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Rispondi | Inoltra Messaggio #106 di 289 |
Orientamenti ecumenici
disponibile alla pagina
<http://it.groups.yahoo.com/group/orientamentiecumenici/>

Parola per domenica 13 ottobre 2002
Tu mi hai messo più gioia nel cuore
di quanto ne provano essi,
quando il loro grano e il loro mosto abbondano.
Salmo 4:7

Se uno ha dei beni di questo mondo e
vede il proprio fratello che è nel bisogno
e gli chiude le sue viscere,
come dimora in lui l'amore di Dio?
1 Giovanni 3:17

Questa newsletter ritornerà solo domenica prossima: il consueto numero
infrasettimanale e quello extra infatti non usciranno. E' un piccolo gesto
di solidarietà verso i tanti lavoratori in lotta il 18 ottobre 2002 ma anche
l'occasione per dedicare un tempo supplementare alla preghiera per le
migliaia di lavoratori Fiat che rischiano anche nella mia zona di Arese di
perdere il posto di lavoro. Purtroppo non potrò scioperare quel giorno
perché nella mia azienda, con 13 dipendenti, si rischia di perdere il lavoro
se si manifestano idee politiche o sindacali diverse da quelle
filogovernative. Qualche mese fa durante il periodo preliminare di lavoro
interinale, per il tramite un Agenzia collegata alla Compagnia delle Opere
di Comunione e Liberazione , la mia adesione sindacale fu semplice-mente
cestinata. In ogni caso non si possono impedirmi di pregare. E non è poco...
Maurizio Benazzi

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome,
venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà,
come in cielo così anche in terra, dacci oggi il nostro pane quotidiano
e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri
debitori.
E non ci esporre alla tentazione ma liberaci dal male.
Tuo è il regno, Tua potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

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Quattro anni fa su alcuni trafiletti del Corriere della Sera si leggeva che
all'interno della metropolitana di New York venivano effettuati degli
esperimenti del Pentagono: venivano infatti immessi nella circolazione
dell'aria sotterranea quantità variabili di virus di varia natura allo scopo
di verificarne gli effetti sulla popolazione metropolitana. Era
un'informazione che giungeva da ex agenti della CIA. Oggi si ammette
pubblicamente di aver utilizzato essere umani per sperimentazioni... molto
tempo prima! Francamente non trovo consolante o rassicurante il fatto che
gli USA siano una "grande democrazia" che rende pubblici i propri scheletri
negli armadi... In ogni caso vale la pena leggere quest'articolo tratto dal
sito di VITA.

"5mila soldati Usa usati come cavie

di Paolo Manzo
Durante la Guerra fredda Washington condusse esperimenti con armi chimiche e
biologiche sulle sue truppe e oggi...lo rende noto declassificando alcuni
documenti top secret

Gli Stati Uniti, si sa, sono una grande democrazia e non hanno paura
d'interrogarsi né di rendere pubblici i propri scheletri negli armadi. Anche
a scapito di farsi "odiare". E dopo la pubblicazione dell'appoggio più o
meno diretto alle dittature militari di Cile e Argentina qualche mese fa (e
consultabili sul sito della...Cia), oggi comunicano all'opinione pubblica
planetaria di aver usato come cavie circa 5mila soldati (statunitensi)
durante gli Anni della Guerra fredda per sperimentare nuove armi chimiche e
biologiche.
Negli anni compresi fra il 1952 e il 1971, infatti, il governo di Washington
condusse una serie di test per simulare la reazione ad attacchi non
convenzionali condotti sul territorio americano, canadese e britannico.
Il tutto è consultabile liberamente da documenti appena declassificati dal
Pentagono e inviati al Congresso in seguito alle denunce di alcuni veterani
affetti da patologie giudicate anomale.
I test si svolsero in Alaska, nelle Hawaii, nel Maryland e in Florida e,
insieme al governo canadese, gli Usa sperimentarono agenti nervini e con la
Gran Bretagna il gas Sarin.
Anche se i civili non erano coinvolti nelle sperimentazioni, il Pentagono ha
ammesso che si verificarono alcune fughe nell'ambiente delle sostante
patogene o tossiche usate (un fungo in Florida, un batterio ordinario alle
Hawaii e una sostanza chimica mediamente irritante in Alaska).
Il Pentagono sta cercando di identificare le ''cavie'' mentre il Congresso
ha messo in calendario nei prossimi giorni una serie di audizioni
sull'argomento per cercare di capire se il governo possa essere responsabile
delle patologie sviluppate dai veterani.
I documenti sono tutti cartacei, non ancora informatizzati, e si trovano
negli archivi di Fort Douglas, nello Utah. Ma presto saranno anche online".
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LONTANO DAGLI OCCHI DELLA SOCIETA'.
UN RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SULLA
DISCRIMINAZIONE SISTEMATICA DELLE PERSONE CON DISABILITA'
MENTALE

"Questo luogo non e' per esseri umani. Dovreste chiuderlo. Qui la gente
ci muore"
(un degente di un centro di assistenza sociale per adulti in Bulgaria).

