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Fermati sul monte!
1 Re 19,11
Il navigare dei cristiani in internet è coraggio oppure temerarietà?
Nel mondo virtuale di internet è facile perdersi. Alla metafora del viaggio si può accostare quella del labirinto. La libertà di navigazione, gli spazi illimitati delle informazioni che circolano in rete, il gusto dell’esplorazione virtuale possono condurre in un labirinto dal quale risulta difficile venirne fuori illesi. Un collegamento porta ad un altro collegamento e via via, fino a perdere il punto di partenza e la meta alla quale si voleva arrivare.
Di fronte a tali affermazioni è facile cogliere due atteggiamenti opposti di reazione a questa tecnologia avanzata. La posizione di chi, amante dell’avventura, sa cogliere dalla rete gli stimoli corretti per entrarci e non lasciarsi travolgere, non punta il dito e tanto meno rifiuta, ma cerca di capirne il significato e con sguardo attento sa evidenziare ogni forma di pericolo per prevenirlo. E questa posizione è quella richiesta dalle nostre comunità aperte non alla novità delle scoperte, ma alla novità dello Spirito che soffia dove vuole (cfr Gv 3,8). La posizione invece di chi, per paura di restare intrappolato e chiuso nel labirinto, se ne sta fuori, osserva con occhio giudice e non si pone il problema di conoscere per accogliere: è la posizione più diffusa nelle comunità dove la vita evangelica è ferma alle modalità consuete di andare.
Se si imposta il proprio navigare in termini cristiani, vale a dire, come Cristo navigherebbe, possiamo dire che «la più grande opportunità della Rete è permettere di andare oltre la scelta e iniziare a creare. La Rete è incredibilmente malleabile: permette di costruire delle comunità, di trovare delle idee, di condividere informazioni, di collegarsi con altre persone» (E. DYSON, Release) .
Ciò che ci è chiesto di fare è di saper educarci all’equilibrio per non rischiare di lasciarci suggestionare facilmente e soprattutto di affinare la capacità di discernimento per saper individuare ciò che ci chiede il Signore in questo e ciò che non ci chiede. Non tutto ciò che è buono, è salvifico. La vigilanza, virtù richiesta dal Maestro, è la via che dobbiamo percorrere lì dove abita l’uomo. E se il Signore mi aspettasse in quel sito per dare risposta a una mia domanda interiore? La sua dimora è tra i figli degli uomini, sempre. La sua immagine e somiglianza può delinearsi nei messaggi di speranza e di condivisione dei portali cattolici come anche i germi del male possono giungerci con la marea di virus che scarichiamo. Munirsi di un buon antivirus non è auspicabile solo a livello tecnico, ma simbolicamente è doveroso in senso umano. Non possiamo andare sprovvisti, in maniche e camicia. Una sana astuzia non può mancare: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16), prudenza che mette in fuga di fronte al pericolo, semplicità che non vede lupi dappertutto. In nome di una carità poco intelligente sono trascorsi gli anni di molte giovinezze consacrate. È tempo di intelligenza perché la carità non sia più un mettere tutti buoni, evitando di chiamare le cose per nome con la malsana abitudine di spiritualizzare tutto, ma un costruire percorsi umani capaci di Dio.
Le vie della comunicazione profonda abitano il silenzio, non l’assenza. Quel silenzio che è «una vicinanza interiore, una profondità e una pienezza, anzi quasi un fluire calmo della vita segreta» (ROMANO GUARDINI, Volontà e Verità). sr teresa della +
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