La lettera agli Ebrei sintetizza l'aspetto sacrificale del Corpo di Cristo, quando dice: «Non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10, 5-7). Nell’Antico Testamento il sacrificio era un atto compiuto dal sacerdote. In Gesù il sacrificio è una condizione vitale: sacerdote e vittima, compie le promesse antiche e realizza la Pasqua ultima e definitiva con l’atto irripetibile e unico del suo passare da questo mondo al Padre attraverso il dono di sé definitivo e senza condizione. Gesù compie il vero Pesach della storia umana: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano…» (Gv 13,1). Passare: la nuova Pasqua è proprio in questo passaggio di Cristo da questo mondo al Padre attraverso il sangue del suo sacrificio. L’eucaristia ne è il memoriale, pane del deserto e presenza di salvezza, patto di fedeltà e di comunione scritto nella persona del Verbo. Non c’è simbolismo più profondo di quello del sangue: esso crea tra le due parti quasi una comunità fisica. Il sangue per gli ebrei è l’anima; quando le due parti che contraggono l’alleanza ne sono aspersi, attraverso il contatto con una sola e stessa anima, diventano una sola anima: è un rito di comunione… Il sangue dell’alleanza è un sangue di comunione. Ne deriva una verità centrale per l’intelligenza della redenzione: il sangue di Gesù opera la redenzione del mondo perché comunica al mondo la vita di Dio. In questo spargimento di sangue si consuma la nostra unità con Dio, si compiono le nozze divine (M. MAGRASSI, Vivere la liturgia, Ed. La Scala, Noci BA 1978, p. 308). In comunione sr teresa della + o.carm.