Sulle rive del Giordano tornano le parole della profezia: Voce di chi grida nel deserto... La simbologia biblica ritma i termini del linguaggio sulla partitura della evocazione dove ogni elemento è sosta per fare memoria. Essere Chiesa vuol dire ritrovarsi sulle rive delle acque di Dio, le rive dell'approdo alla terra promessa, lì dove le acque tornarono indietro in attesa che i passi dei figli di Israele toccassero la sponda dell'oltre... Qui la voce è un grido nel deserto: la sordità di noi, popolo ancora errante, indurito nell'idolatria del rimpianto. La schiavitù è un miraggio di bellezza quando la fame e la sete si fanno sentire. Quando la solitudine attanaglia i pensieri, tutto diventa splendido, fosse anche il vendere se stessi per un briciolo di attenzione. La voce di Dio invece che si veste di selvatico non ha nulla di suadente e illusivo: chiama con toni duri al lavacro della rigenerazione e a un battesimo di fuoco. Le piume della colomba divina quando toccano la vita umana scottano perché l'Amore è un fiume che travolge prima di essere un'onda quieta. Quei richiami che feriscono una natura fragile e sempre piagnucolante, davanti ai quali si ha solo il desiderio di fuggire, forse si chiamano locuste... quelle frasi del vangelo che sferzano la comodità delle nostre scelte, forse sono i venti del deserto che schiaffeggiano senza pietà e intridono le pupille di sabbia irritante. Cosa vogliamo? Andare avanti verso le vette oppure tornare indietro a cuocere mattoni di paglia? Non ha nulla di sicuro il territorio di Dio, se non che è il suo territorio. Non ha nulla di rassicurante il percorso del deserto, ma è qui che bisogna preparare le vie del cuore, qui dove l'Amore è potente e denuda senza mezzi termini perché ha la forza dell'immensità. buona domenica sr teresa della +