Venerdì, 1 febbraio 2008
Oggi sono riuscito, oblomovisticamente, a fare un cazzo tutto il
giorno. Come del resto anche ieri, e pure l'altro ieri; per non
parlare poi di domani. Più o meno a mezzogiorno, colpito da
quell'arrogante luce solare, mi sono trascinato, agilmente saltellando
tra lattine di birra, bottiglie di buon Barbaresco, libri, matite
colorate, fogli, tubetti di colore sparsi ovunque e disordine vario,
verso la porta d'ingresso. Con indifferenza, con indolenza, e con
l'aiuto della forza di gravità, ho disceso tre piani di scale
giungendo in strada. Ho vagabondato senza meta tutto il pomeriggio
incrociando una collezione di volti dall'espressione "è venerdì
pomeriggio, ho concluso la dura settimana lavorativa, come posso
sprecare il weekend?". Tanti pezzi di carne con due fori collocati su
in alto, uno a destra e l'altro a sinistra, utili a leggere il
giornale, a camminare senza perdere l'equilibrio, l'orientamento,
utili anche ad evitare di sbattere contro un palo. Tanti volti a
trascinarsi dietro incalpestabili ombre schive affamate di droghe d'un
bianco raffermo, ombre mescolate a frammenti di terra appena
calpestati e ingiallite scaglie di ossa dimenticate da qualcuno.
Dopo aver percorso un bel po' di suolo butterato, a tratti anche
tagliente, comunque ammorbidito dai passi in successione, giungo
nuovamente a casa, infilo la chiave, immagino che sia la porta a
ruotare due volte di trecento sessanta gradi in senso orario, ed entro
in quel luogo affermazione della più radicale volontà di vivere di
passionale, godereccia, vivificatrice e creativa fluidità.
VOTO 10
(perchè anche oggi sono riuscito a scollarmi di dosso l'etichetta di
"servo del capitalismo")