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Fermati sul monte!
1 Re 19,11
Una vita che sia contemplativa: rivelazione e profezia
Giovanni Paolo II nel messaggio per la 33a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali "Mass Media: presenza amica accanto a chi è alla ricerca del Padre" del 24 gennaio 1999 così si esprimeva: «Guardiamo con grande speranza al nuovo millennio, confidando che ci saranno persone, sia nella Chiesa sia nei mezzi di comunicazione sociale, disposte a cooperare per garantire che la promessa prevalga sulla minaccia, la comunicazione sull’alienazione. Ciò farà sì che il mondo dei mezzi di comunicazione sociale diventi sempre più presenza amica per tutte le persone, presentando loro «notizie» degne del ricordo, una informazione ricca di saggezza e uno svago che sia sorgente di gioia; e assicurerà un mondo nel quale
L’uomo vive immerso in un grande universo di simboli da decodificare, un mondo di ampie prospettive che non pone limiti alla conoscenza e all’interscambio. L’intervento intelligente dell’uomo sulle potenzialità degli elementi creaturali porta la realtà a un continuo rivelarsi attraverso la comunicazione. Ricordando quanto dice la Dei Verbum: «Dio ha parlato agli uomini come ad amici, e si intrattiene con loro» (DV 2) è possibile afferrare il senso della comunicazione come rivelazione. Il duplice significato del termine: rivelare, offre l’opportunità dell’entrare dentro. Rivelare può indicare due realtà contrarie: togliere il velo e quindi conoscere, vedere ciò che era nascosto, e: rimettere il velo, velare nuovamente, quindi non conoscere, non vedere più ciò che era stato visibile. Sono i due aspetti contemporanei della comunicazione divina. Il Signore si comunica, parla di Sé, si manifesta, si rivela, ma al tempo stesso resta mistero, inconoscibile, ineffabile, inafferrabile. Stessa cosa si può affermare della comunicazione umana dal momento che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio: gli esseri umani possono esprimere ciò che pensano, ma nel trasferirsi al linguaggio il pensiero si vela in quanto l’intelligibile non si contiene interamente in parole, per quanto eloquenti e appropriate siano. Il pensiero che è un’attività spirituale nell’uomo e che affonda le sue origini in mente Dei non può infatti essere tradotto per intero da facoltà in esercizio nel tempo. La stessa Parola sacra che si identifica con la Persona stessa di Dio cammina nei limiti del definito. Con una differenza enorme però: le nostre parole spesso sono flatus vocis, non incidono la realtà; le Parole di Dio invece fanno la realtà, perché oltre che “verba” sono “opera”. La Scrittura ce lo ricorda: «Dio disse: “Sia la luce”. E la luce fu… Dio disse:… e così avvenne» (cfr Gn 1, 3.7). Quando l’uomo vive in un ascolto attento al trascendente, diventa luogo di rivelazione. Tutti i profeti hanno parlato le Parole di Dio nelle loro parole, dopo essere stati purificati nelle labbra (Is 6,5-8; Ger 1,4-10). Di Samuele si dice che non lasciò andare a vuoto nessuna delle sue Parole (1Sam 3,19). Questo è il compito di ogni contemplativo: essere profeta. Parlare in nome di Dio. Comunicare le sue Parole. Come? Percorrendo i sentieri di un incontro autentico con Dio, capaci di diventare irradiazione di Lui per i fratelli. sr teresa della + o.carm.
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