-----Messaggio originale-----
Da: Anna Di Gennaro [mailto:
adige@...]
Inviato: giovedì 9 agosto 2007 18.16
A:
parliamone@...
Oggetto: intervista allo specialista, medico del lavoro
SCUOLA INSIEME n° 5/2007 (giugno-luglio)
A SCUOLA DI FOLLIA: LA FATICA DI INSEGNARE
Di Giorgio Cavadi
Uno studio interessante di Lodolo D’Oria sul disagio psicologico degli
insegnanti porta alla luce una questione a lungo taciuta ma che oggi
rappresenta un aspetto della vita scolastica con il quale occorre
confrontarsi.
“La categoria professionale degli insegnanti – in controtendenza con gli
stereotipi diffusi nell’opinione pubblica – è soggetta ad una frequenza di
patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli
impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte
quella degli operatori manuali. A documentarlo sono recenti studi
scientifici, che evidenziano tra gli insegnanti un costante aumento della
percentuale di accertamenti per idoneità al lavoro a causa di patologie
psichiatriche (dal 44.5% del triennio 92-94 al 56.9% del periodo 01-03)”.
Pioniere di queste ricerche è Vittorio Lodolo D’Oria, che da anni studia
queste patologie e si batte per un corretto approccio, non più solamente
burocratico, con le malattie legate alla “fatica d’insegnare”. A lui abbiamo
rivolto alcune domande.
Cominciamo col definire il lessico: cosa si intende per burnout e qual è la
sua specificità in ambito scolastico?
Si tratta di una condizione caratterizzata da affaticamento fisico ed
emotivo, atteggiamento distaccato e apatico nei rapporti interpersonali,
sentimento di frustrazione e perdita di controllo dei propri impulsi. E’
soprattutto appannaggio delle cosiddette helping profession tra cui sono
compresi psicologi, assistenti sociali, medici, psichiatri e insegnanti. Le
relazioni sono psichicamente usuranti e gli insegnanti ne devono avere con
studenti, loro genitori, colleghi e dirigente scolastico. Si consideri
infine che l’insegnante è sottoposto allo stereotipo dello scansafatiche che
lavora mezza giornata e fa 3 mesi di vacanza l’anno. Ora è considerato – per
giunta – “folle”.
Se possiamo definire il burnout una forma di disagio, quando e come il
disagio si trasforma in malattia?
Dobbiamo innanzitutto chiarire che il burnout appartiene alla psicologia
mentre esula dalla sfera delle diagnosi psichiatriche che tendono ad
assimilare tale condizione al cosiddetto disturbo dell’adattamento. La
questione non è da poco ed appare in tutta la sua gravità se tradotta in
numero di pubblicazioni scientifiche. Infatti nella letteratura
internazionale vi sono più di 8000 pubblicazioni su riviste psico-sociali
che trattano diffusamente il burnout degli insegnati mentre in Italia vi è
una sola pubblicazione medico-scientifica (La Medicina del Lavoro n° 5/2004)
che pone in diretta correlazione la professione docente col rischio di
sviluppare una vera e propria malattia psichiatrica. Sembra quasi che la
collettività riconosca all’insegnante di poter arrivare al massimo ad una
condizione di “ esaurimento” ma non certo di malattia psichiatrica
propriamente detta. Il fenomeno si spiega in maniera assai semplice:
l’opinione pubblica ritiene che un lavoro semplice e poco impegnativo come
quello dell’insegnante al massimo può generare piccoli contrattempi e
qualche insignificante grattacapo. Poiché gli insegnanti in Italia sono
quasi un milione, dobbiamo riconoscere che rappresentano un’ampia fetta di
opinione pubblica, il che equivale a dire che essi stessi sono “viziati”dai
suddetti stereotipi e si vergognano a parlare del proprio disagio. Questa
ritrosia ad affrontare a viso aperto il malessere psichico li induce ad
isolarsi attuando reazioni di adattamento (chiamate coping dagli psichiatri)
negative quali il bere, il fumare, il pasticcarsi. Il passo verso la vera e
propria malattia psichiatrica è dunque breve ed è definitivamente sancito
dalla perdita della capacità critica e di giudizio. Cosa per la quale
scatteranno dei meccanismi di difesa automatici quali l’aggressività o la
fuga dagli impegni con conseguenti manie di persecuzione e accuse di mobbing
al dirigente scolastico e ai colleghi. L’evidente ricaduta sull’utente è
facilmente immaginabile.
