L'Italia risanata dell'anno 2033
di Geminello Alvi
Se nel 2033 l'Italia ancora esisterà, del che potrebbe
dubitarsi come dell'esistenza dell'euro, qualcuno certo sul
Corriere della Sera s'occuperà ancora della sua economia. Ecostui,
nostro successore, se sarà finitamale, inizierà così la sua
nota:«Gli italiani nel 2003 avevano avuto due decenni per
accorgersi che la loro economia era in declino. Erano in verità molto
aiutati a non badarvi dall'abitudine ad agire per dispetto,
intenti nella guerra civile dei loro odi. Del resto proprio quanto
in una generazione ci ha così impoverito, allora alleviava
l'inizio del disastro. I profitti non mancavano, anzi erano
alti, ma in essi c'era poca industria, tanto meno epica...».
«...Troppi industriali aspiravano alla politica, lucravano dalla
finanza, ricercavano con puntiglio nicchie dove non vi fosse
troppa concorrenza a dargli pensiero. Perciò il di più di
profitti non divenne crescita, e l'esportazioni tornarono quelle
che la Penisola aveva in quota mondiale nel commercio del Settecento.
Intanto le banche, perse in vicende tutte romane di pomodori pelati e
giornali di sinistra, pativano guai che un notista d'allora chiamò
papalini, degni dei sonetti del Belli.
Mentre a loro volta i lavoratori esecravano l'euro, per il
diminuire del loro potere d'acquisto. E volentieri votavano gli
scioperi selvaggi. Non volevano vedere che in Italia si lavorava da
anni in minor proporzione e meno che altrove in Occidente...».
«...La produttività minore spiegava i salari più bassi,
impoveriti anche dalle tasse che servivano a pagare pensioni. Per
le quali come per l'altre prebende statali, i sindacati li
facevano scioperare in gottose e cupe sfilate. L'impoverirsi dei
redditi riguardava tuttavia quella parte che viveva soltanto di
redditi da lavoro. Per l'altra, più vasta, c'era
abbondanza di pensioni, di rendite, prebende, tanto che i patrimoni
grandi o minuti seguitavano a crescere come i prezzi della casa e
della terra.
Le rendite e l'impigrirsi nel litigio rovinarono...».
Efiniamo qui perché è Natale e vogliamo farci il dono di non
escludere che il nostro postero fra trent'anni concluda magari
altrimenti:«Nei primi anni Duemila l'Italia pareva condannata
a perdersi. I dispetti, l'avversioni senza disegno, come solo
l'isteria vanesia di soubrette e comici tv potevano concepirle,
dilagava invece della politica, già del suo immiserita. Peraltro
evitare il declino non era affare di anni. Sarebbe dipeso dalla
tenacia di noi allora confusi trentenni, che in una generazione
rimediammo all'impigrirsi dell'imprese, all'uso d'una
parte solo esigua del lavoro, alle rendite. Guai che avevano trovato
nella crescita del debito pubblico il loro lievito, e a cui dunque
solo la riforma dello Stato, il rifarlo tagliando le spese, avrebbe
posto rimedio...».
«...Mantenere l'avanzo primario in media al 5-6% è stato il
vincolo più prezioso di questi anni. Ha permesso oggi, nel
2033, di ritrovarci con un debito dimezzato, e costretto
l'economia a riformarsi. La fine della spesa statale in pensioni
ha permesso di diminuire le tasse sul lavoro, rinforzato i redditi
dei lavoratori, che hanno ritrovato dignità. Giovandosi anche
delle misure di conversione di una parte del debito in valori
immobiliari, per cui diminuirono le rendite, e i valori abnormi di
terre e case».
«...Il che generò nel momento più delicato l'aumento di
domanda interna, che compensò il calo di quell'esterna. Aumentò
l'uso del lavoro disponibile e tornò una crescita superiore a quella
europea. Oggi non esiste più l'Inps, ma un sistema di mutue; in tutto
il mondo l'agricoltura biodinamica, l'industria alimentare e delle
energie rinnovabili ci sono invidiate; soppresse le Regioni, l'Italia
è Confederazione come doveva essere dal Risorgimento; una prospera
area economica s'è amalgamata a noi nell'Europa orientale grazie
alla nuova rete di trasporti e infrastrutture …». Scriverà così
il nostro postero? Nel caso più benigno, che, come tutto quanto va a
finir bene, a immaginarlo prima, non ci si crede. Ma questa voglia di
sorprendersi, il desiderio di giovare non solo al proprio
particolare, di sentirsi in un'epica fraterna è quanto
dovrebbe scuoterci. L'Italia è una nazione non buona, come finge di
credersi; resiste in cattività nei suoi vizi. Per smetterli le
sinistre dovrebbero finire le loro ipocrisie stataliste; le destre
trovare il coraggio d'un liberismo che bruci le rendite.
«Certo, er penziere è un gran penziere santo, e vvederemo che diavolo
n'essce. Però, bbeato chi cciarriva! e intanto maggna, cavallo mio,
ché ll'erba cresce. Ma in quest'altri trent'anni, Angelo, dimme, che
se fa…?». Gioacchino Belli, Sonetto 1347 del 10 novembre 1834.
(- Corriere Economia, 22.12.2003)