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LA SPIRALE DELLA VIOLENZA
di Daniele Garrone (NEV)
(L'autore è docente di Antico Testamento alla Facoltà valdese di teologia
di Roma)
La spirale di violenza in Israele e Palestina sembra non arrestarsi mai. Le
più recenti, timide, speranze suscitate dalla ripresa dell'iniziativa
diplomatica - con la visita del responsabile della politica estera e della
sicurezza europea, Javier Solana, accompagnato dal rappresentante speciale
dell'Unione europea, Miguel Angel Moratinos e con l'inedita proposta fatta
dall'Arabia Saudita di riconoscere lo stato d'Israele in cambio del ritiro
dai territori occupati - sono subito offuscate da attentati terroristici
palestinesi e conseguenti reazioni israeliane. Bill Clinton (La Stampa del
25 febbraio) immagina come potrebbe essere sbloccata la situazione se ci
fosse anche in Israele o in Palestina qualcuno capace di parlare «in modo
imprevedibile», come Nelson Mandela. Ma, appunto, tutto sembra per ora
tragicamente prevedibile.
Rispetto ai tempi successivi agli accordi di Camp David e di Oslo, sembra
venuta meno la possibilità di riconoscersi come interlocutori credibili:
Arafat appare agli occhi di Israele non solo incapace di reprimere il
terrorismo, ma come colui che lo usa e lo protegge; per i palestinesi,
Sharon persegue sistematicamente l'affossamento degli accordi di Oslo con
continue ed esplicite azioni di guerra anche se, promette agli israeliani,
«la guerra non sarà totale». Non si riesce neppure bene a capire se e quale
strategia presieda alle scelte di Sharon e Arafat. Indubbiamente la fine
degli attentati terroristici e la fine della politica aggressiva di Sharon
sono le condizioni pregiudiziali perché si possano affrontare i nodi
politici della questione: reciproco riconoscimento di due stati e garanzia
della loro sicurezza; insediamenti; problema dei profughi; assetto di
Gerusalemme.
È difficile farsi un'opinione obbiettiva su quanto accade in Israele e
Palestina, anche perché il conflitto ha anche una dimensione mediatica (dai
talk show televisivi ai siti Internet), centrata sulle emozioni, sulle
risonanze simboliche dei fatti, e da cui emergono contrastanti ricostruzioni
storiche e attribuzioni di responsabilità (che cosa ha scatenato la «nuova
Intifada» e le reazioni israeliane? La cinica protervia di Sharon e della
destra israeliana? L'incomprensibile rifiuto palestinese delle offerte di
Barak?) e inconciliabili valutazioni di ciò che sta avvenendo (il
terrorismo come reazione disperata di un popolo oppresso e umiliato o come
risultato della involuzione integralistica del fronte palestinese?). Il
contesto non aiuta a districarsi dalle valutazioni in bianco e nero e a
cogliere i chiaroscuri: il rinfocolarsi dell'antisemitismo, anche nei paesi
arabi, cosa di cui pochi parlano, fa leggere agli uni il conflitto
primariamente in termini di minaccia alla stessa esistenza dello stato d'
Israele e le critiche alla politica israeliana come sostanziale
delegittimazione; la tendenza di alcuni ad appiattire il conflitto
israelo-palestinese sullo scontro tra Occidente e valori democratici, da un
lato, e integralismo islamico, dall'altro, porta gli altri a non affermare
il diritto e a non raccogliere il dramma del popolo palestinese.
La tentazione, in situazioni così complesse e angoscianti - noi discutiamo,
ma lì si muore, sui due fronti, ogni giorno, per ora senza prospettive che
questa spirale di sangue si interrompa - la tentazione è quella di
semplificare per poter così stigmatizzare con nettezza. Cito solo un
esempio, e scelgo questo perché mi sembra emblematico di una vulgata assai
diffusa in ambienti sia religiosi (per esempio quelli del terzomondismo
cristiano) sia progressisti. Scrive Angelo d'Orsi su Avvenimenti del 1°
febbraio, tra l'altro commentando la «Giornata della memoria»: « . ciò a cui
stiamo assistendo è una sorta di tentativo scientificamente programmato e
perseguito di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra . Eliminazione
fisica anche quando questa non significhi la soluzione finale: Non ci sono
le camere a gas né i forni crematori, ma l'espulsione violenta, sistematica
e ad alto tasso di tecnologia, dei palestinesi residui . A ogni atto di
terrore disperato risponde Israele con il terrore sistematico». Qui i toni
sono particolarmente esasperati e denigratori, ma forme (a volte solo un
pochino) più «moderate» di questo giudizio circolano diffusamente: tutto il
problema starebbe nel fatto che «le vittime del nazismo sono trasformate in
carnefici del popolo palestinese»: i palestinesi sono i «poveri» per
eccellenza. Tutto è chiaro, semplice, netto.
Ma appunto, così non è affatto. In una forma oggi più cruenta che in altri
momenti, più «ideologizzata» che in passato, più disperata su entrambi i
fronti, si confrontano due diritti, due destini intrecciati e
indissolubilmente legati, nel bene come nel male. Non aiutiamo la pace e non
facciamo neppure onore a noi stessi se non abbiamo il coraggio di assumere
tutte le contraddizioni e le sfumature di questa situazione. Eppure ci sono,
sui due fronti, uomini e donne che non hanno rinunciato a pensare il proprio
diritto insieme a quello dell'altro. Ascoltare la loro voce è un tenue, ma
tenace, filo di speranza.
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"Maurizio Benazzi" <mauriziobenazzi@...>
mauriziobenazzi
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