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Rispondi | Inoltra Messaggio #14 di 109 |
Invito a "visitare" le significative novità del secondo sportello di ascolto -
solo in ordine di tempo - per docenti e dirigenti in difficoltà.

http://www.orizzontescuola.it/article11529.html

Il primo infatti venne istituito due anni or sono dagli attenti responsabili
dell'associazione DIESSE, cui mi rivolsi personalmente nella loro sede qui a
Milano. Ringrazio pubblicamente il neo presidente, che divulga - a mezzo stampa
- un interessante articolo, qui sotto riportato.

http://www.diesse.org/ Chi ascolta gli insegnanti?

ADG - Mi

http://www.orizzontescuola.it/article11514.html
Professione da liberalizzare
23 agosto 2006 - ItaliaOggi
La crisi del sistema va affrontata rafforzando l'autonomia delle istituzioni.

di Fabrizio Foschi*
Gli insegnanti non possono essere impiegati

Troppo numerosi, sottopagati, poco stimati dalla società, troppo anziani
rispetto alle esigenze delle nuove generazioni. È questo il giudizio più
diffuso sugli insegnanti del nostro paese, un esercito di oltre 800 mila
persone, tra assunti in ruolo e precari, a cui è affidato il compito di
trasmettere ai giovani le basi fondamentali del sapere.
L'impietoso cliché non rende certo giustizia delle mille sfaccettature di una
professione difficile e impegnativa. E tuttavia la figura dell'insegnante
mostra segni di crisi, connessi in parte a motivi estrinseci, derivanti dalla
debolezza del suo ruolo nella società, in parte a motivi soggettivi, legati
alla demotivazione individuale.

Lo sviluppo dei luoghi informali dell'apprendimento (i mezzi di comunicazione,
in primo luogo internet, l'uso parossistico dei telefoni cellulari, una certa
industria del divertimento) ha sottratto alla scuola il primato sulla
formazione. Ma proprio in questo contesto di apparente descolarizzazione della
società, alla scuola si chiede di contare di più.

Si chiede di trattenere i giovani dalla dispersione alla quale certe fasce
meno protette sembrano condannate, si chiede di aiutare a trasformare le
conoscenze informali in robuste competenze personali. I docenti della scuola
italiana sono pari ai nuovi compiti che vengono disegnati?

Chi sono i prof

Tramontata, non da troppo tempo in verità, la figura del docente di gentiliana
memoria, rappresentato dalla pedagogia neoidealistica come il centro
dell'universo scolastico, l'insegnante italiano è fotografato dalle indagini
più recenti dell'Ocse come poco capace di adattarsi ai cambiamenti e quindi
poco propenso ad aggiornarsi dopo la laurea e con i concorsi ormai sempre più
lontani nel tempo. Preoccupano anche le scarse possibilità di ricambio: tra il
2006 e il 2016 andranno in pensione 400 mila docenti italiani e ci sarà bisogno
di tutta una nuova leva, che dovrebbe tuttavia essere preparata: invece, sono
molto pochi gli iscritti alle scuole di formazione per insegnanti. Ai dati
delle indagini internazionali, si affianca una sfiducia sempre più diffusa tra
le famiglie e il mondo delle imprese riguardo alla capacità dei docenti
italiani di fronte alle sfide dei tempi.

Paradossalmente, nell'emergenza educativa che tutti riconoscono, l'insegnante
appare come il perno più in crisi del sistema. Volendo fornire qualche tratto
sociologico, si tratta del tipo di docente, di sesso prevalentemente femminile
e assunto durante la grande espansione della scolarizzazione degli anni
Sessanta e Settanta, che è ancora oggi il più diffuso nella scuola italiana ai
suoi vari livelli. Serpeggia da anni tra i docenti una sorta di
demoralizzazione che raggiunge le sue punte più acute nel cosiddetto burnout,
un vero disagio mentale sconosciuto per lo più all'opinione pubblica, che rende
il docente chiuso in se stesso, autoreferenziale, nemico di qualsiasi mutamento
delle consuete dinamiche del lavoro scolastico. Ma nella scuola italiana c'è
del fuoco che cova sotto la cenere. Ci sono insegnanti, in giro per l'Italia,
che rischiano quotidianamente la propria libertà e la propria professionalità
nel confronto con la libertà dei ragazzi, mettono in piedi corsi di formazione
per sé e per i colleghi, instaurano rapporti con le istituzioni spesso
addormentate, creano centri di recupero scolastico e di aiuto allo studio.