In un rapporto diffuso oggi, dal titolo "Bulgaria: lontano dagli occhi della
societa'. Discriminazione sistematica delle persone con disabilita'
mentale", Amnesty International presenta le conclusioni di una ricerca ed
espone le proprie raccomandazioni per rendere gli ospedali psichiatrici e i
centri di assistenza sociale conformi alle disposizioni del diritto
internazionale in materia di diritti umani. La ricerca e' stata condotta in
stretta collaborazione con il Comitato Helsinki della Bulgaria, un gruppo
per i diritti umani che ha svolto dettagliati studi sul sistema di salute
mentale nel paese e soprattutto sugli ospedali psichiatrici.

Il rapporto di Amnesty International - presentato questa mattina a Sofia
insieme al Comitato Helsinki della Bulgaria - definisce "scioccanti" le
condizioni dei centri di assistenza sociale per adulti con disabilita'
mentale. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, l'elevato numero di
decessi riscontrato in questi centri e' indice di negligenza medica e di
mancanza di cibo e una temperatura adeguata. I degenti vengono limitati nei
movimenti con cinghie e catene e isolati in piccole stanze o gabbie per
periodi di tempo indeterminati.

Nell'ottobre del 2001 e nel gennaio del 2002 rappresentanti di Amnesty
International, del Comitato Helsinki della
Bulgaria e dell'organizzazione Mental Disability Rights International, hanno
esaminato le disposizioni e le
procedure utilizzate per ricoverare i pazienti nonche' le condizioni di vita
e il trattamento fornito negli ospedali
psichiatrici e nei centri di assistenza sociale per bambini e adulti con
disabilita' mentale. Della delegazione facevano
parte uno psichiatra specializzato in problemi dell'apprendimento, avvocati
che si occupano di disabilita'
mentale, un medico psicologo, un medico legale e un esperto in riforme
dell'amministrazione e del sistema di
assistenza sanitaria psichiatrica. I delegati hanno parlato con i pazienti
di tre ospedali statali a Karlukovo, Patalenitsa e Kardzali e hanno
incontrato i direttori di altri ospedali psichiatrici statali della capitale
Sofia. Inoltre, hanno visitato cinque centri di assistenza sociale per
bambini a Borislav, Dzhurkovo, Strazha, Mogilino e Vidrare e otto centri per
adulti a Sanadinovo, Radovets, Razdol, Pastra, Podgumer, Dragash Voivoda,
Samuil e Cherni Vrh. Nel 2002, i rappresentanti di Amnesty International e
del Comitato Helsinki della Bulgaria hanno visitato ulteriori
centri di assistenza sociale: a Dragash Voivoda in aprile, a Oborishte,
Gorni Chiflik, Fakia e Radovets in giugno e a
Kachulka, Tri Kladentsi, Radovets e Mobilino in luglio.
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Notizie da Eni

Le pape Jean-Paul II canonise le fondateur de l'Opus Dei
Rome, le 7 octobre (ENI) - Devant quelque 300 000 personnes - un record,
pour la place Saint-Pierre - le pape Jean-Paul II a canonisé le dimanche 6
octobre Josémaria Escriva de Balaguer, fondateur de l'Opus Dei, une
institution qui a provoqué aussi bien l'admiration que des polémiques au
sein même du monde catholique. Né en Espagne en 1902, ordonné prêtre en
1925, Josémaria Escriva de Balaguer a fondé en 1928 l'Opus Dei, une
institution qui avait comme objectif de pousser ses adhérents à parvenir à
la sainteté "dans la vie ordinaire", c'est-à-dire dans une vie normale de
travail ou dans la famille.

L'évêque anglican de Harare veut interdire l'accès de la cathédrale aux
membres du choeur
Harare, le 8 octobre (ENI) - L'évêque anglican de Harare, Nolbert Kunonga, a
demandé au tribunal d'interdire aux membres du choeur et aux responsables de
la cathédrale de la capitale d'assister aux services religieux et de se
rendre dans les églises du diocèse, après avoir été accusé par ceux-ci
d'abuser de sa position en prononçant en chaire l'éloge du gouvernement.
(ENI-02-0267\F)

Les évêques congolais déplorent les violences qui affectent l'Eglise et la
population
Brazzaville, le 8 octobre (ENI) - Jean Guth, prêtre spiritain de nationalité
française, âgé de 63 ans, et dont on n'avait plus de nouvelles depuis six
mois, a été tué par ses ravisseurs, a-t-on appris récemment. Ce nouvel
assassinat d'un homme d'Eglise a une fois de plus choqué les chrétiens
congolais. Les évêques de la République du Congo ont adressé un message aux
chrétiens et aux hommes de bonne volonté pour exprimer leur "peine devant
les agressions gratuites dont les serviteurs de Dieu et la population sont
victimes de la part des hommes en armes de tous bords".

Des pasteurs zimbabwéens se disent victimes de harcèlement de la part de
militants du parti au pouvoir
Harare, le 9 octobre (ENI) - Des pasteurs zimbabwéens se plaignent de ne
plus pouvoir exercer leur ministère auprès des partisans de l'opposition à
cause des menaces de militants du Parti au pouvoir - l'Union nationale
africaine du Zimbabwe - Front patriotique (ZANU- FP).

