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Per l’amicizia ebraico - cristiana

Orientamenti ecumenici

 

 

Riflessioni di Ernesto Balducci, profeta dei tempi che verranno…

(tratta dall’ultimo numero della rivista Confronti):

 

“Il 5 febbraio 1943, nelle acque della Groenlandia, la Dolcester, colpita da un siluro tedesco, stava per affondare. Chi non aveva un salvagente era perduto. Nella lotta selvaggia per la vita – racconta un testimone – quattro uomini rimasero calmi e consapevoli, quattro cappellani militari: un rabbino, un sacerdote cattolico e due pastori evangelici. Si erano legati l’uno all’altro per non cadere dalla coperta viscida e già fortemente inclinata. Tutti e quattro avevano già ricevuto la loro cintura di salvataggio, ma ciascuno aveva offerto la propria ad un uomo dell’equipaggio. Allorché la Dorcester  s’impennò, prima di calare definitivamente a picco tra i flutti, si videro i quattro per l’ultima volta. Stavano ritti e immobili, tenendosi per man, addossati contro il  parapetto: pregavano”.  Ernesto Calducci di questo episodio storico ha fatto una parabola: “Che senso avrebbe che, mentre il naviglio va a fondo, le religioni continuassero a discutere fra di loro per rivendicare il titolo della universalità?Se davvero vogliamo rendere onore a Dio, si liberino della cintura di salvataggio e accettino il rischio comune. Come dire: muoiano al proprio passato e dimostrino coi fatti che a generarle è stato non il timore ma l’amore”

 

Sono graditi per i prossimi mesi su Orientamenti ecumenici alcune sintesi ragionate dei testi di Balducci, Turoldo, Tillich, Arendt, Hammarskjold, Hillesum e Padri del deserto…

Si prega pertanto di dare la propria disponibilità gratuita per questo tipo di lavoro da condividere con gli altri. Ti ringrazio anticipatamente per la sensibilità e la disponibilità che anche tu vorrai manifestare concretamente a questo proposito.

 

Ribelli per amore !

 

Mentre il Vescovo di Firenze in un’intervista alla radiogiornale RAI precisava - prima delle manifestazioni dei giorni scorsi - che la chiesa cattolica-romana non partecipava alle iniziative del Forum Sociale Europeo, pare che molti “disobbedienti” cattolici vi abbiano invece preso parte (con l’aggravante di incontrarsi anche con evangelici!…); su alcune  mailing list (es. Giovani delle Acli) alcuni partecipanti si lamentano in queste ore delle numerose assenze dei dirigenti delle associazioni confessionali. Si riporta in ogni caso - qui di seguito - il comunicato stampa emesso da Lilliput sugli arresti di esponenti locali dei  Social Forum.

 

La reazione della rete cattolica Lilliput agli arresti del 15 novembre 2002

Rete Lilliput esprime solidarietà alle persone arrestate stanotte nell'ambito dell'inchiesta condotta dalla magistratura sul movimento nel sud Italia. Riccardo Troisi, del gruppo di lavoro del Forum Sociale Europeo, esprimendo fiducia nei magistrati sostiene che "la magistratura deve spiegare con chiarezza agli interessati e all'opinione pubblica quali elementi ha in possesso per accusare le persone arrestate di atti così gravi. E' necessaria un'operazione di trasparenza che sollevi ogni dubbio sui tentativi di criminalizzare il movimento."


Continua Troisi. "Il movimento nella sua pluralità e unitarietà è chiamato all'ennesimo atto di responsabilità. Come nelle settimane precedenti il Forum di Firenze la Rete Lilliput invita tutti coloro che credono che un mondo diverso sia possibile di scendere in piazza, nelle strade, nei luoghi di lavoro, tra le persone per spiegare ed illustrare le ragioni di un movimento che lotta pacificamente e con il metodo della nonviolenza per elaborare delle alternative al neoliberismo che sfrutta gran parte dell'umanità a vantaggio di pochi. Il movimento è forte, compatto nella sua diversità, che anzi rappresenta proprio la maggiore ricchezza di questa esperienza."