Le sue ricerche sono partite e riguardano, in particolar modo la Lombardia,
ma quali sono i dati disponibili a livello nazionale?
Questo è un problema. Finora ci sono solo due studi retrospettivi di
osservazione: il mio su Milano (12 anni) e un altro su Torino (7 anni). I
risultati sono drammaticamente sovrapponibili e attesta che un insegnate su
due che si presenta a visita medica collegiale per l’inabilità al lavoro per
motivi di salute è di competenza psichiatrica. Finora ciò non è bastato a
suscitare il dovuto allarme ed ho solo ricevuto attestati di stima dalle
autorità competenti e dai sindacati: nulla più.
Credo, anche alla luce delle sue ricerche, che il mestiere dell’insegnante
si possa definire un lavoro usurante, ma fino a che punto e per quali
ragioni?
Le ragioni sono molteplici e complesse. Teniamo innanzitutto per buone le
ragioni già considerate relative agli stereotipi dell’opinione pubblica, cui
si aggiungono una bassa considerazione del mestiere d’insegnante ed il basso
salario che ne discende. Annoveriamo inoltre la globalizzazione con studenti
di diverse etnie, l’abolizione delle scuole speciali per i portatori di
handicap, l’informatizzazione con l’avvento di internet e la comunicazione
veloce grazie alla telefonia, la moltiplicazione delle reti televisive con
un’ampia offerta etc. Vi sono poi fattori sociali quali l’abbandono dell’
educazione “normativa”che è oggi rimpiazzata da quella “affettiva”. La
sostituzione dell’asse genitore-insegnante (con quello genitore-figlio) reso
ancora più stretto dalle famiglie che oggi in larga maggioranza hanno il
figlio unico già di per sé oggetto di attenzioni e protezioni narcisistiche
di mamma e papà. Da ultimo citiamo una categoria di docenti ormai in età
avanzata con molti anni di servizio alle spalle, la presenza in cattedra di
ex- sessantottini in piena crisi d’identità (oggi si trovano loro dietro
alla cattedra); l’arrivo delle nuove generazioni di giovani insegnanti (il
caso del taglio alla lingua ne potrebbe essere espressione) che provengono
dalla cultura del “ tutto e subito” non certo abituati a sopportare e a
sentirsi contraddire. Uno scenario davvero preoccupante, destinato a
peggiorare se non ci diamo da fare. Il taglio alla lingua è un primo segnale
che non può essere trascurato. Temo però di essere una Cassandra inascoltata
e sapevo bene che il mio libro Scuola di follia (ed. Armando) sarebbe stato
rispolverato solo di fronte ad un fatto di cronaca nera.
Lei giustamente critica l’approccio eminentemente burocratico e meramente
sanzionatorio di fronte ai casi di burnout, tuttavia, spesso, determinati
provvedimenti vanno anche a vantaggio di docenti che non possono essere più
lasciati soli “al fronte”dell’aula; quale invece, dovrebbero essere le
modalità e gli strumenti da fornire ai dirigenti scolastici e Direzioni
regionali, per non giungere all’estrema risoluzione del licenziamento e
comunque ad altre forme di sanzione che non risolvono completamente il
problema?
Pretendere di risolvere il disagio mentale con delle sanzioni è roba da
mentecatti. Gridare al licenziamento di una singola persona come panacea di
tutti i mali della scuola mi sembra atto irresponsabile: soprattutto se
fatto da un ministro che è per giunta medico. Gli insegnanti sono come una
piramide a tre strati
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/images/percorsi.gif
1.L’apice: composto da coloro che sono oramai vittime di una psicopatologia
franca. Si dovrà pensare, insieme al mondo medico-scientifico, ad
individuarli, agganciarli e curarli, affinché non arrechino danni a se
stessi e all’utenza. L’intervento, ad opera di personale specializzato, deve
tendere a perseguire la guarigione dell’individuo, con l’obiettivo finale di
favorirne il reinserimento lavorativo e sociale.
2.Lo strato intermedio: popolato da coloro che sono in una situazione di
burnout. Deve essere messo a punto quello che gli anglosassoni chiamano
social support; che si traduce nella creazione di strutture di ascolto,
informazione, condivisione, counselling e – all’occorrenza – sostegno
psicologico. L’obiettivo delle suddette iniziative consiste nell’evitare
all’insegnante in difficoltà quei sentimenti di vergogna ed isolamento,
tipici dell’individuo che si trova ad attraversare questa fase transitoria.