L'avenir appartient aux non-violents, déclare l'évêque Margot Kässmann
New York, le 9 octobre (ENI) - Dans l'éventualité d'une guerre des
Etats-Unis contre l'Irak, des laïcs et des ecclésiastiques de différents
continents et confessions, réunis à Atlanta, en Géorgie, du 4 au 5 octobre,
ont réaffirmé leur engagement en faveur de la paix dans le cadre d'un effort
mondial pour venir à bout de la violence. Tout en se déclarant d'accord avec
le président George W. Bush lorsqu'il dit que l'Irak doit désarmer, l'évêque
Margot Kässmann, de l'Eglise évangélique luthérienne du Hanovre, a souligné
dans son intervention que le reste du monde, y compris les Etats-Unis,
devrait aussi le faire.

La loi sur les conversions pourrait menacer les activités d'entraide des
chrétiens, avertissent les Eglises indiennes
New Delhi, le 9 octobre (ENI) - Pour les chrétiens indiens, la législation
introduite ce dernier week-end dans l'Etat du Tamil Nadu, au sud du pays,
qui interdit les conversions par "la force, la persuasion ou des moyens
frauduleux" pourrait entraver les activités d'entraide chrétiennes. Le
gouvernement de l'Etat du Tamil Nadu a déclaré que cette mesure avait été
prise pour empêcher les tentatives de "certains fondamentalistes religieux
et de forces subversives visant à créer des tensions entre communautés au
nom de la conversion religieuse".

La Cour d'appel ordonne la tenue d'un nouveau procès pour les quatre hommes
accusés d'avoir assassiné un évêque guatémaltèque
Tegucigalpa, le 10 octobre (ENI) - Une cour d'appel guatémaltèque a demandé
la tenue d'un nouveau procès pour quatre hommes reconnus coupables d'avoir
assassiné l'évêque catholique romain Juan Gerardi. En effet, le mardi 8
octobre, à la grande consternation des responsables d'Eglise et des
militants des droits de la personne, la quatrième Cour d'appel de Guatemala
a annulé la condamnation de trois militaires et d'un prêtre pour
l'assassinat, en 1998, de l'évêque auxiliaire de Guatemala, Juan Gerardi.

Les résultats des élections en Lettonie renforcent la place des chrétiens
parmi les législateurs
Varsovie, le 11 octobre (ENI) - Pour plusieurs représentants d'Eglise de
Lettonie, la victoire obtenue le dernier week-end par les partis du
centre-droit lors des élections parlementaires et l'avancée d'un nouveau
parti soutenant les valeurs chrétiennes devrait déboucher sur "une attitude
plus ouverte" envers les chrétiens dans l'ancienne République soviétique.

L'Eglise catholique accuse le gouvernement zambien de minimiser la gravité
de la famine
Harare, le 11 octobre (ENI) - L'Eglise catholique romaine a accusé le
président zambien Levy Mwanawasa d'intimider l'opposition et de minimiser la
gravité de la famine qui menace des millions d'habitants, en Zambie et dans
d'autres pays d'Afrique australe. "Nous déplorons que le gouvernement ne
puisse reconnaître que la situation de famine est si grave que des gens
meurent", écrit la Commission catholique "Justice et paix" dans une
déclaration publiée le mardi 8 octobre
Notizie da ENI
LE CHIESE SOSTENGANO I MIGRANTI VITTIME DI DISCRIMINAZIONE E RAZZISMO
In Olanda un incontro della Commissione delle chiese per i migranti in
Europa

Roma (NEV), 9 ottobre 2002 - Le chiese devono opporsi ad ogni
discriminazione e al razzismo, ma in Europa i contesti sono diversi e ogni
azione deve fare i conti con la società in cui si vuole intervenire. Su
questo tema si è tenuta una tavola rotonda in Olanda, organizzata dalla
Commissione delle chiese per i migranti in Europa (CCME) in collaborazione
con la Conferenza delle chiese europee (KEK). Vi ha partecipato Annemarie
Dupré, del Servizio rifugiati e migranti della Federazione delle chiese
evangeliche in Italia (SRM/FCEI), che ha sottolineato come il fenomeno delle
migrazioni sia un fatto normale nella storia dell'umanità dal quale non è
necessario "difendersi ad ogni costo", quanto piuttosto affrontarlo in un'
ottica pastorale cristiana: "un lavoro d'amore". A conclusione dell'incontro
sono state elaborate alcune raccomandazioni concrete per le chiese. Le
chiese dovrebbero contribuire ad una "informazione non razzista" sulle
questioni relative all'immigrazione, elaborando anche codici di
comportamento corretto. I media delle chiese, si legge ancora nelle
raccomandazioni, dovrebbero diffondere una immagine positiva di gruppi e
minoranze a rischio di marginalizzazione o di atti di razzismo. Anche in
ambito educativo le comunità di fede hanno un ruolo importante: "Promuovere
a tutti i livelli iniziative di formazione e di educazione per superare
tutte le forme di razzismo e discriminazione" e stare accanto alle vittime
di tali fenomeni. Gli stessi programmi di educazione religiosa dovrebbero
includere questioni di migrazione. (nev/ln)


LE CHIESE CRISTIANE CHIEDONO PIÙ COLLABORAZIONE FRA UNIONE EUROPEA E SOCIETÀ
CIVILE
E' la richiesta dei rappresentanti della KEK ad una consultazione convocata
a Bruxelles

