Férmati sul monte!
1 Re 19,11
Nella luce della visione interiore...
1 Re 19,11
Nella luce della visione interiore...
L’uomo che realizza la salvezza di Dio continua ad attraversare le pagine della storia per offrire agli uomini i doni della grazia e della letizia nel deserto della carestia e dell’assenza: il pane e il vino, che nell’ora della croce diventeranno il segno visibile dell’amore consumato. I doni che fanno nascere la Chiesa quando sotto la croce la madre e il discepolo amato restano il segno del vero discepolo, l’una accanto all’altro, una cosa sola come Gesù poco prima aveva detto: «La gloria che tu mi hai dato io l’ho data loro, affinché siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola» (Gv 17,22). Nel vangelo di Giovanni il conflitto tenebre-luce avvolge l’esistenza umana fin nelle radici dell’essere. Dio che è luce ha scelto di fugare le tenebre dell’uomo, facendosi lui stesso tenebra. L’esperienza di creazione nuova per l’umanità che giace nell’ombra di morte tocca l’uomo nato cieco (cfr Gv 9.1-41). La cecità infatti è la condizione creaturale di ogni uomo: il cieco è nell’oscurità, anche se non ha peccato. Il gesto simbolico di Gesù di raccogliere del fango per spalmarlo sugli occhi del cieco sta a dire la novità dell’incarnazione: è un gesto di nuova creazione. A quel cieco i cui occhi sono ancora ricoperti con il fango della creazione viene chiesto non un atto di fede, ma di obbedienza: andare alla piscina di Siloe che significa “inviato”. E l’inviato è Gesù. Questo cieco che è uno dei poveri di cui parla Giovanni nel suo vangelo, non pretende nulla, non chiede nulla: a lui che si riconosce privo di tutto, è destinato il dono di Dio, dono di redenzione della carne, ma soprattutto dono di luce e di fede. Gesù sceglie di passare per la notte del giudizio umano quando scardina la lettera della legge: di sabato nessuno poteva impastare, era una delle trentanove opere vietate dalla Mishnah; e nessuno poteva ungere gli occhi, perché il male agli occhi, non portando alla morte, poteva essere guarito anche il giorno dopo. L’intelligenza dell’accaduto, che per il cieco è chiaramente un segno profetico, porta ad uscire dalla cecità della sinagoga che presume di vedere (Gv 9,39-41) e a contemplare la luce che brilla sul volto del Figlio di Dio. Questo cieco proclama la fede della Chiesa in quel Dio che nessuno ha mai visto: «Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: “Tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui”. Ed egli disse: “Io credo, Signore!”. E gli si prostrò innanzi» (Gv 9,35-38). A te che ascolti questa parola di vangelo viene chiesto come al cieco: Tu credi nel Figlio dell'uomo? Tu che sei stato guarito dalla cecità interiore e puoi vederLo alla luce della fede mentre ti parla, tu vivi di Lui?! sr teresa della + o.carm.
www.januacoeli.it
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