Il cammino di ogni giorno è spesso una trafittura al cuore, un cuore che facilmente esplode per un banale vuoto di risposta da parte dell'altro o un cuore che si chiude in una sottile rassegnata disperazione di non essere significativi per nessuno. Il Maestro oggi ci richiama nel dirci che presenza chiama presenza. Il bisogno di essere riconosciuti e amati per se stessi è antico quanto è antico l'uomo, è un bisogno scritto nelle fibre del suo esistere e non può essere taciuto o misconosciuto, né strapazzato colmandolo di piaceri e di soddisfazioni temporanee. Varcare i confini della propria individualità per entrare in punta di piedi nel territorio altrui costa fatica, perché togliersi gli scarponi di ferro con i quali abitualmente camminiamo sui sassi irti delle nostre difficoltà e intolleranze profonde richiede come prima cosa "guardarsi per bene" per rendersi conto che i confini della comunione sono non terre di conquista e di dominio, ma approcci di dono. Dopo che abbiamo percorso sentieri impervi e il cuore batte forte perché pretende di essere capito, come fermarsi e arrivare a percepire il grido della solitudine altrui che chiede a noi comprensione? La lebbra dell'amarezza e di un pianto ingrato che corrode il tempo di grazia accomuna e divide: dieci lebbrosi, isolati nell'isolamento, uniti nel chiedere pietà al Signore della storia. Ci sentiremo abbastanza stranieri da accorgerci, stupiti, della vita restituita, per tornare a rendere grazie? Oppure continueremo per la nostra strada, come nulla fosse accaduto? L'augurio per tutti noi è che le cascate di misericordia dell'Amore che inondano le nostre giornate di bellezza ci rendano capaci di danzare al crepuscolo della sera e di cantare nelle notti del mondo e dello spirito i segreti di Colui che in questo deserto è venuto a camminare con noi. sr teresa della + o.carm.