Per Enrico Pezza, coordinatore dei lillipuziani al Forum Europeo "il successo del Forum di Firenze è un successo di tutte le anime variegate della società civile che hanno lavorato in questi mesi per la costruzione di un movimento che possa allargare le sue prospettive di rinnovamento della società. Non accetteremo nessuna provocazione proveniente da chi tenterà di distruggere lo "spirito di Firenze" dal quale è nato un nuovo modo di fare politica dal basso, propositivo e pieno di risorse ineguagliabili per il nostro paese."


Rete Lilliput sarà presente nei presidi organizzati in tutto il paese

 

 

Dalla rete evangelica Glam:

 

GLOBALIZZARE LA SOLIDARIETÀ, NON L'IMPOVERIMENTO

di Franco Giampiccoli (NEV)

 

Il Forum sociale europeo di Firenze ha visto una grandissima varietà di idee, proposte, analisi, che si può ricondurre ad alcuni filoni unitari: innanzitutto il rifiuto del neoliberismo, di una economia sfrenata, incontrollata, che rende i ricchi sempre più ricchi, che rende i poveri sempre più poveri, che aumenta il divario fra il Nord e il Sud. L'altro filone di consenso è il no alla guerra: in tutti i casi, con l'ONU o senza l'ONU, questo movimento dice basta alle guerre; siamo stanchi di un mondo che vive sulle guerre. All'interno di questa varietà di posizioni - e questa è una novità - vi è stato un ruolo delle chiese all'interno del Forum. Per la prima volta (a Porto Alegre è stato notato che non c'erano le chiese e non c 'era una voce delle religioni) ci sono stati seminari organizzati da movimenti ecclesiali cattolici, a cui ha partecipato anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, che aveva aderito al Forum. Si è trattato di seminari che hanno proposto una riflessione sul ruolo delle chiese nella costruzione della nuova Europa e sul dialogo interreligioso fra cristianesimo, islam ed ebraismo.

Il Forum sociale europeo si è concluso senza le violenze temute e forse da qualcuno sperate. Questa assenza di violenza finalmente dà la possibilità di ascoltare i contenuti di questo evento e di non sommergerli invece con tutte le preoccupazioni e i commenti su episodi di violenza. E' ora che i partiti politici e i sindacati diano ascolto alla proposta che viene da questo evento e che potremmo riassumere con la frase: globalizzazione della solidarietà e non globalizzazione dell'impoverimento.

Quale è il ruolo che le chiese possono giocare nella costruzione dell'Europa? Direi che il filo conduttore è questo: le chiese non si affannino a cercare una menzione della tradizione cristiana nella scrittura della Costituzione Europea; pensino piuttosto a predicare e a vivere uno stile di vita diverso che sia in accordo con la critica, che dobbiamo fare, ad un mondo che sempre di più segue Mammona invece che seguire Dio.

 

Questo editoriale del pastore valdese Franco Giampiccoli, coordinatore della Commissione Globalizzazione e ambiente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, è andato in onda per la rubrica televisiva "Protestantesimo" (RAIDUE) domenica 10 novembre.

 

 

IL MOVIMENTO CRISTIANO STUDENTI PREOCCUPATO PER LE CONSEGUENZE DELLA

GUERRA

Un attacco militare produrrebbe ulteriori sofferenze per la popolazione

 

Roma (NEV), 13 novembre 2002 - Una guerra all'Iraq distruggerebbe la vita civile, aumentando la sofferenza della popolazione irachena: il Movimento cristiano studenti/Europa - organismo ecumenico giovanile che raggruppa movimenti nazionali in più di 100 paesi nel mondo, di cui 24 in Europa – nei giorni scorsi ha diffuso un documento sull'eventuale attacco a Bagdad da parte degli Stati Uniti. L'azione militare, si legge nel testo, "demolirebbe le infrastrutture, riducendo il paese, già provato a causa delle sanzioni economiche degli ultimi dieci anni, a livelli 'preindustriali'". Il Movimento cristiano studenti sostiene inoltre che la "guerra al terrorismo"

debba inquadrarsi nell'ambito di tribunali internazionali, processando individui e gruppi paramilitari e non muovendo guerra contro le nazioni.