È su queste innovazioni già in atto nel tessuto più profondo della realtà
scolastica che occorre porre le basi per un rilancio della professione docente.
La ripresa della funzione docente non può avvenire solo attraverso meccanismi
che si prefiggono di premiare il merito lasciando in ombra la persona del
docente e il senso più profondo della sua professione. Le analisi più acute e
le terapie più aggiornate finiscono per essere totalmente inefficaci, se non si
riparte dalla domanda sulla natura più profonda dell'insegnamento. La scuola
nasce, infatti, per trasmettere una tradizione, una cultura, e ovviamente per
consentire a chi apprende di vivere in un ambiente adatto a tale scopo. In
questo senso il fulcro della trasmissione è la persona dell'insegnante. È
necessario abbandonare la logica statalistica imperante. La fuoriuscita dalla
logica statalistica, per cui il ruolo del docente consiste nell'assolvimento di
un compito sociale, comporta uno stato giuridico nuovo che ridefinisca
funzione, reclutamento, formazione iniziale e carriera dell'insegnante
italiano.

A proposito di quest'ultimo punto, si dovrà riconoscere l'inadeguatezza
dell'unicità della funzione docente e prevedere un'articolazione della
professione in relazione ai compiti che si assolvono nella scuola, soggetta a
progressione economica nonché a valutazione dell'impegno professionale. Come si
può ricavare da questi brevi spunti, se si realizzasse la liberalizzazione
della professione docente, la decisione circa identità e ruolo sarebbe
ricollocata nelle mani dell'insegnante stesso.

IL RUOLO DELL'Autonomia

Esiste finalmente in Italia, dopo 150 anni, la possibilità di pensare ogni
singola scuola, statale e non, come una realtà dotata di soggettività
giuridicamente configurata, chiamata ad agire secondo modelli organizzativi
(almeno in parte) decisi dalle persone che in essa operano, per rendere
effettiva la funzione che si chiama istruzione pubblica, dove pubblica non vuol
dire statale, ma della comunità. Il quadro delineato deve essere attuato fino
in fondo e gli insegnanti devono essere resi partecipi di questo processo
dell'autonomia; devono essere aiutati a guardare al loro compito professionale,
inserendo l'atto di insegnamento compiuto con i propri allievi nel contesto
della scuola. Lo stato italiano ha sancito che la libertà di insegnamento è il
perno della comunicazione dei contenuti disciplinari che avviene
nell'istituzione scolastica (´l'arte e la scienza sono libere e libero ne è
l'insegnamento'). Un appello, quello alla libertà di insegnamento, che, nato
come una concessione all'autonomia individuale del docente rispetto a un
tessuto culturale prevalentemente cattolico, modificatosi il quadro dei
riferimenti normativi, può essere ora uno spunto attorno al quale lavorare e
ripartire. La libertà di insegnamento del docente dovrà misurarsi con
l'esigenza degli alunni di apprendere in modo significativo, di essere valutati
e anche certificati per le competenze che hanno espresso e non solo per le
nozioni che hanno assimilato. La personalizzazione degli apprendimenti richiede
un docente che sia partecipe dei processi di riforma della scuola italiana,
messo nella condizione di disegnare insieme ai colleghi i percorsi didattici e
formativi più utili per i propri ragazzi (pur nel rispetto di standard di
apprendimento generali), sempre meno schiacciato dal ritorno a forme di
pedagogia di stato, sotto le cui vesti si possono nascondere gli appelli al
ritorno alla realtà dopo l'inevitabile fermento dovuto alla introduzione di
qualche elemento di riforma degli ordinamenti.

* presidente Diesse,

Didattica e innovazione scolastica







Ven 25 Ago 2006 10:23 am

adige@...
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Inoltra Messaggio #14 di 109 |
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Invito a "visitare" le significative novità del secondo sportello di ascolto - solo in ordine di tempo - per docenti e dirigenti in difficoltà. ...
Anna Di Gennaro
adige@...
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25 Ago 2006
10:32 am
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