"Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera, alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza. tutto posso in colui che mi dà la forza". L'esperienza di Paolo ci può tracciare un percorso in questo andare al banchetto di nozze del Figlio di Dio. Ciò che veste l'uomo non è la sua povertà o la sua ricchezza, ma il suo essre uomo. Un'esperienza chiama l'altra, perché nel tempo la sazietà non è mai sazietà definitiva, ma segue e a sua volta genera ancora fame. è interessante pensare a questa dimensione di non finitezza, perché quello che a volte ci disorienta è proprio la precarietà del definitivo. Abbiamo raggiunto un obiettivo, pensiamo di aver faticato e ottenuto frutti, ci culliamo nell'idea di essere a posto. Questa esigenza ci impedisce di vivere! Essere a posto... ma in che? stare bene, sazi, non più bisognosi, autosufficienti... il salario di una tale condizione è la solitudine aspra del fai da te. Quanto è invece vitale aver bisogno dell'altro, sentire i morsi della fame che ti spingono verso il Pane, avvertire la necessità di un amore personale che colmi il vuoto dei momenti più tristi! Il banchetto di nozze ci invita a lasciare le nostre vesti e a indossarne altre. Tutto posso! non in me, in Colui che mi dà la forza. Anche qui sono nel bisogno, ma è il bisogno dell'appartenenza che fa dell'io uno specchio luminoso del tu amante e amato. Andiamo alle nozze! sr teresa della + o.carm.