Il regime di Saddam Hussein, è ancora l'opinione dei responsabili del Movimento cristiano studenti, "ha perpetrato nei confronti del proprio popolo numerose atrocità; inoltre ha rifiutato ripetutamente di sottostare alle decisioni del Consiglio di sicurezza ONU. Pur riconoscendo questi

fatti, noi reputiamo che una guerra contro l'Iraq (che necessariamente significa una guerra contro il popolo iracheno) non sia uno strumento accettabile di politica internazionale. In linea con una dichiarazione del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) noi crediamo che nessuna nazione possa muovere azioni unilaterali che portino alla devastazione di un'altra nazione e all'indiscriminata sofferenza della sua popolazione". (nev/gu)

 

 

KEK: RAFFORZARE IL RUOLO DI MEDIAZIONE IN SITUAZIONI DI CONFLITTO FRA CHIESE E STATI

Lo chiede una Consultazione su "Chiese di maggioranza e di minoranza in Europa"

 

Roma (NEV), 13 novembre 2002 - La Conferenza delle chiese europee (KEK) dovrebbe giocare un ruolo più forte di mediazione nelle situazioni di conflitto fra le varie denominazioni cristiane e nei loro rapporti con i relativi governi: lo chiedono i partecipanti ad una consultazione promossa dalla stessa KEK sul tema della libertà religiosa (vedi NEV del 6 novembre) che si è tenuta a Vienna dal 6 al 10 novembre. "La domanda di fondo – spiega Ruediger Noll, direttore della Commissione Chiesa e società della KEK – è che cosa possano fare le organizzazioni ecumeniche nel caso in cui si verifichino conflitti all'interno della stessa 'famiglia' cristiana". In particolare dopo la fine del comunismo, spiega ancora il responsabile della KEK, anche fra le chiese cristiane si sono aperte alcune ferite. Team di mediazione promossi dalla KEK sono intervenuti con successo in dispute fra comunità ortodosse e cattoliche in Slovacchia, così come fra le chiese battiste e l'ex stato sovietico della Georgia. La raccomandazione emersa alla consultazione di Vienna - che costituisce una novità - è che la KEK possa intervenire nel ruolo di mediatore anche nel caso in cui la richiesta provenga da una sola delle parti in causa. "Così facendo la KEK potrebbe diventare ancora di più uno strumento importante di mediazione dei conflitti di natura religiosa o ecclesiastica. Spero che la prossima Assemblea generale (che si terrà a giugno 2003 in Norvegia) voglia fare propria questa raccomandazione", aggiunge Noll.

La consultazione della KEK, che ha messo a tema la questione delle chiese di maggioranza e di minoranza in Europa, ha visto la partecipazione di 70 persone da 30 paesi, in rappresentanza di tutte le confessioni cristiane. A partire da alcuni casi specifici (Austria, Russia, Francia, paesi del Nord Europa), la Consultazione ha sviluppato una discussione vivace sui prerequisiti e sulle forme concrete di rapporto - sotto il profilo legislativo - fra chiese di maggioranza e di minoranza e rispettivi governi in Europa. I partecipanti hanno sottolineato l'importanza degli accordi sui diritti umani: la base per qualsiasi tipo di relazione chiesa-stato. Le comunità di fede devono avere il diritto di praticare la loro confessione, in accordo con l'articolo 9 della Convenzione europea sui diritti umani.

Ogni tentativo da parte dello stato di interferire nelle questioni interne di una comunità religiosa - è stato ricordato - rappresenta una violazione dei diritti umani. (nev/md)

 

 

Invito

 

Incontro aperto con l'Ambasciatore d'Israele

 

Comunità Ebraica di Roma

Ufficio Giovani

Centro di Cultura Ebraica

Movimenti Giovanili Ebraici

 

 

 

Domenica 24 novembre 2002

 

l'Ambasciatore d'Israele S. E. Ehud Gol incontra il pubblico

 

Roma-Gerusalemme: le relazioni migliorano?

 

ore 17.30 Presso la scuola elementare ebraica "V. Polacco" - Lungotevere Sanzio, 14

 

 

Discorso del Papa a Montecitorio. Il presidente della Federazione delle chiese evangeliche: condivisibili le affermazioni su solidarietà e accoglienza delle diversità; perplessità sul "fastoso cerimoniale".

 

 

Roma, 14 novembre 2002 (NEV-CS46) - Un intervento largamente condivisibile; eppure restano perplessità sul "fastoso cerimoniale" con esponenti dello Stato prostrati di fronte ad un rappresentante religioso: è il commento del presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Gianni Long, a conclusione del discorso tenuto oggi da Giovanni Paolo II a Montecitorio.