Roma (NEV), 9 ottobre 2002 - Le chiese cristiane chiedono relazioni più
strutturate fra la società civile e le istituzioni europee: questa in
sintesi la richiesta dei rappresentanti della Conferenza delle chiese
europee (KEK) che il 7 e 8 ottobre hanno partecipato ad un incontro
convocato dall'Unione Europea a Bruxelles per discutere della cooperazione
fra istituzioni europee e società civile. Ruediger Noll, direttore della
Commissione Chiesa e società della KEK ha sottolineato, durante l'incontro,
che se si intende operare perché l'Europa sia veramente vicina ai cittadini,
"è fondamentale che si creino relazioni strutturate fra istituzioni europee,
società civile, chiese. Come chiese - ha aggiunto - abbiamo già fatto
richiesta di elaborare una base costituzionale e legale per istituire un
sistema di consultazioni e dialoghi". Noll ha anche sottolineato
l'importanza che le organizzazioni della società civile preservino la
propria indipendenza e che le strutture di consultazione siano trasparenti e
sappiano riconoscere la diversificazione dei partner della società civile.
Al centro della discussione, anche la futura "Costituzione Europea": su
questo tema la KEK e la Commissione delle Conferenze episcopali presso la
Comunità Europea (COMECE) hanno elaborato congiuntamente alcune
raccomandazioni. Fra i punti fondamentali del documento, la richiesta che l'
UE "rispetti il diritto delle chiese e delle comunità religiose di
organizzarsi liberamente", secondo il diritto di ciascuna nazione, e il
riconoscimento ed il rispetto delle identità e del contributo specifico alla
vita pubblica che proviene dalle diverse chiese e comunità religiose".
(nev/gu)

(NEV) - Figlio di un cattolico e di una valdese, Giovanni Miegge (1900-1961)
è uno dei maggiori teologi italiani del XX secolo, senz'altro il nome più
significativo in ambito protestante. Sara Saccomani nel suo "Giovanni
Miegge, teologo e pastore" (Editrice Claudiana, pagg. 240, Euro 14,50)
propone un'attenta ricostruzione del pensiero filosofico, teologico ed etico
di Miegge, dall'adesione alla teologia dialettica di Karl Barth al confronto
con la cultura laica del tempo, in particolare il dibattito con
esistenzialismo, spiritualismo, storicismo e materialismo. Editrice
Claudiana, via Principe Tommaso 1, 10125 Torino.

(NEV) - Secondo dati pubblicati dal quotidiano "Avvenire", che riprende
cifre fornite dal Glenmary Research Center di Nashville, i cattolici negli
USA sono 62 milioni; i battisti 20 milioni, i metodisti 10,3 milioni.
Sommate insieme tutte le denominazioni cristiane non cattoliche raggiungono
i 66 milioni. La ricerca stima i musulmani in un milione e 600 mila e gli
ebrei in 6 milioni.

(NEV/CS) - Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato all'unanimità una
mozione che riconosce sia l'importanza della nuova Biblioteca Mary Baker
Eddy per l'importanza dell'Umanità, appena inaugurata a Boston, che il
rilievo dell'opera della pioniera spirituale e scrittrice a cui la
Biblioteca è dedicata, fondatrice del movimento Christian Science. La
mozione era stata presentata al Senato da Edward M.Kennedy e alla Camera dal
deputato Michael Capuano.

Premio Nobel per la pace a Jimmy Carter. Soddisfazione delle Chiese battiste
italiane.
L'ex presidente USA, credente battista, è attivo da decenni in progetti per
la riconciliazione e la pace.

Roma, 11 ottobre 2002 (NEV-CS42) - Esprime soddisfazione l'Unione cristiana
evangelica battista alla notizia del conferimento del Premio Nobel per la
Pace 2002 a Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti e membro attivo
della chiesa battista. La motivazione del prestigioso riconoscimento
sottolinea "i decenni di sforzi dedicati a cercare soluzioni pacifiche ai
conflitti internazionali, a far avanzare la democrazia e i diritti umani e a
promuovere lo sviluppo economico e sociale".
"In questa decisione - ha dichiarato oggi all'agenzia NEV il presidente
dell'Unione cristiana evangelica battista (UCEBI), Aldo Casonato - si
riconoscono i meriti acquisiti da Carter in campo politico, nella sua veste
di presidente degli Stati Uniti, ruolo in cui ha espresso gli stessi valori
che ispirano la sua vita di cristiano impegnato e ha ottenuto riconoscimenti
anche da oppositori come Fidel Castro che ebbe per lui parole di
apprezzamento". Jimmy Carter è stato presidente degli Stati Uniti dal 1977
al 1981. La sua figura è legata indissolubilmente allo storico accordo di
pace di Camp David (1978) tra Israele ed Egitto.
"Ha certamente influito sulla decisione del Comitato norvegese - prosegue il
presidente dell'UCEBI - anche la dedizione mostrata da Carter in ambiti meno
noti alla cultura italiana, come autore prolifico di letteratura spirituale,
impegnato sostenitore di organizzazioni umanitarie e promotore di missioni
di pace. Ricordiamo il Carter Center (attivo da 20 anni), centro
internazionale per i diritti civili e per la pace da cui ha avuto origine
Habitat for Humanity, associazione che costruisce case nei paesi più poveri
del mondo e nelle aree più degradate delle città". Come leader battista,
inoltre - conclude Casonato -, Carter ha recentemente sponsorizzato un
convegno mondiale delle chiese battiste sulla questione dei diritti civili e
della pace, tenuto nella sua Atlanta, città del pastore battista Martin
Luther King, anche lui premio Nobel".

