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Fermati sul monte
1 Re 19,11
Un Dio avvolto di mistero...
Il fatto che Giobbe non sia ebreo -viene da Uz- è significativo perché rivela un Dio libero di gloriarsi di un uomo che non appartiene al suo popolo, un uomo alieno dal male, un uomo di cui ha profonda stima davanti alla corte celeste: «Nessuno è come lui» (1,8). La fede iniziale di Giobbe è forte e poggia su un rapporto assodato: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore! In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto» (1,21-22). «È anche notevole che egli non dia da se stesso nessuna interpretazione teologica alle sue sofferenze; si limita all’affermazione solenne che egli in queste sofferenze non può vedere nulla che debba mettere in dubbio il suo rapporto di fedeltà a Jahvè» (G. VON RAD). E anche quando la sventura continua a colpirlo nella sua persona non viene meno la sua accettazione serena: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male? E in tutto questo Giobbe non peccò» (2,10). Giobbe desidera e cerca in tutti i modi di dialogare con Dio e «Dio, sfidato, si trasforma in sfidante, facendo intuire all’uomo Giobbe che la logica del Signore è ben più autentica di quella limitata della creatura. Alla fine il male resta senza risposta, ma appare a Giobbe il volto di Dio, che nella creazione mostra le tracce del suo progetto trascendente, eppure affidabile e buono» (D. SCAIOLA). Attraverso i dialoghi si arriva a percepire Dio si fa conoscere in modo nuovo, un Dio difficile, avvolto di mistero e soprattutto imprevedibile. Dai discorsi si delinea un Dio che tiene alla sua libertà, un Dio quindi che non dà spiegazioni ma che instaura un rapporto di fiducia con l’uomo capace di non soccombere nella fede. Dio usa per rispondere a Giobbe una serie di affermazioni che hanno già insita la risposta in tono ironica per richiamare la sua attenzione a quanto ingenuo sia l’uomo quando immagina pronte soluzioni alle sue domande. «Non è la ragione dell’arbitrio quella che Dio pone sul banco, ma quella dell’unilateralità del giudizio umano al quale sfugge il senso del tutto. La fede chiama questo senso: Dio. Non si può spiegare, si può solo sperimentare» (M. NOBILE). sr teresa della + o.carm.
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