 

"L'intervento del pontefice Giovanni Paolo II non ha destato sorprese - spiega Long -, toccando i temi che già erano stati contemplati nelle previsioni della vigilia. Molte delle affermazioni papali appaiono largamente condivisibili. Così l'invito a valorizzare le differenze di opinione, in una società che sarebbe impoverita da forzate uniformità; così l'invito alla solidarietà, al di là delle differenze anche territoriali, ed a vincere la povertà che affligge tante famiglie italiane e di immigrati nel nostro paese".

 

"Qualche perplessità suscita invece - aggiunge Long - l'evocazione del rischio di una alleanza tra democrazia e relativismo morale, già richiamato nell'enciclica Veritatis Splendor : nella democrazia ciascuno può difendere le proprie concezioni morali; è semmai la mancanza di libertà che invita al

relativismo della paura. Ma soprattutto restano perplessità sul fastoso cerimoniale, con tanti esponenti dello Stato italiano prostrati di fronte al rappresentante di una - seppur maggioritaria ed autorevole – confessione religiosa. Non sembra proprio che la laicità dello Stato sia più un valore

riconosciuto, come garanzia dell'eguaglianza dei cittadini".

 

 

Democrazia sotto tutela. La svolta a ritroso di Giovanni Paolo II
Col suo discorso al parlamento italiano papa Wojtyla si è esposto ad accuse di “lesa laicità”. Ecco perché. Anteprima di un saggio critico che comparirà su un’importante rivista teologica

di Sandro Magister – Espresso on line

 

 



Nel suo applauditissimo discorso al parlamento italiano, la mattina del 14 novembre 2002, Giovanni Paolo II è tornato a ribadire le sue riserve nei confronti delle moderne democrazie.

Citando la propria enciclica “Veritatis Splendor” ha messo in guardia «dal rischio di alleanza fra democrazia e relativismo etico».

E citando l’altra enciclica “Centesimus Annus” ha spiegato: «Se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l'azione politica, [...] una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».

Il rapporto tra Chiesa e democrazia è un nodo cruciale del pontificato di Karol Wojtyla. È il punto su cui egli più si espone alla critica di “lesa laicità”.

La critica non proviene solo da fuori. Ha voce autorevole anche dentro la Chiesa.

La rivista “Vivens Homo”, espressione dello Studio teologico fiorentino e della Facoltà teologica dell’Italia centrale, ha in stampa nel suo numero di prossima uscita un saggio dedicato proprio al difficile rapporto tra Giovanni Paolo II e la democrazia.

Ne è autore Stefano Ceccanti, professore di diritto pubblico comparato all’università di Bologna, studioso di teologia e attento analista della figura giuridica della Chiesa cattolica, già presidente nazionale della Fuci, la federazione degli universitari cattolici italiani.

In una dozzina di pagine dense, Ceccanti mette in evidenza la svolta segnata dal Concilio Vaticano II nel rapporto tra Chiesa e democrazia.

E argomenta che Giovanni Paolo II ha operato un parziale ritorno alla visione preconciliare.

Ecco qui di seguito una sintesi del suo argomentare:


PRIMA DEL CONCILIO


Prima del Concilio Vaticano II la visione tradizionale concepiva la Chiesa come depositaria «non soltanto della Rivelazione divina in senso stretto, ma anche del bene e del male nell’uomo, cioè della legge naturale».

Di conseguenza, il magistero ecclesiastico riteneva suo dovere «dettare indirizzi anche al legislatore civile».

La «figura storica ottimale era quella dello Stato cristiano». La libertà di abbracciare una religione difforme era al più «tollerata». Perché era «soltanto la Verità ad avere diritti». Non «chi decideva di perseverare nell’errore».


LA SVOLTA CONCILIARE


Con il Concilio Vaticano II, tra il 1962 e il 1966, si impone una nuova visione del rapporto tra Chiesa e democrazia. Espressa in particolare in tre documenti.