(NEV) - Uno studio biblico sui Salmi, un editoriale sul "Piano di Dio",
articoli su anziani, virtù teologali, informazioni e notizie nel numero di
ottobre de "Il grido di guerra", mensile dell'Esercito della Salvezza in
Italia. Nel numero, l'inserto "Il Salutista" presenta il nuovo comandante
dell'Esercito nel mondo, John Larsson, e i maggiori Massimo e Jane Paone,
nuovi responsabili dell'Esercito della Salvezza in Italia. Il grido di
guerra, via degli Apuli 39, 00185 Roma. www.esercitodellasalvezza.org

OLTRE SHARON E ARAFAT
di Paolo Naso (da NEV)

L'articolo che presentiamo in anteprima sarà pubblicato sul numero dell'11
ottobre del settimanale evangelico "Riforma". L'autore è direttore del
mensile "Confronti" e della rubrica televisiva "Protestantesimo" (RAIDUE).

Sono passati poco più di due anni dall'inizio della «seconda Intifada»
palestinese ma nulla di nuovo sembra muoversi sulla scena del Medio Oriente.
Tutto appare scontato e «vecchio» e gli attori sulla scena restano legati
alle loro parti di sempre, incapaci di interpretare un ruolo diverso. Dopo
due anni di scontri, attentati terroristici, azioni e ritorsioni militari,
sia la leadership israeliana sia quella palestinese mostrano la loro
inadeguatezza: ed è sempre più chiaro che, per ricostruire un credibile
processo di pace, bisogna andare «oltre» Sharon e «oltre» Arafat, «oltre» la
cultura e le strategie politiche che li orientano.
Il primo è andato al potere nell'autunno del 2000 affermando che la via
della pace passava per la sicurezza di Israele: oggi la società israeliana
deve prendere atto che il suo premier non ha garantito né questa né quella e
che, al contrario, la fine del processo di pace avviatosi nel 1993 ha aperto
uno dei periodi più dolorosi e difficili. Dall'inizio dell'Intifada sono
morti centinaia di israeliani, un prezzo altissimo per un progetto politico
del quale non si vedono i contorni e nel quale non si scorge coerenza. Qual
è l'obiettivo di Sharon? Annettersi i Territori? Deportare Arafat a Gaza?
Distruggerlo politicamente? Eliminarlo fisicamente? E in ogni caso, anche
quando l'obiettivo finale fosse l'eliminazione dell'anziano raìs
palestinese, è evidente che questo non basterebbe a fermare o reprimere
l'Intifada. Al contrario, riavvicinerebbe fazioni oggi divise e darebbe
nuovo impulso alla strategia della lotta senza quartiere contro obiettivi
militari e civili israeliani.
Qualcuno suggerisce che, in prospettiva, è esattamente quello che Sharon
desidera: una massiccia sollevazione terroristica e violenta nei Territori,
tale da giustificare un intervento risolutivo dell'esercito israeliano e
quindi la deportazione di centinaia di migliaia di palestinesi oltre il
Giordano. Se così fosse (e non da oggi lo affermano chiaramente alcune parti
politiche che sostengono Sharon) sarebbe un calcolo moralmente sciagurato e
politicamente sbagliato. Il prezzo umano, infatti, sarebbe altissimo ma
soprattutto sarebbe enorme il costo «morale» di una deportazione priva di
ogni legittimità. Come affermano da tempo alcuni intellettuali israeliani,
sarebbe la «fine» di Israele, la morte della sua coscienza di nazione
cementata attorno a precisi valori etici e spirituali. E poi ci sarebbe un
prezzo politico che Israele non potrebbe pagare: l'isolamento dalla comunità
internazionale e in particolare dall'Europa. Ogni giorno di più, quella
indicata da Sharon si mostra, insomma, una strada senza sbocco, incapace di
garantire e la pace e la sicurezza.
Ma i limiti e i tragici errori di Sharon si sommano a quelli altrettanto
gravi di Arafat. In due anni di Intifada il presidente palestinese è come
rimasto in mezzo a un guado, critico verso la sommossa e la sua deriva
terroristica ma anche incapace di fermarla. Condannare gli attentati
terroristici dopo le pesanti pressioni della comunità internazionale serve a
poco: occorre farlo prima che avvengano, in arabo e di fronte alla gente del
suk di Gaza o di Ramallah. E anche riguardo agli accordi di pace di
Washington, Arafat sconta qualche ambiguità: da una parte accusa Israele di
non averli rispettati ma dall'altra non dice che quegli accordi avevano un
prezzo che forse, lui per primo, non era disposto a pagare. Sharon e Arafat
rappresentano il «vecchio» e certamente non la parte migliore della storia
del Medio Oriente: l'uno e l'altro promettono quello che non possono
garantire e che comunque hanno dimostrato di non essere disposti a pagare.
Il premier israeliano promette la «fine» del terrore e una pace unilaterale
senza trattative; il raìs palestinese offre al suo popolo il sogno di una
nazione costruita con il sangue dei martiri e con la bandiera nazionale che
sventola sulla moschea di El Aqsa. «Promesse e sogni sono legittimi ma hanno
un prezzo. E le leadership israeliana e palestinese non hanno capito che è
giunto il momento di pagarlo», hanno detto all' unisono Abed Rabbo e Yossi
Beilin a Roma lo scorso 19 settembre. Il primo è un ministro dell'Autorità
nazionale palestinese; il secondo, in qualità di ministro del governo Rabin,
è stato tra gli artefici degli accordi di Washington. Insieme ad altri
politici e intellettuali dell'una e dell'altra parte hanno dato vita alla
«Coalition for peace», un organismo «misto» che si pone l'obiettivo di
ricostruire canali di dialogo informali che consentano di rilanciare un
negoziato istituzionale vero e proprio. Insomma una lobby di pace,
trasversale e politicamente avvertita, forse il nucleo di nuove leadership
pronte a promettere di meno e, per questo, capaci di ottenere di più.
Pragmatiche e realistiche. «La verità è - ha spiegato Beilin - che non
esiste un'alternativa alla pace.
Non esistono scorciatoie militari o forzature terroriste per portare a
soluzione il conflitto israelo-palestinese. I due popoli hanno già pagato un
altissimo tributo di sangue alla logica brutale della violenza, della
sopraffazione, del terrore. Per questo chiediamo a tutta la comunità
internazionale di stare dalla parte della coalizione israelo-palestinese per
la pace perché solo così noi riusciremo forse a convincere i nostri due
popoli ad andare oltre l'odio e la vendetta».
Questo appello si rivolge anche a noi. Non ci si chiede di schierarci da una
o dall'altra parte ma di fare quello che è possibile per avvicinare le parti
in conflitto. Il Comune di Roma, su iniziativa del sindaco Veltroni, ha
risposto aprendo un ufficio a Gerusalemme, avvalendosi della collaborazione
congiunta, un tempo impensabile, delle associazioni Italia-Israele e
Italia-Palestina. Costruire insieme dei ponti si mostra più utile che
rinforzare le palizzate. È un modo di accostarsi al conflitto mediorientale
in sintonia, ci pare, con l'iniziativa dello scorso giugno, quando una
delegazione promossa dalla Federazione delle chiese evangeliche realizzò una
«visita ecumenica» in Israele e nei Territori in uno spirito di ascolto e di
promozione del dialogo.
Finalmente qualche germoglio, e nonostante la loro fragilità è a questi che
si aggrappano le speranze della pace.