Intervenire per tempo è fondamentale poiché la situazione, anziché
regredire, può evolvere verso la patologia psichiatrica con la perdita delle
capacità di critica e giudizio e la conseguente espulsione sociale (spesso
scambiata per mobbing dall’interessato).
3.La base: vi si trovano coloro che sono in buona salute. Ci si deve
occupare di preservare la loro condizione che è potenzialmente a rischio di
logoramento psicofisico. Formare gli insegnanti in modo completo, senza
tralasciare di metterli in guardia sugli effetti usuranti della loro
professione, diviene perciò una tappa cruciale per un’oculata attività di
prevenzione da parte dei dirigenti scolastici. Occorre inoltre abituare i
docenti a gestire le proprie energie, non smarrire nel tempo la capacità di
auto-valutare le proprie condizioni psicofisiche, monitorare
sistematicamente lo stato di salute e soprattutto non scordarsi di fare
ricorso a buone dosi di autoironia durante il lavoro scolastico. Diviene
infine fondamentale un coinvolgimento dei mass-media per cercare quantomeno
di ridurre i dannosi stereotipi sulla professione insegnante e restituire
dignità alla funzione sociale dell’intera categoria.
Nel leggere le cronache recenti di docenti travestiti o con biancheria
intima a vista, maestre che tagliano la lingua ai propri alunni e filmini
porno che hanno come set le aule delle scuole, possiamo dire che il titolo
del suo libro del 2005 SCUOLA DI FOLLIA fosse veramente profetico; ma al di
là del disagio degli insegnanti quali mutamenti osserva nel rapporto tra
scuola e società: insomma che succede?
Per parlare di vera e propria profezia bisogna andare molto più indietro
negli anni. Io lo feci e restai impietrito quando trovai chi aveva
sostanzialmente predetto quanto io stavo osservando. Una monografia di uno
studio del lontano 1979 effettuato su 2.000 insegnanti dell’area milanese
riportava i risultati della ricerca commissionata all’Università di Pavia
dal sindacato scuola della CISL. I dati erano veramente allarmanti: il 30%
degli insegnanti intervistati ammetteva di fare ricorso agli psicofarmaci.
Si tenga conto che nel 1979 gli psicofarmaci non erano“maneggevoli”come gli
attuali (SSRI) per i numerosi e pesanti effetti collaterali. Inoltre la loro
prescrizione era ad appannaggio pressoché esclusivo dei neuropsichiatri,
mentre oggi vengono comunemente prescritti dai medici di base. Per far
comprendere l’esplosione del fenomeno noto come “medicalizzazione del
disagio” basti dire che, rispetto al 1979, i prescrittori sono decuplicati
(da circa 6.000 a 60.000) e la vendita degli psicofarmaci è raddoppiata solo
negli ultimi 3 anni. Ho riportato tutto nel mio libro-dossier SCUOLA DI
FOLLIA inserendo – come ultima pagina del libro – copia di un Decreto
Ministeriale del 1998 che affida la formazione degli insegnanti a
Scientology. Non c’è che dire, siamo in ottime mani.
NOTA BIOGRAFICA
Vittorio Lodolo D’Oria medico ematologo ed esperto di comunicazione e
marketing in sanità. Dal 1992 membro del Collegio Medico della ASL Città di
Milano per il riconoscimento dell’inabilità al lavoro per causa di salute,
si occupa del disagio mentale degli insegnanti dal 1998. Tra le sue
pubblicazioni che riguardano il Disagio Mentale Professionale degli
insegnanti, ricordiamo: “I dirigenti scolastici alle prese con il Disagio
Mentale Professionale sul sito www.fondazioneiard.org nella sezione Scuola e
Sanità (settembre 2006); “Quale correlazione tra patologia psichiatrica e
fenomeno del burnout degli insegnanti”. Difesa sociale n° 4/2002 e Sole 24
Ore Scuola n° 17/2002; Ricerca su “La percezione del burnout nella classe
docente: risultati della ricerca nazionale su 1.252 insegnanti” (Fondazione
IARD, settembre 2003); “Immagine e salute degli insegnanti in Italia:
situazioni problemi e proposte” contenuto nel rapporto OCSE 2002-2004
“Attracting, developing and retaining effective teachers”. Nel 2005 ha
pubblicato per i tipi di Armando, SCUOLA DI FOLLIA, un libro-dossier che
affronta in maniera sistematica la questione del disagio mentale dei docenti
e la modalità di risposta delle istituzioni nei confronti di questo
fenomeno. Vittorio Lodolo D’Oria può essere contattato all’indirizzo di
posta elettronica
vittorio.lodolodoria@...