1. Nella “Dei Verbum”, il documento sulla Rivelazione divina, «emerge la consapevolezza della natura storicamente limitata e condizionata della percezione umana della verità e si afferma pertanto una visione dinamica della stessa Rivelazione, la cui comprensione "cresce e progredisce" in un circuito che parte dalla "riflessione" e dallo "studio dei credenti", passa attraverso l’"esperienza" storica laica e giunge infine alla "predicazione" dei vescovi».

2. La “Gaudium et Spes”, il documento sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, enuncia apertamente «un’opzione preferenziale per la democrazia, nella quale "la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà"».

3. La “Dignitatis Humanae”, la dichiarazione sulla libertà religiosa, afferma infine che «agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile» e che lo Stato «è incompetente in materia religiosa anche nei confronti di coloro che "non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire a essa"».

In quest’ultimo testo, Ceccanti rileva le somiglianze col primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. E fa notare che ne fu principale estensore il gesuita americano John Courtnay Murray. Con la “Dignitatis Humanae” esce sconfitta la visione secondo cui la democrazia sarebbe tollerabile solo come «male minore», come una mera subordinata «alla tesi massimale dello Stato cattolico».


LA RETROMARCIA DI GIOVANNI PAOLO II


Papa Karol Wojtyla non predica alcun ritorno alla teoria dello Stato cristiano. Né vuole alcun ridimensionamento della libertà religiosa.

Tuttavia, in alcuni suoi importanti documenti, «ripropone un nesso stringente tra libertà e verità, espungendo, o comunque comprimendo significativamente, il tema della ricerca e quindi riproponendo un ruolo più marcato del diritto a difesa della verità».

I documenti che più segnano questo ritorno all’impostazione preconciliare sono la dichiarazione “Evangelium Vitae” e l’enciclica “Veritatis Splendor”, nella quale egli denuncia «il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico» e afferma anche per uno Stato laico «la necessità di obbedire alla “norma oggettiva”».

Ceccanti prova a rintracciare le radici di questa svolta a ritroso.

C’è anzitutto – nota – «una notevole continuità con le posizioni sostenute dai vescovi polacchi al Concilio, anche se in quella sede non prevalsero».

Poi ha influito su Karol Wojtyla il doppio choc vissuto dalla Chiesa negli anni postconciliari. Il primo ad intra, con l’esplodere anche dentro la Chiesa di spinte democratizzanti e antiautoritarie. Il secondo ad extra, con la generale rivoluzione dei costumi e delle legislazioni civili in materie eticamente rilevanti come le libertà sessuali, il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, la bioetica. «La vicenda dell’enciclica Humanae Vitae, ben prima quindi dell’inizio dell’attuale pontificato, ma in cui l’attuale pontefice ha giocato un ruolo molto significativo, si pone al centro di entrambi gli choc».

E poi ancora sono venute le sfide epocali affrontate in successione da Wojtyla papa. «Se la prima parte dell’attuale pontificato è stata segnata dall’efficace pars destruens nei confronti dei moribondi regimi dell’Est europeo, la seconda ha dovuto fare i conti coi problemi derivanti da una possibile pars construens che si è rivelata ben più difficile».

È in questa seconda fase che Giovanni Paolo II si è ritrovato alle prese con i pregi e i limiti della democrazia e ha deciso di ritornare in parte all'antico. Con la sua Polonia come importante terreno di sperimentazione. E di delusione.

Ceccanti mostra infatti che la «democrazia “ecclesiasticamente protetta”» sognata da Giovanni Paolo «non si è rivelata feconda» nemmeno nella Polonia cattolica. Anzi. In vari paesi «ha determinato una contro-reazione di tipo laicista; ha rilegittimato i partiti ex-comunisti; non ha frenato, se non momentaneamente, legislazioni di tipo permissivo negli ambiti di vita ‘eticamente sensibili’, spesso ancor più marcate di quelle esistenti nelle democrazie occidentali criticate per il loro relativismo etico».

E in più «non ha favorito né la nascita di democrazie cristiane laiche, come nell’immediato secondo dopoguerra in Europa, né un efficace presenza di leaders cattolici all’interno di altri partiti».

Quando invece è proprio di un laicato cattolico libero e responsabile che la Chiesa avrebbe bisogno, per ricomporre un rapporto positivo con la democrazia.