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Baghdad 8 novembre 2002
interverranno i cantanti e i musicisti
Max Gazzé, Claudio Lolli, Nada,
Antonio Onorato, Pippo Pollina
--- DESCRIZIONE DELL'INIZIATIVA ---

AIUTIAMOLI A VIVERE di Pescara
STORIE DI NOTE di Roma
LABORATORIO PROGETTO POIESIS di Alberobello-Bari
presentano
IL CIELO SOPRA BAGHDAD
CONCERTO PER LA PACE
poeti, musicisti,cantanti
iracheni e italiani, contro la guerra

La manifestazione intende organizzare l'8 novembre 2002 a Baghdad un
concerto musicale e una lettura di poesie con la presenza dei cantanti e
musicisti italiani: Max Gazzé, Claudio Lolli, Nada, Antonio Onorato, Pippo
Pollina, i poeti Giuseppe Goffredo e Tusio De Iulis, il fotografo Michele
Stallo, insieme a poeti cantanti e musicisti iracheni.

Patrocinio Comune di Alberobello.

Con tale progetto le tre Associazioni, impegnate, da anni, in favore
dell'intervento umanitario e del dialogo culturale con l'Iraq e i paesi
mediterranei, vogliono dare voce al dissenso di tutti coloro, singoli
cittadini o associazioni, che intendono opporsi alla guerra.

