. Il Corriere della Sera ha lodato la maturità dei
sindacati locali.
La Fiat Kakka, la monovolume
di forma cilindrica allungata, sarà prodotta in Corea del Nord. I sindacati
nordcoreani sono entusiasti per il salto di qualità salariale dei loro
iscritti: «Una banana al mese per una famiglia nordcoreana è come vincere al
totocalcio». I turni di lavoro di 32 ore consecutive con una pausa per il bagno
di ventisei secondi sono considerati lussi occidentali, «esagerati» secondo La
Stampa di Torino.
La Fiat Sòla, la
macchina sportiva per fughe veloci, si produrrà molto probabilmente in Brasile.
Il governo si impegna a fornire alla Fiat sgravi fiscali, soldi in contanti per
ogni operaio assunto e incentivi per tutti i manager con la panza che si
presentino in maglione anche se ci sono 54 gradi all'ombra. Tutto in anticipo,
così quando Fiat dirà che non se fa più niente, avrà già incassato un discreto
gruzzoletto e potrà annoverare la Fiat Sòla tra i suoi successi.
La Fiat Panda. Dovevano farla a Pomigliano, ma disgraziatamente il
sindacato non è collaborativo come quello di Pyongyang. In linea con lo stile
Fiat, chiuderà anche Mirafiori e il nuovo modello si costruirà in Serbia, con
un nuovo nome. Si chiamerà Fiat Rappresaglia: per ogni macchina costruita si
licenzieranno quattro lavoratori italiani. I rastrellamenti sono già cominciati
a Termini Imerese e risaliranno la penisola nei prossimi mesi.