Perché in una concezione liberale la democrazia «ha natura fondamentalmente procedurale». È «ricerca di una moralità minima condivisa». È «equilibrio ragionevole tra libertà e responsabilità».

Tutto l’opposto di una «democrazia sotto tutela», nella quale papa e vescovi si arrogano il ruolo «di precisare quasi sotto dettatura al legislatore elementi desumibili univocamente dal diritto naturale». Di cui essi sarebbero i depositari e custodi.

__________


Il saggio di Stefano Ceccanti ha per titolo: “Chiesa cattolica e democrazia dopo il Concilio: quale ruolo del diritto tra libertà e verità?”.

Uscirà a dicembre, primo di una serie di saggi sullo stesso tema, sul n. 2 del 2002 del semestrale “Vivens Homo”, espressione dello Studio teologico fiorentino e della Facoltà teologica dell’Italia centrale, diretto da Severino Dianich.

Il sito della Facoltà con il link alla rivista:

> http://www.ftic.it

L’indirizzo e-mail di “Vivens Homo”:

> vivenshomo@...

L’indirizzo postale:

Via Cosimo il Vecchio 26
50139 Firenze

Telefono +39 055 428221
Fax +39 055 4282222

 

 

 

 

 

 

(NEV/ENI) - E' grave la crisi economica in Polonia, dove il tasso di disoccupazione sfiora il 19%, di fronte ad una media europea del 7,7%. Ma le difficoltà possono essere affrontate vantaggiosamente con la cooperazione: è la posizione del Consiglio ecumenico della Polonia che in accordo con la Conferenza episcopale nazionale ha lanciato un ampio progetto di intervento che prevede la creazione di "Centri ecumenici di assistenza ai disoccupati". "Un ecumenismo pratico - è stato detto - che rende unitaria la posizione delle chiese di fronte a questa grave crisi".

 

(NEV/WCCI) - Ingiustizia sociale, povertà, analfabetismo e una troppo rapida crescita della popolazione sono le cause principali dei gravi episodi di intolleranza religiosa che in questi ultimi mesi hanno colpito i cristiani del Pakistan. E' la diagnosi di una delegazione del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) che dal 2 al 9 novembre ha compiuto una visita pastorale nel paese, incontrando leader religiosi, autorità laiche, esponenti politici e responsabili di organizzazioni non governative sia cristiane che musulmane.

 

(NEV/PE) - Repressiva e di parte è stata definita la nuova legge, presentata alla firma del Presidente, che dovrebbe regolare le attività religiose in Bielorussia. Secondo il portavoce dell'Unione delle chiese battiste, Oksama Rachkovskaya, la legge restringerebbe fortemente il campo di azione di tutte le confessioni religiose di minoranza a favore della Chiesa ortodossa, a cui viene riconosciuto "un ruolo storico sia culturale che spirituale".

 

(NEV) - "L'agenda del nuovo papa. Dai cinque continenti ipotesi sul dopo Wojtyla" (a cura di Luigi De Paoli e Luigi Sandri, Editori Riuniti, pagg. 292, Euro 16): dieci teologi e teologhe di Europa, Asia, Africa, Australia ed Americhe esprimono il loro punto di vista sulle questioni che dovrà affrontare il successore di Giovanni Paolo II. Tra essi Emilio Castro, pastore metodista uruguayano, dal 1985 al '92 segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese, che afferma: "Non è questione che Roma inviti le altre Chiese ad esprimere pareri sulla possibile riforma del

papato, mentre mantiene un atteggiamento per cui 'so già quale è la risposta' e può giudicare dopo se questa o quell'opinione sia sufficientemente cattolico-romana o no per essere accettata".

 

 

Dal Corriere del 14.11.2002:

KABUL, NOVEMBRE 2002

Kabul un anno dopo, film proibiti e studenti in rivolta

Difficile la rinascita. Pochi aiuti per la ricostruzione. Più donne a viso scoperto, ma in tv è obbligatorio il velo

 

            DAL NOSTRO INVIATO

            KABUL - Nel pensionato centrale dell'università di Kabul, ieri sembrava un normale giorno di Ramadan. A mezzogiorno gli studenti hanno fatto la coda alla mensa per la loro razione di riso e shurba, la zuppa.