Premessa
Chi non lo ricorda ancora quel cielo di piombo notturno, oscuro, velenoso
sopra Baghdad nei giorni della guerra del Golfo del gennaio 1991. Chi non
ricorda l'angoscia di questi anni durante i giorni di guerra prima in
Libano, poi in Iraq, nel Kosovo, nell'Afghanistan, in Palestina. Quanti in
tutti questi anni non hanno smesso di pregare, scongiurare, agire affinché
tutto questo non tornasse, che finalmente la guerra fosse bandita dalla
faccia della terra, che, - basta! - non ci fossero altre vittime, nuove
vittime innocenti, che donne, bambini, vecchi, giovani, non si aggirassero
smarriti nei luoghi distrutti da una guerra.
Ma così non è stato. Così non è. Ed ecco che ancora una volta,
inopinatamente, irresponsabilmente, ci troviamo di fronte alla decisione
degli Stati Uniti e della Gran Bretagna di muovere guerra all'Iraq. Ecco,
che, ancora parole malate si aggirano per il mondo, che si parla di armi,
omicidi, destini segnati, morti, bombardamenti, piani di guerra. Ecco che la
memoria dei morti, quelli di New York, produrrà altri morti. Molti morti.
Morti che chiameranno altri morti. Lutti che produrranno altri lutti. Sangue
che farà scorrere altro sangue. Come in una gigantesca guerra civile umana,
di cui sì è coniato l'eufemismo di "scontro di civiltà" e si dovrebbe
parlare invece di crisi di civiltà. Crisi dell'Occidente davanti a se
stesso; crisi morale di una parte del mondo che fa finta di non vedere
l'olocausto che si consuma nei paesi del Terzo mondo; crisi ecologica
ambientale di una natura sempre più stanca in un mondo che adesso vuole
imporre la scelta fra mercato e democrazia, fra libertà civili e sicurezza,
fra sopravvivenza e guerra.
Perché
Accettare che il concetto di civiltà si fondi sulle armi è un tragico errore
per tutta l'umanità. Un anno fa l'auspicio era che l'11 settembre 2001 fosse
per l'Occidente non un momento di vendetta, ma un momento di riflessione per
capire quello che stava succedendo e interrogarsi sulle sorti del mondo, in
quanto a finire nell'imbuto di una crisi di dimensione planetaria è l'intera
specie umana. Non cogliere prima di tutto questo segnale è il grande
pericolo che può spalancare davanti a noi l'abisso.
Quello che è seguito all'attacco di New York sono soprattutto due cose:
primo, la guerra in Afghanistan con l'uccisione di altre quattromila
persone, in gran parte popolazione civile inerme; secondo, un'ulteriore
riproposizione di teorie e visioni etnocentriche, pregiudizi e luoghi comuni
che hanno allontanato le civiltà del Sud e del Nord, ingrossando il solco di
diffidenza reciproca.
Il terrorismo ha permesso al presidente George W Bush l'opportunità di
chiedere una guerra fuori dai propri confini, con l'adesione massiccia
dell'opinione pubblica. Una guerra duratura e totale con un grande impiego
di uomini e di mezzi, in cui gli Stati Uniti hanno potuto costruire una
coalizione di tutte le potenze occidentali, con l'aggiunta della Russia e
l'appoggio della Cina. Così al bipolarismo del perdurante confronto fra Est
ed Ovest della Guerra Fredda si è sostituito la contrapposizione fra il Nord
e il Sud. Ovvero i ricchi e i potenti contro i poveri e i disperati.

In Iraq, dal 1991 ad oggi, sono morti più di cinquecentomila bambini (cifre
documentati dall'ONU), per infezioni e malattie varie, dovute
all'impossibilità, per esempio, di riparare le condotte idriche e al divieto
di importare cloro per disinfettare l'acqua. A questo crimine contro
l'umanità occorre aggiungere un altro milione di morti causati dai
bombardamenti ininterrotti effetto dell'applicazione della "No fly zone",
nonché dei residui radiativi lasciati sul terreno dell'uranio impoverito. Ma
al presidente Bush e al suo amico Blair evidentemente non basta l'orrore di
tanta sofferenza e stanno per scatenare una guerra ancora più crudele e
distruttrice allo scopo di impadronirsi delle risorse petrolifere dell'Iraq.

La guerra che si prospetta servirà ad imporre al mondo ancora di più la
logica del vinto e del vincitore, di chi comanda e di chi deve ubbidire, di
chi deve vivere e di chi deve morire. Inaugurare un'epoca "post-ethical",
dove tutte le norme internazionali sui diritti dell'uomo, sul trattamento
dei prigionieri, sulle regole che anche in tempo di guerra la comunità
internazionale si è data, sono annullate. Dove l'ONU affamato dalla mancanza
di finanziamento dagli Stati Uniti, è prigioniero della volontà americana.
Dove gli interessi dei potenti è l'unico metro di misura valido, assoggetta
ogni giudizio e giustifica ogni comportamento.

E' questo il nuovo ordine mondiale? Non è in questo castello di menzogne che
si generano i mostri del terrorismo? Che cos'è davvero terrorismo? Chi sono
davvero i terroristi? Perché si preferisce spostare tutto il male
all'esterno lasciando che il cancro dentro l'Occidente (legame tra finanza,
banche, industria degli armamenti, servizi segreti, mafia, poteri legali,
mercato) continui ad estendersi e a radicarsi? Dovremmo abbandonare ogni
speranza di vedere l'Occidente riflettere sulla propria civiltà, modelli
culturali, etica, capacità di ragionare sulle cose? Dovremmo arrenderci
all'idea che, ancora una volta, una mentalità rozza, sollecitata da
interessi giganteschi, inneschi il grande ordigno della guerra anziché
confessare i propri fallimenti? Manipolando la mente di un numero enormi di
persone pur di non rivelare i propri interessi legati al controllo delle
risorse energetiche?

C'è di fronte alla guerra un apparato di informazione e di persuasione
compatto, massiccio, univoco. Tutte le vie di uscita e di riflessione sono
precluse. Il conto che si fa è quello di instillare nella testa di tutti
l'ineluttabilità dell'evento: - Tutto è inevitabile. Occorre convincersi.
Non si può fare altrimenti - . Il "patriottismo" che ci viene richiesto è
quello di riconoscerci una grande potenza e di partecipare insieme al club
dei grandi e dei ricchi ai bombardamenti su Baghdad. Accettare di far parte
del ristretto club di chi intende imporre la propria volontà di potenza agli
altri, asservirli con la forza, metterli a tacere e fargli ingoiare il
nostro punto di vista.
Come se essere italiani nel nuovo vocabolario significa accettare che la
flotta italiana spari contro i "nemici" iracheni, afghani, arabi, musulmani,
che i nostri aerei vadano a bombardare i loro territori, che i nostri
soldati occupino suoli non propri. Che in cambio di questa volontà di
potenza gli italiani rinuncino alla propria soggettività critica e morale.
Che finalmente come tutti dicono gli italiani diventino adulti, realisti.
Ovvero che l'identità degli italiani non sia più quella legata alla loro
intelligenza, creatività, umanità; qualità per le quali si sono sempre
distinti nel mondo, ma che diventino spietati sterminetor in terra
straniera.

La guerra è un potente strumento che può cambiare dall'interno la
soggettività di un paese e i suoi sentimenti. Il ferro scintillante della
guerra appare, davanti agli individui, per separare la loro umanità da
quella degli Altri, allontanare la loro sofferenza dall'altrui. Si pone la
distanza. Si definisce il distacco. Si segna la lesione di civiltà. Si
disegna la geografia della frattura. Da una parte un Noi dall'altro un Loro.
Noi la civiltà, la democrazia, la giustizia, Loro i barbari, i terroristi,
la minaccia. Questa distinzione poi penetra nella mente sociale, si
narcisizza trasformandosi in razzismo, violenza, leghismo. Gli altri sono
cancellati nei corpi e nelle coscienze per ridurli a solo bersaglio. L'altro
è un volto deserto e un luogo senza storia. Noi siamo il modello unico che
merita di sopravvivere. L'Altro è l'antagonista che non ha gli stessi
diritti di vivere, di fare figli, di sfamarsi, di muoversi nel mondo
liberamente. L'altro è un pericolo per la mia sopravvivenza, il mio
benessere, la mia sicurezza.

La guerra crea l'ideologia della guerra. Ma soprattutto disegna il volto del
nemico. Negli Stati Uniti dopo l'11 settembre l'immagine di Bin Laden è
stata diffusa e indicata come quella del grande nemico. Le sue foto sono
apparse persino nei war games o sono state stampate sulle sagome dei
bersagli nei poligoni di tiro: barba ieratica, viso allungato, occhi tristi
e inquieti, mitra in mano, jallabìa. Così la figura dell'arabo semita,
fondamentalista, ricco, spietato, incarna in Occidente l'immagine di un
nuovo antisemitismo che diviene un "pensare antisemita". Qui il tradizionale
antisemitismo neonazista non solo non muore ma prolunga su un piano
geo-etnico il proprio pregiudizio, facendone una visione generale degli
altri. In qualche maniera il sentimento di odio si estende dagli ebrei agli
arabi, popolo non solo semita ma soprattutto musulmano. In questo modo è
sottolineata, con una veemenza ancora più radicale, la contrapposizione fra
il Nord cristiano occidentale anglosassone con il Sud mediterraneo africano
orientale musulmano semita. Sicché l'archetipo antisemita arianista si
intreccia con un neo-orientalismo aggressivo che ha la funzione, appunto, di
disegnare il volto del nuovo nemico, stigmatizzato all'interno del dualismo
etnico Nord Sud.
Sicché con la guerra contro l'Iraq, il "pensare antisemita" riceverà in
Occidente, una spinta gigantesca, che già nella cronaca quotidiana, comincia
a dare i suoi frutti: ad esempio le scritte antisemite sui muri d'Europa, la
legge sull'emigrazione Bossi-Fini, i raid razzisti contro gli emigrati. Ma
siamo solo agli inizi.

La guerra significa innanzitutto il fallimento di una classe politica, che
per nascondere i suoi errori, le proprie bugie, i propri istinti di follia,
punta all'avventura della morte. E' questa la menzogna di cui si prova
disgusto davanti alla guerra. Migliaia di persone innocenti condannate a
morire perché un ceto di potere non ha fatto quello che doveva fare e
falsifica le carte sotto gli occhi di tutti. Sapendo che altri e non chi
comanda, pagheranno, soffriranno, vedranno la morte e la morte nel dolore.
Altri, molti altri dovranno assumere su di sé l'angoscia di avere ucciso e
di avere inflitto atrocità. Avere mutilato orrendamente, nell'atto della
guerra, il senso della propria umanità.

La pace non è un atteggiamento da vigliacchi ma un progetto di vita, di
società, di economia. Un modo di stare al mondo, di intendere i rapporti fra
gli uomini, le relazioni fra i popoli. L'essenza di una nuova politica che
può sconfiggere la violenza e la guerra. Dare al mondo una prospettiva
nuova. La pace è lo sforzo continuo di rendere possibile il mondo. Riaprire
davanti ai noi il futuro. La pace è lo sforzo continuo di cercare l'altro.
Lavorare ininterrottamente affinché la volontà di pace si trasformi in uno
stato di pace. Capire che la specie umana ha un unico destino.
Per questo diciamo no alla guerra! No! Oggi. No! per domani. No per chi
verrà! Solidali con il popolo iracheno. Con la musica. Con la poesia.
Chiamando tutti a raccolta per riaprire IL CIELO SOPRA A BAGHADAD.

24 settembre 2002 Alberobello-Pescara-Roma

Giuseppe Goffredo
Michele Stallo
Tusio De Iuliis
Rambaldo Degli Azzoni
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