            Riempivano le scodelle, ma non mangiavano. Solo alle 5, quando i muezzin hanno visto il sole tramontare, hanno rotto il digiuno del mese sacro ai musulmani. Al di là del bancone della mensa ci sono enormi pentoloni fumanti appoggiati per terra, ma i frigoriferi, i forni, i fornelli sono scardinati, rotti, arrugginiti. Il pasto quotidiano (unico) per i tremila studenti del pensionato viene cotto in cortile, sotto un tetto nero di fuliggine, su fuochi di legna, con calderoni che non è possibile

lavare se non con la cenere delle braci, sul fango. Da qui, dal Lailia Markazi, pensionato centrale, è partito il corteo di protesta di lunedì, corteo interrotto dagli spari ad altezza uomo della polizia. Due studenti sono stati uccisi, una ventina feriti.

            Il governo ha parlato di manifestazione sobillata da «elementi di Al Qaeda infiltratisi nell'università». Ma basta guardare la «cucina» del pensionato per capire che non è vero. Faizi studia per diventare medico. Dice: «Viviamo in condizioni inaccettabili. Lunedì non c'era elettricità, non c'era acqua e 300 studenti erano rimasti senza zuppa. Chiedevamo solo il minimo per vivere. Non il riscaldamento, ma almeno l'acqua. E' stata una protesta spontanea. Hanno speso 300 mila dollari per ristrutturare questo ostello. Ma dove sono finiti? Solo una mano di vernice e un impianto elettrico che già perde pezzi».

            Due studenti morti sono un nulla in una città disperata come Kabul. Eppure in questo fatterello di cronaca sembra essere condensato un anno di «rinascita» dal medioevo talebano. La corruzione: come sono stati spesi i 300 mila dollari donati dall'estero? La violenza: qualunque sia lo

scontro oggi in Afghanistan la colpa è sempre e solo di Al Qaeda. E spesso non è affatto vero. La povertà: la «cucina» che pare uscita da un film sui cavernicoli è solo una frazione del disastro che è l'Afghanistan. Basta girare la testa per vedere bambini dormire tra le rovine, protetti da un telo di cotone. La discriminazione: gli studenti di Kabul, 3 mila in un ostello costruito per 1.200, dormono senza riscaldamento e si lavano in bagni dove l'acqua sporca non scorre mai via dal pavimento. Eppure sono dei privilegiati. Le loro coetanee, le studentesse, non hanno questo pensionato

per poter frequentare l'università. «Un passo per volta - si consola Hamina, aspirante avvocato -. L¹anno scorso non potevamo neppure entrare nella facoltà».

            GLI AIUTI - Per il primo anno dopo i bombardamenti Usa, la comunità internazionale aveva promesso all'Afghanistan 1,8 miliardi di dollari. Ad agosto ne era arrivato il 50%. Mancano dati più recenti e la percentuale sarà salita un po', ma il problema, concordano tutti gli operatori, non è nella cifra, ma nell'uso. Quasi nulla è andato alla ricostruzione, praticamente tutto all'assistenza umanitaria. Era necessario, si difendono i funzionari Onu. Forse. Forse è stato addirittura meglio così. «I governi - spiegano i diplomatici occidentali - hanno paura di trasferire

qui fondi perché non c'è modo di controllarne l'uso». Non esistono sistemi di contabilità accettabili. E i potenti mangiano la fetta più grossa.

            I SIGNORI DELLA GUERRA - A un anno dalla conquista di Kabul, il governo centrale non controlla affatto tutto il territorio. Il Corriere è a conoscenza di un accordo siglato la scorsa settimana, ma ancora segreto, tra il governo di Kabul e il signore del Nord, generale Dostum, per la creazione di un esercito nazionale. Gli Usa sarebbero pronti a sborsare cifre colossali per l¹addestramento. Ma siamo ancora alla fiera delle intenzioni. Per di più l¹accordo non comprenderebbe le aree pashtun al confine con il Pakistan dove è sempre più forte il sentimento anti americano.

            LE DONNE - Non c¹è dubbio: oggi a Kabul ci sono molte donne senza burqa, come ci sono uomini senza barba e senza turbante. Eppure il

mese scorso nella cittadina di Maidan, a nemmeno due ore di auto dalla capitale, quattro scuole femminili sono state bruciate, le insegnanti minacciate e le ragazzine bloccate per strada. «Colpa di Al Qaeda» ha tuonato come al solito il governo. Il nuovo direttore di Tele-Kabul, Mohamed

Izaq, censura regolarmente i film indiani in programmazione: niente cantanti donne, niente scene di ballo, niente (figurarsi) baci. Izaq era un fedelissimo dello scomparso comandante Ahmed Shah Massud, ma questo non lo esime dall¹obbligare le giornaliste a indossare un velo che nasconda

completamente i capelli. Non ha mai rivolto la parola alle sue dipendenti. E quando gli passano davanti è come se non le vedesse.

            GLI INFEDELI - La presenza internazionale ha trasformato Kabul. Migliaia di dollari vanno ogni mese in affitti di case, interpreti e autisti degli operatori internazionali affluiti in massa. Prima di spendere sui progetti, Onu e Organizzazioni non governative spendono per mantenere se

stesse e una città che manca di qualunque infrastruttura è estremamente costosa. Questa economia artificiale è comunque servita a far ripartire la città. Diverso il discorso dei militari. Isaf, la missione che vede gli italiani impegnati sul campo, è bene accetta. La caccia ai resti di Al Qaeda

condotta per il momento soprattutto dagli americani ha visto negli ultimi mesi una caduta verticale di simpatia. Troppi «danni collaterali», troppi errori di mira e di valutazione. Le forze speciali che viaggiavano in pattuglie quasi invisibili hanno lasciato il terreno ai battaglioni che si

muovono come elefanti in una cristalleria. Il bombardamento di una festa di matrimonio è stato un episodio, ma l¹arresto dei maschi di un villaggio sospetto è diventato quasi la regola. Scomparsi gli uomini anche solo per un¹ora il villaggio è morto. I predoni fanno razzia di tutto. E la colpa è

degli infedeli.

            PASSI AVANTI - In questi 12 mesi ha piovuto un po¹ di più che nei quattro anni passati. Non basta per dichiarare finita la siccità, ma aiuta. Con più acqua il milione di profughi rientrato potrebbe sperare di ricominciare a vivere senza elemosinare il pane dall¹Onu. La pioggia non è

merito dei bombardamenti americani. Il ritorno dei profughi sì.

            La destabilizzazione del Paese non sembra interessare più alcuna potenza mondiale. E¹ la prima volta che accade da decenni. Pare che anche Osama Bin Laden guardi altrove. E¹ possibile quindi che le truppe fondamentaliste e filo talebane ancora molto forti al confine pachistano non

trovino finanziatori. Senza stipendio i soldati di qualunque fede abbandonano i fucili. Due lampi di speranza per un Paese costretto a navigare a vista. Uno. Il responsabile degli attacchi alle scuole femminili di Maidan è stato arrestato. Non c¹entrava Al Qaeda, era il vice governatore della provincia. Due. Ieri sera nel pensionato dell¹Università di Kabul c¹era sia l¹elettricità sia l¹acqua. Sarà poco, ma in Afghanistan è già un lusso.

          

            Andrea Nicastro

 

 

L´INTELLETTUALE CONDANNATO IN IRAN PER «INSULTI ALL´ISLAM»

          

            Aghajari: sono pronto a morire     

 

            TEHERAN. «Sono pronto a morire». L'affermazione dell'intellettuale riformista iraniano Hashem Aghajari, condannato a morte per insulti all'Islam, è destinata a infiammare ancora di più le proteste contro il verdetto che da cinque giorni si susseguono nelle Università e in Parlamento. Per la prima volta, ieri anche il presidente della Repubblica Mohammad Khatami, iniziatore del movimento riformista, ha preso posizione, schierandosi con parole equilibrate contro la sentenza ma invitando allo stesso tempo gli studenti alla prudenza. Quanto al duro monito lanciato tre

giorni fa dalla Guida suprema, l´ayatollah Ali Khamenei, riguardo ai contrasti tra istituzioni riformiste e conservatrici, il Presidente ha detto: «Consideriamo sempre i consigli della Guida come nostre politiche generali». Circa duemila studenti si sono ieri riuniti ieri a Teheran per

manifestare il loro sostegno ad Aghajari.

            Ansa La Stampa 14.11.02

 

   



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mauriziobenazzi
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Maurizio Benazzi
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